YOUNG MARBLE GIANTS

Colossal Youth

1980 - Rough Trade

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
31/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Is the War Over? La guerra è finita? È con questa domanda che si apre la carriera degli Young Marble Giants, tradotto "Giovani Giganti di Marmo". E già con questi pochi indizi potremmo tirar su un quadro dettagliatissimo di questa band gallese. Quel loro primo lavoro, (mai pubblicato) Is the War Over?, ci racconta anche solo attraverso il titolo di una band fuori dal tempo, come in effetti sono stati gli Young Marble Giants. Una band che -come vedremo nell'analisi dei brani- aveva forse qualcosa in più da dire rispetto ai soli trentotto minuti di registrazione. Quegli stessi trentotto minuti che han permesso loro di sedere nell'Olimpo delle pietre miliari della musica di tutti i tempi. E per confermare quest'assunto ci viene in aiuto il nome stesso della band: "I Giovani Giganti di Marmo". Giovani lo erano senz'altro, dato che Alison Statton (voce), Philip Moxam (basso) e suo fratello Stuart, all'epoca della formazione del gruppo avevano appena venti anni. E quel "Giganti di Marmo"? Beh, quei Giganti sono ancora una volta loro stessi, poiché, in meno di quaranta minuti di musica strabiliante, gli Young Marble Giants son diventati dei veri e propri colossi. Ed eccole, ancora una volta, le singole parole che ci vengono in aiuto. Sì, perché il titolo del disco è proprio Colossal Youth, "Gioventù Colossale". In un periodo storico come quello corrente, in cui si fa un gran parlare dell'arroganza dei Maneskin, ci si scorda sempre più spesso che quaranta -o anche più- anni fa esistevano band dalla faccia tosta che decidevano di imporsi in un panorama artistico comandato dai "matusa" (basti pensare alle Runaways di Lita Ford e Joan Jett, che all'epoca del loro esordio avevano appena sedici anni). Ebbene, con gli Young Marble Giants il discorso non cambia poi di molto, con la differenza che loro sono stati delle vere e proprie meteore, la cui fiammata è durata poco più che un soffio. Eppure questa fiammata ha lasciato solchi enormi nella storiografia musicale. Lo stesso, con molta probabilità, non potrà dirsi di certe formazioni contemporanee. Ma non siamo qui per fare i passatisti, il nostro compito è invece quello di celebrare -anche se tristemente in ritardo- i quaranta anni di un disco che, se non fosse stato pubblicato, ce ne saremmo accorti, poiché da solo ha influenzato intere discografie mondiali. Questa pubblicazione stupisce ancora di più se si pensa a quel lasso brevissimo di tempo che intercorse dall'entrata in studio di registrazione all'uscita dalla stessa, con tanto di disco finito e in sola attesa di pubblicazione. Colossal Youth, infatti, fu registrato in appena cinque giorni, presso i Foel Studios di Welshpool, nel Galles del Nord. Un numero di giorni davvero esiguo per registrare un disco di tale portata. A questo punto bisogna però aggiungere un'informazione che meglio ci farà comprendere come sia stato possibile tutto ciò. L'ingegnere del suono che diede una mano ai ragazzi in fase di registrazione e mixaggio, fu il più navigato Dave Anderson, già bassista della band tedesca Amon Duul II, all'epoca membro dei famosi Hawkwind, pionieri del cosiddetto space rock. Di certo, avere al proprio fianco un musicista così esperto e che aveva dato il proprio contributo alla realizzazione di due dei migliori dischi krautrock della storia (Phallus Dei e Yeti, primi due lavori degli Amon Duul II), nonché membro attivo degli Hawkwind, fu uno slancio notevole. Ma ciò non toglie che la musica contenuta in quel disco sia tutta farina del sacco di Alison, Philip e Stuart. Ai tre musicisti, in fase di mixaggio, occorsero appena venti minuti per brano, tra l'altro senza sovraincisioni di chissà quale tipo (ne contiamo appena due in tutto il disco). L'album risulta così estremamente genuino, come se lo stessimo ascoltando direttamente lì, nei Foel Studios di Welshpool, senza fronzoli o sovrastrutture musicali di alcun tipo. Un disco diretto, molto semplice, eppure allo stesso modo abbastanza complesso da dover essere sciorinato traccia per traccia, come ci apprestiamo a fare qui di seguito.

Searching for Mr. Right

È la drum-machine ad accompagnarci in modo minimale all'inizio di questo viaggio, poi subito raggiunta da una chitarra altrettanto essenziale. Non tarda a giungere anche il basso, preceduto di pochissimo dalla voce. Capiamo subito che è la quattro corde ad essere la colonna portante -insieme alla parte vocale- di tutta la struttura musicale. Si lascia persino sfuggire volutamente dei fraseggi che superano in composizione la semplice ripetizione della nota di base, lusso che ad esempio la voce non si concede. Essa procede spoglia, quasi sussurrata, per l'interezza del brano, senza acuti di chissà quale genere. Ad Alison non servono, il suo compito è quello di raccontarci di come "Cieca, davanti al destino, andrò avanti insegnando a me stessa ad essere la giovane indicibile". E d'altronde Alison ha perfettamente ragione. Come si può descrivere un giovane? Un ventenne nel fiore degli anni? Come si può parlare di chi non conosce a pieno neanche se stesso? E infatti il brano si intitola -non a caso- Searching for Mr. Right, ossia "Cercando Messer Ragione". Quella ragione che a volte si ricerca per "metà della notte", come ci narra il testo. L'altra metà di buio accompagna i sogni di chi ha speso ore notturne per trovare una ragione che forse, in quel periodo della vita, non arriverà mai. È questo il livello dei testi di Colossal Youth. E siamo solo al primo brano.

Include Me Out

Come abbiamo già voluto far notare in questa celebrazione, la seconda traccia di un disco, specie se il disco è ben riuscito, è un po' la summa artistica dello stesso. Nel caso di Include Me Out, però, più che essere la summa artistica, rappresenta la traccia che potremmo definire "commerciabile". La si trova in molte playlist post-punk, e se siete avvezzi al genere potreste averla già sentita senza sapere chi siano gli Young Marble. Ciò non toglie che la qualità sia sempre la stessa, ovviamente anche per quanto riguarda il testo, scandito così: "Conta i tuoi beni includendo i tuoi amanti, anche quella che hai scacciato vai nel '63. Includi anche me, ma non etichettarmi". Stavolta l'argomento è la possessione, ed è centrato alla stragrande. Per quanto riguarda la sezione strumentale, il tutto è molto più movimentato della traccia precedente. Il basso la fa ancora una volta da padrone, mentre la chitarra ci regala un solo niente male. Intanto la voce fa tutto il resto, e dopo appena cinque minuti siamo già completamente soggiogati dal fascino di queste note.

The Taxi

Giungiamo adesso a uno spiazzante brano strumentale, The Taxi. Visto che eravamo già belli che soggiogati dalla voce, gli Young Marble decidono giustamente di toglierla, quasi a testimoniare una ricercata legittimazione strumentale. "Siamo anche noi i Giovani Giganti di Marmo", sembrano implicitamente dirci i fratelli Moxam con questo brano. Non solo le spalle della soave voce di Alison, ma delle vere e proprie colonne portanti del disco. Nessuno oltre a loro sarebbe mai stato in grado di accompagnare questi testi in siffatta maniera, e infatti, come se i cordofoni non bastassero a far passare questo messaggio, i due musicisti ci sbattono in faccia un organo elettrico ed appena una manciata di secondi di Sampling. Così, giusto per farci ben intendere di che pasta raffinata siano fatti. Perché non basta inserire uno strumento diverso da quello usato in precedenza per stupirci, ma bisogna anche saperlo usare. E vi assicuriamo che coi fratelli Moxam non c'è alcun dubbio al riguardo.

Eating Noddemix

Rieccoci con un brano cantato, dopo la splendida traccia strumentale che abbiamo appena ascoltato. In Eating Noddemix la voce di Alison si è fatta giustamente attendere, perché ha in serbo per noi una delle migliori performance di tutto il disco. La metrica della parte cantata sfiora infatti gli stilemi del rap, mentre ci narra una storia a montaggio alternato. I protagonisti sono una donna intenta a prepararsi, prima di uscire di casa, e dei fatti di cronaca disastrosi vero i quali va incontro, tra grattacieli che crollano, disastri ferroviari e giornalisti sciacalli che accorrono sul posto ammiccando ad ogni cruenta visione. Il tutto ci viene raccontato senza separare le due scene, includendole all'interno dei versi come se Alison ci stesse narrando di un solo fatto. Un espediente che -come abbiamo già riferito- al cinema risponde al nome di montaggio alternato. Una cosa quindi del tutto originale se trasposta nei versi di una canzone. Fino ad ora, ed è giusto sottolinearlo, gli Young Marble non han mai smesso di stupire.

Constantly Changing

Se nel brano precedente i Moxam si son effettivamente limitati ad accompagnare la voce (facendolo comunque con un gusto notevole per la composizione e che, sicuramente, chi è musicista coglierà la grande originalità espressa) in questo quinto brano, Constantly Changing, la voce si fa un po' da parte. Alison infatti declama letteralmente sette righe di testo, incentrate sulla difficoltà di accettare il cambiamento nel prossimo: "E quando ti vedo in costante cambiamento non posso metterti in una posizione dove ti perderei, perché tu sei movimento". Un altro tema estremamente giovanile, dopo il brano precedente che parlava di tutt'altro. L'accettare il cambiamento altrui è qualcosa che si impara con l'età, ed è sicuramente troppo presto per dei ventenni del Galles. EÈ ironico notare come invece la parte strumentale cambi velocemente in questa traccia, con il basso che -specie nell'intro- si abbandona a giri cromatici ascendenti pregni del punk più danzereccio, e quindi di altissima classe. Un gran bel pezzo, tutto da gustare.

N.I.T.A.

Torna a bomba l'organo in questa che è la traccia più lunga del disco, N.I.T.A.. Ormai le atmosfere della band hanno raggiunto il loro apice. Ci troviamo di fronte ad una traccia soave, alla quale bastano poche semplici note di organo suonate dalla mano destra per intarsiare il tappeto costruito con l'altra mano in maniera sopraffina. C'è un altro tappeto al di sotto di esso, ed è quello della drum-machine, squisitamente minimale ed essenzialistico. Se il basso nelle altre tracce risultava predominante per quanto riguarda la strumentale, qui fa appena delle brevi comparsate per nulla fuori luogo. Viene lasciato alla chitarra il compito di ritmare il brano e lo fa alla grandissima, con un palm muting rigoroso che non svirgola neanche di un millimetro. "È bello sentire che ti stai divertendo, ma fa ancora male perché eri mia. Questo non significa che ti possedessi! Mi stai perseguitando perché te l'ho permesso. Niente pioggia fuori, ma le lacrime agli occhi". Cos'è che ha concesso il protagonista del brano? Potrebbe chiedersi il lettore più arguto. In effetti è un quesito che sorge spontaneo affrontando il testo di questa canzone. Va per la maggiore l'idea che in questa frase sia espressa la contraddizione -tipicamente giovanile- di chi non vuole più stare con la persona amata, perché questa non è in grado di tenersi stretta colei/colui che sta per porre fine al rapporto. Un po' come dire: "non voglio più stare con te perché mi stai facendo andar via troppo facilmente". Un'altra tematica giovanile che a questo punto ci porta ad accostare questo disco a Zen Arcade degli Husker Du, il più famoso concept album sull'adolescenza mai scritto. E chi conosce quel disco sa quanto questo paragone sia un grosso, enorme, complimento.

Colossal Youth

Se avevamo accennato a delle sospette melodie danzerecce nella traccia precedente, in questa traccia qui, Colossal Youth, quei sospetti si tramutano in certezze.È il dance punk più minimale a farla da padrone in questa title-track, dove Alison ci canta che: "Se pensi che il mondo sia una macchina con un solo ingranaggio e quell'ingranaggio sei tu, allora non sei in questo mondo, e Il mondo non sei tu. Se pensi che il mondo è un palloncino nella tua testa, quando scoppierà sarai il solo a morire. Se pensi che il mondo giaccia nella parte superiore delle tue gambe, e che tu viva solo quando sei a letto, allora non sei in questo mondo. Il mondo è la tua testa". Forse il testo più pregno di significato tra quelli affrontati finora. Un testo che condanna il machismo e l'individualismo, promuovendo implicitamente la collettività sociale, e che comunque non lascia indietro quelle incertezze giovanile che ormai abbiamo capito essere l'argomento principale del disco: "Se pensi che il mondo sia un disordine di esistenza potresti avere ragione. Come potrei saperlo?".

Music for Evenings

Se nel brano appena analizzato c'era un organo suonato in maniera notevole, capace di incastrarsi perfettamente anche con i vocalizzi di Alison, mentre il resto della banda agiva su strutture al limite con la No Wave, in Music for Evenings si torna ad atmosfere decisamente più posate. Siamo di fronte alla seconda traccia più famosa del disco, anch'essa contenuta in quelle playlist che abbiamo all'inizio. L'incrocio chitarra-basso raggiunge vette simbiotiche, degne del miglior pezzo dei Durutti Column [vi invitiamo a leggere il nostro articolo su di loro se non avete colto il riferimento]. Alison invece si fa più criptica nelle sue sferzate contro l'amore. "Non ho bisogno che tu mi ami, non ho bisogno che ti interessi a me, anche se pensi di adorarmi, segretamente mi annoi e basta". Fin qui tutto chiaro, ma poi al testo si aggiunge: "Dì addio alla tua libertà! Non venire qui con il tuo portafoglio". Possiamo quindi interpretare le parole del brano come un ultimatum, nel senso "smettila di comportarti così!". Probabilmente Alison è stata tradita, per questo non vuol più concedere la stessa libertà di prima al suo boyfriend. Nella sua rabbia trova lo spazio anche per un po' di ironia, e infatti aggiunge di non portarsi dietro i soldi quando la viene a trovare, poiché lei non è certo la sua "puttana". L'escalation di questa declamazione è sottolineata perfettamente dalla strumentale, la quale monta sempre di più man mano che il brano procede. Perché gli Young Marble son sì tre persone, ma anche un'unica entità.

The Man Amplifier

Eccoci con la traccia più elettronica del disco, The Man Amplifier, ascrivibile come tale fin dai primissimi colpi di drum-machine che ne costituiscono l'intro. In questo brano troviamo un'altra volta un organo usato magistralmente, suonato con soluzioni melodiche per nulla scontate. Stuart Moxham -il fratello "chitastierista"- ci offre una prova grandiosa di come si possa trasmettere tensione attraverso le note anche in un contesto totalmente scanzonato che è quello di "The Man Amplifier", brano che se non fosse per l'organo sarebbe un'altra volta minimalmente danzereccio. Per quanto riguarda il basso, esso s'intreccia con l'organo in un vero e proprio duetto. Sono loro i veri pilastri portanti della canzone dove la voce si appoggia; la chitarra è assente, e la drum-machine come al solito costituisce le fondamenta di tutta la struttura. Arriviamo adesso alla voce, presentandoci al cospetto della nostra amata Alison. Lei stavolta ci canta di un "uomo amplificatore", qualcosa che visivamente vedremo solo trenta anni più tardi rispetto alla pubblicazione di questo brano. Ci riferiamo al videoclip di "Home", celebre brano degli Lcd Soundsystem, una band che sicuramente avrà avuto molto da imparare la lezione da questi giovani colleghi gallesi. In quel video vediamo appunto un essere meccanico che a una festa viene collegato ad una playlist da Dj Set, trasformandosi appunto in un "amplificatore vivente", facendo ballare tutti gli astanti.

Choci Loni

Dopo questo collegamento col brano degli Lcd Soundsystem, i quali è probabile che abbiano preso ispirazione per quel video proprio dal testo di "The Man Amplifier", torniamo agli Young Marble, descrivendo questo breve brano dal titolo piuttosto singolare, Choci Loni. Secondo una attenta analisi del testo, questo sembra essere il nome di un vagabondo che se ne va in giro spensierato col suo borsello. Chissà che non si tratti di quei classici matti di quartiere con cui ognuno di noi, a prescindere da dove veniamo, ha interagito almeno una volta nella vita. Se così fosse, risulterebbe ancora una volta incredibile come gli Young Marble, attraverso la loro genuina semplicità, riescano a cantare di qualunque tema come se fosse la più importante del mondo. Nella fattispecie, cantare di un barbone a loro noto, costruendovi intorno una impalcatura musicale degna del miglior film Western. Il senzatetto visto quindi come l'eroe del quartiere, che se ne sbatte di tutto e di tutti e che vive la sua vita come meglio crede. Forse gli Young Marble sono invidiosi della sua spensieratezza, o forse lo ammirano e basta. Questo non possiamo dirlo. Ciò che è certo è che questi giovani ragazzi del Galles abbiano tessuto le sue lodi in maniera grandiosa tanto che, dopo quaranta anni, ancora ne stiamo parlando.

Wurlitzer Jukebox!

L'intro di Wurlitzer Jukebox! stupisce per la sua modernità. Potrebbe essere stato scritto davvero ieri. Qui la chitarra si fa più avvolgente che mai, mentre il basso la segue passo dopo passo, descrivendo giri vorticosi e martellanti che non vengono mai a noia. L'idea costitutiva del brano sembra essere quella di legare le strutture ballabili del basso con il testo della canzone, mentre la voce e la chitarra, insieme, si fanno evocative e quasi distaccate dal resto. Questo cortocircuito semplicemente genera uno dei brani più belli del disco, dove il basso sottolinea la descrizione di una danza eseguita su note provenienti da un Jukebox Wurlitzer anni '60, come ci viene narrato dal testo. Se in "Music for Evenings" Alison non gradiva che gli venissero dedicate delle canzoni, qui si trova "vittima" di questa stessa situazione, poiché quelle note che provengono dal Jukebox sono dedicate proprio a lei: "Le dita sono puntate nella mia direzione, le parole volano intorno a me. Tutti stanno cantando". Probabilmente è il suo compleanno o una ricorrenza simile, e tutti le rendono omaggio così. Lei è profondamente imbarazzata da questo, come lo sarebbe qualunque giovane ragazza che si trovasse in un locale pieno di gente dove tutti le puntano il dito contro. Anche se lo stanno facendo con la migliore delle intenzioni.

Salad Days

E da un tema tipicamente giovanile, come quello del sentirsi in imbarazzo durante una festa in nostro onore, se ne passa ad un altro, molto più rilassato con la bella Salad Days. "Pensa a quei giorni di insalata, erano folli e divertenti. Erano buoni. Ed erano giovani!". Un testo stranamente allegro vista la cifra stilistica che caratterizza le liriche scritte da Alison. Ma cosa si intende per "giorni d'insalata"? Ebbene, niente meno che al buon William Shakespeare dobbiamo la coniazione di questo termine. Nella sua tragedia "Antonio e Cleopatra", del 1606, c'è un discorso della regina egizia alla fine del primo atto in cui si pente delle sue gioie giovanili con Giulio Cesare, definendo il magico e intenso periodo come "I miei giorni di insalata. Quando ero verde nel giudizio, e fredda nel sangue". Questo modo di dire divenne assai popolare solo dalla metà del XIX secolo, arrivando a significare "un periodo di inesperienza o indiscrezione giovanile".

Credit in the Straight World

E dopo quest'altissima citazione Shakespeariana, passiamo al terzultimo brano del disco, Credit in the Straight World. Come al solito, il basso non si smentisce mai, delineando strutture sonore ad un tempo danzerecce, ad un altro cavalcate, e ad un altro ancora tipicamente post-punk. Il tutto, mentre la chitarra si concede qui e là degli armonici naturali e degli arpeggi, salvo però mantenere dei secchi ed essenziali ribattuti per la maggior parte della partitura. Alison, dal canto suo, invece ci delizia con una storia "arida": "Cerca il credito nel mondo arido, [mentre] guardi un commerciante negli occhi. Cerca credito nel mondo reale e [acquisisci un] Credito istantaneo nel mondo arido lasciando soldi quando muori". La totale sfiducia nel mondo circostante -guarda caso un altro tema giovanile- viene ben sviscerata in queste poche ma pregnanti righe di testo. Chiunque sia stato giovane, o chiunque si sia sentito tale anche da adulto ha senz'altro provato questa sensazione, cioè quella di appartenere a un mondo col quale non riesce ad identificarsi. Una sensazione che ci porta inevitabilmente a un mancato senso di appartenenza nei confronti del mondo che ci ospita, nel quale troviamo sempre qualcosa da attaccare perché non ci va più a genio. In questo risiede la forza dei testi di Colossal Youth: nella loro capacità di farci tornare giovani, e in quanto tali, ostili verso il mondo.

Brand-New-Life

Brand-New-Life è tra le più classiche di tutto il disco, un'altra di quelle canzoni da playlist post-punk. Una "4 Chords" per chi bazzica i Meme musicali, cioè una di quelle miriadi di canzoni che contengono una progressione di accordi stranota e strasentita. Vi stupireste nello scoprire quante altre canzoni posseggono questi stessi quattro accordi, ma non è sicuramente questa la sede per parlare di ciò. Siamo qui infatti per chiarire che non tutto questo tipo di canzoni risulta banale solamente perché posdiede quegli specifici accordi, e "Brand-New-Life" è senz'altro un valido esempio per supportare questa nostra tesi. Se infatti la linea melodica della voce può risultare come qualcosa di già sentito all'interno del disco, tramite la forza di quei quattro accordi, la stessa linea vocale brilla di una nuova luce: la luce della gioventù. Questo il brano risulta il più sommessamente punk del disco Colossal Youth, nonostante il testo possegga una lunghezza tale da far dimenticare le sguaiatezze del punk rock. In "Brand-New-Life" si parla nuovamente d'amore: "Così male quando te ne sei andato, niente che potessi fare o dire, ora siamo due soli e il dolore bussa alla mia porta. E così faccio una vita nuova di zecca, fatta di conflitti. Il dolore è in me ogni giorno, [ed] è venuto per restare". In pochi sono in grado di cantare l'amore come ha fatto Alison. E penso che ormai ve ne siate accorti.

Wind in the Rigging

Siamo dunque arrivati alla fine di questo viaggio, e gli Young Marble decidono di dedicarci, come ultima traccia, un brano strumentale, Wind in the Rigging. Ad accompagnarci verso la conclusione di questo magnifico disco c'è ancora una volta l'organo, il quale scorre leggero come la soundtrack di un film che è arrivato ormai ai titoli di coda. Di sottofondo c'è sempre l'immancabile drum-machine, la vera costante di tutto il disco, quella che un grande musicista rock del '900 ha descritto in una maniera tale che noi redattori non avremmo assolutamente saputo fare di meglio (a breve, nella conclusione di quest'articolo, vi lasceremo per iscritto le sue parole). Per il resto, non c'è molto altro da dire: le due voci dell'organo elettrico si mescolano alla perfezione, donandoci l'ultimo soave stralcio di poesia musicale che può essere estratto dalla prima ed ultima (purtroppo) opera di una tra le più importanti band del ventesimo secolo. Una di quelle che di solito vengono dimenticate. Il fine ultimo di questo articolo è infatti quello di farvi scoprire (o riscoprire, perché no) questi piccoli ma colossali geni del Galles. Cosicché, come loro stessi hanno giustamente cantato: "la gioventù colossale possa indicarvi la via".

Conclusioni

"Una tra le più apprezzate registrazioni della corrente indipendente del Post-Punk. Un disco di culto con un'atmosfera unica, silenziosa, e minimale". Queste le parole di Richie Unterberger, autore di libri sulla storia della musica e recensore di fin troppi dischi per poterli contare. Ma il suo parere su Colossal Youth non conta per noi quanto quello di un altro Giovane Colossale: il compianto Kurt Cobain. "Ho sentito per la prima volta Colossal Youth alla radio, dopo aver iniziato ad appassionarmi seriamente alla musica, quando vivevo ancora ad Olimpia. È stato esattamente un anno prima che pubblicassimo Bleach. Non è strano quando senti qualcosa del genere e dopo anni ti eccita ancora? La loro musica ti rilassa, è atmosfera totale. Musica piacevolmente gradevole. La adoro. In questo disco la Drum Machine possiede il suono più sdolcinato di sempre. Coi Nirvana avremo l'onore di partecipare a una compilation su di loro, dove eseguiremo Credit in the Straight World: uno dei miei brani preferiti. Confesso di aver avuto anche una cotta per la cantante, ma solo per un po'. Ho sentito dire che i fratelli Moxam potrebbero tornare di nuovo insieme a breve! Lo spero davvero". A queste dichiarazioni, aggiungiamo che fu sempre Cobain ad inserire Colossal Youth nella lista dei suoi cinquanta dischi preferiti di sempre: la Cobain Fifty Favourites, lista ch'è contenuta nei suoi famosi diari. Inoltre, in un'intervista del '92 a Melody Maker, Cobain disse che il disco degli Young Marble Giants era uno dei migliori dieci che avesse mai ascoltato. Alla luce di tutto ciò, potremmo anche tacere. Poiché di certo l'opinione del leader dei Nirvana conta assai più della nostra. Ma ci sentiamo comunque in grado di aggiungere qualcosa. Ad esempio qualcosa riguardo l'anno d'uscita del disco, su cui ancora non ci siamo pronunciati. Se siete degli assidui lettori dei nostri articoli, avrete sicuramente avuto modo di leggere delle nostre celebrazioni anni '80, cioè le recensioni di quei dischi (o canzoni) che nel 2020 hanno compiuto quaranta anni. Tra gli artisti che hanno pubblicato questo storici e fondamentali lavori abbiamo i Joy Division, i Talking Heads, i This Heat, i The Feelies, i Durutti Column e i The Pop Group, la maggior parte dei quali erano già artisti fortemente affermati nel loro settore. E all'infuori di questi, abbiamo capolavori come Back in Black, Ace of Spades e British Steel, tanto per citarne qualcuno. Se torniamo alla New Wave, abbiamo poi ben altri capolavori, usciti sempre quello stesso anno, come Gentleman Take Polaroids dei Japan e Sandinista! dei Clash. Ebbene, erano questi gli altri Colossi della musica nell'anno 1980. Enormi colossi con cui dovevano scontrarsi i Giovani Giganti di Marmo. E dovevano scontrarcisi con un album, Colossal Youth, appunto, con tutto il suo contesto indipendente, d'esordio e registrato in cinque giorni. Eppure, avendo solo e unicamente a disposizione quest'arma -che sulla carta poteva risultare poco efficace- gli Young Marble Giants ce l'hanno fatta. Hanno vinto la sfida del tempo e sono rimasti nella storia. Hanno superato i Kurt Cobain che tessevano le proprie lodi ad appena dieci anni dal loro debutto, giungendo fino a voi lettori con altre tre decadi sulle spalle. Certo, questa arma dal nome Colossal Youth era senz'altro ben costruita. Una splendida faretra contenente quindici frecce perforanti che puntano dritte allo stomaco. Sì, proprio lì, perché Colossal Youth è innanzitutto un disco viscerale in grado di trasportarti in un mondo tutto suo, fatto di voci chirurgiche, organi elettrici dal gusto retrò, linee galoppanti di basso e parole spietate. Il tutto con un modo di fare totalmente distaccato dal resto delle produzioni di quel periodo. Motivo per cui si parla ben più che di un semplice disco, diverso da tutti quelli prodotti dai gruppi citati. Non perché quei lavori fossero "allineati" a chissà quale norma vigente che spingesse all'omologazione. C'è tanta arte in quei dischi quant'è quella che si può trovare in questo album così interessante, ma questo ha dalla sua un fattore non poco rilevante: l'unicità. Non esiste un confronto con un loro disco precedente, né tanto meno con un disco successivo. Ad esempio, Bill Hicks è un genio della comicità nonostante i soli sessanta minuti di materiale che ci ha lasciato, perché, in questi sessanta minuti, c'è già tutto quello che volevamo ci dicesse. Gli Young Marble Giants uguale, hanno detto tutto in un unico album e in quindici pezzi, anche se a sessanta minuti neanche c'arrivano. 

1) Searching for Mr. Right
2) Include Me Out
3) The Taxi
4) Eating Noddemix
5) Constantly Changing
6) N.I.T.A.
7) Colossal Youth
8) Music for Evenings
9) The Man Amplifier
10) Choci Loni
11) Wurlitzer Jukebox!
12) Salad Days
13) Credit in the Straight World
14) Brand-New-Life
15) Wind in the Rigging