YNGWIE J. MALMSTEEN

Rising Force

1984 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
19/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Lars Johan Yngve Lannerback, meglio conosciuto come Yngwie J. Malmsteen, è un personaggio che si odia o si ama, senza mezze misure; un personaggio  che da anni divide la comunità Metal mondiale. C'è chi infatti lo trova presuntuoso, egocentrico, e chi invece lo ammira e lo segue quasi religiosamente, considerandolo un autentico maestro. E' indubbio, però, che stiamo parlando di un musicista fondamentale per tutto il movimento Heavy Metal, un chitarrista che ha influenzato legioni di colleghi contemporanei / futuri e non solo. Un innovatore, un purissimo talento naturale ben sviluppato e messo al servizio di un genere che, inutile negarlo, deve molto alla sua attitudine classicheggiante, nonché al suo orecchio musicale. Un esecutore ed un compositore d'eccezione, in grado di approcciarsi alla musica in una maniera tutta nuova, figlio di diversi background spazianti dal Rock degli anni d'oro alla musica classica. La storia del Nostro, infatti, è costellata di ascolti variegati ed esperienze assai significative, un turbine di avvenimenti che affondano le loro radici esattamente nell'infanzia di Yngwie. Il suo percorso comincia, difatti, in quel di Stoccolma, in uno dei sobborghi della capitale svedese. Malmsteen ha 5 anni ed è il primogenito di una famiglia di musicisti; non c'è dunque da stupirsi della precocità dei suoi approcci musicali, stimolato com'era sia dal fronte paterno che materno. Riceve in regalo la sua prima chitarra, donatagli dalla madre, anche se non mostra subitamente un interesse maniacale per lo strumento, preferendo dedicarsi alle normali attività di un qualsiasi bambino suo coetaneo. La svolta arriva due anni dopo: siamo nel 1970 ed Yngwie, settenne, assiste alle celebrazioni dei funerali di Jimi Hendrix, rimanendo letteralmente folgorato da un immagine di repertorio. Il filmato, infatti, gli mostra il celeberrimo atto di "piromania" del Maestro americano, intento a dar fuoco alla sua chitarra. "Nonostante Hendrix non mi abbia influenzato pesantemente né abbia contribuito a delineare il mio stile.. pensai che quel gesto fosse incredibilmente figo!!"; questa la dichiarazione del Malmsteen "moderno", intento a rimembrare cosa suscitò in lui quell'atto selvaggio e ribelle. Grazie ad Hendrix, dunque, avviene la folgorazione definitiva, ed il Nostro è pronto per iniziare la sua avventura nel mondo della musica. Comincia ad esercitarsi più che seriamente, arrivando a creare il suo primo gruppo (un duo composto da lui e da un suo amico batterista) alla tenera età di 10 anni. All'attività pratica, poi, ne segue anche molta "teorica", in quanto i suoi ascolti si fanno incredibilmente variegati ed importanti. Scopre Ritchie Blackmore ed UIi Jon Roth, i quali diverranno (assieme a Brian May) i suoi numi tutelari. Non solo Rock, inoltre, dato si che "sfruttando" le conoscenze familiari egli riesce ad entrare in contatto con quella che sarà la sua ispirazione ultima, il violinista italiano Niccolò Paganini. E' il musicista Gidon Kremer a dargli la definitiva "spinta" verso la Classica, in quanto Yngwie ha modo di assistere, guardando la televisione con i suoi genitori, ad un'esibizione del suddetto violinista, intento ad eseguire i "24 Capricci" del Maestro italiano. Malmsteen rimane incantato da questa performance, decidendo di far proprio lo stile tipico dei compositori classici e di unire il tutto al suo background Rock, quello composto dall'energia e dalla potenza di gruppi come Deep Purple e Queen. I germi di quel che sarà il "Neoclassic Metal" nascono dunque nella volontà di un teenager di unire il virtuosismo classicheggiante alla forza del Rock. Una commistione di stili che avrebbero fatto la fortuna di questo intraprendente ragazzo, il quale decide proprio in quegli anni di ricavare il suo pseudonimo "inglesizzando" i suoi nomi di battesimo ed il cognome materno (per l'anagrafe, infatti, la signora era nota come Malmsten). Passano gli anni ed il Nostro cresce, come persona e musicista. Anche i tempi cambiano, il Rock si evolve e si rivoluziona. E' il 1984 quando il suo debutto ufficiale, "Rising Force", vede la luce e fa conoscere al mondo lo stile raffinato, potente e virtuosistico di questo giovane vichingo. Un lavoro che va ad inserirsi in un contesto assai delicato, complesso. Il momento in cui la spinta propulsiva della N.W.O.B.H.M. (corrente che in Inghilterra aveva dato i natali a gruppi storici come Venom, Iron Maiden, Saxon, Def Leppard, tanto per citarne alcuni) aveva innescato un autentico terremoto musicale, un ciclone destinato a cambiare per sempre il volto dell'Hard Rock. Era nato l'Heavy Metal, nelle sue varie sfaccettature, evolvendosi a sua volta in molti altri sottogeneri (risalgono già al 1983 i debut di Slayer e Metallica, antesignani del Thrash Metal, unione devastante fra Heavy classico e iconoclastia Punk). Tuttavia, proprio verso il finire della prima metà degli '80s il primato dell'Heavy "classico" comincia a scricchiolare, a manifestare i primi segnali di cedimento. Niente paura, però, perché la lezione era stata ben assimilata dall'altra parte dell'Oceano Atlantico. La scena Metal nel nuovo Continente, in quegli anni, è in piena espansione, anche grazie all'interessamento della neonata MTV, che trasmette in "Heavy Rotation" i video di questa nuova generazione di rockers; le bands in quel periodo sono infatti molte, com'era stato qualche anno prima nel Regno Unito. Partendo dal Metal Classico dei gruppi Inglesi, in America il suono duro si disperde in più correnti e si affermano soprattutto due generi che domineranno l'airplay radiofonico del globo per tutta la seconda metà degli anni '80, seppur con concetti di Heavy Metal totalmente contrapposti: Thrash e Glam. E' dunque in questo clima di cambiamenti e rivoluzioni che la storia (umana e musicale) di Malmsteen comincia a divenire seria. L'esatto momento in cu il musicista svedese decide di divenire un professionista, proponendo il suo stile al grande pubblico, cominciando a farsi conoscere. Prima di proseguire, però, torniamo leggermente indietro nel tempo. Solo due anni prima, nel 1982. Il giovane chitarrista, divenuto maggiorenne, è difatti sbarcato negli U.S.A. partendo dalla fredda Svezia. Bagaglio: due chitarre ed un paio di jeans. Armamentario esiguo, soprattutto se comparato al suo obiettivo finale, di contro gigantesco. Ovvero, sfondare nel mondo della musica! Per dovere di cronaca, il trasferimento era avvenuto grazie all'interessamento di Mike Varney (boss della "Shrapnel Records", la quale ebbe come artista di punta un certo Marty Friedman), il quale rimase molto colpito da una demo registrata da Malmsteen ed intitolata "Powerhouse" e registrata  dal Nostro nel 1978. Nella terra dei grattacieli fu dunque relativamente "semplice", per Yngwie, mettersi in luce. La concorrenza era molta e spietata, ma di pari passo l'ambiente era pregno di possibilità e di esperienze da poter vivere, dato il forte cosmopolitismo e la mentalità maggiormente aperta caratterizzante gli States. Iniziano così le prime esperienze musicali del chitarrista, il quale ebbe modo di avvicendarsi a diverse realtà. Dopo essersi messo in luce negli Steeler di Ron Keel divenendo di fatto il chitarrista solista della band (accreditato come lead guitar dell'omonimo debutto della band di Ron, datato 1983) e stupendo tutti con le sue straordinarie capacità tecniche, approda negli Alcatrazz dell'inglese Graham Bonnet, conosciuto a livello mondiale per essere stato il cantante dei Rainbow di Ritchie Blackmore. Con gli il nuovo gruppo l'esperienza si rivela leggermente più proficua, visto che Yngwie partecipa attivamente alla realizzazione di ben due dischi: il debutto "No Parole From Rock 'n' Roll" (1983) ed il live album "Live Sentence", del 1984. Torniamo dunque all'anno fatidico, il momento in cui diviene chiaro (a tutti) il fatto che allo svedese non piace poi molto l'idea di suonare "per" qualcun altro. Nella mente di Yngwie comincia così a prendere piede l'idea di proporsi come solista. Di lì a poco, il nostro inizia a progettare seriamente la realizzazione un lavoro tutto suo, nel quale potersi esprimere come meglio credere, mostrando al mondo la sua attitudine Rock e contemporaneamente la sua ammirazione per la musica classica. Manager e casa discografica (la "Polydor", che si occupava anche della distribuzione giapponese dei prodotti degli Alcatrazz) sono d'accordo, ma pongono una condizione: l'album deve contenere pochissime tracce cantate, o addirittura nessuna; proprio per evitare di far concorrenza a Bonnet, il quale deve mantenere intatto il suo status di "celebrità". Così, nei tempi morti venutisi a creare fra le date giapponesi che gli Alcatrazz stanno tenendo a supporto di "No Parole from Rock'n'Roll", il giovane chitarrista vola appena può negli U.S.A., rifugiandosi nei "Record Plant Studios", luogo in cui comincia le registrazioni di "Rising Force". La formazione che lo assiste, poi, ha sicuramente i numeri giusti per supportare un musicista assai dotato. Malmsteen è difatti accompagnato, in questa sua avventura, da un altro grandissimo musicista svedese, il tastierista Jens Johansson (ex Silver Mountain e futuro Stratovarius), il quale avrà esposizione a livello mondiale proprio grazie al Nostro Yngwie. A completare la line up ci sono inoltre Barriemore Barlow (storico batterista dei Jethro Tull), ed alla voce un cantante americano di origini portoricane, che diventerà in futuro uno dei più richiesti in ambito Rock e Metal: Jeff Scott Soto. Nel 1984 il nostro aveva appena 17 anni, amava cantare, e quando venne a sapere che Malmsteen stava cercando cantanti per il suo debutto solista, decise di inviargli un nastro. Come lo stesso Soto ha raccontato, il chitarrista tenne fino alla fine due nastri, il peggiore ed il migliore, tenendo l'aspirante singer sulle spine. Sappiamo tutti, poi, come andò in seguito a finire; per la fortuna di Jeff! Definita così la band, con Malmsteen che si occupa anche delle parti di basso, si inizia così a fare sul serio. "Rising Force" viene pubblicato nel 1984 dalla "Polydor", prodotto interamente da Yngwie, la cui tenacia fu assolutamente premiata. A posteriori, l'album fu ritenuto un caposaldo dello Shred e del Neoclassical Metal, raggiungendo le vette delle classifiche (americane ed europee ) e contemporaneamente segnando un punto di svolta della musica tutta. Appare subito chiaro che il mondo della chitarra Metal ha fatto un enorme balzo in avanti dal punto di vista tecnico e concettuale. Appropinquiamoci dunque ad immergerci appieno nel mondo di Yngwie Malmsteen, sospeso fra l'Heavy Classico, l'orecchiabilità tipica di un certo tipo di Rock e la sacra fiamma della musica classica.

Black Star

La traccia di apertura, la strumentale "Black Star (Stella Nera)", è sicuramente una delle tracce più conosciute dell'intero repertorio Malmsteeniano. Essa viene aperta mediante un arpeggio di chitarra classica, la quale risulta tale anche per via delle note emesse, capaci di farci tornare indietro nel tempo e di farci assaporare la magia di secoli e secoli or sono. Quindi, parte successivamente un lento ed "ossessivo" ritmo di basso e batteria, subito si aggiungono le tastiere (le quali si limitano a tenere note lunghe) che creano atmosfera, rendendo il contesto ancor più melodico e per certi versi magniloquente.  Su questa base la chitarra si inserisce con brevi fraseggi, a cui il nostro riesce a conferire un effetto di eco abbassando ed alzando rapidamente il potenziometro del volume della chitarra, fino a sfociare nel tema principale, un fraseggio classico in tonalità minore armonizzato con un fraseggio in tonalità maggiore. Tema che viene ripetuto fino all'ingresso dell'assolo vero e proprio: un susseguirsi di scale, sempre di impostazione classica, sottolineate in alcuni punti da altre due linee di chitarra, ancora armonizzate, che contribuiscono a rendere il brano più "pieno", in modo da compensare il lavoro, direi quasi minimale, degli altri strumenti. La conclusione, sfumata, è affidata sempre al tema principale. Così si chiude il primo pezzo, il quale lascia presagire il fatto che la chitarra avrà nel disco un ruolo di assoluta protagonista. Un brano ispirato e capace di mostrarci un qualcosa di nuovo, di particolare. Sebbene il Nostro non nasconda certo la sua attitudine "rockettara" (ed è soprattutto lo stile di May, in questo frangente, a far maggiormente "capolino), il tutto sembra mescolato alla perfezione con il virtuosismo tipico dell'estro compositivo di un Paganini o di un Bach, musicisti letteralmente venerati da Yngwie. Siamo dinnanzi ad un qualcosa sui generis, personalissimo e derivato attraverso la sensibilità e l'orecchio di un musicista volenteroso di esprimere sé stesso. Più che un brano, un presagio.

Far Beyond the Sun

Presagio che diventa certezza nella seconda traccia, anch'essa strumentale, ovvero "Far Beyond the Sun (Molto lontano dal Sole)", altro brano fra i più amate di sempre dai fan del Nostro svedese. Se "Blackstar" aveva dato l'impressione di essere un pezzo di Musica Classica eseguita però con strumentazione moderna, questo secondo episodio spazza via ogni dubbio, ed assegna alla chitarra elettrica lo stesso ruolo che il violino solista ha all'interno di un'orchestra. Gli altri strumenti, poi, non si limitano certo ad un semplice accompagnamento di sottofondo, anzi: il loro contributo diviene infatti determinante nella dinamica del pezzo, soprattutto per quanto riguarda le tastiere, che hanno qui l'opportunità di mettersi in evidenza. Brano ormai leggendario,in cui il giovane prodigio mostra al mondo la gamma di tecniche da lui padroneggiate, con esito più che stupefacente. Un sound che nei dischi degli Steeler e degli Alcatrazz non era potuto emergere appieno, a causa delle limitazioni derivate dal doversi adattare a schemi predefiniti da altri. Una sequenza di note dal sapore quasi trionfale dà il definitivo avvio al brano, e subito dopo una rullata di batteria la chitarra si produce in due velocissime scale intervallate da due note secche; segue un'altrettanto velocissima progressione di arpeggi minori, con cui Yngwie si sposta da cima a fondo del manico della chitarra. Altre due note "secche" ed un'ultima velocissima scala primi che inizi il tema principale. Da alcuni definita superficialmente come un unico, lungo, assolo di chitarra, in realtà questa traccia è la dimostrazione di come si possa fare a meno di una linea vocale, con una chitarra in evidenza, che tuttavia non sacrifica affatto la melodia. Batteria e basso si producono in un ritmo che conferisce al pezzo l'idea di cavalcata mentre Jens Johansson, con le sue tastiere, suona accordi dal respiro sinfonico. Su tutti, però, si staglia la figura di Malmsteen, il quale sembra una furia scatenata. Dopo l'ennesima velocissima scala abbiamo finalmente la possibilità di apprezzare l'altrettanto grandissima tecnica di Johannson, che nella parte centrale del pezzo duella a colpi di assolo con il chitarrista. L'intensità di questo botta e risposta è talmente efficace e caratterizzante che negli anni a venire ogni duello tra chitarra e tastiera, di qualsiasi gruppo, verrà descritto utilizzando l'espressione "con fare malmsteeniano", divenuta ormai antonomasica. Mentre sfuma il terzo ed ultimo assolo di tastiera del succitato duello, si inserisce in maniera perfetta la chitarra con un tema che ci accompagna verso le battute finali della traccia, e la conclusione è, in pieno stile Malmsteen, affidata ad un altro lungo e furioso assolo di chitarra sorretto da stop and go degli altri strumenti. Viene ripreso, quindi (anche se leggermente modificato) il tema principale, un attimo prima che arrivi la vera conclusione, alla quale si giunge (con una serie di arpeggi in sweep picking) un accordo secco e poi un ultimo lasciato sfumare, che il suono delle tastiere contribuisce a rendere letteralmente epico.

Now Your Ships are Burned

Nella terza traccia, "Now Your Ships are Burned (Ormai non c'è più speranza)", possiamo ascoltare per la prima volta la voce di Jeff Scott Soto. Dopo parole urlate in lontananza parte il riff di chitarra, subito doppiato dal basso, si unisce la batteria e tutti gli strumenti procedono insieme fino ad arrivare a note secche; un veloce virtuosismo di chitarra e si continua con un riff sostenuto, in cui spicca il buon lavoro di Barriemore Barlow, capace di sostenere un ritmo serrato ed incalzante. La voce di Soto è potente ed aggressiva, registrata in modo tale da dare l'impressione che due voci stiano effettivamente quasi "dialogando": mentre, difatti, una voce sta pronunciando l'ultima parola di un verso, parte un'altra voce con il verso successivo, caratterizzando dunque la strofa in questo modo. Ora più "grave" ora più "melodica", la voce di Soto sembra dunque sapersi alternare alla perfezione fra più stili, mostrando come filo conduttore una nemmeno troppo celata ispirazione all'eterno Ronnie James Dio, a più riprese richiamato e ricordato. La parte centrale del brano è dominata da una sezione strumentale in cui spicca, ovviamente, un lungo assolo di chitarra; intervallato, nel punto in cui il ritmo rallenta, da brevi e veloci fraseggi di basso. Al solito ci troviamo dinnanzi ad una bella espressione neoclassica, momento in cui il chitarrista può mostrare appieno le sue incredibili doti. Ora ruggendo ora adottando stilemi più melodici e delicati, Malmsteen fa dunque rivivere Blackmore e Paganini lungo i solchi di questo momento solista, mostrandoci l'attitudine dura ricavata dall'ascolto perpetuo dei Deep Purple e l'orecchio musicale mutuato dal nostrano (orgogliosamente nostrano) violinista. Dopo la sezione strumentale si torna al cantato e si prosegue dunque con un nuovo bell'assolo, il quale ci propone una melodia squillante, dalla resa sonora perfetta. Il tutto si inasprisce mano a mano con il proseguo, con l'ascia di Malmsteen che comincia a ruggire maggiormente e dunque ci avvia alla definitiva conclusione del pezzo. Il testo è forse la parte meno brillante ed ispirata, una sorta di racconto apocalittico fra l'altro molto breve. Descrive, almeno così sembrerebbe, una battaglia contro le forze maligne. La classica guerra fra Bene e Male, tipica comunque di buona parte delle liriche in campo Heavy Metal. Il tutto, comunque, sembra svilupparsi su toni assai pessimistici. L'immagine delle "navi che bruciano" e di conseguenza della perdita di ogni speranza, difatti, lasciano presagire una vittoria del male. Il protagonista è disperato, assalito dalle forze maligne e loro preda. Nulla sembra poterlo aiutare, la sua mente è dominata da pensieri oscuri e malvagi; orde di demoni si divertono a pitturare col sangue i suoi pensieri, spingendolo verso il compimento di azioni abiette. Tutto è perso, niente potrà salvare questo sventurato, il quale si ritrova a vivere una vera e propria apocalisse. Il Diavolo è tornato ed esige nuovi generali per le sue truppe, nuovi soldati. Volontari o meno che questi possano rivelarsi, naturalmente, dato si che il volere umano sembra contare poco o nulla se messo dinnanzi a quello dell'Arcidemone. Tutte le gioie della vita sembrano dunque svanire sotto i colpi degli artigli, delle zanne di queste mostruosità atte a farci capire quanto la felicità sia solo un'illusione e quanto la morte sia, altresì, l'unica protagonista vera dell'esistenza.

Evil Eye

Il quarto pezzo, "Evil Eye (Sguardo Diabolico)", di nuovo strumentale, è sicuramente considerabile come uno dei più riusciti esperimenti di sempre, nell'ambito della creazione di musica moderna che abbia sapore di Musica Classica. Proprio perché dichiaratamente basato sul "Bourree" del compositore Johann Krieger, e di conseguenza adattato agli stilemi di questo "Rising Force". Ancora una volta l'inizio è affidato alla chitarra classica (ripetizione obbligatoria!) con un bel gioco tra note basse e note alte che a me, personalmente, ricorda un po' (ma con le dovute forzature e cautele), l'eterno Johann Sebastian Bach. L'ingresso degli altri strumenti è letteralmente "di potenza", e ci accompagna fino al tema principale, costituito da un bel riff intervallato da pause riempite da brevi fraseggi di chitarra elettrica e classica. Quando poi tutti gli strumenti procedono insieme, l'impressione generale è proprio quella di ascoltare una composizione di qualche secolo fa, con le tastiere e la chitarra elettrica che si limitano a suonare accordi pieni e lunghi, la chitarra classica ricamante una bella linea melodica (che più "classica" non si può!), accompagnata da un efficace uso delle note del basso, che danno un effetto di tensione e si fanno poi, successivamente, più serrate. Il tutto viene ripetuto fino ad arrivare ad un velocissimo fraseggio di chitarra, 32 note in quartine, suonate tutte spostandosi su e giù sulla prima corda dello strumento. Il tema si ripete ancora sovrastato, questa volta, da un bellissimo assolo di chitarra caratterizzato dalla famosissima plettrata alternata dell'axeman svedese. Il brano rallenta leggermente ed ancora la chitarra classica si fa sentire, prima che una ritmica più sostenuta torni a fare da base ad un altro efficacissimo duello fra le tastiere di Jens Johansson e la chitarra elettrica di Yngwie Malmsteen, che alla fine si rincontrano ed insieme ci guidano al tema principale che si ripete per l'ultima volta. Plettrate velocissime, sorrette da note secche, conducono al termine in cui chitarre armonizzate e gli altri strumenti danno l'idea di Gran Finale, ed il pezzo si chiude definitivamente con le tastiere che sfumano.

Icarus' Dream suite op. 4

Una serie di note solenni introduce la quinta traccia, ancora strumentale: "Icarus' Dream suite op. 4 "(Il Sogno di Icaro, Suite op. 4)", una suite appunto, secondo i canoni stabiliti dal Progressive inglese; corrente che divide, per lunghezza, le suite in "mini-suite" (quei brani che si aggirano sugli 8 minuti), "suite" (quelli che si aggirano intorno ai 12 minuti) e "mega-suite", quelle oltre i 20 minuti. Qui parliamo, cronometro alla mano, di "mini-suite" (dal momento che la durata è di 8:30 minuti), di un nuovo gioiello di fusione tra Musica Classica e musica moderna. L'Heavy Metal è stato spesso definito da molti, anche dai non appassionati (spietati detrattori a parte), come la "Musica Classica del 20° secolo", e questo brano a mio avviso ne è la totale dimostrazione: subito dopo le succitate note solenni, Yngwie Malmsteen (con l'ausilio della sua inseparabile Fender Stratocaster Signature) ci regala la sua personale interpretazione dell' "Adagio in Sol Minore", attribuito a Tomaso Albinoni ma di fatto composto dal musicista e musicologo Remo Giazotto, il quale dichiarò di averlo "ricostruito" mettendo assieme i frammenti di una composizione originale di Albinoni, ritrovati fra le macerie della biblioteca di Dresda. Il luogo, colpito dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, era l'unico a possedere partiture autografate dallo stesso Albinoni. Malmsteen decide dunque di rendere il giusto omaggio a questo notevole episodio, accarezzando i tasti del suo strumento con una tale passione per un risultato quasi da lacrime di commozione, il tutto mentre Johansson con le sue tastiere crea atmosfera simulando un'orchestra. Nell'esecuzione, l'axeman aggiunge qualche nota che comunque non stravolge il tema. L'inserimento non stona nel mood del brano, è incastrato in maniera perfetta ed "Icarus' Dream" è strutturata in modo tale che il passaggio note (apertura-Adagio-suite) risulti assolutamente non traumatico, più naturale possibile. Terminato l'Adagio, infatti parte subito un delicato arpeggio di chitarra classica su sottofondo di tastiere, su cui si innestano un breve e squisito passaggio di pianoforte, mentre una chitarra dal volume più basso accenna il tema che sarà ripetuto più volte lungo tutto il pezzo. Quando entrano anche basso e batteria, con un ritmo moderato, ecco che la chitarra elettrica ripete il tema in modo più marcato, mentre qua e là si possono udire brevi assoli di chitarra elettrica. A circa metà brano abbiamo una sorta di break, una brevissima parte in tre quarti la quale ci presenta un fraseggio di chitarra (un ottimo esercizio per migliorare le proprie capacità tecniche) accompagnato dal suono di un clavicembalo. Il tutto "doppiato" nella parte finale dal basso, terminato il quale la ritmica riprende con l'immancabile assolo di chitarra in evidenza. Un breve intermezzo, caratterizzato da due chitarre classiche che dialogano fra loro, rallenta per un attimo il ritmo e poi per l'ultima volta si ripete il tema principale seguito subito dal finale sfumato.

As Above, so Below

Giungiamo così  ad "As Above, so Below (Come Sopra, così Sotto)", la seconda ed ultima traccia cantata dell'intero platter . Un pezzo che si apre con un assolo di organo, ad opera dell'ottimo Johansson, sicuramente anch'egli a sua volta influenzato da Bach. Il tutto è seguito da un bel riff d'impatto della chitarra, il quale termina con un bell'assolo. La ritmica è piuttosto aggressiva e dinamica, ed aggressiva e squillante è la voce di Soto, che si mette in mostra soprattutto nella parte finale del refrain con acuti potenti ed efficacissimi. La strofa viene ripetuta una seconda volta, secondo lo schema usuale, mentre l'assolo di chitarra è preceduto ed introdotto (cosa che diverrà una caratteristica del chitarrista) da un passaggio che si divide fra plettrate alternate ed una progressione di arpeggi (eseguiti in sweep picking), suonato insieme da chitarra e tastiere. Al termine dell'assolo, bellissimo ed ispirato come sempre a livelli massimi, ancora la succitata progressione, il tutto mentre batteria e basso si limitano a fornire una semplice base. La strofa si ripete per la terza ed ultima volta ed ancora nel ritornello Soto ci dà una dimostrazione della capacità dei suoi polmoni e delle sue corde vocali, eseguendo un acuto ancora più potente dei precedenti. Il finale è affidato alle tastiere che chiudono in modo solenne ancora con l'effetto dell'organo. Brano efficace e coinvolgente, in grado di mostrarci, oltre alle grandi qualità di tastierista e chitarrista, anche le grandi capacità di un vocalist che ha in questo senso la possibilità di esprimersi senza dubbio maggiormente, andando a spostarsi verso lidi e mete sempre più distanti ed impegnativi. Anche qui il testo è forse la parte meno brillante della traccia, ed ancora tratta di forze oscure da fronteggiare, demoni che rendono arduo il cammino del protagonista, presumibilmente lo stesso Malmsteen dato il carattere autobiografico di quasi tutte le sue composizioni. Un testo che sembra sicuramente più ottimista delle apocalittiche lyrics in precedenza incontrate, visto che in questi versi si esprime la ferrea volontà di combattere. Chi può volare non potrà mai aver paura di cadere: ali forti e dispiegate nel cielo sosterranno il corpo degli audaci, i quali decideranno di combattere per ciò che è giusto, non piegandosi mai al volere di nessun malvagio. La luce è in attesa di essere raggiunta, bisognerà solamente eliminare ogni ostacolo che si frapporrà fra noi ed essa. Il Male, però, sarà in agguato: le forze oscure non guardano in faccia nessuno, poco gli importa se siamo uomini o donne, bambini o adulti. Tutto ciò che vogliono è ghermirci, imprigionarci. Spetterà solo a noi opporre resistenza, mostrando la nostra vera forza. Raggiungeremo il cielo, vinceremo.. nessuno ci potrà mai fermare. Noi voleremo, e voleremo sempre più in alto.

Little Savage

Arriviamo alla penultima track del lotto, "Little Savage (Piccolo Selvaggio)", la quale si apre con una rullata cui fa seguito un ritmo serrato ben sostenuto da tutti gli strumenti: un bel gioco di batteria ed un bel riff suonato all'unisono da chitarra e basso, che di tanto in tanto si arresta per consentire alla chitarra solista di esprimersi in brevi assoli e virtuosismi di chitarra, sempre caratterizzati dalla precisa plettrata alternata del Nostro svedese. All'ennesimo stop degli strumenti fa la sua comparsa un assolo più lungo, il quale sfocia in una parte più rallentata e se vogliamo contenuta, con un accompagnamento assai più moderato di basso e batteria. L'assolo è ora più lento ed espressivo, qui il chitarrista preferisce correre un po' meno, ed ancora le tastiere di Johansson creano atmosfera, risultando preziosissime in ambito di cesellatura del sound. I tasti del musicista vanno infatti a riempire meravigliosamente il lavoro compiuto dal frontman, creando un tappeto d'eccezione ed un background capace di rendere il tutto ancor più espressivo e sognante. Ogni arrangiamento è opera del Maestro, questo lo sappiamo: tuttavia, l'esecuzione di Johansson mostra personalità e contemporaneamente capacità di adeguarsi al gusto classico ed assai esigente di un grande compositore come Malmsteen. Un qualcosa di non certo comune e proprio ad ogni tastierista esistente, poco ma sicuro. Tornando al proseguo del brano, quando l'assolo termina viene eseguito un altro segmento "orchestrale", in cui ancora possiamo ascoltare il suono del clavicembalo. Terminata la sezione lenta, il brano riprende il riff iniziale sovrastato però da un bell'assolo più lungo e veloce, che trova il suo apice nelle note conclusive, dove il tema muta in un giro di tastiere dal suono tipicamente ottantiano e su cui, ancora una volta, poggia un altro bellissimo assolo di chitarra, e così avanti fino alla conclusione sfumata. Di fatto, l'ultimo brano di ampio respiro del platter.

Farewell

"Farewell (Addio)", la traccia di chiusura, risulta essere certamente un altro bellissimo ed espressivo strumentale ma dalla durata esigua, contando di appena 48 secondi. Poco importa al nostro Yngwie, comunque, volenteroso nonostante i tempi stretti di porci un commiato valido e d'eccezione. Strutturalmente, il pezzo riprende ed amplia, nei limiti della sua durata, il bell'arpeggio di chitarra che introduce la traccia di apertura dell'album," Blackstar". Rispetto alla suddetta introduzione si differenzia per una parte arpeggiata leggermente più lunga ed un'altra eseguita suonando degli armonici, non stravolgendo comunque ciò che abbiamo ascoltato in apertura. Una bella ripresa e riproposizione, che chiude in bellezza il disco, lasciandosi indietro quasi un senso di malinconia.

Conclusioni

In definitiva, un esordio strepitoso, che non è esagerato definire epocale al pari di altri capolavori del periodo (l'anno di pubblicazione è lo stesso di "Powerslave" degli Iron Maiden e "Ride the lightning" dei Metallica, tanto per fare un esempio), anche e soprattutto per via del fenomeno cui darà effettivamente vita. Un disco che era nato strumentale per imposizione della casa discografica, e che decreterà in maniera decisiva la nascita di uno dei tanti sottogeneri dell'Heavy Metal, il cosiddetto Neoclassical, i cui stilemi sono stati ampiamente "esportati" anche in altre branche e situazioni, nel corso degli anni. Senza dimenticarsi del fatto che "Rising Force" ha poi decisamente sdoganato un altro fenomeno oggi popolarissimo, ma all'epoca ancora in via di teorizzazione; ovvero, quello dei cosiddetti Guitar Heroes, definizione "convenzionale" atta a racchiudere in una sola esperienza chitarristi dallo stile non propriamente "uguale" ma comunque dedito al virtuosismo, all'espressione solista, alla volontà di spiccare unicamente mediante l'ausilio della sola sei corde. Filone molto criticato negli anni che seguiranno (soprattutto da chi vedrà in certi musicisti solamente una mera espressione di tecnica "scolastica" e nulla di più), ma che a mio avviso è stato molto importante per lo sviluppo del genere; se non dal punto di vista compositivo, almeno da quello prettamente tecnico. A partire da "Rising Force", infatti, si riverseranno sulla scena legioni e legioni di Guitar Heroes appunto, indicati in seguito anche con il termine "Shredders", musicisti desiderosi di spingersi oltre i limiti tecnici dello strumento che il giovane svedese aveva appena abbattuto, facendo sfoggio di capacità fino ad allora impensabili. Questo periodo successivo a "Rising Force", abbastanza pregno di chitarristi solisti, viene ancora definito da molti come "dopo Malmsteen", ed indica appunto il ribollire della scena chitarristica e la nascita del cosiddetto filone Neoclassico. Un ulteriore filone che, insieme all'esordio di altri due fenomeni della sei corde che seguiranno di lì a poco (Steve Vai e Joe Satriani), darà vita ai tre stili di chitarra maggiormente presi in considerazione (per lungo tempo, in ambito Metal) dai solisti e dai virtuosi di tutto il mondo (solo con l'arrivo sulle scene di John Petrucci, più di un lustro dopo, verrà a crearsi in parte un nuovo punto di partenza). Volendo poi parlare in termini maggiormente "da classifica", "Rising Force" fu talmente innovativo e dirompente da guadagnarsi addirittura una nomination ai "Grammy Awards" del 1986, nella categoria "Best Rock Instrumental Performance"; a riprova del fatto che, di tanto in tanto, il music business non è sempre, inesorabilmente regolato dalle logiche di mercato, ma a volte  riesce addirittura  a guardare alla sostanza della musica proposta.

1) Black Star
2) Far Beyond the Sun
3) Now Your Ships are Burned
4) Evil Eye
5) Icarus' Dream suite op. 4
6) As Above, so Below
7) Little Savage
8) Farewell
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