YNGWIE J. MALMSTEEN

World On Fire

2016 - Rising Force Records

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
13/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
5,5

Introduzione Recensione

Reduce dai fasti del "Generation Axe", tour che lo ha portato ad esibirsi in giro per il mondo in compagnia di altri quattro grandi chitarristi della scena Metal (Steve Vai, Nuno Bettencurt degli Extreme, Zakk Wylde e Tosin Abasi ascia degli Animals as leaders), il buon Yngwie ha deciso di presentarci il suo ultimo lavoro, "World on Fire", a quattro anni dal suo precedente album. Non è mai stato semplice parlare di un disco di Yngwie Malmsteen, fin dai primissimi momenti della sua carriera; ogni sua pubblicazione ha sempre suscitato sentimenti contrastanti ed accesi dibattiti fra detrattori ad oltranza ed ammiratori (quasi adoratori) appassionati. Le cose non cambieranno certo con l'album di cui vi parlo oggi, che ci mostra un chitarrista sempre più convinto a percorrere la strada che ha imboccato a partire da "Attack!!" del 2002 e cioè aggressività con poche concessioni melodiche. Proprio dal 2002 le sue pubblicazioni sono state altalenanti, dividendosi fra lavori apprezzabili ed altri tendenzialmente confusi che hanno lasciato interdetto più di un fan, anche fra quelli storici. Con il tempo inoltre il grande axeman  è arrivato alla conclusione che lavorare in proprio o quantomeno quasi totalmente in autonomia, sia la cosa più giusta da fare; cosa che lo ha portato a realizzare un album come "Spellbound", in cui, per la prima volta, non si avvale di un cantante di ruolo, occupandosi in prima persona di tutte le parti vocali. La linea seguita è proprio quella inaugurata con il penultimo album e cioè un Yngwie che ha deciso di provvedere quasi da solo a tutto, dalla produzione a quasi tutti gli strumenti, voce compresa. Gli strumentali abbondano ed i pochi brani cantati lo vedono come interprete, con risultati alquanto altalenanti. La line-up è ridotta all'osso ed oltre a Malmsteen (che si occupa di chitarre, voce, cori, basso, tastiere, sitar, violoncello) vede nel ruolo di batterista Mark Ellis. L'apporto del drummer si limita a suonare entro schemi ben definiti dalle idee del leader. La copertina del disco è anche essa un tributo alla semplicità ed ai pochissimi fronzoli; avvolto da fiamme quasi infernali, sotto il gotico logo del nostro chitarrista, troviamo proprio lui, intento a suonare la sua fedelissima ascia da battaglia. Aprendo il jewelcase troviamo le liriche, scritte in caratteri quasi spigolosi e pieni di punte acuminate, ed un enorme disegno centrale, che ricorda un incrocio fra un mandala di orientale fattura, ed un mistico labirinto. Nei credits possiamo osservare, come già detto, che il nostro scandinavo artista si è occupato delle parti principali, riducendo le proprie collaborazioni all'osso. Nei ringraziamenti invece figura il nome della moglie April, e quello del figlio Antonio. Una specie di omaggio al contempo personale e quasi romantico alle due persone che gli hanno permesso, oltre alla sua innata abilità con la sei corde, di arrivare dove è oggi, fra le massime vette accessibili ad un artista. Un album che si presenta a noi dunque come una esplosione di suoni e fiamme, quelle scale e partiture impossibili a cui Malmsteen ci ha abituato nel corso della sua lunghissima e prolifica carriera; abbiamo già sottolineato in apertura quanto sia difficile parlare di ogni disco pubblicato da questo arista, ed anche stavolta non possiamo esimerci dal sottolinearlo. Siamo di fronte ad uno dei chitarristi più influenti della storia, sicuramente almeno in ambito Metal ed affini; la sua innata capacità di studio dello strumento, coadiuvato da un talento mostruoso, lo hanno portato negli anni a collezionare stili e stilemi che altrettanti chitarristi hanno cercato di imitare, senza mai però riuscirci del tutto. Sia chiaro, possono essere mosse le accuse che si vogliono a Malmsteen, in primis quella che poi viene mossa ad altrettanti virtuosi, e cioè di essere troppo attento alle funamboliche leve e movimenti della chitarra, più che alla composizione; eppure il capellone nordico riesce ad uscire anche da questi schemi, proponendoci canzoni reali e costruite su solide basi, non semplicemente una serie di plausi e autocelebrazioni sul ligneo manico dello strumento. Pubblicato nel 2016, per l'etichetta Rising Force Records, la sua stessa etichetta, andiamo quindi a vedere cosa ci ha riservato questa volta il Re dei Guitar Heroes.

World on Fire

Si comincia proprio con la title-track, "World on Fire" (Mondo In Fiamme). Con più voci che si sovrappongono e che sembrano piombare sulla terra dal cielo, Yngwie ci urla in faccia il titolo della traccia ed a ruota parte con un riff d'impatto che potrebbe perforare la roccia. Una forsennata alternanza di diteggiature e corde a vuoto intervallata da improvvise scale discendenti che non fanno che aumentare la cattiveria espressa. A coadiuvare degnamente il Nostro la sezione ritmica si lancia anch'essa all'attacco ed a ruggire di più è la batteria, rigorosamente in doppia cassa. La chitarra ritmica ed il basso creano un muro del suono compatto con la loro ritmica serrata, che avrebbe tutto un altro effetto se i suoni fossero all'altezza. Anche se non è un cantante, lo svedese intona con convinzione la strofa. Con tutti questi elementi fusi insieme, sembra quasi di vederle quelle fiamme di cui il Guitar Hero canta nel refrain, parte questa in cui viene riproposto il granitico riff di apertura. Dopo la consueta ripetizione giungiamo all'assolo, introdotto dal tradizionale intermezzo Neoclassico: dalle posizioni più basse fino a quelle più alte, sembra che nessun tasto di nessuna corda venga trascurato dall'impetuoso pennare del Vichingo, votato qui a consolidare il posto che gli spetta di diritto nella storia della musica quale Re del Metal Neoclassico. Appena terminato l'assolo tutti gli strumenti arrestano la loro marcia battagliera e la prima a riprendere il cammino è la chitarra, con il riff di apertura, solo occasionalmente sorretto dagli interventi degli altri strumenti, i quali tornano subito a correre con Malmsteen che, dopo aver intonato di nuovo il ritornello, esegue l'ultima strofa, seguita a sua volta dalla ripetizione fino alla fine del titolo della traccia, sempre in tandem con l'indiavolato riff che abbiamo potuto apprezzare nel corso del brano. Il testo ci presenta un Malmsteen impegnato nel "sociale", a modo suo, si intenda, con i toni che lo contraddistinguono e con il grado di profondità più consono al personaggio. Si tratta qui degli orrori compiuti dall'uomo, che non hanno altro effetto se non quello di martoriare il nostro povero pianeta, devastato da guerre ed atrocità simili, che stanno portando ad un collasso degli equilibri mondiali. Dice infatti Yngwie che il fronte della guerra si sta espandendo sempre di più, che non è più una cosa lontana che riguarda determinati Paesi mentre in altri si continua a vivere serenamente come in passato, ma la minaccia ora si insinua nella vita di tutti, velato riferimento, forse, agli ultimi casi di attacchi terroristici che cominciano ad interessare sempre più frequentemente il Vecchio Continente. Sembra che più si vada avanti e più questo clima di odio,di follia, di intolleranza, venga alimentato ulteriormente invece che arrestarsi. Stiamo facendo il gioco del Signore delle tenebre (richiamando qui l'argomento trattato in "The seventh Sign"), non stiamo facendo proprio nulla per evitare la catastrofe. Non abbiamo alcuna intenzione di imparare dai nostri stessi errori.

Sorcery

"Sorcery" (Stregoneria) è il primo dei numerosi brani strumentali che compongono il platter. Della durata inferiore ai 2:20, è un mix di sweep e veloci plettrate tipiche dello svedese. Si apre infatti con un arpeggio minore ascendente (su 5 corde) intorno al 12° tasto, che, una volta arrivato alla prima corda risale rapidamente fino alla terza, per poi tornare nuovamente giù ed arrivare con uno slide agli ultimi tasti; da qui con una scala discendente torna verso le corde basse del manico.  Il tutto viene ripetuto per quattro volte ed in questa fase basso e batteria contribuiscono con colpi secchi ben assestati; solo sull'ultima nota della scala si può sentire l'aggiunta di una seconda chitarra, su corda singola. Dopo questa quarta ripetizione la sezione ritmica si avvia a velocità moderata, ma inesorabile, mentre Malmsteen con rapide scale discendenti corre dalla prima corda alla sesta e verso metà tastiera ed ogni scala è seguita da una seconda linea chitarra che ripete identica il "percorso" della prima, anche qui tutto per quattro volte. La tonalità ovviamente è minore, come la quasi totalità delle composizioni del Maestro. Si ricomincia e per altre quattro volte viene ripetuto il tema di apertura, seguito a sua volta dalle scale discendenti di cui sopra, solamente ripetute per due volte, fino ad una progressione di accordi, in power-chords, cui fa seguito, per due volte, una progressione di arpeggi minori con cui Yngwie si sposta dai primi tasti verso gli ultimi ad intervalli di un tono e mezzo. Ancora gli arpeggi con cui il brano si è aperto ed al termine del quarto esordisce la chitarra solista con l'immancabile assolo costituito dalla proverbiale cascata di note che sgorgano libere ed inarrestabili, tanto inarrestabili che non stupirebbe vedere nascere le scintille sul manico dello strumento. Cos' come si è aperta, la traccia si chiude, con gli stessi arpeggi iniziali ripetuti sempre per quattro volte. Come ho già detto, gli altri strumenti non eccedono in tecnicismi, ma anche con un incedere non veloce esprimono potenza e cattiveria, soprattutto le tastiere che con note cupe rendono il tutto ancora più cupo, creando la perfetta atmosfera indicata dal titolo. 

Abandon

Una rullata di batteria dà inizio ad "Abandon" (Abbandono), una traccia che funge semplicemente da base per le spericolate corse chitarristiche del Maestro, il quale esordisce qui con una semplice nota su corda singolo, tirata però come solo lui sa fare e che lo rende immediatamente riconoscibile, qui eseguita su due linee di chitarra. Per il resto, su un tappeto ritmico che richiama paurosamente "Blackstar" dal suo leggendario album di debutto (l'autocitazione è evidentissima) segue un lungo assolo di chitarra (per tutta la durata del brano, senza respiro), tanto "denso" da evocare nella mia mente una colata di acciaio fuso. Ovviamente, in linea col titolo della traccia, la tonalità è minore, quella cioè che permette di descrivere più efficacemente determinati stati d'animo; quelli meno solari insomma. Bello è quando l'axeman svedese passa rapidamente da indiavolate plettrate alternate a brevi e rapidissime sequenze di tapping per poi tornare subito a macinare note su note. Quando gli sweep fanno la loro comparsa il tocco che conferiscono è epico. In un brano già di per sé greve Yngwie non si fa problemi ad incupire ancora di più l'atmosfera. Le keys indugiano con maggior convinzione su toni da tragedia, tanto da descrivere uno scenario dominato da nubi nere ed oppressive; la batteria ed il basso sono sempre lenti e poderosi. Yngwie non accenna a rallentare infatti continua a correre fino alle battute finali della traccia, lì dove la sezione ritmica si arresta e, sostenuta solo dalle tastiere, la chitarra si congeda con un'ultima evocativa scala. Sono proprio le keys a chiudere definitivamente sfumando.

Top Down, Foot Down

Ancora una rullata di batteria, in cui, ahimè, si percepisce il suono artificiale della drum machine, dà avvio al successivo brano, dal titolo "Top Down, Foot Down", in cui Yngwie parte subito con un tripudio di arpeggi, in lungo e in largo per il manico della chitarra, che si susseguono per quasi trenta secondi. La batteria ed il basso in un primo momento scandiscono i vari intervalli, ma subito si lanciano all'inseguimento, una folle corsa in cui la prima procede con un serrato ritmo in doppia cassa che spazza via ogni ostacolo, mentre il secondo va avanti con un uso dei bassi tipico della Musica Classica. Il tono già epico e trionfale di questa prima parte aumenta di intensità alla fine della progressione di arpeggi, quando più linee armonizzate di chitarra si rincorrono, dandosi battaglia, creando una linea melodica molto classicheggiante in cui, di tanto in tanto, si inserisce una terza chitarra che impazzita si lancia da sola in un fraseggio infernale, seguita a volte da un fraseggio di basso altrettanto infernale. La traccia in sè per sè è quasi maestosa ed aulica; i ritmi che Malmsteen ha inserito all'interno della struttura, per quanto concentrici, sono in grado di stupire l'ascoltatore al primo impatto senza mai annoiarlo del tutto. Ne risulta una traccia che, per quanto soffra come tutto il disco di una produzione e missaggio non propriamente al top, riesce a tenere incollato l'ascoltatore alle proprie cuffie senza alcun problema, sballottandolo da una parte all'altra come scheggia impazzita. La sequenza si ripete identica, sempre forsennata, quando però si ripete per la terza volta la progressione di arpeggi, a seguire non è la linea melodica ascoltata in precedenza, ma un furioso assolo di chitarra in cui il Guitar Hero tritura note su note con la sua ben nota plettrata alternata, che rende quasi possibile far eruttare le fiamme dagli amplificatori. E' al termine dell'assolo che le chitarre armonizzate tornano a sfidarsi in cielo, fino a quando l'ultima veloce scala chiude definitivamente questa traccia. Una conferma della vocazione Neoclassica del Nostro, dai toni battaglieri, che però viene rovinata da una produzione poco curata.

Lost in machine

Con "Lost in Machine" (Perso Nella Macchina) i ritmi rallentano, ma non la potenza. Il brano infatti, complice anche un'atmosfera abbastanza greve, è sufficientemente roccioso, anche se, ancora purtroppo, la produzione non rende giustizia. Il riff di apertura è semplice ed efficace, e bella è la scelta degli accordi suonati dal chitarrista sulla sua ascia, facendo risultare il brano cantabile nonostante i toni da catastrofe, quanto meno morale, secondo le parole del testo; direi infatti che la melodia che ne viene fuori fa abbastanza presa. La batteria in doppia cassa, a velocità più che dimezzata rispetto agli altri brani del disco, avanza comunque decisa e così gli altri strumenti che generano un muro del suono compatto; quella di fare prigionieri è un'ipotesi totalmente scartata. Il leader indiscusso ben interpreta le parti vocali, la sua voce si sposa in modo apprezzabile con il sound generale, ma va detto che comunque la presenza di un cantante di ruolo farebbe indubbiamente la differenza. Questo ritmo monolitico accompagna costantemente le due consuete strofe con relativi ritornelli, continuando anche durante l'assolo, forse questo leggermente fuori misura in quanto a durata, ma le cui quotazioni si risollevano nella sua coda composta da una riuscita e classicissima progressione di arpeggi infinita, sotto cui la sezione ritmica cadenzata fornisce il giusto tocco di epicità. Al termine, quando tutto torna normale, la voce scandisce ad oltranza il refrain mentre su tutti la chitarra solista imperversa senza sosta fino alla conclusione sfumata, con un assolo più bello di quello ascoltato nella parte centrale. Anche l'argomento trattato in "Lost in machine" è attuale, l'estraniarsi dalla realtà dovuto al massiccio utilizzo dei social, che stanno sempre più divenendo una droga "virtuale", soprattutto (e pericolosamente) per i più giovani. Quella sorta di mondo parallelo che viene proposto dalla realtà virtuale sta creando un forte distacco o, quantomeno, contrasto con quella che è la vita vera, rendendo le persone quasi incapaci di avere una propria idea, aspetto dovuto anche alla mancanza di modelli edificanti da seguire. Yngwie guarda a questi schiavi della Macchina, come lui li definisce, con distacco ed anche con un certo disprezzo, perché  persone prive di identità, assorbite come sono dai messaggi che essa manda senza sosta, creando così un circolo vizioso fatto di brama di immagini che una volta arrivate e visionate generano un bisogno quasi disperato di vederne altre, come se perderne qualcuna comportasse il rischio di non sentirsi completi, parte di un mondo totalmente immateriale, se non limitatamente all'apparecchio attraverso cui è possibile accedervi. 

Largo

Ancora più lenta, con l'aggiunta di un velo di malinconia, è la successiva traccia, dal titolo inequivocabile: "Largo". Un titolo che ci dice subito cosa dobbiamo aspettarci. Secondo la teoria musicale tramandataci dai grandi Maestri Classici con "Tempo" si intende la velocità di un brano; sappiamo che i tempi si dividono in due categorie,  quelli "lenti" e quelli "veloci", i quali presentano molte variazioni, sfumature, al loro interno date dalle diverse velocità nel caso specifico. Ebbene, il "Largo" fa parte dei tempi lenti ed infatti questa traccia è lenta, a correre sarà solo la chitarra elettrica in alcuni frangenti, ma procediamo con ordine. Una bella melodia di chitarra classica ci introduce al brano; belli gli sweep posti in apertura, come spesso fa il Maestro, seguiti da armonici e poi ancora da sweep, per poi continuare con un fraseggio in cui possiamo sentire l'effetto dell'incontro fra il plettro e le corde di nylon. Una parte discendente, in cui si unisce un'altra chitarra, ci porta al tema portante. Un'altra cosa che si percepisce subito è che l'atmosfera generale di questo quadretto classico è molto simile a quella di "Prelude for April" inclusa nello spettacolare disco con l'orchestra del 1998, che Yngwie ha dedicato alla sua compagna April. Le keys aumentano la sensazione di malinconia con un sottofondo orchestrale presente dall'inizio alla fine. Oltre alle tastiere, ad accompagnare la chitarra solista c'è un'altra chitarra, sempre classica, che, arpeggiata, crea un tappeto melodico di buona fattura. Nel finale di riff, le due chitarre proseguono insieme in direzione discendente, l'una sempre arpeggiata e l'altra con note singole, mentre le keys simulano una sezione d'archi posta in evidenza rispetto al resto "dell'orchestra". Dopo la consueta ripetizione, a riproporre il tema è questa volta la chitarra elettrica. Quando comincia ad udirsi il crescendo dei piatti della batteria, seguito da una piccola progressione di arpeggi che dà vita ad una squisita apertura melodica, è segno che sta arrivando la parte in cui la chitarra elettrica spingerà sull'acceleratore. Cosa che effettivamente avviene, ma senza snaturare più di tanto il tono generale. La corsa solistica dell'axeman infatti è concepita in modo tale da aumentare la tensione. Nel finale il Maestro riesce quasi a far piangere il suo strumento con un'ultima scala, prima di cedere di nuovo il posto alla classica per un altro piccolo fraseggio ed alle tastiere che cupe chiudono il brano sfumando.

No Rest For the Wicked

La velocità e la furia senza compromessi tornano in "No Rest For the Wicked" (Nessun Riposo Per Il Malvagio), ennesima dimostrazione di sconfinata ammirazione nei confronti del versante più virtuosistico dei compositori classici. Già dall'inizio si capisce che non ci sarà spazio per respirare. Malmsteen esordisce qui con una classico del suo repertorio, plettrate su plettrate sulla prima corda, qui in senso discendente, con cui si sposta dagli ultimi tasti verso la metà del manico per poi tornare immediatamente in fondo ed eseguire un rapido arpeggio e da lì ripartire con le pennate su nota singola, ripetendo lo stesso percorso, ma questa volta torna in fondo senza eseguire l'arpeggio, ma limitandosi a tenere una nota singola (su corda singola); da quel punto di nuovo lo stesso schema con sweep in conclusione, fino ad una quarta volta in cui, dopo essersi spostato di nuovo in senso discendente, staziona alle posizioni intermedie per eseguire una progressione di arpeggi conclusi tornando con scatto fulmineo alle note alte in fondo al manico per tenere una nota singola. Lo fa per due volte, ed al termine della seconda riprende di nuovo a correre su nota singola verso la metà del manico solo che questa volta la serie di plettrate non viene conclusa con uno sweep, ma con una indiavolata scala discendente, mentre la seguente ripetizione è conclusa con una nota singola tirata che fa da ponte di collegamento con un altro suo tipico fraseggio classico, i cui a riempire il suono intervengono le immancabili chitarre armonizzate che sembrano violini. Segue una magnifica progressione di arpeggi, dapprima ascendente, poi alternando posizioni ascendenti e discendenti. A questo punto interviene un break costituito da una ritmica solidissima che a sua volta lancia l'immancabile assolo ad altissima velocità tanto da rendere incandescenti le corde della chitarra. Le scale sono vertiginose, come da tradizione e sembra quasi che Yngwie possa tagliare in due il pianeta. Al termine di nuovo la ripetizione per due volte delle plettrate discendenti su corda singola a cui fanno subito seguito il fraseggio classico e la progressione di arpeggi  già ascoltata prima della parte solista, mentre il finale è affidato a due ulteriori riproposizioni del tema di apertura, che vanno ad arrestarsi con un colpo deciso. Gli altri strumenti, tranne qualche piccola variazione in alcuni punti, sostengono la corsa della chitarra travolgendo l'ascoltatore come se si trovasse di fronte ad un rullo compressore. Il tripudio dello shredding, con colate travolgenti di note impazzite.

Soldier

L'inizio di "Soldier" (Soldato) è carica d'atmosfera e passione, e la voce dello stesso chitarrista è adatta al sound generale del pezzo. Sono le tastiere le prime a farsi sentire creando il sottofondo giusto per il tono della traccia; la chitarra classica arriva subito dopo aggiungendo degli arpeggi che si sposano perfettamente con il suono delle keys. Ecco che si introduce anche la voce, o meglio, le voci, dato che le linee vocali sono più di una, creando un coro che fa da controcanto alla strofa intonata da Malmsteen. L'effetto è di discreta fattura e l'axeman riesce anche bene a rendere sofferente la sua voce nel refrain. Ancora una strofa che potrebbe far pensare ad una traccia dai toni sommessi, ma così non è, dato che dopo una infiorettatura alla chitarra classica il brano subisce un'improvvisa accelerazione ed il Metallo torna prepotente. La doppia cassa spiana la via prontamente coadiuvata da basso e chitarra ritmica, quest'ultima in palm muting, che aggiunge aggressività. E' in questa modalità che la strofa viene ripetuta altre due volte. Dopo la seconda una fragorosa progressione di arpeggi, che ricorda, soprattutto nelle battute finali, quella presente in "Demon driver" dall'album "EClipse", fa da introduzione all'ennesimo infuocato assolo, ed in linea con il titolo della canzone, è come il Guitar Hero fosse un soldato e la sua fedele Stratocaster vomitasse proiettili invece che note. Al termine dell'assolo si inserisce una brevissima sezione in cui primeggiano in coro le voci del Maestro, prima che il refrain venga ripetuto per l'ultima volta per poi cedere il passo ad un'altra progressione di arpeggi ci accompagni verso la conclusione affidata ad una veloce scala. Yngwie contro tutti, quella sorta di personaggio alquanto ricorrente nei suoi testi, fa nuovamente capolino, sorta di metafora, o meglio infinita narrazione, della vita dell'artista in questione. Anche se nel corso del tempo ha smussato qualche aspetto più spigoloso del suo carattere, quel piglio battagliero che lo accompagna sin dalla nascita è comunque sempre presente. Il chitarrista si paragona ad un soldato perennemente in guerra, destinato a non potersi sottrarre alla battaglia. Una situazione che potrebbe demoralizzare chiunque, ma non lui che, anche in un mondo in fiamme, si butta nella mischia assolutamente motivato a schiacciare il suo nemico e prendersi la vittoria. E' una guerra che potrebbe non avere mai fine, ma la cosa non lo spaventa affatto, anzi, se volge lo sguardo all'orizzonte intravede già la sua vittoria.

DUF 1220

La successiva "DUF 1220" è fuorviante, perché l'inizio fragoroso potrebbe far pensare ad un'altra traccia speed. L'apertura infatti è affidata a veloci scale che l'apporto degli altri strumenti rende magniloquente: la tastiera con le sue orchestrazioni, basso e batteria con colpi singoli e solenni. E' proprio quest'ultima a stemperare il clima, infatti dà il tempo alla traccia rallentandolo. L'inizio è così strutturato: una veloce scala discendente che per tre volte ricomincia da capo, poi alla terza, invece di ripetere il percorso, continua a scendere di tono. Lo schema si ripete per quattro volte. E' qui che una progressione di arpeggi ascendenti, terminata con una scala, interrompe la sequenza, che poi si ripete per un'altra volta. Un altra rapida porta dritti al tema principale che, come ho già detto, ha una velocità moderata grazie ad una batteria dall'incedere più lento rispetto ad altri brani del platter, la chitarra ritmica ed il basso fanno solo da cornice al ritmo. A fare le veci del cantato ci pensa la chitarra solista, o meglio le chitarre soliste, che con linee melodiche armonizzate donano colore al brano. Di tanto in tanto emerge una terza chitarra che da sola si lancia in una corsa solistica. Dopo questo tema torna il fraseggio, potente e veloce posto in apertura che però lascia presto il posto all'assolo di chitarra, bello e solido, sempre caratterizzato dall'uso delle scale classiche associabili immediatamente all'artista in questione; l'immagine è sempre quella, montagne russe disegnate sul pentagramma dall'elevato numero di note suonate dallo svedese. Si nota piacevolmente come il basso e le tastiere rimarchino la potenza di questo strumentale enfatizzandone ancora di più il gusto classico. Conclusosi l'assolo abbiamo ancora una volta la ripetizione della progressione iniziale, anche se l'ultima "parola" spetta alla chitarra solista che si congeda con un'ulteriore scala.

Abandon (Slight Return)

"Abandon" (Slight Return) è sostanzialmente un lungo assolo di chitarra spalmato su tutti i 2 minuti e ventisette secondi della sua durata, introdotto da una rullata di batteria. Le tastiere si limitano a suonare note lunghe; basso e batteria non eccedono nell'accompagnamento, però sembrano riprendere, a velocità più elevate, il ritmo della precedente "Abandon". Alcune eccezioni, per quanto riguarda l'andamento dell'accompagnamento, se le concede il basso, che spesso si lancia in piccoli fraseggi. Malmsteen sembra essere alla guida di un potente mezzo: corre, impenna, si butta giù per ripidissime discese per poi tornare a salire rapidamente, inarrestabile, totalmente senza freni. Quando sembra rallentare sta invece prendendo un nuovo slancio che in un attimo lo riporta a velocità elevate.

Nacht Music

La conclusione, d'atmosfera, è affidata a "Nacht Music" . Il sottofondo di tastiere ed una chitarra classica arpeggiata intessono trame cariche di passione che forniscono il giusto supporto per i fraseggi, rigorosamente neoclassici, di un'altra chitarra classica, efficacemente poetica. Il Maestro è libero di esprimersi come più gli aggrada su orchestrazioni che ricordano il suo lavoro "Concerto Suite", con le dovute differenze date dal maggior colore (e calore) che una vera orchestra trasmette rispetto ad una creata in studio avvalendosi della tecnologia. Tenendo ben presente questo aspetto, però, si può ugualmente apprezzare la melodia del brano. Le improvvise fughe della chitarra solista non risultano affatto invasive, e ci portano fino ad un fraseggio che richiama molto una parte presente "Asylum", suite suddivisa in tre movimenti (precisamente il secondo, "Sky Euphoria"), dall'album "Alchemy" del 1999. Il tempo di una brevissima pausa, con le tastiere che mantengono una nota cupa, consente l'entrata di basso e batteria ed il cambio di strumento; è infatti il momento della chitarra elettrica con cui Yngwie propone di nuovo il tema che ci ha già fatto ascoltare in acustico, solo leggermente rivisitato, in particolare (e non potrebbe essere altrimenti) nelle linee di chitarra che, come da copione, sono più di una, ancora una volta armonizzate a mestiere edificando un tema caratterizzato da gustosi spunti melodici, in cui si respira classicismo a pieni polmoni; su tutto emerge un'altra solitaria chitarra, protagonista assoluta della scena. Si arriva così all'assolo vero e proprio in cui il Maestro, nonostante l'abbondanza di note sciorinate, riesce a non perdere di vista l'obiettivo melodia; il risultato è infatti degno del suo nome, e raggiunge il culmine nella serie di arpeggi che chiudono il solo. Una ripetizione del tema, seguita da un'ultima sfuriata solista, sempre in linea con l'umore della traccia, ci guida verso un'altra parte eseguita con la chitarra classica che, malinconica, conclude definitivamente questo struggente strumentale con cui il Nostro si congeda. A parere di chi scrive, uno dei momenti migliori dell'intero lavoro.

Conclusioni

Il ventesimo studio album, un traguardo importante per un artista, soprattutto in un'epoca come questa, caratterizzata da un senso di generale incertezza sul prosieguo di una carriera nel mondo della musica. Altrove ho già spiegato il mio punto di vista sulla situazione che chi decide di fare musica oggi deve affrontare, una situazione totalmente cambiata con l'arrivo di YouTube ed i suoi "fratelli", ma che in un certo senso Il Genio Neoclassico e quelli della sua generazione affrontano perlomeno con spalle rese solide dall'aver vissuto in passato giorni in cui la gavetta si faceva suonando sui palchi di club semivuoti, davanti a persone che magari non mostravano il minimo interesse per ciò che i musicisti stavano suonando, interessati forse più al contenuto dei loro bicchieri. Nonostante ciò, lo svedese pubblica un album non all'altezza del suo nome, in cui gli episodi sufficienti non sono abbastanza numerosi da alzarne le quotazioni. Il primo aspetto negativo è rappresentato dalla produzione clamorosamente scadente, a causa della quale i suoni risultano confusi e polverosi, non permettendo così di apprezzare gli spunti interessanti che comunque con mancano. E' la batteria lo strumento più penalizzato di tutti, troppo secca, con un suono quasi di plastica. Poi ci sarebbe il bisogno di inserire qualche brano ancora più melodico, qualche powerballad che dia all'ascoltatore la possibilità di prendere fiato, di spezzare la follia resa dalla maratona di brani speed. Secondo il mio personale punto di vista Malmsteen non è ancora pronto per la realizzazione di un nuovo "Rising Force", obiettivo già mancato nel precedente "Spellbound", perché da qualche album a questa parte il suo sound è diventato più aggressivo ed i suoi strumentali risentono di questa aggressività, risultando quasi delle scuse per sfogare tutta la sua irruenza. Il consiglio è quello quindi ridurre le tracce di sola musica a non più di due o tre per disco, di mettere da parte velleità da cantante e cercare un vocalist di professione, ruolo in cui, dato l'indurimento dei brani cui accennavo poco fa, vedrei bene un Vescera, tanto per fare un nome. Altro suggerimento è quello di affidarsi ad un produttore vero, uno che riesca a valorizzare le idee e le composizioni di Yngwie, un professionista come, ad esempio, Chris Tsangarides, che già collaborò in passato con lo svedese per l'album "Facing The Animal", uno degli ultimi ben prodotti della sua discografia. Capiamoci, stiamo pur sempre parlando di un grandissimo musicista che ha scritto pagine e pagine di storia del genere, ma qui siamo in presenza di un mezzo passo falso. Siamo lontani anni luce di fasti del passato. Una produzione non propriamente brillante, suoni che alla lunga risultano quasi impastati, e la mancanza spesso di una rotta rigida da seguire, penalizzano questo album in maniera considerevole. Ed è davvero un peccato, considerando il mostro sacro di cui stiamo parlando; purtroppo, ogni volta che il nostro scandinavo ha scelto la strada della auto-produzione, inevitabilmente il risultato sonoro si è rivelato un mezzo flop. Come sempre però, niente è mai da buttare via fino in fondo, ed anche nel mondo infuocato di Malmsteen, qualcosa da salvare riusciamo sempre a trovarlo. Partendo comunque dalla personalizzazione di alcune canzoni (particolarmente quelle dotate di testo), melodie a cui il nostro axeman ci ha abituato ormai fin troppe volte nel corso degli anni, ma che non accennano a stancare. Come abbiamo detto poco fa, la presenza di qualche traccia più melanconica ed intrisa di sentimenti, certo avrebbe giovato al morale dell'album, considerando che gli anthems stessi di Yngwie variano da velocissimi brani speed ad altrettante ballad dal sapore rocambolesco e passionale. Un vero e proprio peccato per quelle sordità di suono che abbiamo cercato di estrinsecare durante il track by track, e che ahimè abbassano drasticamente il voto finale del disco. Assegno al lavoro un voto di 5,5, in segno di rispetto per il personaggio in questione

1) World on Fire
2) Sorcery
3) Abandon
4) Top Down, Foot Down
5) Lost in machine
6) Largo
7) No Rest For the Wicked
8) Soldier
9) DUF 1220
10) Abandon (Slight Return)
11) Nacht Music
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