ZOMBIE ATTACK

Through The Circles Of Hell

2014 - Nitroatmosfericum Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
11/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

C'è sempre un che di caratteristico nel recensire un disco thrash metal, sarà perché questo genere ha sempre avuto un posto speciale tra i miei ascolti o perché ha caratterizzato le mie prime avventure musicali (che vanno avanti tutt'ora), fatto sta che quando su una cover vedo un logo spigoloso ed affilato intuisco già che ci sarà da divertirsi. Gli Zombie Attack sono una giovanissima band ucraina, che dopo un EP, uno split con i Violent Omen ed un singolo giungono finalmente al full lenght con questo “Through The Circles Of Hell”, edito per la NitroAtmosfericum Records, etichetta da loro stessi fondata nel pieno stile “do it yourself"; d'altra parte il thrasher ha sempre avuto l'autonomia e l'autoproduzione nel proprio sangue, ma lasciamo partire questa chicca di thrash metal e lasciamo che la sua potenza ci devasti i timpani. Nel più puro rispetto della schiettezza di questa branca del metal l'album viene aperto da un' introduzione battezzata semplicemente “Intro”: un arpeggio in crescendo carico di delay crea un'atmosfera quasi western, come se due cowboy arrivassero sulla scena per guardarsi negli occhi poco prima del duello, potrà sembrare fuori luogo lì per lì fuori ma ecco che il climax esplode in un quattro quarti marziale e sostenuto: le chitarre sfoderano dei power chords serrati, giusto uno slide della mano da un tasto a quello immediatamente vicino senza troppa complessità, eppure si rivela una scelta ideale per aprire il lavoro in grande stile. La parentesi si conclude con la ripresa dell'arpeggio iniziale, sul quale si stende un fraseggio di chitarra di scuola tipicamente shuldineriana; le premesse quindi sono più che buone. Con questa prima traccia ci siamo rilassati, ma non ne avremo più modo, perché parte “The Beast” senza nemmeno darci il tempo di scaldarci il collo per l'headbanging; scontato ed al tempo stesso necessario il quattro quarti serrato (detto anche “tupatupa” dai non addetti ai lavori) sostiene lo sviluppo della canzone, i riff di chitarra sono taglienti fin da subito e le ritmiche prediligono lo shredding sulle tonalità basse, di modo che insieme al lavoro ritmico del basso si crei un impatto decisamente efficace. Il testo racconta di un'inarrestabile creatura che avanza lasciando solo cadaveri sul suo cammino, non c'è nulla da fare se non battere in ritirata, prima che la furia si scagli su di noi dilaniandoci e buttandoci nel mucchio delle vittime già martoriate, eppure, alimentata dalla brama di sangue, questo essere incede senza pietà, devastando e distruggendo qualunque cosa gli si presenti di fronte; come in un film horror, per quanto si possa correre si è destinati a morire (“Killin gives me power, death hand guides my way, i’m your darkest nightmare, there’s no words to say, tormented soul of demon, ruling up the night, weak pathetic humans, you will feel my might” trad. “Uccidere mi dà forza, la morte guida la mia mano, sono il tuo incubo più oscuro, non c'è nulla da dire, anima tormentata di un demone, dominando la notte, deboli e patetici umani, assaggerete la mia forza”). Il ritornello riprende gli stilemi del punk, genere di origine inglese in cui thrash metal trova la sua origine: poche frasi orecchiabilissime che restano subito impresse e che dal vivo si urlano a squarciagola tra una spallata e l'altra nel pogo (“Run out, run out, you cannot esape, run out, run out, for you it's too late” trad. “corri, corri, non puoi fuggire, corri corri, per te è troppo tardi”), con questa canzone quindi gli Zombie Attack ribadiscono subito il loro amore per l'old school.

E' un parlato in ucraino ad aprire la successiva “Non Serviam”, pur non conoscendo la loro lingua madre dal tono di voce si capisce che la tensione è già alta, la mia supposizione può essere sbagliata ma ricevo subito conferma appena parte la canzone. Il pezzo travolge tutto come un autotreno lanciato a velocità sovrumane sull'autostrada dell'Inferno, è ancora nella tradizione degli anni ottanta la musa ispiratrice del combo dell'Est Europa; prendete un pezzo dei Sick of it All, fatelo suonare ai Wehrmacht  ed avrete un'idea della furia che viene sprigionata. La struttura è bipartita: la prima parte viaggia su una ritmica lineare priva di qualsiasi variazione, con lo sviluppo in crescendo che dopo una breve parentesi introduttiva parte subito serratissimo, le parti di chitarra e basso infatti alternano note tenute a passaggi più serrati ed il cantato stringa le singole frasi nell'arco di riff brevissimi e nevrotici. La seconda parte invece prende il via ad 1:47: un break centrale introduce un passaggio decisamente più groovy, dove le pelli hanno ora modo di lavorare maggiormente sui tom ed il timpano lasciando momentaneamente “riposare” la cassa ed il rullante, poi una parte intermedia nuovamente in crescendo precede l'assolo che ci condurrà alla chiusura in fade out, esso si presenta subito come degno alfiere della tradizione slayerana attraverso una serie di scale cromatiche eseguite velocemente con qualche sbavatura voluta a conferire il tocco crudo e grezzo tipico di Kerry King. Questa volta è la religione a caratterizzare il testo: un thrasher appena trapassato con una birra in mano (stereotipo assai comune nei testi dei Tankard) giunge alle soglie infernali, egli non sembra minimamente mostrare segni di pentimento, dato che si è goduto la propria esistenza, e non sente alcun rimorso verso la religione, anzi, ne afferma ancora di più l'inutilità (“Already dead, with a beer in a hand, flying ahead through the circles of hell, i've made a decision - don't need a religion, i'm in hell an i don't regret” trad. “Appena morto, con una birra in mano, volando attraverso le bolge infernali, ho preso una decisione, non ho bisogno di religione, sono all'inferno e non torno indietro). Viene poi iniziata una riflessione molto interessante sul tema attraverso una serie di interrogativi: chi infatti ci impone di odiare? Chi decide il nostro destino? Chi ha iniziato una guerra (che dura ancora oggi) nel nome di sé stessa? Questi sono i quesiti posti, che trovano risposta nella sentenza inesorabile che afferma che padri e figli si sono uccisi tra loro in nome di Dio, alimentati dalla fede; un tema abbastanza insolito per il genere che si sta trattando ma comunque un la per una riflessione molto interessante. Nuovamente un parlato introduce la successiva “Beer And Boobs”, che già dal titolo lascia intuire che si cambia decisamente registro rispetto all'argomento impegnato della precedente, ma in fondo il bello del thrash metal è questo: si può parlare di argomenti più “elevati” e di birra e curve femminili nello stesso disco senza porsi il problema di esulare troppo. La traccia inizia con un dialogo all'interno di un pub, quando la chitarra irrompe con un riff martellante da mosh sicuro, successivamente la batteria procede senza freni triturando le pelli della doppia cassa e mitragliando incessantemente su un rullante chiuso che conferisce al pezzo un tocco decisamente underground. Il riffing è tagliente come sempre e dalla velocità alcalina iniziale si passa ad un midtempo cadenzato e scandito nel finale, tutto nell'arco strettissimo dei due minuti e mezzo appena di canzone. Il cantato questa volta lascia molto più spazio ai cori, che non fanno altro che ripetere il titolo della canzone, il verso iniziale fa intuire che gli Zombie Attack hanno una ben precisata voglia di birra gelida e di ragazze prosperose e disponibili, in questa traccia viene fuori tutta la vena stradaiola dei thrasher che all'incessante coro di “Give me beer and boobs” (trad. “datemi  birra e bocce!”) lasciano ben intendere che basta poco per accontentarli. L'inizio di “Werewolf Circle” utilizza per la prima volta nel disco la partenza in midtempo, questa soluzione consente di creare una prima parte differente dalle tracce finora ascoltate, creando un minimo di attesa per il via a tutta birra; il modello principale per il songwriting sono gli Exodus, in particolare del periodo di “Tempo Of The Damned”, dove sono i riff di chitarra a condurre il brano attraverso una struttura maggiormente elaborata e cervellotica ed è il bridge della canzone a conferire apertura al pezzo, che dopo una valanga di note concede un attimo di respiro attraverso accordi tenuti ed un drumming più moderato. Sicuramente questo brano scatenerà la bolgia in sede live fin dalle prime note in quanto potente e devastante già dall'incipit, il cantato si distribuisce in maniera più incisiva, alternandosi con dei giri vuoti che lasciano godere appieno la potenza del main riff (a mio giudizio uno dei migliori del lavoro) e la rasoiata generale del pezzo; il lupo mannaro di cui si parla si ricollega alla bestia della seconda traccia, il quale sbrana ed uccide con la stessa irruenza con cui i thrashers si lanciano nel pogo sfrenato sotto il palco. Molto interessante è l'apertura della seguente “Red Light”, l'arpeggio iniziale è limpido ed atmosferico, sembra quasi scritto dagli Immortal tanto ricorda il gelo ed il buio di “All Shall Fall” per ricreare la proverbiale quiete prima della tempesta che precede un bombardmento aereo; decisamente ben piazzato anche lo sviluppo successivo, che abbandona momentaneamente il quattro quarti canonico per adottare un tempo più variegato e studiato. Un breve break con la sola chitarra a sfoderare un riff marcatamente modern oriented e si parte: lo schema di questo pezzo, sempre incentrato sull'incisività e sulla velocità, possiede uno stilema più standard, la strofa infatti utilizza la cavalcata tanto cara agli Iron Maiden, ovviamente resa molto più veloce, che fa si che "Red Light" si riveli originale e diversa dal resto delle tracce. Sono proprio le note alte ricamate sulla ritmica del riff a conferire un dinamismo diverso, il che lascia intuire che questi ragazzi, pur avendo nei grandi mostri sacri del genere (tanto da chiamarsi con il nome di un album dei già citati Tankard) il loro punto di riferimento, sono consapevoli del fatto che il thrash si è comunque evoluto ed ampliato. Nelle liriche si parla di un bombardamento aereo che distrugge una città, una luce rossa si irradia nelle strade, quella delle sirene che avvisano la popolazione che è meglio correre ai ripari, ma gli aerei sono già all'orizzonte ed in un attimo si scatena l'inferno: i palazzi crollano e si sgretolano come grissini, ovunque imperversano le urla di coloro che muoiono intrappolati sotto le macerie, i quali non sanno nemmeno se i loro corpi avranno il “lusso” di una sepoltura, ma ancora più assordante è il lamento delle loro anime che vagano verso l'inferno (“A lot of men lay dead in flames, their souls are walking the cursed land, hearing their cry, their moan, their grouns, that damn’ day for them – the end” trad. “Molti uomini muoiono tra le fiamme, le loro anime percorrono la terra maledetta, udendo le loro grida, i loro pianti ed i loro lamenti, il giorno dannato per loro, la fine”); l'inesorabile condanna di chi muore in guerra senza essere soldato. Anche “Shut Up And Die” si apre con un parlato, con due persone che discutono tra loro prima che parta la traccia, è il groove a dominare questa volta, con un ottimo lavoro di basso che riporta alla mente la tradizione californiana dei D.R.I e dei Suicidal Tendencies; la velocità si attenua quindi in favore del ritmo maggiormente catchy, anche se non manca la partenza spaccaossa che consenta di saltare e pogare senza sosta. Se c'è un pregio di queste sonorità è che sono perfette come valvola di sfogo, complice in questo caso anche un messaggio chiaro e diretto da rivolgere a chi ormai ci ha veramente rotto le scatole, la schiettezza ricorda anche i Darkthrone di “F.O.A.D” (Fuck Off And Die), il testo infatti è strutturato come una serie di affermazioni alternate a domande inquisitorie rovesciate a raffica contro la persona con cui si litiga, riprendendo uno stile tipicamente punk. Partendo dalle più moderate “What do you say to me?” “What do you want from me?” (trad. “che cosa mi dici?”, “Cosa vuoi da me?”), si arriva al culmine dell'odio con “Read in my eyes, they say - you'll die!” (trad. “Leggi nei miei occhi, essi dicono che muori!”). Un interessante connubio di violenza verbale e groove su una base musicale non tra le più pesanti del gruppo ucraino ma che comunque non lascia attimi di respiro. Si prepara il terreno per la marcia infernale: al contrario di quanto si possa immaginare “Hell March” non è assolutamente il pezzo lento e marziale a la Manowar che ci si aspetterebbe, anzi, il pezzo è forse il più veloce di quelli finora proposti dagli Zombie Attack: il songwriting segue fedelmente la tradizione thrash americana dei primissimi Death Angel, quelli di “The Ultra-Violence” per intenderci, dove la parte strumentale rapidissima e tagliente tende a predominare sul testo, la band ucraina infatti si è rivelata fin qui abilissima a condensare tutta la propria furia in pochi minuti di canzone (si va raramente oltre i tre minuti di durata). Una menzione d'onore la merita in questa sede la batteria, che ha modo di mettere in campo tutta la precisione nel passare da un tempo all'altro con una fluidità che ricorda quella di Dave Lombardo nei primi album degli Slayer. La marcia che viene raccontata è quella di un'orda di demoni che invade il Mondo intero infestando con la propria malvagità sulfurea tutto il globo, una ad una le città crollano, la follia ed il tormento dilagano e non sembra esserci salvezza per l'umanità in questo scenario post apocalittico. Le frasi sono brevi ma efficaci ed ognuna di esse elenca uno per uno i flagelli che l'armata del male diffonde sul pianeta (“Chaos bells a chiming, screaming fettered soul, horned demons running, you can hear them howl, damned forces coming, burning all the ground, righteous men are dying, try to hear the sound trad. “la campana del chaos sta suonando, anime urlanti incatenate, demoni affamati dilagano, puoi sentire il loro ruggito, le forze dannate stanno arrivando, bruciando tutto, gli uomini giusti stanno morendo, prova ad udirne il suono”). 

Per quanto possa essere macabra la descrizione delle strofe il ritornello è altrettanto cinico nel constatare la fine globale, poche frasi che restano impresse creando quasi un senso di angoscia ripetendo ossessivamente il titolo (“This is Hell March! All cities are burnt! Hell March! The devil’s returned! Hell March! Suffer and pain! Hell March! Strikes again!” trad. “ Questa è la marcia dell'Inferno! Tutte le città sono bruciate! Marcia dell'Inferno! Il Diavolo è Tornato! Marcia dell'Inferno Sofferenza e dolore! Marcia dell'Inferno! Colpisce ancora!). Restando nell'ambito della distruzione parte la seguente “Nuclear Distaster”, già dal tiro frenetico ed inarrestabile dei primi secondi possiamo quasi avvertire una bomba atomica pioverci addosso. Lo stile ricalca nuovamente la tradizione statunitense, in particolare quella dei Nuclear Assault, noti alfieri del metal più vicino all'hardcore come sonorità; gli Zombie Attack guardano molto al thrash più puro ed underground rispetto al mainstream (anche se, beninteso, i grandi nomi del genere sono ben presenti come influenze in queste canzoni), il che li rende un'affascinante “reinterpretazione” di quanto fatto dalla vecchia scuola, suonato però ai giorni nostri. Per tutta la canzone il ritmo è dritto ed inarrestabile, non ci sono né break né cambi di tempo se non un lieve stop and go prima del finale al vetriolo, una track questa ideale per la chiusura dei live dove poter far credere ai presenti che sia finita per poi ingannarli con un ultima sferzata. Nel testo la visione apocalittica del combo ucraino viene qui inserita in un cotesto atomico, la chiave del messaggio è semplicemente “potrebbe esserci da un momento all'altro una catastrofe nucleare, quindi vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo” (“All that you know - is the end of the way each day could be your last, people look on the cloud with fear, your time is running too fast it`s show time!” trad. “ tutto ciò che sai è che la strada ha una fine, ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, la gente guarda con timore alle nuvole, è tempo di dar spettacolo”), in un carpe diem decisamente thrasher quindi gli Zombie Attack ci invitano a vivere al meglio la nostra esistenza all'insegna della fede metallica, in maniera forse un po' stereotipata, ma comunque fruibile e divertente. “Slavedoll” è il pezzo misogino del disco, chiaramente votato all'insegna della furia trita timpani che solo il thrash metal sa regalare; il pezzo sembra iniziare con il solito ubriacone in un pub che inizia ad insultare una ragazza e mentre si accenna a placare questo balordo parte la band a suonare quasi come se fosse un bootleg. L'energia del gruppo eclissa totalmente ogni eventuale controversia per lasciare spazio alla musica ed al divertimento, viene automatico qui pensare alla lezione dei grandissimi Storm Troopers of Death di “Speak English Or Die”; se nel resto del disco l'alternativo progetto di Scott Ian si avvertiva solo di riflesso questa traccia sembra invece essere un vero e proprio tributo all'estemporaneo side project del chitarrista degli Anthrax, due minuti e cinque secondi di canzone che si conclude con gli applausi dei fan presenti (che di sicuro avranno demolito il locale a furia di spallate). A differenza del clichè dei Motley Crue in “Girls Girls Girls” l'immagine del rocker ribelle viene qui imbottita di birra, parecchia birra, e la sua follia aumenta esponenzialmente: lo scopo della serata ci è chiaro fin da subito (“It’s freakey party night, we’re goin’ drunk insane, having fuckin’ fun, what else can I say? I saw you on a pole moving up your ass, and then I had a feelin, that I don’t wanna pass” trad. “ E' una notte per far baldoria, ci ubriacheremo alla follia, godendoci del fottuto divertimento, cos'altro aggiungere? Ti ho vista sul palo muovendo il tuo culo ed ho avuto un presentimento, che non mi tirerò indietro).

Decisamente più teutonica ci appare la penultima “Born For Mosh”, l'influenza questa volta è da trovarsi nei Sodom, nei Kreator e nei Destruction, sia a livello compositivo che di attitudine (la voce imita molto il buon Tom Angelripper nello scandire le parole); il sound generale del pezzo è ancora più crudo, tanto che le stesse pennate sono più sporche ed imprecise quasi a voler rendere l'aspetto live del brano eclissandone la tecnologia dello studio, affinché si avverta tutto l'istinto dei musicisti. Potrebbe considerarsi il classico inno alla quintessenza del thrash metal: il pogo. Sullo stile della fierissima “Thrash 'Till Death” infatti la struttura è breve ma  efficace, un riff terzinato accompagna lo sviluppo di tutto il pezzo, durante il quale si ripete ossessivamente “mosh, we wanna mosh, mosh, we're born for mosh” (trad. “pogo, vogliamo pogare, pogo siamo nati per pogare). Ad affiancare la batteria come motore incessante del brano questa volta è la voce, che amministra sapientemente il testo in modo tale da renderlo ossessivo e di facile presa quasi fosse un coro da stadio. Non sarà il pezzo migliore dell'album ma di sicuro è quello che meglio rispecchia l'attitudine di questi ragazzi. L'album si chiude con “Zombie Justice”, è nuovamente il groove a prendere piede, si sente l'eco dei Pantera con anche un po' di melodia, pregevole infatti è il lavoro delle chitarre che strutturano un fraseggio intrigante e coinvolgente, peccato solo che esso venga interrotto dalla fine troppo brusca del brano, uno sviluppo più accurato della parte avrebbe sicuramente fruttato meglio, dando prova anche del talento compositivo degli Zombie Attack ma la scelta del finale netto smorza fin troppo la traccia di chiusura; va bene la breve durata dei pezzi per sprigionare tutta la furia ma in questo caso sembra proprio che il gruppo non avesse più voglia di continuare ed abbia lasciato la canzone a se stessa senza nemmeno provare a mettercisi un minimo, un vero peccato visto il valore di questa band. Nel complesso “Thrugh The Circles Of Hell” è un buon album thrash metal, supportato anche da una discreta produzione; non conterrà certo delle grandi novità dal punto di vista compositivo ma per chi ama il thrash come il sottoscritto conta soprattutto l'attitudine, che va ben oltre la tecnica fine a se stessa. Il fatto che gli Zombie Attack si siano addirittura creati un'etichetta da zero per poter dar voce alla loro musica li rende più che meritevoli di tutto il supporto dei thrashers degni di tale nome.


1) Intro 
2) The Beast 
3) Non Serviam
4) Beer and Boobs 
5) Werewolf Circle 
6) Red Light
7) Shut Up and Die 
8) Hell March
9) Nuclear Disaster 
10) Slave Doll 
11) Born For Mosh 
12) Zombie Justice