ZERO RESET

Closed In A Box

2013 - Nadir Music

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
13/08/2013
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Gli Zero Reset sono una band di Genova che si è formata nel 2006 con la voglia specifica di riproporre un sound crossover dei tempi che furono, con riff secchi ed "in your face" ed un groove psichedelico. Infatti ascoltando questo platter, ci si tuffa nell'epoca dove le varie band alternative e crossover spopolavano nelle charts, con chorus coinvolgenti e brani semplici, dritti al punto. Sicuramente i membri della band devono essere ghiotti di queste sonorità, perchè da un punto di vista compositivo sono quasi inattaccabili, dimostrando una grande cura in fase di songwriting e sfruttando al meglio i propri assi nella manica, ovvero: la voce calda e molto riconducibile alla black music di Albert Sardei, che si fregia di un'ottima interpretazione, rivelandosi indubbiamente come uno dei maggiori punti di forza del sound dei nostri, senza dimenticare l'apporto ai synth di Alessandro Sartini, che riescono a rendere, in un certo senso "moderna", la proposta musicale, brillando di luce propria, creando un sound abbastanza particolare per quanto di stile. Ovviamente con un paio di elementi del genere, una menzione è d'obbligo anche agli altri componenti che riescono a creare un muro sonoro compatto e coeso senza puntare necessariamente sulla pesantezza: Gianluca Orlando ed Emanuele Cosso alle chitarre, che sciorinano riff molto anni 90' e Michele Cauda ed Emiliano Olcese rispettivamente al basso ed alla batteria che sostengono in maniera davvero molto asciutta e precisa la sezione ritmica, che nel complesso dimostra che ogni membro della band è complementare all'altro, a differenza di altre bands che invece mettono in mostra ad esempio soltanto il riffing, oppure la voce e via dicendo. L'album è stato prodotto presso i Nadir Music Studios di Genova, dal grandissimo Tommy Talamanca, che ha dato alla produzione la giusta dinamicità e coesione, per un risultato davvero gustoso e di classe. Passiamo alla disamina dell'album nel dettaglio, cercando di uscire da questa "scatola chiusa". L'apertura è affidata all'impatto di "Cheapstars" che critica le persone false dello showbiz che in cerca di fama venderebbero pure la testa della propria madre. La traccia si snoda in maniera semplice fra synth glaciali e cambi di tempo, molto bello il chorus, anche se l'album ne ha di migliori, quindi tutto ciò che possiamo dire è che assurge in maniera più che dignitosa al suo ruolo di opener. A seguirla c'è la "Escape" che ricorda in parte i Rage Against The Machine, con un riff veramente spezzacollo ed un'intro affidata alle percussioni di Emiliano, sfociando nel chorus, veramente pregevole e di presa. Molto bella la variazione fra strofe incentrate sulla melodia che aumentano di tensione fino al distruttivo ritornello. Il break down con synth in primo piano per atmosfere ci ha ricondotto ai Depeche Mode per un'attimo. Personalmente una delle nostre tracce preferite. Ma spazio alla radiofonicità (tranquilli, quella di classe alla Guano Apes) con "Asteroids" che parte in maniera energica e mantenendo alta la tensione grazie ad un'ottimo lavoro della sezione ritmica e dei synth. Il chorus fa il suo dovere in maniera molto semplice e diretta, infatti vi si instillerà subito in testa per orecchiabilità e solida costituzione con vari botta e risposta fra la voce di Albert e gli altri componenti. "Dirty Stains" invece è caratterizzata da una cupezza quasi cibernetica dove l'unico raggio di sole è rappresentato dalla voce, con dei synth veramente accattivanti e con l'aumentare del minutaggio la tensione si farà sempre più palpabile, per poi sfociare nel chorus che spezza quasi di netto l'atmosfera che si era creata poco prima, veramente niente male.  Ed eccoci ad un'altra delle tracce migliori del platter "Last Dance" che ci mostra il lato più melodico ed intimista della proposta dei Zero Reset. Infatti abbiamo a che fare con un brano decisamente onirico e sognante che è caratterizzato da un'intro pregevole, dove gli strumenti più tradizionali tessono veramente un bel tappeto sonoro, con i synth che aggiungono la ciliegina sulla torta, o l'oliva in un martini che dir si voglia. Molto accattivanti anche le lyrics, fra il sognante e l'oscuro, che narrano di un'amore sacrificale, un solo attimo che duri tutta la notte, fino a quando i raggi del sole non facciano capolino e squarcino l'oscurità. "Madrid, Spain" invece è fatta di tutt'altra pasta, strizzando l'occhio al rock più alternativo e snodandosi in maniera veramente semplice ed efficace, rimandandoci stranamente ai Linea 77 più radiofonici ed in parte ai Placebo. Non è una dei brani migliori, ma si lascia apprezzare per la voglia di sperimentare e stupire l'ascoltatore. "Face2Face" punta di nuovo sull'impatto strizzando l'occhio ai P.O.D. e gli Hed. P.E., quindi facendo leva su un nu metal agguerrito dove basso e voce vanno a braccetto fino al coinvolgente chorus, con le tastiere che si fanno più oniriche nella prima metà del brano. Decisamente di classe il break down con una sezione ritmica a dir poco terremotante dove si registra anche il picco di aggressività di Albert che si lascia in un urlo veramente acido, sbigottendo l'ascoltatore che ormai si era abituato al suo classico timbro melodico. Con "The Only One" si respirano ancora influenze nu metal, ed anche questa volta in maniera più tetra, con bellissime aperture melodiche che ci introducono nel mood del brano, ovvero una relazione a senso unico, in altre parole l'essere schiavi di una relazione in cui non c'è parità fra entrambe le parti. Potremmo definirla come la traccia più chiaroscura dell'album, perchè riesce a giocare in maniera egregia con le varie atmosfere, ed ovviamente va annoverata come un'altro degli episodi migliori dell'album. "Five Times" è introdotta da dei synth pregevoli, molto industrial, che si stagliano lentamente fra le calde vocals ed il basso più in primo piano con le chitarre che crescono lentamente fino allo struggente chorus. Anche qui la qualità è alta, ed anche il piglio radiofonico funziona alla perfezione, rendendola una delle tracce più assimilabili del disco, oltre che una delle più meritevoli. Ma ecco la furiosa "Dark Pool" che parte in maniera devastante con synth e riff stoppati molto adrenalinici, che si sposano alla perfezione con il tema portante: i politici e le varie organizzazioni segrete che controllano le masse, distruggendo tutto e rendendo schiavi i popoli. Il brano è talmente aggressivo che sembra di aver acceso un fiammifero che al posto della classica fiamma ha fatto divampare un'incendio spazzato via dal vento in un batter d'occhio. Cosa vogliamo dire? Che l'adrenalina scorre talmente tanto a fiumi che non ci si accorge nemmeno che la traccia è finita, con un ghigno satanico stampato in faccia. Siamo quasi alla fine ed eccoci al brano che dà il titolo all'album, "Closed In A Box". Con questa canzone i nostri decidono di infrangere la quarta parete, come farebbe il simpaticissimo Deadpool della Marvel. Infatti si rivolgono in prima persona all'ascoltatore e lo incitano a ribellarsi alle catene che caratterizzano l'esistenza di ognuno di noi: il classico "work, buy, consume, die" (lavora, compra, consuma, muori). E lo fanno nel migliore dei modi, con un mood davvero davvero drammatico, spezzato dal riff portante che invece è bello energico. Ben costruito è l'intermezzo fatto di campionamenti elettronici, che apre nuove prospettive al brano accompagnandoci fino al termine di esso. Sulla scia di "Last Dance" a chiudere l'album c'è un'altro onirico episodio, che punta tutto sul lato soft ed allo stesso tempo epico degli Zero Reset. "Until The End Of Time" si snoda sinuoso e lentamente, come un serpente che adocchia la sua preda e striscia lentamente per non essere intercettato da essa. Quindi ci troviamo in un crescendo emotivo dove le chitarre si fanno dolci ed i synth contribuiscono a dare il giusto umore alla traccia, fino all'epico chorus, che è struggente e potente allo stesso tempo, insomma una cascata di emozioni in musica, che chiudono in maniera spettacolare questo bel dischetto della Nadir. Tirando le somme: l'album si lascia ascoltare e pure molto facilmente, non ci vorrà molto che le canzoni vi si stamperanno in testa alla velocità del battito d'ali di un colibrì. Certo non è esente da difetti: alcuni chorus potevano essere strutturati meglio, magari ad alcuni non piacerà il cantato e lo troveranno tutto uguale in tutte le tracce, ad altri non piacerà l'uso dell'elettronica, ed ad altri ancora non piaceranno e basta. Ma in realtà è proprio questo il bello! Quante band della vecchia guardia crossover ed alternative riescono a rimanere a galla di questi tempi, o comunque a proporre qualcosa che sia nel loro sound, ma con la giusta innovazione? Poche, che si contano sulla punta delle dita (fra tutte i Deftones), perciò gli Zero Reset rappresentano il giusto compromesso fra il tradizionale e l'innovazione, pur non inventando assolutamente nulla. La cosa più bella che abbiamo riscontrato nell'ascoltare questo platter è che ci sono delle ottimissime basi per fare ancora meglio e magari con la giusta promozione, potranno entrare a far parte di quelle band crossover radiofoniche che spopolano nei vari e grandissimi concerti che si svolgono in tutta Europa e questo ci fa capire che la Nadir ci ha visto parecchio lontano e nemmeno tanto a torto. Per non virare ulteriormente nel verboso consigliamo caldamente quest'album a tutte quelle persone che nella seconda metà degli anni 90' avevano nelle cuffie le varie "Open Your Eyes", "Last Resort" e compagnia bella, mentre agli altri diciamo solo che se non vi piacevano i vari P.O.D., Papa Roach et similia, probabilmente non apprezzerete nemmeno i validi ma un pò acerbi (anche se è del tutto comprensibile) Zero Reset. Ed è un peccato.


1) Cheapstars
2) Escape
3) Asteroids
4) Dirty Stains
5) Last Dance
6) Madrid, Spain
7) Face2Face
8) The Only One
9) Five Times
10) Dark Pool
11) Closed In A Box
12) Until The End Of Time