YNGWIE J. MALMSTEEN

Trilogy

1986 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
02/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

"Trilogy", un nomen omen: ovvero "la prova del terzo album", per Yngwie Malmsteen. Questa espressione, nell'epoca attuale, la cosiddetta "Era della comunicazione", non ha in realtà poi molto senso. L'avvento di Internet, con YouTube ed i vari social, ha infatti introdotto un drastico cambiamento nel modo di fruire la musica ed ha anche apportato enormi cambiamenti per quanto riguarda la sua diffusione e le opportunità di visibilità degli artisti. Con un minimo di connessione infatti è ormai possibile postare in rete il proprio brano, o cover di un brano famoso, anche, per esempio, da un posto piuttosto isolato (come potrebbe essere una dacia situata nelle campagne russe) ed essere potenzialmente visibile in tutto il globo nell'arco di pochissime ore. Questa straordinaria velocità nella circolazione della musica (e non solo, ma è delle note che ci stiamo occupando), cosa impensabile fino a pochi lustri fa, porta però con sé il famoso rovescio della medaglia: la musica a portata di click, infatti, se da un lato consente di raggiungere una grande popolarità in poco tempo, dall'altro lato può comportare che proprio grazie alla semplice pressione sul tasto di un computer o sulla superficie di uno smartphone si possa passare con estrema facilità al nuovo fenomeno emergente, facendo cadere subito nel dimenticatoio quello precedente, bollandolo come "già datato". Nulla di diverso da quanto già accadesse in passato, con la differenza che il processo è ora molto più rapido, accompagnato dalla conseguenza, tutt'altro che trascurabile, del vertiginoso calo della vendita dei dischi, in qualunque formato, e conseguente crisi dell'industria discografica; non ultima, una maggiore difficoltà nell'affezionarsi ai musicisti.  Nella quasi totalità dei casi, il fenomeno riguarda ovviamente gli adolescenti di adesso. Chi invece era un adolescente fino alla metà degli anni novanta, nell'era pre Internet, ed era avvezzo come me a leggere riviste musicali cartacee ed a reperire sui vari magazine le informazioni riguardanti i propri idoli a scadenze mensili (o al massimo di quindici giorni, come nel caso di "Metal Shock"), con il rischio concreto di leggere novità su di un nuovo disco, mentre magari nel frattempo la band che lo aveva pubblicato si era sciolta ed i vari componenti erano già passati ad altri progetti e dover attendere la successiva uscita in edicola per averne contezza, si sarà imbattuto, almeno una volta nella vita, nell'espressione di cui l'incipit. Ma cosa vuol dire "la prova del terzo album"? Per spiegarlo dobbiamo andare indietro nel tempo, in un 'epoca in cui il successo non si doveva ottenere subito, per sfruttare ben bene il fenomeno attuale per poi passare ad altro una volta svanito lo status di new sensation; un tempo in cui le case discografiche investivano sugli artisti che avevano sotto contratto, permettendo agli stessi di compiere un percorso di maturazione, di crescita artistica oltre che personale ed umana. In quello stato di cose, molto differente da quanto accade oggi, generalmente il terzo album rappresentava per una band una sorta di pietra angolare, il lavoro che, indipendentemente dal successo, sia di contenuti che commerciale, di quelli precedenti (e, in alcuni casi, di quelli successivi) poteva produrre due risultati totalmente agli antipodi: caduta nel dimenticatoio o tutt'al più acquisizione dello status di cult band  e, all'opposto, raggiungimento della fama e conseguente imperitura gloria! Regola non scritta, in realtà piuttosto una consuetudine, ma, come ho già detto, valida nella generalità dei casi; alcuni esempi per aiutare a comprendere meglio il fenomeno possono essere altre releases storiche come "The Number of the Beast", "Master of Puppets" e "The Final Countdown", (rispettivamente di Iron Maiden, Metallica e Europe).  A mio modesto parere però, non si può parlare di "Trilogy" in particolare e del movimento Metal in generale, senza fare un accenno al contesto sociale dell'epoca in cui fu pubblicato. Siamo nel 1986 e l'Heavy Metal è nel suo momento di massimo splendore: fra quell'anno ed il successivo, infatti, vennero pubblicati album epocali che portarono all'affermazione su scala mondiale del suono duro in tutte le sue sfumature e sottogeneri, anche grazie ed indirettamente all'iniziativa di quattro signore, mogli di altrettanti senatori americani e del P.M.R.C. (acronimo di Parental Music Resource Center), che avevano fatto di tutto per ostacolare la diffusione e l'ascesa del Metallo Pesante. Le quattro signore di cui sopra, passate alla storia come le Washington Wives, associazione presieduta da Tipper Gore, moglie dell'allora senatore Al Gore, si incaricarono di individuare brani che a loro avviso potessero contenere testi fuorvianti per gli ascoltatori più giovani, in primis doppi sensi a sfondo sessuale. Senza entrare nel dettaglio di come questa battaglia ebbe inizio e di come si sviluppò, basti sapere che le agguerrite signore stilarono una lista di quindici canzoni, nota ancora oggi con il nome di "Filthy Fifteen", che secondo loro avrebbero meritato la censura. Nove canzoni su quindici di quella lista appartenevano a gruppi Heavy Metal, il che fece del genere il più bersagliato dalla censura, aspetto che subì un inasprimento quando gruppi come Venom, Marcyful Fate e W.A.S.P. pubblicarono album con testi piuttosto espliciti; si ricorda in particolare, per l'ultimo dei tre gruppi appena citati, la copertina di un album recante in modo chiaro e senza l'ausilio di doppio senso alcuno, il titolo "Animal: I fuck like a beast". In poco tempo, il 19 settembre del 1985, il P.M.R.C. riuscì a far convocare un'udienza in Senato, in cui furono chiamati a fornire spiegazioni vari artisti, fra i quali (visionabile su YouTube) si segnala l'intervento, articolato e di un certo rilievo, di Dee Snider, vocalist dei Twistwed Sister, che spiazzò il senatore Gore. Il P.M.R.C. ottenne che i dischi con contenuti analoghi a quelli della famosa lista recassero in copertina il noto adesivo Parental Advisory: Explicit Content (o Lyrics, a seconda dei casi). Come spesso accade, però, proibire una cosa ha l'effetto di renderla invece più intrigante ed attraente, aspetto reso bene dalle parole di Frankie Banali dei Quiet Riot il quale, in un'intervista che è possibile ascoltare su YouTube, affermò:"Quell'adesivo garantiva che chiunque con un minimo di istinto ribelle avrebbe comperato il tuo disco!". In effetti tutto ciò che si ottenne fu un notevole aumento della vendita delle copie degli album "marchiati" dall'adesivo ed un'esposizione senza precedenti del genere anche per i nomi di seconda linea. E' questa la situazione dell'industria discografica in cui viene concepita e realizzata la terza fatica discografica di Malmsteen, solo un anno dopo "Marching out". Ancora una volta si registra un cambiamento nel gruppo: fuori Marcel Jacob e linee di basso totalmente nelle mani del leader indiscusso; per di più, fuori anche Soto. Il sostituto che prende posto dietro al microfono si chiama Mark Boals, americano di Youngstown, in Ohio, un altro "zingaro2 del Rock, che ha prestato la sua opera su oltre novanta dischi. Nei primi anni '80 è un componente dei Lazer ed accompagna anche in tour i Savoy Brown. Presta la sua opera persino come bassista nella band di Ted Nugent, fino al 1986, anno in cui appunto approda alla corte di Malmsteen. E' questo il passo che gli consentirà il salto nella notorietà e la definitiva consacrazione come ottimo cantante Rock & Metal. In futuro e fino ai giorni nostri, lo troveremo impegnato in numerosi progetti, i più rilevanti dei quali saranno la fondazione dei Ring of fire (della partita sono anche Virgil Donati, Vitalij Kuprij, Tony McAlpine e, per un solo episodio, lo splendido "The oracle", George Bellas) e l'album "X" dei Royal Hunt, oltre ad aver collaborato, fra gli altri, con Erik Norlander, Lana Lane, Kuni, Uli John Roth e molti altri, nonché altri tre album dell'axeman svedese. Con i fratelli Johansson sempre in squadra, si procede quindi alla composizione di "Trilogy". Prodotto dallo stesso Malmsteen, assistito da Ricky Delena, Jimmy [Doyson] e Robin Levine, l'album è registrato ai Village Recorders di Los Angeles, dedicato al Premier svedese Olof Palme, vittima di omicidio in quello stesso anno. Unico aspetto leggermente "imbarazzante" della release è rappresentato dalla copertina, raffigurante il Nostro che armato della sua inseparabile chitarra affronta l'ormai noto drago a tre teste. Aspetto un po' pacchiano se vogliamo, ma che io non ho mai condannato perché rispecchia fedelmente lo spirito del tempo: un tempo di eccessi e di esagerazioni di ogni sorta, dal sesso all'immagine.

You don't remember, I'll nevere forget

Il compito di aprire le danze spetta a "You don't remember, I'll nevere forget (Tu non ricordi, io non mi scorderò mai)", traccia a cui sono particolarmente legato, dal momento che si tratta della prima canzone del chitarrista scandinavo che io abbia mai ascoltato. Criticata da alcuni, che la considerano un episodio troppo "morbido", è in realtà un riuscitissimo brano di robusto Hard Rock, una love song alla Malmsteen, in cui, ancora una volta, si parla della fine di un amore. L'incipit è d'impatto, con una ritmica ben marcata nonostante la velocità non molto elevata; possiamo ascoltare i rivolti delle triadi eseguiti alla sei corde, ulteriore prova del fatto che i grandi chitarristi non si limitano a suonare power chords, ma valutano l'ampio spettro di possibilità offerte dallo strumento. Basso e batteria suonano in modo misurato, mentre le keys di Jens Johansson eseguono la parte che ho sempre considerato quella che dà il tono al pezzo, suonando drammatiche e meravigliosamente ottantiane,un particolare a me molto caro. Ovviamente tutti aspettano al varco il nuovo cantante, chiedendosi come sarà la sua performance e se riuscirà a non far rimpiangere l'amato Soto. Le differenze dal punto di vista vocale sono evidenti: Mark Boals ha forse una voce meno potente ed aggressiva del suo predecessore, ma ha dalla sua una maggiore pulizia ed un timbro più alto. Nonostante questa diversità, è parimenti  adatto ad interpretare i brani dello svedese. Anche il nuovo arrivato riesce rendere drammatiche le parti a lui affidate, soprattutto nella parte che precede il ritornello, coadiuvato in maniera stupenda da Yngwie e Jens che rendono epico il passaggio. Un fluidissimo fraseggio di chitarra precede il refrain, che poggia sulla stessa progressione di accordi della strofa. All'inizio di quella successiva il cantante riesce stupendamente a rendere percepibile la sofferenza per l'amore perduto. Tutto si ripete identico fino alla sezione che introduce l'assolo, in cui i tre componenti del gruppo che la stanno facendo da padroni (Malmsteen, Johansson e Boals) si mettono ancora di più in evidenza: il tastierista ci offre un tappeto rappresentato da un fraseggio di pianoforte di impostazione classica, mentre cantante e chitarrista eseguono la medesima linea melodica, il primo con semplici vocalizzi. Nella riproposizione di questa sezione l'axeman caratterizza ancora una volta le note da lui prodotte come se fossero suonate da un sax e poi, sugli stessi accordi della strofa, l'assolo di chitarra caratterizzato da un'alternanza fra note più misurate ed improvvise fughe speed, impennate vere e proprie di plettrate suonate con grande fluidità e gusto melodico, al termine del quale segue una piccola parte rallentata in cui le voci sussurrano le parole del ritornello, con il leader che esegue brevi fraseggi in cui si ha ancora la sensazione di ascoltare un sax, tanto riesce ad essere caldo nel modo di suonare. A seguire il ritornello nella sua veste abituale, con la chitarra che a tratti doppia le vocals per poi ripartire con le fughe speed fino ad imperversare in tutto il finale del brano che si conclude sfumando. Non c'è che dire, un buon biglietto da visita per il nuovo platter e per il nuovo cantante! Dal punto di vista delle liriche, come dicevo, si parla della fine di un amore. Il protagonista si rivolge alla sua amata che lo ha lasciato, dapprima facendole notare come il loro amore fosse forte, un legame tale da far credere a chiunque che la loro relazione sarebbe durata per tutta la vita. Tutti avrebbero pensato la stessa cosa solo guardandoli insieme ed è per questo che la sofferenza per l'abbandono è atroce, pari a quella che può causare la lama di un coltello che lacera le carni. E' però l'improvvisa freddezza della ragazza che più di qualsiasi altra cosa butta giù il protagonista, quella facilità disarmante con cui gli volta le spalle e butta alle ortiche tutto ciò che c'è stato fra di loro. Il suo cuore è letteralmente in frantumi, tanti piccoli pezzi che non potranno più essere messi insieme, ma il sentimento in lui è ancora così forte che, a differenza di lei, non dimenticherà mai! Insomma, sentimenti "unilaterali", che portano l'uomo a soffrire terribilmente e la ragazza invece a rimanere indifferente, forse indaffarata a cercarsi una nuova pedina da manovrare a suo piacimento. Da notare: in sede live il brano acquista una robustezza tale da fugare ogni critica riguardo alla succitata morbidezza.

Liar

Il pezzo seguente, "Liar (Bugiardo)", ci riporta su lidi più classicamente metallici e Malmsteeniani. Ad introdurre il brano, un fraseggio di chitarra armonizzato sorretto da basso e batteria che ne sottolineano gli accenti; alla ripetizione mutano, insieme all'ingresso della chitarra ritmica, in un riff serrato. Questa ritmica aggressiva viene mantenuta nelle strofa: Boals entra deciso, le tastiere di Johansson suonano minacciose, in linea col mood del brano. Nel mentre si può ascoltare Malmsteen eseguire dei rapidissimi fraseggi discendenti, sempre, rigorosamente, classici. Nel ritornello le tastiere danno un senso di oppressione, il cantante mostra la potenza della sua voce intonando il titolo della track, e Yngwie ripropone il fraseggio iniziale. Proprio nel ritornello la linea di basso abbandona per un attimo il ritmo serrato per farsi leggermente più frizzante. Al termine della seconda strofa una tipica progressione Malmsteeniana di arpeggi in sweep picking, sulle tre corde alte, prima ascendente, poi discendente (con gli accenti sottolineati dagli altri strumenti) fa da introduzione, come è ormai tradizione, ad un assolo fiume alla chitarra; una sequenza di note che sgorgano libere dai tasti dello strumento, terminato da un fluidissimo tapping, a cui fa da contraltare un assolo alle keys eseguito magistralmente dal tastierista . Menzione d'onore, poi, per il vocalist, il quale se nel precedente brano ci ha mostrato l'aspetto più melodioso della voce, qui ci presenta quello più aggressivo e potente, ed il risultato è da applausi! Si riprende con il fraseggio iniziale ed un potente "Liar", intonato da Boals. Poi è un ripetersi del refrain fino alla fine in cui, dopo un ultimo assolo di chitarra, gli strumenti chiudono insieme in modo deciso. Un altro rapporto che si rompe (questa volta però un'amicizia) è il tema di questo secondo brano. Non sappiamo a chi stia rivolgendo Yngwie le parole di "Liar", ma di sicuro si tratta di qualcuno che lo ha deluso profondamente mostrandogli una personalità diversa da quella con cui l'infingardo ha conquistato il rispetto e la fiducia del Nostro. Un bugiardo appunto, che ha preso senza dare e che al momento giusto non ha perso l'occasione per tradire; una persona che sorride amichevolmente e che alla prima occasione però non esita a pugnalare alle spalle. Ora però è uscito allo scoperto e non potrà più imbrogliare nessuno, dovrà solo fare i conti con se stesso/a e affrontare la dura realtà, riflettendo sulla sua misera condizione di persona meschina. Un brano che potrebbe quasi farci ricordare, tematicamente parlando, la micidiale e sua omonima "Liar", la quale sarebbe apparsa due anni dopo nell'album "So Far, So Good.. so What!" dei Megadeth. Anche in quel caso, il frontman del gruppo (Dave Mustaine) sfruttava la musica per sfogare la rabbia dovuta alla fine di un'amicizia che credeva indissolubile. Il rimando non è poi così offuscato, anche se, parlando di generi, ci troviamo ovviamente agli antipodi.

Queen in love

Con "Queen in love (Regina Innamorata)" si rallenta ancora una volta. Introdotta da uno slide, la parte ritmica che precede la strofa è composta da una bella progressione di accordi, in cui spicca il bellissimo suono di chitarra e tastiere, mentre basso e batteria forniscono un misurato ritmo in 4/4. Nella strofa la progressione muta e la scelta di note è godibilissima; ancora una volta il cantante è abilissimo nel rappresentarci il "dramma" della bruciante passione della regina [trascurata dal suo re]. Il ritornello riprende la prima progressione di accordi per poi cedere di nuovo il passo alla ripetizione della strofa, in cui il grande Guitar Hero si produce in modulazioni che donano colore al brano, come degli armonici eseguiti in sweep picking. L'assolo di chitarra è uno dei più melodici di sempre mai partoriti da Malmsteen, nonstante la velocità delle plettrate in alcuni passaggi; il breve passaggio di tapping (tecnica che comunque il Nostro non utilizza molto) è eseguito alla perfezione, così come sapiente e misurato è l'utilizzo della barra del tremolo verso il finale. Come da schema, seguono un'altra strofa ed il ritornello, che si ripete fino a sfumare. Un solidissimo brano di Hard Rock dalla velocità moderata, e forse anche il più semplice dal punto di vista della struttura, in cui a farla da padrona è la melodia. Come ho già accennato, l'argomento di questa traccia è la bruciante passione di una regina, che soffre per la freddezza dell'amore del suo re. E' il giullare che si accorge della tristezza della sovrana e, con il cuore che arde per lei, cerca di alleviare la sua sofferenza mediante i suoi numeri e le sue battute. Anche lei, conquistata dal gesto del giullare, si lascia trasportare dalla passione ed il loro amore esplode con una tale forza che i due non possono assolutamente controllare tanto sono presi l'uno dall'altra. Una passione del genere però non si può tenere facilmente nascosta ed inevitabilmente esce allo scoperto. Il re, tradito ed umiliato, è furibondo e non può sopportare oltre questo stato di cose, così condanna entrambi al rogo. E' in questo modo crudele che li vuole separare e seppellire la loro storia d'amore, ma in realtà il risultato che otterrà sarà quello di unire ancora di più i due amanti che così saranno sempre insieme, per l'eternità. Può un musicista esprimere soltanto con la musica un'emozione, uno stato d'animo, che tantissimi altri non sarebbero capaci di esprimere con le parole? La risposta è assolutamente si, se il musicista in questione si chiama Yngwie Johan Malmsteen!

Crying

Per metà acustica e metà elettrica, "Crying (Piangendo)" è l'ennesimo capolavoro melodico-strumentale del grande virtuoso svedese, uno dei brani che uso per chiedere, a chi non conosce l'uomo in questione, qual è il la sensazione che trasmette loro l'ascolto. Tutti sono concordi nell'affermare che il brano trasmette commozione fino alle lacrime. Strutturalmente la traccia è piuttosto semplice, composta com'è da un accompagnamento essenziale di basso e batteria, ed un tappeto composto da un arpeggio di chitarra [e tastiere], con le keys che tengono accordi lunghi impostati come se fossero un coro di voci angeliche, con innesti orchestrali in alcuni frangenti, tappeto su cui lo svedese è libero di esprimersi in una lunghissima parte solista alla chitarra classica, costituita da un rincorrersi di scale classiche per cui è diventato famoso. L'ingresso, peraltro da applausi, della chitarra elettrica rende il tutto ancora più malinconico, ed il chitarrista miscela sapientemente vertiginose scale a note in bending che danno veramente l'impressione che qualcuno stia piangendo. Il finale è, se vogliamo, ancora più malinconico, come se ormai il protagonista di questa drammatica storia si sia arreso al dolore che nei minuti precedenti sembrava aver almeno la voglia di contrastare, pur soffrendo atrocemente, reso bene da quell'esiguo numero di note eseguite alzando ed abbassando il volume della chitarra nelle ultime battute. Questo è ciò che mi fa "vivere" l'ascolto di "Crying", ed insieme a questo fa emergere in me il disappunto nei confronti di chi sostiene che il chitarrista sia tutto velocità e zero feeling. Se ciò può essere riscontrabile a partire da un certo punto della sua carriera, è da escludere categoricamente riguardo a composizioni del genere in cui la grande tecnica sciorinata non è mai utilizzata a scapito della melodia e del cuore!

Fury

Un incalzante ritmo di batteria in doppia cassa da il via a "Fury (Furia)", la quinta traccia. Subito si aggiungono gli altri strumenti, con la tastiera in sottofondo a tenere note lunghe mentre chitarra e basso si distinguono con una parte piuttosto dinamica, composta da diteggiature su note singole eseguite all'altezza dei primi tasti delle corde basse mentre dall'inizio della strofa mettono da parte quel dinamismo in favore di una ritmica più serrata, cosa che contribuisce a rendere il brano uno dei più diretti ed aggressivi del platter. La voce di Boals è squillante e pulita ben si adatta all'atmosfera generale. Anche se siamo di fronte ad una traccia piuttosto diretta il chitarrista non vuole rinunciare a qualche piccola acrobazia per "riempire" un po' la struttura e lo fa nella sezione che precede il ritornello, in cui accompagna la linea vocale con un fraseggio di tapping che funge da ritmica e crea un po' di tensione che si libera nel refrain. Le tastiere suonano imperiose per tutto il tempo. Dopo la consueta ripetizione si arriva agli assoli, con una sequenza chitarra-tastiere-chitarra, una valanga di note impazzite che tolgono il fiato! Rimarchevole il modo in cui i due musicisti si passano il testimone: quando il primo furioso assolo di chitarra sta sfumando, le keys si inseriscono in modo magistrale con un altrettanto furioso assolo, sulle cui battute finali si reinserisce a sua volta la chitarra in cui si può ascoltare un buon uso dell'effetto dell'eco. Di nuovo strofa  quindi e di nuovo ritornello, ripetuto più volte con la chitarra che doppia la linea melodica della voce ed il finale vero e proprio è tipico dello svedese: un lungo acuto del cantante ed un altro velocissimo assolo fino a chiusura secca del brano. Follia pura in meno di quattro minuti! Le parole di "Fury" fanno tornare alla mente i racconti di Lovecraft, in quanto sembra di leggere di quelle entità sovrannaturali e maligne tanto care al Solitario di Providence. La storia di un uomo venuto a contatto con un essere malvagio che si impossessa del suo corpo e delle sue facoltà e che lo ha reso una marionetta nelle sue mani. Ogni desiderio di quell'entità maligna diventa per il malcapitato un ordine a cui egli non può in nessun modo disubbidire per quanto il controllo esercitato è forte. Il pover'uomo ha provato ad opporre resistenza, ma inutilmente. La fusione è talmente forte che lo sventurato è condannato a convivere e provare di continuo il dolore di cui la creatura si nutre, fino a quando egli stesso non potrà più farne a meno. Con l'ultimo briciolo di lucidità però riesce a mettere in guardia il prossimo, esortandolo a fare affidamento sulla propria forza di volontà, a combattere quella creatura malvagia in modo diverso da come ha fatto lui, perché ha perso ed è diventato per sempre schiavo del suo padrone. Proprio un attimo dopo aver finito di raccontare la sua storia ecco che avverte la sinistra entità riprendere il sopravvento sul suo corpo e la sua mente e si danna per la consapevolezza di essere perduto per sempre.

Fire

La musicalità della parte di chitarra che scandisce l'avvio di "Fire (Fuoco)" è a dir poco sorprendente ed ancora una volta è ottenuta dal grande virtuoso non limitandosi a suonare solo power chords e le corde basse, ma facendo suonare tutte le corde dello strumento. In questo modo si ottiene già un grande effetto. Inoltre l'axeman condisce il tutto con armonici eseguiti in due modi differenti, sia sfiorando appena le corde con i polpastrelli della mano sinistra che suonando un accordo e colpendo poi in tapping, con le dita della mano destra, i tasti nelle stessa posizione dell'accordo, solo spostati un'ottava più in alto, dodici tasti esatti più avanti nella tastiera. Basso e batteria lo accompagnano con colpi singoli, poi dimezzano il tempo fino a prendere un ritmo più cadenzato. Quando entrano anche le tastiere il suono diviene più "grasso". Nella strofa si cambia e si possono udire accordi in power chords; su questa base fa il suo ingresso la voce pulita e squillante di Boals il quale conferma che la scelta della sua ugola da parte di Malmsteen si è rivelata azzeccata. Durante il ritornello si innesta in maniera del tutto naturale la parte di chitarra iniziale che dopo la consueta ripetizione cede il passo ad una ritmica più basilare che fa struttura portante per un altro sorprendentemente melodico assolo di chitarra, sorprendente perché, a rischio di ripetermi,  ancora una volta la complessità delle diteggiature non vanifica feeling melodia. Il bel fraseggio che fa da coda al solo, coadiuvato dal suono quasi magniloquente delle tastiere, con la sua cantabilità, ne è la conferma. Il brano termina con la ripetizione del ritornello fino a sfumare e facendo attenzione si possono udire qua e là piccoli fraseggi di chitarra eseguiti da un Malmsteen desideroso di marchiare con la sua firma ogni battuta della partitura. Un brano questo che ci mostra come anche rallentando il ritmo e proponendo brani dalla struttura meno complessa, come potevano essere quelli dei due dischi precedenti, l'incedere può essere comunque massiccio. Le parole di "Fire" danno ancora una volta l'impressione di essere autobiografiche. Ancora la descrizione del carattere forte del Nostro, che sente dentro di sé questa forza che brucia come il fuoco e che gli consente di affrontare le avversità della vita e superare gli ostacoli che si frappongono fra se ed i suoi obiettivi. Non la può tenere a bada, è un'energia che chiunque può avvertire dentro di sé, qualunque sia la sua storia, qualunque sia la sua condizione. Tanto il ricco quanto il povero possono essere dotati di questo fuoco perennemente acceso che ti spinge a combattere per ciò in cui credi. Le vene pulsano ed ormai il protagonista non è quasi più capace di vivere senza questa sensazione di continua bruciante passione. Tutti possiamo percepire il caldo di questa fiamma, tutti possiamo attingere ad essa per ricavarne la giusta forza da adoperare per realizzare i nostri sogni. Basta volere, per riuscire. Affrontare ogni ostacolo, scalare ogni montagna, distruggere ogni barriera.

Magic Mirror

Arriviamo così al mid tempo di "Magic Mirror (Specchio Magico)", la settima traccia, introdotta da una rullata di batteria. La parte affidata alla chitarra ritmica si compone di diteggiature eseguite ai primi tasti delle corde basse ed accordi [irregolari] a metà tastiera delle corde intermedie, seguita subito da un rapido fraseggio che sale vertiginosamente dal terzo tasto delle corde basse fino al dodicesimo delle corde alte per poi compiere altrettanto vertiginosamente il percorso inverso, il tutto eseguito all'unisono da chitarra e basso. Subito inizia la strofa, con una sequenza di accordi più lineare in cui ancora una volta si sottolinea l'importanza delle tastiere di Johansson nel donare la giusta atmosfera al brano, soprattutto nella parte di transizione in cui tutti gli strumenti procedono in stop and go. Parte di transizione che riprende un ritmo più cadenzato e si conclude con il medesimo fraseggio di chitarra e basso già udito in precedenza e che lancia il refrain in cui Boals dà ancora prova del fatto che i suoi polmoni e la sua ugola siano d'acciaio. La sequenza viene ripetuta una seconda volta fino all'assolo di chitarra, preceduto da un fraseggio classico al punto tale che se al posto della chitarra elettrica ci fosse un violino il risultato non cambierebbe di una virgola, complice anche il contributo degli altri strumenti che proprio come un'orchestra ne rafforzano l'efficacia con puntuali colpi singoli, mentre ancora le tastiere contribuiscono a rendere più epico il passaggio. Probabilmente è anche grazie ad intuizioni di questo tipo che il giovane prodigio svedese ha ricevuto negli anni attestati di stima dal troppo spesso "settario" mondo della Musica Classica. In coda il fraseggio è doppiato dal basso suonato, ricordiamolo, dallo stesso Yngwie che pare non accontentarsi di vomitare note solo da uno strumento. Per quanto riguarda l'assolo vero e proprio risulta essere uno dei più pazzeschi di sempre, mai banale e estremamente musicale nonostante la quantità di note prodotte. E' infatti eseguito in modo tale da risultare frizzante al punto tale che il trascorrere del tempo (gli anni passati sono trenta) non l'ha scalfito minimamente. La ripetizione ad oltranza del refrain, accompagnata da un altro pazzesco assolo, ci trasporta verso il finale del brano che si chiude in bellezza ancora con il fraseggio classico di chitarra e basso. Il tema di "Magic Mirror" è la fiducia in se stessi ed un invito a contare solo sulle proprie capacità. Tutti cerchiamo di dare alla nostra vita un significato, il quale lo cerchiamo a nostra volta e molto spesso nelle parole altrui, fidandoci troppo di chi ci dice "come" e "perché", ma la verità, la nostra verità, è dentro ognuno di noi. Siamo noi stessi lo specchio magico in cui lo svedese ci esorta a guardare, perché nessuno può darci le risposte che cerchiamo, siamo solo noi con le nostre esperienze, con il nostro vissuto che sappiamo cosa è meglio per noi. Ci stupiamo poi quando ci rendiamo conto che tutte le risposte che cercavamo le avremmo trovate già da tempo guardando dentro di noi e ci sentiamo un po' stupidi per il tempo perso a cercarle altrove. E' in quel momento che acquistiamo consapevolezza, tutto ci appare improvvisamente chiaro e scopriamo di possedere la forza ed il coraggio necessari di andare avanti senza paura.

Dark Ages

L'heavy slow di "Dark Ages (Periodi bui)" è, a mio avviso, un brano che si può situare una tacca, comunque piccola, sotto tutti gli altri che compongono il platter. E' lento ed atmosferico. Ovviamente questo aspetto non lo rende meno potente anzi, si può tranquillamente affermare che da questo punto di vista ci troviamo di fronte alla traccia più sinistra, più oscura dell'intero lavoro con il suo incedere lento e maestoso. Il ruolo fondamentale qui è ricoperto da Jens Johansson che con le sue tastiere riesce a conferire al tutto una cupezza che si sposa in maniera perfetta con l'argomento della canzone. Il suono è infatti impostato in modo tale da dare l'impressione di poter udire un coro da tragedia. Così, lentamente, con l'accompagnamento essenziale di basso e batteria si giunge all'assolo, bello come tutti gli altri anche se meno invasivo e furioso di quanto abbiamo potuto ascoltare fin qui. Traccia meno dinamica delle precedenti, dopo la parte solista si avvia subito verso la chiusura che sfuma lentamente con abbellimenti di tastiera che, con fraseggio classico, contribuiscono ad aumentare la tensione. Forse ispirata all'età oscura della Grecia, il cosiddetto "Medioevo Ellenico", questa traccia ci trasporta in un periodo buio e difficile, popolato di orrori indicibili, in cui la speranza e la salvezza, simboleggiate dalla luce, sono un miraggio. La vita umana è cosa di poco conto e nelle ombre della notte le vittime sono numerose a causa di entità maligne che è fuori dalle possibilità umane contrastare. Solo pochissimi fortunati, i più forti e dotati di un incrollabile spirito di sopravvivenza riusciranno a resistere, finché un fiero condottiero non spezzerà le catene della nostra schiavitù e ci libererà dalla condizione precaria e di sofferenza che viviamo in quest'epoca buia.

Trilogy suite Op. 5

Anche qui, come nel precedente "Marching out", la chiusura è affidata ad uno strumentale, ancora una volta la title track, quella "Trilogy suite Op. 5" che tanto ha apportato al mondo della chitarra. Eccessiva, strepitosa, classica, sbalorditiva, magniloquente, inumana... quanti gli aggettivi attribuiti nel corso di tre decadi a questa composizione geniale del giovane fenomeno? Le cronache dell'epoca parlano di bocche spalancate dallo stupore ed incredulità da parte di emuli, aspiranti chitarristi e semplici ascoltatori. Io stesso ascoltandola per la prima volta su audiocassetta (una compilation fatta per me da un amico capitolino) ormai più di ventisei anni fa, pur non avendo mai poggiato le mani su di una chitarra prima di allora, riuscii a comprendere il livello di "follia" espressa da quello che non sapevo nemmeno essere un artista solista. Divisa in tre movimenti- elettrico, acustico e di nuovo elettrico-  dalla durata di poco più di sette minuti, questo ormai leggendario brano del vichingo svedese, Maestro in divenire, alza ulteriormente il livello di difficoltà della tecnica chitarristica. A dare avvio alla traccia tre veloci scale eseguite nel modo seguente: diteggiatura ascendente/discendente ed accordo con nota secca degli altri strumenti. L'accordo dell'ultima di queste tre scale viene prolungato ed allora parte il ritmo di batteria che sarà mantenuto pressoché identico per tutta la durata del primo movimento, un ritmo in doppia cassa che stabilisce anche quella che sarà la velocità delle battute. Descrivere la struttura del movimento non è semplice dal momento che si possono riscontrare più temi. Si parte con una veloce scala discendente a cui, dalla metà, si aggiunge alla medesima velocità il basso e poi un agile lavoro alla terza corda, il Sol bemolle (tenendo sempre presente che il nostro tiene le sue chitarre accordate più basse di un semitono), costituito da terzine suonate con la corda a vuoto alternate a terzine suonate spostandosi su e giù sulla medesima corda. Questo tema viene ripetuto più volte ed al termine dell'ultima scala discendente di chitarra e basso abbiamo il secondo tema, eseguito per due volte, costituito da una riuscitissima progressione di arpeggi su due corde (Mi bemolle e Si bemolle) suonata all'unisono con le tastiere, terminata da un fraseggio ascendente; nel mentre si può udire l'accompagnamento del basso utilizzato come potrebbe essere quello all'interno di un'orchestra. In rapida successione, seppur per un minor numero di battute, vengono eseguiti nuovamente tutti e due i temi, che cedono poi il passo alla sezione riservata agli assoli, l'ormai consolidato botta e risposta fra tastiere e chitarra, due per strumento. Il primo è Johansson che vola letteralmente sui tasti d'avorio delle keys, abilissimo ed affidabile come sempre, qualità che gli varranno l'appellativo di speedman; a seguire Malmsteen che si conferma incredibile trituratore di note ed anche dotato di buone intuizioni per le parti di basso che esegue, a supporto di questo ennesimo duello all'ultima nota, con ritmo galoppante. Al termine dell'ultima furiosa serie di note vomitate dalla chitarra si ripete per l'ultima volta la progressione in tandem di arpeggi fra chitarra e tastiere terminata con un accordo pieno lasciato sfumare e che passa il testimone al secondo movimento con all'azione solo le keys e la sei corde. Esordisce così la chitarra classica, in un primo momento con fraseggi che riportano alla memoria, come atmosfera generale, le composizioni dei grandi Maestri Classici, soprattutto nella parte in cui ai succitati fraseggi si sostituiscono gli arpeggi. Le tastiere sono più evocative ed atmosferiche che mai, e sono efficaci nel dare l'impressione che cori di voci maschili e femminili accompagnino il movimento, che nella sua brevità stupisce per intensità. L'inizio del terzo movimento - nuovamente elettrico - è brusco ed è iniziato con un velocissimo fraseggio di chitarra e basso, che si ripete più volte, subito seguito da una ritmica graffiante. Anche questo movimento contiene a sua volta più temi ed è anche quello in cui spiccano assoli più pazzeschi . Il primo è ad opera di Yngwie che dà ulteriore prova della precisione della sua ormai celeberrima plettrata alternata, un sali e scendi impazzito di scale classiche suonate ad altissima velocità che ubriacano l'ascoltatore e fanno la gioia degli appassionati della velocità; in poche parole il trionfo dello shredding! La palla passa all'altrettanto stupefacente Jens che con un suono quasi orientaleggiante si produce nell'ennesima degnissima risposta solista al maestro di cerimonie Malmsteen che chiude quest'ultimo duello con un altro forsennato assolo reso ancor più sorprendente (ed anche leggermente spiazzante) da una coda costituita da un rapidissimo fraseggio di chitarra classica spuntata all'improvviso nel tripudio generale. Batteria e basso si limitano a fornire una base non eccessiva e lineare su cui i solisti si possano sfogare  correndo liberamente e a velocità vertiginose sui loro strumenti. Il finale è affidato alla riproposizione del tema che ha dato avvio al movimento stesso reso però più epico e potente dalle tastiere. Un fraseggio discendente terminato da un accordo secco chiude definitivamente ed in modo perentorio la traccia.

Conclusioni

Così termina questo terzo capitolo discografico dell' allora giovane chitarrista, un album che in molti considerano il suo vero capolavoro. Al di là dei vari gusti ed opinioni, io ritengo che trovare dei punti deboli nei lavori del primo lustro di carriera di Yngwie J. Malmsteen sia compito arduo e che voler a tutti i costi cercare passi falsi denoti semplice avversione a priori verso l'artista in questione. "Trilogy" è un album scintillante, ben concepito, ben realizzato, solido, potente, tecnico e melodico al tempo stesso, pubblicato in un momento storico irripetibile per l'Heavy Metal. Ho detto del ruolo che ebbe la censura nell'ascesa del genere, ma è bene sottolineare che il valore dei musicisti che animavano la scena musicale in quegli anni era (ed è tutt'oggi) indiscusso. In ogni sottogenere del Metal si poteva contare su protagonisti dall'indubbia preparazione tecnica e teorica e questo fece si che dal Glam al Thrash, passando per infinite correnti, si poté contare su pubblicazioni di livello elevatissimo. Ci possono venire in aiuto alcuni esempi di album pubblicati in quello stesso anno: "Look what the cat dragged in" dei Poison, per il Glam;  "Slippery when wet" di Bon jovi, "The final countdown" degli Europe, per l'Hard Rock melodico; il debutto omonimo dei Crimson Glory, "Awaken the guardian" dei Fates Warning, "Rage for order" dei Queensryche per il Class Metal con contaminazioni Prog; "Somewhere in time" degli osannati Iron Maiden; "Reign in blood" degli Slayer e "Master of puppets" dei Metallica  in ambito Trhash. Questo non vuole esser uno sterile elenco di pubblicazioni del passato, ma un modo per avvalorare la tesi dell'assoluta supremazia del Metal nella decade ottantiana. Fatta eccezione per alcuni artisti di grande successo di altri generi musicali, Pop soprattutto, gli anni ottanta sono all'unanimità considerati gli anni dell'Heavy Metal, al punto tale che anche gli altri dovettero in un certo senso adeguarsi, se non dal punto di vista musicale, almeno da quello dell'immagine. Cominciarono a vedersi quasi ovunque e su chiunque capelli cotonati, Spandex più o meno colorati, orecchini ed altri orpelli dalle dimensioni esagerate. Anche il famoso "Kiodo", giacca di pelle d'ordinanza dell'esercito metallico, veniva indossato con nonchalance da innocenti pop singers. Non ultimo, il mondo del cinema utilizzava spesso e volentieri come colonna sonora per le pellicole del tempo brani di Heavy Metal. E sul versante più prettamente chitarristico qual'era la situazione? Dopo l'entrata fragorosa sulle scene di Yngwie Malmsteen cominciarono a spuntare qua e là chitarristi che partendo dal suo stile cercarono di trovare una loro strada e non vivere unicamente nel cono d'ombra della figura dello svedese. Due degli esempi più lampanti sono Tony MacAlpine e Vinnie Moore che proprio in quello stesso anno pubblicarono i rispettivi esordi ("Edge of insanity" per il primo e "Mind's eye" per il secondo), fra i primi adepti del filone Neoclassico inaugurato due anni prima da Malmsteen, ma altri ne sarebbero arrivati ad affollare la scena fino al collasso. L'era dello shredding era ufficialmente iniziata, Yngwie J. Malmsteen aveva dato il via ad una rivoluzione che nel bene e nel male avrebbe influenzato la musica fino ai giorni nostri. Da qui in poi saranno molti gli aggettivi attribuiti al chitarrista: Il Genio Neoclassico, Il Paganini della chitarra, Il Maestro, Sua Maestà, Il Re dei Guitar Heroes, L'Adorabile, L'Antipatico, L'Indisponente, Lo Scontroso... tanti, positivi e negativi. Tutti veri però, tutti adatti per delineare una personalità che in ogni modo non può essere ignorata. Il Maestro vive appieno la sua consacrazione a stella di prima grandezza nel gotha della musica Metal mondiale. Prova del terzo album ampiamente superata!

1) You don't remember, I'll nevere forget
2) Liar
3) Queen in love
4) Crying
5) Fury
6) Fire
7) Magic Mirror
8) Dark Ages
9) Trilogy suite Op. 5
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