YNGWIE J. MALMSTEEN

Trial by Fire - Live in Leningrad

1989 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
01/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione recensione

Come riassumere un primo lustro di una carriera che è partita in maniera fulminante e porre su di essa un sigillo che vada definitivamente a sancire quanto di buono fatto e guadagnato con quattro album meravigliosi? Semplice, con una delle manovre più vecchie del mondo della musica: la pubblicazione di un live ufficiale (meglio se doppio, naturalmente) che, oltre a proporre i tuoi brani più amati sul palco, funga anche da documento definitivo di un momento preciso della tua creatura. Mossa comune ad ogni genere musicale, ma che da sempre pare particolarmente riuscita in ambito Rock e Metal, aspetto dovuto probabilmente all'energia che scaturisce in occasione di tali live shows e che genera apparentemente un maggior coinvolgimento del pubblico. Non a caso diversi artisti lontani al mondo del Rock in generale hanno spesso aumentato la "potenza" degli amplificatori nelle loro gigs, ricordo in particolare una dichiarazione in tal senso di un giovanissimo Marco Masini, rilasciata ad un giornale locale laziale, in occasione di una imminente data proprio nella Capitale, in cui accennava all'intenzione di dirigere il sound sul palco proprio verso il Metal perché avrebbe aumentato il divertimento. Va da se che tali dichiarazioni sono da prendere con le dovute cautele, il buon Masini non è affatto un musicista in Denim & Leather, ma quella dichiarazione rendeva bene il significato che si portava appresso. Tornando a noi, nel mondo della nostra musica sono vari gli esempi che confermano questa regola non scritta: quasi ogni esibizione dei Queen (per chi scrive, in assoluto la miglior band live della storia), "Made In Japan" dei Deep Purple, "Live After Death" degli Iron Maiden naturalmente, con tutta probabilità il live simbolo dell'Heavy Metal; altri che mi vengono in mente sono ad esempio "1996" dei danesi Royal Hunt ed il monumentale "Live! Visions Of Europe" degli Stratovarius che li catturava nel loro momento di massimo splendore. Come dicevamo, era tempo per Yngwie, sul finire degli anni ottanta, di pubblicare il primo live ufficiale; forte di un album, "Odyssey", che aveva avuto un buon successo commerciale, arrivando al numero 40 della classifica di Billboard 200 (la più influente, quella che si prende in considerazione per valutare il successo degli artisti a livello mondiale), il suo più alto traguardo personale, mai più raggiunto, Lo Svedese si imbarca quindi per un tour più esteso dei precedenti che sconfina anche oltre la famosa Cortina di Ferro, quando l'Europa (e di fatto il mondo) era divisa in due blocchi politici ben distinti, contando 11 date a Mosca e 9 a San Pietroburgo. Proprio dagli shows tenuti nella seconda città sono furono prese le registrazioni che sarebbero poi finite su disco, in quel del Leningrad SKK Stadium, in una città che allora si chiamava ancora Leningrado, nota ancora prima come Pietrogrado. L'intento del chitarrista era quello di realizzare un doppio album dal vivo, ma, per oscure ragioni, tale possibilità non gli venne concessa dalla casa discografica. Scelta assolutamente discutibile perché ad essere lasciati fuori dalla scaletta ufficiale furono dei brani importanti, fra cui la dirompente "Rising Force", perfetta per aprire lo show (in rete potete trovare il video dell'intero concerto e lì si vede infatti che "Trial..." parte con quel pezzo), la velocissima "Fury" e "Riot In The Dungeon", con il suo sapore classico, episodi la cui assenza pesa ancora oggi sul prodotto finale. Tralasciando per il momento questi aspetti, vediamo cosa contiene questo live, uscito per la Polydor, etichetta con cui Malmsteen aveva allora un forte sodalizio lanciato sul mercato il 12 ottobre del 1989. Il titolo scelto è altisonante come si addice allo Svedese: "Trial By Fire"; la cover dell'album vede un Malmsteen ritratto in spavalda posa reminiscente Blackmoore, nell'atto del compimento di un'azione che ricorda un altro suo modello, Jimi Hendrix, vale a dire il sacrificio dell'amata chitarra, data alle fiamme, è nota infatti la frase di Hendrix secondo cui le cose amate vanno sacrificate. La scaletta è fenomenale con i due più recenti lavori saccheggiati, com'è giusto che sia, ma, tocca ripeterlo, ne mancano alcuni che ne avrebbero aumentato ancora di più il valore, ma vediamo cosa troviamo inciso in essa.

Liar

Già dalla partenza, affidata a "Liar" (Bugiardo), dall'eccellente "Trilogy" del 1986, si capisce che qualcosa manca. L'inizio è troppo brusco per un genere che, quando non ha brani con un'apposita intro ne prende in prestito una da altri generi, come la Musica Classica o i Canti Gregoriani, a volte anche da colonne sonore di film, qualcosa comunque di epico. Manca infatti il primo brano e "Liar" è il secondo in scaletta che attacca appena finito il precedente. Si può sorvolare su questo particolare e lasciarsi andare nell'ascoltare il brano che presenta un inizio diverso dalla versione in studio: mentre infatti quest'ultima esordisce direttamente con un fraseggio armonizzato su base di singoli accordi ben miscelati con le pause, quella su palco si presenta direttamente con i singoli accordi seguiti a ruota dalla melodia di base, con aggiunta di "malmsteeniate", vale a dire infarcimenti vari alla sei corde. Il giovane chitarrista fa infatti ciò che ci si aspetta da uno come lui, aggiungendo una pioggia di note in punti del brano in cui mancavano nella versione del disco. Tutto è più veloce e duro, la ritmica più serrata, la batteria più potente, ciò ha maggior effetto su chi ascolta. Ciò che la versione estratta dal terzo full-lenght ci ha offerto è qui resa in maniera ancora più coinvolgente ed, ovviamente, i momenti più salienti ed intensi sono quelli solisti, sia nella forma della cascata di arpeggi che precedono gli assoli di chitarra e tastiera, sia il duello fra i due strumenti appunto, una garanzia data la caratura e preparazione tecnica di Johansson e Malmsteen. Il secondo è ovviamente il protagonista, che si distingue anche per interventi al microfono, in particolare per quanto riguarda le parti che prevedono un registro più alto. E' la voce l'elemento che presenta evidenti differenze fra due impostazioni e due timbri differenti. Non dobbiamo infatti dimenticare che l'originale interprete della traccia fu Mark Boals, melodico si, ma anche potente; Joe Lynn Turner, vocalist di "Odyssey" e del tour a supporto dell'album, è notoriamente più incline ai canoni dell'A.O.R., ciò nonostante, da vecchio leone e performer più che rodato, riesce a colmare il "gap" con la sua esperienza e padronanza del palco.

Queen In Love

Questi problemi, se così vogliamo chiamarli, svaniscono nella successiva "Queen In Love" (Regina Innamorata), sempre da "Trilogy", nata direttamente più melodica e meno sostenuta, a metà strada fra mid tempo e power ballad, anche se ovviamente "subisce" anche essa l'accelerazione derivante dall'adrenalina generata dal fattodi essere sul palco. Qui Turner ha la possibilità di rilassare per un attimo la voce e mettere in evidenza con maestria le sue doti canore, andando a percorrere sentieri in cui è più maestro, lasciando che sia lo stesso Yngwie ad occuparsi di eseguire le parti in tonalità più alta nei frangenti in cui lo coadiuva nelle backing vocals e si deve ammettere che la voce è sorprendentemente squillante, cosa che non era emersa nelle release e live ufficiali a cui aveva preso parte come membro di Steeler ed Alcatrazz. Il melodico assolo è la ciliegina sulla torta, dotato di una melodia irresistibile che non perde la sua presa nonostante l'altissimo numero di note sciorinate con grande tecnica. Chiaramente la fine della canzone, che nella versione da studio andava sfumando nel finale, qui viene adattata secondo le esigenze del palco e conclusa in modo secco. "Queen In Love" risulta essere un piacevole punto di passaggio fra fasi più intense dello show.

Deja Vu

Come per la versione da studio, "Deja Vu" (Già Visto) viene annunciata da una rullata di batteria che qui Anders Johansson rende più veloce e potente, come è giusto che sia, come deve succedere per un live che si rispetti. Così il batterista dà lo start ad un'altra killer track che prende il volo con il gustosissimo riff eseguito all'unisono da chitarra e basso, belle diteggiature che risultano efficacemente corpose dal combinato suono dei due strumenti. Jens si fa sentire meno in questo frangente, ma la cosa è dovuta all'arrembante suono degli strumenti a corde, non certo perché sia stato relegato in un angolo, lui è sempre lì ad offrire il suo inestimabile contributo. Chi brilla qui adesso è il vocalist, carico come non mai ,che trova nella progressione di accordi del brano terreno fertile per ribadire ancora una volta che la melodia è parte integrante del suo stile, anche in episodi più energici. E' interessante notare come ogni tanto Barry Dunaway prenda una deviazione del percorso del riff iniziale per posizionare qua e là delle infiorettature dalla buona musicalità. Anche il capobanda si distacca qua e là dal percorso più inquadrato della studio version, con il tipo di abbellimenti che sono materia obbligatoria dal vivo, meno nella bella progressione di arpeggi che precede l'assolo: quella va eseguita come in studio il più fedelmente possibile, è troppo caratteristica per "distorcerla", se qualche improvvisazione è ammessa non deve essere comunque tale da snaturarla. E' un mid tempo "Deja Vu", ma anche se non veloce come altre canzoni si rivela essere un brano compatto, soprattutto in sede live, i cinque killers che si danno da fare sul palco ne hanno reso una versione ancora più affascinante!

Far Beyond The Sun

Dopo "Deja Vu" arriva uno dei momenti più caldi, intensi ed attesi di tutto lo show. Le tastiere di Johansson si incupiscono dando vita ad un'atmosfera che è insieme evocativa ed epica; diviene subito chiaro per tutti che è la volta di una delle manifestazioni di protagonismo dell'axeman. E' così infatti, su quel coinvolgente tappeto creato dal keyboards wizard, Yngwie vola agile e fluido sul manico della sua chitarra con un bellissimo fraseggio che immediatamente si trasforma in altro e di cui fa dono ai fans: di un estratto dal "Concerto Per Violino Ed Orchestra N.4 In Re Minore" del leggendario Niccolò Paganini, un semplice accenno in realtà, per la precisione l'inizio del primo movimento l'"Allegro Maestoso". Il giovane chitarrista svedese riesce a proporne una versione più drammatica dell'originale ed anche più potente, ovviamente grazie all'ausilio di strumentazione elettrica, grazie alla sua ciurma che ne sottolinea gli accenti. E' un momento breve e magnetico che, tramite un successivo squisito fraseggio, sfocia in un altro brano classico molto noto al mondo (e, grazie a lui, ormai famoso ed amato anche nel Metal), vale a dire "L'Adagio In Sol Minore" di Tommaso Albinoni (conosciuto anche più semplicemente come "L'Adagio Di Albinoni"), in realtà, come è ormai noto, una composizione originale del compositore, musicologo e biografo Remo Giazotto. E' un momento evocativo, pregno di passione e poesia, un episodio amatissimo dal chitarrista. Questa composizione era già stata presa in prestito dal Guitar Hero ed usata nel suo epocale debutto per introdurre "Icarus' Dream Suite Op. 4" e, come in quella sede, anche on stage le note che Malmsteen suona sono più numerose rispetto alla versione originale, ma il risultato è eccezionale. Dopo la pubblicazione del live in questione, la scaletta era ben nota, si sapeva quindi cosa sarebbe venuto dopo, ma tornando un attimo con il pensiero alla versione da studio, i presenti sotto al palco, in quel di Leningrado, erano del tutto legittimati ad aspettarsi proprio la succitata "Icarus'..." al termine dell'adagio. Nessuno o quasi poteva immaginare che, con la forza di un uragano, si sarebbe cambiato registro e la mitica "Far Beyond The Sun" (Ben Oltre Il Sole) sarebbe arrivata a fare scintille. Yngwie corre su e giù per tutto il manico del suo strumento (e per tutto il palco) con un'energia incontenibile, aggiungendo barocchismi ai suoi già usuali barocchismi, note su note, scale infuocate che evocano le montagne russe quando trasposte su pentagramma, il duello con Jens che rappresenta l'highlight del brano ed i kids assiepati sotto al palco ne vogliono sempre di più... poi la fine, trionfale e potente. Tre diverse composizioni di altrettanti autori, concepite in epoche diverse, ma gli stili si fondono alla perfezione, dimostrando che il giovane axeman si pone in linea con la tradizione classica e giganteggia in quell'ambito. Per quanto riguarda l'"Adagio" in particolare diverrà negli anni un episodio fisso nelle esibizioni live del chitarrista, proprio come lancio di "Far Beyond The Sun" ed il bello è che i tre diversi motivi, qui fusi in un unico monolite sonoro, non stonano affatto messi insieme, lo stile sembra uno che vale per tutti e tre. Già la sola "Far Beyond The Sun" valeva il prezzo del biglietto!

Heaven Tonight

Il chorus che apre "Heaven Tonight" (Il Paradiso Questa Notte) è troppo perfetto per una versione dal vivo ed infatti si tratta di una base preregistrata (che sarà usata ad ogni ritornello) presa direttamente dal disco. Niente di strano, lo svedese non fu certamente il primo ad usare questo espediente e non sarebbe stato l'ultimo, infatti molti acts sono costretti a farvi ricorso, soprattutto quando la composizione è particolarmente ricca dal punto di vista dell'arrangiamento, in termini di quantità di strumenti coinvolti e non c'è la possibilità di portarsi dietro un'intera orchestra per ripetere durante una gig le magnificenze realizzate in studio. Nulla che tolga valore alla canzone, beninteso, "Heaven Tonight" è nata bella e bella sarà sempre. Quel che è certo che qui, posizionata in scaletta dopo quel tornado che l'ha preceduta, ha lo scopo di riportare un attimo di calma, una strizzatina d'occhio ad un maggior uso di melodia che vada a colpire direttamente il lato più romantico e tenero di chi ascolta. I brani precedenti sono stati infatti un crescendo in tensione, questo episodio è quindi astutamente previsto proprio adesso per frenare l'adrenalina quel tanto che basta per evitare che i presenti perdano completamente il controllo, e lo fa andando a richiamare, come sonorità ed atmosfera, le party-songs, un filone in cui, ad essere onesti, annoverare il Guitar Hero ed i suoi sarebbe improprio. Possiamo dire che "Heaven Tonight" è più radio-friendly, questo si, strofa, chorus ed ogni piccola parte di essa ha un hook micidiale dalla grande cantabilità, con un Turner a suo agio nel tipo di proposta, che si colloca appieno nello stile in cui è Maestro.

Dreaming (Tell Me)

La melodia, stupenda melodia, la fa ancora da padrona nel brano che segue: "Dreaming (Tell Me)" (Sognando - Raccontami, Parlami). Che dire in proposito cari lettori? Che siamo in presenza di una delle più belle, intense, passionali power ballad della storia, pura poesia magistralmente partorita dalla collaborazione Malmsteen-Turner. Il loro ispirato pennino, l'uno per la musica, l'atro per le liriche, ci ha fatto dono di un capolavoro del suono romantico e struggente. Il leader mette per un attimo da parte la chitarra elettrica ed imbraccia quella classica esibendosi in una inaspettata introduzione dal gusto classico, la "Fuga In Sol Minore BWV 578" di Johann Sebastian Bach, fino al riconoscibile inizio della canzone di cui stiamo parlando, con i tasti d'avorio di Johansson che dettano la melodia a cui si aggiunge subito Il Maestro infarcendo la trama di fraseggi; a completare l'opera la suadente voce del vocalist, coinvolgente come non mai. L'atmosfera è quella da accendini con le loro fiammelle a guizzare nel buio e gli abbracci ancora più sentiti fra gli innamorati. Quando il Vichingo Svedese decide di tornare alla chitarra elettrica il cambio di suono segue perfettamente ed alla grande il suono creato sul palco dai cinque, raggiungendo il picco più alto nell'espressivo assolo alla sei corde. La fine è da oscar, una coda musicale più lunga di quella in studio, dove, sempre sull'ottimo tappeto creato dai suoi fidi compagni, tastierista in testa, lo Shredder per definizione ci fa dono di un'altra carovana di frasi alla chitarra classica, intersecandosi alla perfezione con quanto di ottimo le keys stanno producendo. Un altro picco del brano, che va a concludersi con una citazione dal "Per Elisa" di Beethoven, la serie di note più popolare, quelle più universalmente conosciute... una traccia più lunga di un minuto rispetto a quella presente su disco, minutaggio aggiunto con l'intro e l'outro, ma per nulla affatto pesanti: la perfezione!

You Don't Remember, I'll Never Forget

Il risveglio avviene con un altro stupendo hit, "You Don't Remember, I'll Never Forget" (Tu Non Ricordi, Io Non Dimenticherò Mai), che fa esplodere i fans; bastano infatti poche note perché gli animi tornino ad infuocarsi. La velocità del brano è più elevata rispetto al disco, con una ritmica più robusta, più marcata, che le dona una veste più Hard e le tastiere sono stupende, con un suono limpido e pomposo. Per quanto si possano considerare le diversità nello stile e nell'impostazione fra il singer che la interpretò in studio, Mark Boals, e Turner, due voci ed approcci completamente differenti, bisogna riconoscere che il secondo svolse un lavoro di tutto rispetto per renderla alla grande in quel di Leningrado. Ovviamente Malmsteen giganteggia rendendo la sua inseparabile Fender Stratocaster protagonista della scena, ma il tutto funziona perché la macchina che lo sorregge avanza impeccabilmente rodata. L'assolo è perfetto, sontuoso e fluido, ancora più che su disco, con alcuni riflessi inediti, con un sapiente uso del delay e riserva una sorpresa: quando ha infatti esaurito la sua corsa al brano viene aggiunta una nuova sezione che va a trasformarsi in una versione accelerata del celebre "Greensleeves", dalla sua forma rappresentata dalla cosiddetta Romanesca e dal Passamezzo Antico, o dalla Progressione Andalusa; le due prime forme possono cambiare nell'ordine in cui sono presenti nel brano, ma quello che qui conta è come il tutto ben si adatti ad essere riprodotto in veste Metal. Non finisce qui perché segue un'ulteriore evoluzione, quella che va a tradursi in un omaggio/citazione dei Deep Purple di "Made In Japan", più precisamente il dialogo fra chitarra e voce, con il singer che si esprime tramite vocalizzi, proprio come nell'originale; un gruppo, i Deep Purple, molto importante per la formazione musicale di Malmsteen e dei fratelli Johansson, ma importante anche per Joe che in passato aveva militato nei Rainbow, per le connessioni che questa band aveva con la precedente creatura del Man In Black. Immancabile, arriva il momento in cui il pubblico viene coinvolto, con l'intonazione del refrain, da parte di Turner e dello stesso Shredder, su tappeto di keys, basso e batteria, prima di riprendere il corso regolare fino al finale. Una track che in alcuni suscitò qualche perplessità all'atto della pubblicazione, in quanto ritenuta troppo zuccherosa da alcuni, ma assolutamente devastante in versione live!

Guitar Solo (Trilogy Suite Op: 5/Spasebo Blues)

"Guitar Solo (Trilogy Suite Op: 5/Spasebo Blues)". E' possibile infiammare ancora di più gli animi di un pubblico già su di giri! Assolutamente si ed è quanto succede nel momento in cui, dopo l'annuncio di Turner, partono le prime inconfondibili note di "Trilogy Suite Op. 5". La velocità di esecuzione è elevatissima, con tutti i musicisti che si buttano all'inseguimento dell'axeman che rende incandescente il suo strumento. Anders Johansson dalla sua postazione dietro le pelli si trasforma in un metronomo umano, ma è Barry Dunaway al basso che impressiona di più ricalcando pedissequamente molte delle note suonate da Malmsteen nonostante la maggior "durezza" nel suonare a certi livelli sul basso un qualcosa pensato per la chitarra; ma il buon Barry non si fa intimorire e diventa quasi un'ombra del chitarrista, rendendo alla grande le diteggiature pazzesche del pezzo e, in alcuni punti, suonando i bassi come lo si potrebbe ascoltare in un'orchestra. Di Jens è quasi superfluo dire quanto grande sia, la leggendaria doppietta che ha costituito con il suo conterraneo, divenendo con lui una delle coppie simbolo dei duelli chitarra-tastiere nella musica, viene qui ulteriormente confermata, in particolare nei folli arpeggi che "Trilogy..." contiene. Quello strumentale che aveva fatto spalancare bocche ed occhi di semplici ascoltatori ed aspiranti stelle della sei corde, lasciandoli increduli rispetto a quanto sentivano uscire dalle casse dei vari supporti a disposizione, che li aveva fatti interrogare una volta di più sul cosa si potesse raggiungere con la pratica, la dedizione e la disciplina, fa ora fede alla sua fama, ma qui diviene anche il pretesto per fare sfoggio di tecnica pirotecnica. Il primo movimento viene interrotto a metà, proprio un attimo prima della sezione in cui dovrebbero duellare chitarra e tastiere, per lasciare spazio all'ego di Yngwie,cosa di cui, fra il pubblico, pochi, se non nessuno, si curano perché sta per venire loro offerto ciò che probabilmente più attendono. Il brano si arresta e un assolo non accompagnato, ben giocato con l'effetto delay, transita per un altro brano ben noto pescato direttamente da "Krakatau", del recentissimo "Odyssey", quell'intermezzo ritmico potente e magnifico che precede un altro dialogo sei corde-keys. Sarebbe lecito aspettarsi proprio quello, ma a prendersi totalmente la scena è il Re dei Guitar Heroes, coadiuvato dal suono delle tastiere, che gli mettono a disposizione un sottofondo costante e grigio che ben si presterebbe ad un film dai toni epici e apocalittici. Come una moderna orchestra, questo è il contesto che permette a Malmsteen di stare sotto i riflettori e, a sua volta trasformato in una sorta di Paganini del XX secolo, strapazzare il suo strumento facendolo diventare incandescente con la valanga lavica di note che incessanti eruttano da esso. La follia solista si arresta quando, in omaggio al pubblico sovietico, così accogliente, partecipe e coinvolto, il giovane musicista regala un'improvvisazione su uno standard del Blues, ovviamente interpretato con il suo stile inconfondibile, qui presentato con il titolo di "Spasebo Blues", dalla parola russa "spasibo" (pronunciato spasìba), vale a dire "grazie", proprio per sottolineare e celebrare il calore che gli hanno dimostrato. E' un piacevole interludio che consente di respirare per un po', prima che le gesta da Shredder tornino ad imporsi con forza, annunciate da un accenno della "Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67" di Ludwig van Beethoven, il più noto, quello che tutti,chi più chi meno, sono in grado di individuare. Questa citazione costituisce il punto di partenza per un'altra entusiasmante esplosione di shredding, in cui il playing del Maestro è ancora più incontenibile, eseguito anche da suoni spinti alla saturazione, giocando con gli effetti del suo apparato live e che vede la chitarra "brutalizzata" con il momento delle corde che vengono strappate via con forza dal giovane prodigio. Quanto appena passato è uno spettacolo imperdibile per i più accaniti sostenitori dell'artista in questione.

Crystal Ball

A riportare la calma ci pensa quella stupenda perla di A.O.R./Hard Melodico che risponde al nome di "Crystal Ball" (Sfera Di Cristallo). Come si struttura il brano lo sappiamo già e in questa sede prende le mosse allo stesso modo di quanto possiamo ascoltare su "Odyssey". Sono Jens, Anders, e Barry ad introdurci ad esso, regalandoci quell'atmosfera magica che qui arriva a noi ancora più potente ed irresistibile, le tastiere suonano ad oltranza gli stessi due accordi che fanno da base all'intro ed i beat di basso e batteria si fondono con i battiti dei nostri cuori guidandoci in una danza in cui tutti siamo protagonisti. Il bellissimo assolo iniziale viene ampliato nella durata, che viene aumentata di quasi un minuto e nelle note, che sono si numerose, ma che nulla vanno a togliere al grande feeling che genera, anzi, qui brilla di riflessi inediti ed è ancora più caldo e passionale, con un calibrato ed intelligente uso dell'effetto eco, che gli aggiunge corpo riuscendo a dare l'impressione di essere circondati da chitarre elettriche e ci guida con maestria all'esplosione che dà poi il via alla strofa. Tracce come queste sono quelle in cui Turner si muove con maggiore sicurezza ed infatti ascoltandolo si ha la certezza che nessuno, per quanto bravo/a, potrebbe mai fare di meglio; il suo timbro è rilassato, romantico e di grande espressività, elementi che gli permettono di declamare con maestria le liriche che gli sono venute fuori direttamente dagli anfratti più reconditi ed intimi del suo essere... Malmsteen scelse proprio bene la partnership in fase di scrittura del suo quarto full-lenght, avvalendosi dell'apporto di un cantante esperto come Turner. Come aveva già fatto su "Odyssey", "Crystal Ball" spazza via, insieme ad altri degni episodi passati ed altri che sarebbero arrivati in futuro, le polemiche riguardo alla mancanza di cuore e melodia nelle composizioni dello Svedese.

Black Star

Il suono senza tempo della chitarra classica segue a ruota e con essa Yngwie regala ai suoi sostenitori un'altra citazione di arte immortale, ossia "Aria Sulla Quarta Corda", arrangiamento di August Wilhelmj di un capolavoro conosciuto dagli esperti come "Suite Orchestrale n. 3 in Re Maggiore, BWV 1068", il secondo movimento in particolare, donata in eredità all'umanità dal genio inarrivabile di Johann Sebastian Bach; accompagnato dal fido Jens, che con le sue testiere simula per lui un'orchestra, ascoltiamo un Yngwie ispirato, che sente sulla sua pelle tutta la poesia dell'"Aria..." e la trasmette con maestria agli astanti. Questo affascinante trampolino di lancio lascia il posto ad un arpeggio molto ben conosciuto, che introduceva la strumentale "Black Star" (Stella Nera), posta in apertura del primo innovativo, epocale album del Genio Neoclassico. Alle prime note i fans sussultano perché quello che sta per arrivare è un altro degli appuntamenti irrinunciabili del songbook dell'axeman, già storia ormai, quasi leggenda, un tassello fondamentale in una scaletta organizzata in modo impeccabile dal punto di vista cronologico. Quel memorabile pezzo dall'aura malinconica ha un impatto incredibile, fa della lentezza nel procedere la sua forza innegabile e consente una volta di più al suo autore di mettere in mostra la sua classe sopraffina. Gli interminabili assoli si propagano come onde continue sul tappeto ritmico generato dal gruppo, onde che si propagano dalla chitarra per infrangersi sulla platea, come quelle di un mistico mare dai suoni affascinanti. Sono fraseggi fluidi e carichi di feeling, plettrate con valanghe di note che si alternano a vibrati come solo Malmsteen sa fare, che gradualmente portano al finale potente della traccia.

Spanish Castle Magic

Sembrerebbe quella la fine ed invece c'è un'ultima sorpresa, "Spanish Castle Magic" (La Magia del Castello Spagnolo), terza traccia di "Axis: Bold as Love" del 1967,secondo album dei The Jimi Hendrix Experience (canzone ispirata ad un club di Seattle, chiamato appunto The Spanish Castle, frequentato in gioventù dal leggendario chitarrista), brano classificato come proto- Heavy Metal, qui inserita come tributo dello Svedese ad uno dei suoi modelli ispiratori. Lo stile differisce di molto da quello di Malmsteen, con la sua progressione armonica di altra natura rispetto a quelle più tipicamente di ispirazione classica di quest'ultimo. Ciò nonostante è un diversivo che non stona del tutto nel contesto di questa gig, che ha lo scopo di far rilassare l'audience e distoglierla dall'attenzione che richiede un certo tipo di proposta molto più impegnativa dal punto di visto tecnico, ma, a ben guardare, la natura e le sonorità di questa cover sarebbero state in una certa misura riprese da Yngwie in futuro molto prossimo rispetto a questo live. Ormai i fans sono "cotti", hanno assistito ad uno show esuberante, fatto di velocità e potenza, portato in scena da musicisti preparatissimi, perché no offrire quindi qualcosa che faccia "ballare", che vada a toccare altre corde. Ovviamente lo stile solistico è reinterpretato con i patterns tipici del giovane prodigio scandinavo e ideale commiato del gruppo tutto che saluta così i fedeli sostenitori.

Conclusioni

"Trial By Fire". Se dobbiamo ammettere che a volte il giovane chitarrista ha fatto scelte un po' discutibili in merito alla questione copertine nei suoi lavori, dobbiamo però riconoscere che quelle riguardanti i titoli si sono rivelate azzeccate. "Rising Force" era l'annuncio di ciò che il suo debutto avrebbe scatenato nel mondo Metal, in particolare nel giro dei chitarristi; "Marching Out", a simbolizzare la continuazione del cammino intrapreso con il primo full-lenght; "Trilogy" ed "Odyssey", che non hanno bisogno di spiegazione ed ora "Trial By Fire", ovvero "La Prova Del Fuoco". Tutti voi, o per lo meno molti, avranno sentito, almeno una volta nella vita, questa espressione. Se mettiamo da parte il significato che aveva nel medioevo (in cui si imponeva, in maniera cruda e spietata, a chi era accusato di aver commesso un crimine, di mettere una mano nel fuoco o addirittura entrare tra le fiamme con tutta la propria persona e stabilirne l'innocenza o la colpevolezza dall'esito della prova) ed abbracciamo quello figurato di situazione difficile, magari anche un po' rischiosa, in cui si ha comunque la possibilità di dimostrare le proprie capacità, il proprio valore, beh, allora il titolo in questione è perfetto, rispecchia la realtà. Qui Yngwie Johan Malmsteen, nato Lars Johan Yngve Lannerback, fu chiamato a dimostrare di essere il leader del filone chitarristico e di meritare di sedere sul trono spettante al possessore del titolo di Re dei Guitar Heroes. Il nostro riuscì brillantemente nella prova proponendo una scaletta composta da eccellenti brani, collocati con cura nei punti giusti dello show, in cui quelli da dieci e lode, i picchi compositivi, arrivavano nel momento giusto ad assestare i colpi più micidiali ad un pubblico già in estasi; prova in cui è da notare la scelta in linea con la tradizione dei seventies di allungare il minutaggio delle tracce, che è poi propria di un'epoca in cui spadroneggiavano artisti che fecero da base per la formazione musicale di Yngwie e la sua ciurma. Protagonista principale, manco a dirlo, fu il giovane axeman, divenuto definitivamente Maestro, in un autentico stato di grazia, ma non va fatta ombra sul contributo offerto dai suoi fidi collaboratori, musicisti in forma smagliante, fra cui anche quello meno notevole dal punto di vista tecnico, Barry Dunaway, fu tessera adeguata del mosaico, giusto ed affidabile, tanto che più volte sarà chiamato in futuro dallo Shredder per accompagnarlo in tour sui palchi del mondo; il veterano Joe Lynn Turner, che aveva già apportato un valore inestimabile in fase di scrittura delle liriche nello stupendo "Odyssey" e che mostrò un'ottima padronanza del palco e un'interpretazione dei brani degna dei mostri sacri del genere. Cosa dire poi dei terribili fratelli Johansson? Anders preciso e potente, e Jens supersonico e fantascientifico. Purtroppo la partnership con i due terminerà proprio con la fine del tour, le loro strade si separeranno e solo in qualche occasione i tre si ritroveranno in studio insieme, ma a mo di collaborazione e niente più. Ci si rende conto che qua e là, tramite trucchetti ottenuti in studio di registrazione, fu aggiunto del pubblico per dare l'impressione di una venue più gremita, ma è un aspetto trascurabile, a parlare sono le canzoni e la loro resa on stage. Per quella scellerata scelta di tagli alla scaletta, operata dalla casa discografica, questo documento live resta quindi un capitolo incompleto della discografia di Malmsteen, che va ad influire, sebbene di pochissimo, sul voto finale; manca una parte della storia, ma quella scritta ci mostra ancora oggi immagini nitide e meravigliose del Guitar Hero per eccellenza!

1) Liar
2) Queen In Love
3) Deja Vu
4) Far Beyond The Sun
5) Heaven Tonight
6) Dreaming (Tell Me)
7) You Don't Remember, I'll Never Forget
8) Guitar Solo (Trilogy Suite Op: 5/Spasebo Blues)
9) Crystal Ball
10) Black Star
11) Spanish Castle Magic
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