YNGWIE J. MALMSTEEN

Odyssey

1988 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
03/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Odyssey, Odissea. Tutti, o quasi, conosciamo, almeno per sentito dire, L'Odissea, il poema epico di Omero e le vicende del protagonista Ulisse; un'opera che è alla base della nostra cultura occidentale. Lo è a tal punto che il titolo è entrato nell'uso comune del nostro linguaggio e viene utilizzato per indicare un periodo, di varia durata, in cui abbiamo dovuto affrontare avversità di ogni sorta che ci hanno messo a dura prova, ma dal quale siamo in qualche modo usciti vincitori. Quante volte vi è capitato di chiedere a qualcuno come sta, cosa ha fatto negli ultimi tempi e ricevere come risposta un :"E' stata un'odissea!".  Non poteva esserci titolo più azzeccato per il quarto parto discografico del Maestro. Dopo "Trilogy" passano due anni prima che si possa ascoltare nuova musica da Yngwie Malmsteen, proprio a causa di un periodo non proprio positivo. Il lasso di tempo che precede la pubblicazione del lavoro è infatti caratterizzato da una serie di avvenimenti anche piuttosto gravi, al punto da arrivare a minacciare la vita stessa del chitarrista. Molto è dovuto allo stile di vita sregolato di Malmsteen. Come lui stesso ha ammesso, fa la conoscenza della droga, anche se a destabilizzare la sua vita è in maggior misura il consumo smodato di alcol. Non è un mistero, non lo è stato mai: il Re dei Guitar Heroes ama il vino, con netta preferenza per quelli italiani; è nota la sua dichiarazione di qualche anno fa, in cui affermò "Mi piace anche il vino, ma quando cominciai a berne non capivo bene la differenza; poi però, quando provi qualcosa di veramente buono, se provi qualcosa di non altrettanto buono non lo apprezzi allo stesso modo. Mi piacciono i buoni vini, principalmente roba italiana!". Non sono proprio le parole esatte, ma danno un'idea della situazione. Il mondo che lo circonda, lo spietato mondo del music business, non è poi di grande aiuto, un ambiente popolato di predatori e sciacalli, che lucrano sul sudore e sulla pelle degli artisti. Quando a ventitre anni hai pubblicato tre lavori che contribuiscono a gettare le fondamenta di un intero genere e, nello specifico, costituiscono un'importantissima ed ormai irrinunciabile innovazione per lo sviluppo della tecnica chitarristica, sono in molti ad adularti, nella migliore delle ipotesi, ma ci sono anche molti che non perdono occasione di spremerti come un limone. Su varie riviste e fanzine campeggiava spesso la frase "Yngwie is a God!" - Yngwie è un dio!" - affermazione che, a forza di sentirsela ripetere di continuo, fa cadere nella trappola di crederci davvero. Probabilmente è quello che è successo ad Yngwie che, giovanissimo, non ha saputo reggere alle pressioni, al punto da ricorrere alla bottiglia per trovare una sorta di rifugio. Così una sera, nel 1987, ubriaco alla guida della sua auto, il giovane axeman spinge a fondo corsa il pedale dell'acceleratore e, fuori controllo, va a schiantarsi su di un albero. L'impatto è fortissimo al punto che il cofano della macchina si ripiega come una fisarmonica ed Yngwie, che è senza cintura di sicurezza, picchia la testa sul volante così violentemente da spezzarlo in due e solo per miracolo non si rompe l'osso del collo. A seguito dell'urto entra anche in coma per una settimana. Al suo risveglio trova la madre al capezzale, volata subito dalla Svezia agli U.S.A. per stare accanto al suo figliolo. Yngwie la trova dimagrita, ma la signora lo rassicura, dicendogli che sta seguendo una dieta; solo più tardi il chitarrista scoprirà che la madre è malata di cancro e questa notizia è un'ulteriore prova difficile da affrontare per il ragazzo. Il giovane svedese apprende anche che a causa dell'incidente ha rischiato di perdere l'uso della mano destra ed infatti un nervo risulta lesionato. La riabilitazione è dura e lunga, per tornare a suonare Malmsteen deve esercitarsi molto, ma alla fine di quel calvario dichiarerà di essere addirittura migliorato. Come se non bastasse scopre che le cure per il suo ricovero in ospedale non erano state pagate... il suo manager di allora Larry Mazer, aveva distratto grandi somme di denaro dal conto del giovane asso per dirottarli sul suo, tutto ciò che il chitarrista possiede sono diciotto dollari, delle chitarre e qualche amplificatore. Licenzia all'istante il manager e ne assume un altro, anche se poi le cose non miglioreranno, almeno fino all'arrivo di Nigel Thomas, il manager che lo tirerà fuori dai guai finanziari. E' questo il clima in cui nasce e si sviluppa "Odyssey", un clima tormentato che però il nostro affronta facendo ricorso alla sua forza di volontà ed all'incrollabile fede in se stesso. Il frutto di questa tenacia sarà un disco ispirato, che sarà anche quello di maggior successo di sempre dell'artista in questione. Un disco in cui la proposta musicale di Malmsteen si differenzia un po' dai lavori precedenti, in cui si può ascoltare una maggiore varietà di stili. Accanto a brani indubbiamente metallici infatti, trovano posto composizioni più bluesy ed alcune dal tocco più A.O.R. oriented. In generale il suono si ammorbidisce leggermente, conferendo all'intero lavoro un sapore più radio friendly e questo fa si che "Odyssey" si affacci alla 40° posizione di Billboard, la più alta mai raggiunta da un disco del giovane vichingo. Un album più commerciale insomma, prendendo con le pinze tale aggettivo, in fondo stiamo parlando di un artista la cui proposta musicale non è proprio delle più accessibili. Questa virata su territori più melodici è in parte dovuta a colui che sarà scelto come cantante. Seguendo quella che ormai sembra una tradizione, si registra un nuovo cambio dietro al microfono. Il ruolo di vocalist viene infatti affidato ad un personaggio conosciuto, che già gode di fama mondiale, per il fatto di aver cantato nei Rainbow di Richie Blackmore: Joe Lynn Turner. La scelta di Turner, il cui contributo in fase di composizione è di rilievo (firma infatti tutti i testi), si rivela essere un toccasana per questa quarta release, dal momento che si tratta di un artista esperto e preparato, già attivo dalla metà degli anni settanta con i Fandango; approda poi, appunto, nei Rainbow, nei primi anni ottanta (in cui rimane per quattro pubblicazioni), contribuendo a risollevare le sorti del gruppo. Entrerà anche a far parte dei Deep Purple, in un momento piuttosto delicato nella storia della band, per la realizzazione di "Slaves and Masters". Con la sua voce contribuirà poi al raggiungimento di una certa notorietà del chitarrista Nikolo Kotzev (che nei suoi lavori si avvarrà anche dell'opera di altri personaggi noti al grande pubblico, come Mic Michaeli, John Léven e Hacan "Ian" Haugland, rispettivamente tastierista, bassista e batterista degli Europe, durante gli anni della lunga pausa dagli impegni del loro gruppo principale), oltre all'attività di songwriter, scrivendo materiale per vari colleghi, fra cui Michael Bolton, Riot, Cher, Lee Aron, TNT e tanti altri, senza dimenticare, ovviamente, la carriera solista. Grande professionista, stimato anche per avere un carattere umile, ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo, in quel di L'Aquila, nella rassegna musicale "Blues sotto le stelle" ed ho potuto verificare il rispetto e la disponibilità nei confronti dei fans. Nel ruolo di tastierista e batterista troviamo ancora, saldamente, gli affidabilissimi fratelli Johansson, mentre per il ruolo di bassista gli impegni vengono divisi fra lo stesso Malmsteen e l'australiano Bob Daisley, un altro musicista che vanta un curriculum di tutto rispetto, dal momento che ha prestato la sua opera nei seguenti gruppi: Black Sabbath, Uriah Heep e Rainbow, senza dimenticare i lavori solisti del Madman Ozzy Osbourne e Gary Moore... non proprio l'ultimo arrivato insomma. Pubblicato ancora sotto l'egida della Polydor, registrato presso gli studi Cherokee in Los Angeles, con la produzione di Jeff "Bjorn" Gillmax e dello stesso grande virtuoso,  andiamo quindi alla scoperta delle tracce che compongono quest'altro tassello fondamentale nella discografia di Sua Maestà Yngwie Malmsteen.

Rising force

L'apertura dell'album non poteva che essere un uragano, in linea con il trend imperante in ambito Metal. Rising force (Forza Crescente) infatti, questo il titolo della prima traccia, è una classica cavalcata a la Malmsteen, rocciosa, dirompente e veloce. Sono le tastiere le prime a farsi sentire, con un sottofondo basso e minaccioso a cui si sovrappongono altre note di tastiera più alte che, come è ormai abitudine di Jens, evocano un coro, questa volta solo di voci femminili. All'ingresso degli altri strumenti sembra quasi di sentirla e vederla quella forza nascente di cui parla il brano: chitarra e basso insistono sul Mi bemolle (la chitarra in palm muting), mentre Anders con la batteria sembra dare il ritmo di marcia ad un esercito. Il bel riff principale, di chitarra, è ripreso da un vecchio brano, fra i primi composti dal chitarrista quando er ancora un ragazzino, non lascia il tempo di respirare. Gli altri strumenti dapprima ne sottolineano gli accenti e poi si gettano all'inseguimento del leader. E' soprattutto la batteria in doppia cassa che dà il senso della corsa, fino al punto in cui questa introduzione si arresta, per il tempo di una breve pausa, poi tutti gli strumenti riprendono a correre per l'inizio della strofa. La ritmica è serrata, il palm muting alla chitarra evoca il Metallo puro. Finalmente fa il suo ingresso Joe Lynn Turner che, sebbene sia il frontman  più melodico che abbia occuipato il microfono su di un album del Maestro fino a quel punto, canta con grande grinta. Tutto funziona benissimo. Durante il ritornello la ritmica serrata si alterna ad accordi lunghi, detti "a chitarra aperta", ed a brevi passaggi ascendenti di chitarre armonizzate che in questo brano (ed in tutto il disco) suonano meglio, più in armonia appunto, che nei lavori precedenti, merito anche di una produzione migliore. Questa prima sequenza di strofa-refrain si chiude con una rapidissima scala ascendente suonata all'unisono da chitarra e tastiere, in perfetta sincronia. Subito si riparte con la seconda strofa che ripropone quanto ascoltato nella prima, ma che, diversamente da quella, si chiude con una scala discendente. La ripetizione del riff iniziale ci traghetta verso quella che è la parte più conosciuta del brano, soprattutto dai chitarristi, dal momento che costituisce l'ennesima lezione di chitarra, l'ennesima dimostrazione di grande abilità tecnica; uno dei passaggi irrinunciabili con cui ogni aspirante shredder si misura almeno una volta nella vita, (ancora più sorprendente se si considera che Yngwie l'aveva inserita in un vecchio demo e che faceva parte del brano "Merlin's castle", risalente addirittura al 1976, composta da un Yngwie appena tredicenne, il cui riff portante sarà utilizzato anni dopo per il brano "The Vizard", contenuto nel durissimo "War to end all wars" del 1999). La progressione di arpeggi che lo svedese ci propone questa volta non è meno pazzesca di quanto dimostrato fino a quel punto della sua carriera e richiede grande preparazione e fluidità. Si parte con arpeggi minori all'altezza del dodicesimo tasto, subito seguita da una parte più impegnativa: le posizioni degli arpeggi si spostano di continuo avanti ed indietro, ma anche alla rispettiva ottava più bassa di ogni arpeggio, dodici tasti esatti più su, ai primi tasti. Da qui, il primo, la progressione è eseguita risalendo velocemente il manico fino al ventesimo tasto  spostandosi, sempre mediante arpeggi minori, con intervalli di un tono e mezzo. Arrivato al ventesimo tasto, una breve scala ascendente lascia a Johansson il campo, libero di esprimersi con uno dei suoi fulminanti assoli cui risponde subito la chitarra, l'ennesimo duello per un totale di due assoli a strumento. L'ultimo, della chitarra, è subito seguito da l'ultima ripetizione strofa-ritornello. Nel finale sale un po' la tensione, ottenuta aggiungendo alcune linee di chitarra e con un'altra scala, molto fast, eseguita in tandem da chitarra e tastiere, un bellissimo fraseggio Neoclassico che parte dalle note basse, più o meno a metà manico che, arrivato alle corde alte, risale la tastiera con tipiche diteggiature "malmsteeniane" sulle prime due corde, per poi ridiscendere verso le corde più alte e concludere il brano con quattro accordi "solenni". Dal punto di vista delle liriche, sempre tenendo presente che i testi delle sue canzoni sono autobiografici, traspare forte la voglia di lasciarsi alle spalle l'esperienza appena vissuta. Questa prima track ci parla infatti di una sorta di resurrezione alquanto fragorosa, lo sprigionarsi di una forza nascente, come appunto ci suggerisce il titolo, così potente da squassare l'Inferno e far tremare addirittura i pilastri del cielo ed essere avvertita fin su in Paradiso. Fulmini e saette illuminano la notte e sono questi due fenomeni della natura che preannunciano l'arrivo di questa formidabile energia che in nessun modo può essere imbrigliata, libera dalle leggi e regole sia del Bene che del Male. E' un nuovo Malmsteen quello che "risorto" dal trauma, un uomo diverso che si lascia alle spalle i suoi turbamenti interiori, rappresentati nel testo dai demoni che lascia giù all'Inferno.

Hold on

Il secondo episodio di questo platter, Hold on (Resisti), è la prima vera traccia in qualche modo "mielosa" composta da Malmsteen, ma è una traccia che funziona alla grande, in cui le armonizzazioni di chitarra giocano un ruolo fondamentale nell'economia del brano. Sono proprio le suddette armonizzazioni, (precedute da una rullata di batteria in apertura) che seguono la stessa linea melodica di quello che sarà il ritornello,  a dare colore, un tono che strizza l'occhio all'A.O.R., genere allora abbastanza presente nelle posizioni importanti delle classifiche radiofoniche. Un fraseggio di chitarra segna il passaggio alla prima strofa suonata con accordi alle corde intermedie e a metà tastiera quindi con un suono meno duro e potente, intervallate da infiorettature mediante piccoli fraseggi di chitarra. La voce di Turner si presenta certamente più adatta a composizioni del genere essendo, come ho già detto, meno aggressiva rispetto ad ugole temprate nell'acciaio come potrebbero essere quelle di Soto o Boals e più adatta ai canoni dell'Hard melodico. Nel bridge, note lunghe di tastiera addolciscono ulteriormente l'atmosfera e basso e batteria suonano in modo misurato, non invasivo. Nel ritornello la voce si fa quasi implorante e la linea melodica è carica di passione, doppiata dalle chitarre armonizzate di inizio brano. Il tutto si ripete identico, ma alla fine del secondo refrain segue una breve sezione in cui il cantato si fa ancora più intenso e un melodico; un fraseggio di chitarra funge da trampolino di lancio all'assolo che imperversa sulla medesima sequenza di accordi della strofa. Al termine si riprende subito con il ritornello che ci accompagna alla chiusura sfumata del brano, dando comunque tempo all'axeman di prodursi fino all'ultimo in un assolo finale. Nel testo fa capolino l'amore, ma nella sua versione più malinconica: si tratta infatti di una relazione ormai terminata. Il protagonista si rivolge idealmente  alla ragazza che lo ha abbandonato, chiedendole di riconsiderare tutto ciò che di bello c'è stato fra loro, di considerare quanto lui le sia sempre stato vicino. Ora che lei è partita il giovane non può fare altro che riempire le sue notti con il ricordo dei bei momenti andati e si chiede quanto tutto ciò debba andare avanti, quanto ancora debba soffrire e soprattutto quanto riuscirà a resistere in tale situazione. Il suo cuore è spezzato e quel "resisti" del titolo è verosimilmente rivolto a se stesso. 

Heaven tonight

Heaven tonight  (Il Paradiso Stanotte) è la traccia più scanzonata del disco, la più solare, in cui gli abituali toni piuttosto cupi del chitarrista svedese vengono accantonati. Un coro a cappella, lo stesso che verrà ripetuto nei ritornelli, apre il brano e l'impressione è quella di una festa. Ancora la virata è verso l'Hard Melodico; sin dal loro ingresso gli strumenti procedono a velocità moderata, e la chitarra accantona i power chords in favore di ritmiche meno dure, con accordi situati fra le corde alte e quelle intermedie, in modo da garantire un suono più aperto; le keys contribuiscono brillantemente all'atmosfera rilassata del pezzo, mentre la sezione ritmica funge da semplice, ma solido, accompagnamento. Turner si trova perfettamente a suo agio nell'interpretare canzoni più melodiche come questa, la sua voce sembra fatta apposta per questo tipo di sonorità. Come ho detto (e ribadisco) più su, questa volta le armonizzazioni funzionano ancora meglio, le varie parti di chitarra si percepiscono più nettamente e riuscitissima è quella che precede il refrain che, come ho anticipato, riprende il coro a cappella dell'inizio, supportato questa volta dagli strumenti. Dopo la consueta ripetizione di quanto ascoltato fin'ora, fa il suo ingresso la chitarra solista con un assolo meno furioso del solito, più melodico, che si chiude brillantemente con lo stesso fraseggio armonizzato che precede il refrain, refrain che infatti parte subito, accompagnato da accordi di tastiera, fino alla conclusione sfumata del brano. Ancora l'amore è il tema del testo, questa volta in un clima di autentica complicità fra le due metà del cielo. I due stanno vivendo appieno il loro sogno, la notte li avvolge con la sua atmosfera quasi fantastica; da quel sogno non vorrebbero mai svegliarsi perché è così reale da sembrare di essere in Paradiso. Il ragazzo è pazzo di amore per la sua compagna e la invita a lasciarsi andare totalmente, perché così anche lei scoprirà quanto è bello essere guidati dal cuore e dalla passione. Lui è così innamorato della sua dolce metà da non poter sopportare di separarsene nemmeno per un attimo: è lei, con i suoi grandi occhi, a farlo sentire in Paradiso.  L'atmosfera gioiosa, di festa, di cui parlavo all'inizio dell'analisi della traccia, traspare anche dal video clip che fu girato per promuovere il singolo nel 1988, in cui si può vedere il chitarrista con i suoi Rising Force suonare su di un palcoscenico davanti al pubblico in delirio. Un tipo di video molto in voga all'epoca, era piuttosto comune realizzarne di simili, con bands che si esibivano, con o senza pubblico e la cosa era forse dovuta al fatto che, sostanzialmente, i gruppi Hard'n'Heavy trovino nella dimensione live il proprio elemento. La quarta traccia è uno degli apici di un disco già di per sé perfetto.

Dreaming (Tell me)

Dreaming - Tell me (Sognando - Raccontami), questo il titolo, è infatti una delle powerballads più riuscite del Maestro, nonché una delle più rappresentative di un'epoca ed, insieme, del modo di concepire una love song sopraffina, una composizione che ha superato con successo le insidie che l'inesorabile trascorrere del tempo reca con sé (le decadi sono quasi tre), cosa che le ha permesso di assurgere ormai al rango di "classico della musica". E' la chitarra classica che apre le danze con un fraseggio di impostazione classica, subito coadiuvato da un altrettanto fraseggio classico alle tastiere che poi, da sole, fanno da base al cantato ispirato di Turner, fino al punto in cui fa di nuovo il suo ingresso la chitarra classica eseguendo le stesse parti di Johansson. La melodia che si viene a creare è da brividi, ancora una volta si fa sentire l'influenza che i grandi compositori Classici hanno avuto sul vichingo svedese. Alla partenza del ritornello, più arioso, in modo tale da stemperare quel tanto che basta l'atmosfera malinconica, esordiscono anche basso e batteria con un accompagnamento lento, adatto ad una ballad romantica. In questo brano la chitarra classica è molto presente dal momento che alla fine del secondo ritornello possiamo ascoltare un secondo breve assolo, terminato il quale l'accompagnamento si irrobustisce grazie all'ingresso della chitarra elettrica con un fraseggio anch'esso in linea con la malinconia della canzone. Nel breve bridge l'interpretazione di Turner si fa struggente e si conclude con una nota tenuta che lascia il posto all'assolo vero e proprio, il consueto torrente di scale classiche eseguite però con una passione ed un senso della musica tali da non appesantire il pezzo. Da sottolineare il fondamentale contributo delle keys di Johansson che si producono in una progressione di accordi arrangiata in modo magistrale e che donano pienezza e profondità a questa sezione della traccia. Allo sfumare dell'assolo fa di nuovo il suo ingresso l'accompagnamento di tastiere e chitarra classica che abbiamo già ascoltato all'inizio, mentre il cantante intona dei tremendamente passionali "Dreaming", il titolo in pratica; l'effetto di malinconia ottenuto è un qualcosa di così perfetto che poche volte capita di ascoltare in una vita intera. La conclusione è sfumata, ma Malmsteen decide di chiudere con un ulteriore regalo, fraseggi di chitarra classica che vanno a colorire ulteriormente il suono, cui rispondono subito velocissimi fraseggi di basso, suonato in questa traccia dallo stesso chitarrista, poetici nonostante le battute di metronomo elevate, eseguiti con una maestria degna dei più grandi esperti dello strumento. Terza love song: qui il Nostro si rivolge si ad una donna, ma questa volta ad una donna ideale. La vede nei suoi sogni perché è lei che ne è protagonista. Il suo volto gli fa visita emergendo dalle ombre della notte che si sono levate. Splendenti stelle illuminano il cammino, il sentiero da percorrere per poterla raggiungere ovunque lei sia, fino al giorno in cui la troverà per stare finalmente con lei e provare finalmente l'amore che non ha mai conosciuto, per sempre. La speranza lo mantiene fiducioso perché sa che la troverà; pur non conoscendola sa che lì da qualche parte lei esiste e potrà scaldargli il cuore. E' la prima volta che il Maestro inanella tre canzoni d'amore di fila in suo disco, ma è evidente che la scelta è stata ben ponderata dal momento che tratta dello stesso argomento aggredendolo però su toni ed atmosfere differenti, ma con il medesimo stupefacente risultato. Dopo questa dedica, che ci ha salutato con delicatezza, il risveglio è terremotante.

Bite the Bullet

Il breve strumentale Bite the Bullet (Mangia Il Proiettile) parte infatti granitico ed a tutta velocità, introdotto da un breve break di batteria di Anders Johansson. Senza perdere un attimo di tempo, gli altri strumenti si accodano immediatamente ed il risultato è una classica cavalcata Neoclassica malmsteeniana, con batteria in doppia cassa e senza fronzoli, basso galoppante, ritmica di chitarra serratissima e dominanti tastiere in modalità orchestra classica. Il tutto fino ad un accordo lasciato sfumare, che cede il posto alle keys, libere di creare un'atmosfera quasi da Armageddon, ma soprattutto lascia libero il chitarrista di sfogare il suo ego con un rincorrersi forsennato di scale classiche, in cui utilizza con sapienza l'effetto di eco con il risultato di rendere ancora più apocalittico il brano. Sembra quasi che lo spirito di Paganini si sia impossessato del Guitar Hero svedese e non sorprenderebbe affatto scoprire che sulla tastiera della chitarra del nostro divampino le fiamme provocate dalla rapidità con cui tritura le note.  Meno di due minuti per confermare ancora una volta come, nonostante altri prima di lui abbiano trasposto sulla chitarra temi tipici del mondo musicale classico, i loro altro non sono stati che poco più di timidi accenni, mentre l'affascinante connubio da lui creato fra Classica e Rock/Metal costituisce un mondo a parte che lo ha reso l'incontrastato Re del Neoclassico.

Riot in the Dungeons

La successiva Riot in the Dungeons (Tumulto nelle segrete) può considerarsi  idealmente collegata con la traccia appena conclusa, dal momento che l'atmosfera generale non si discosta da quanto ascoltato in "Bite the bullet" tanto da costituirne quasi una continuazione. Basso e batteria procedono senza freni picchiando duro, soprattutto Anders che sembra uno schiacciasassi e riempie poi il suono con un tripudio di piatti quasi maltrattati! Le tastiere di Johansson con il loro consueto contributo sinfonico. La lunga parte iniziale è anche elaborata, tanto che il tema sembra variare più volte. In tutto questo la dinamica linea di chitarra è godimento puro. Ogni strumento offre il suo prezioso contributo per quello che ritengo essere uno dei brani più riusciti dell'intero lavoro, riccamente arrangiato nonostante sia piuttosto sparato e quindi, in teoria, meno appesantito da barocchismi. La prova che le idee dell'autore sono ben chiare! Questa parte introduttiva ha il suo apice nel suo stesso finale, in cui sfoga la tensione fin qui accumulata con un fraseggio classico di squisita fattura, ovviamente eseguito da chitarra e tastiere. Non ci sono mutamenti della parte musicale durante la strofa che è brevissima e lascia subito il posto al refrain, in cui la chitarra accantona per un attimo il dinamismo in luogo note più statiche costituite da potenti powerchords , per poi terminare con il precedente fraseggio Neoclassico. Subito si ripete la sequenza, ma questa volta il ritornello viene prolungato e qui la chitarra ne conclude le battute suonandolo in tre diversi modi, con menzione a parte per l'ultimo che crea un crescendo di grande effetto; anche il fraseggio di fine ritornello è modificato in quanto viene fornito di un'ulteriore parte che lo rende ancora più sinfonico. Dopo un breve break di batteria si passa alla sezione dedicata agli assoli e subito esordisce la chitarra con un fiume di note cristalline che giganteggiano sulla bella progressione di accordi della ritmica, ma Johansson non è da meno in quanto a tecnica sopraffina, quasi volando sui tasti d'avorio del suo strumento. Al termine di questo secondo assolo una parte di transizione prima della canonica riproposizione di strofa e ritornello, poi la traccia si chiude secca con l'ultima nota del summenzionato fraseggio classico. Dietro le parole di questo brano si nasconde (in realtà non poi così celata) la determinazione di Yngwie a reagire alle avversità che la vita ci mette di fronte. Le sbarre di cui parla nel testo possono essere viste come barriere mentali da abbattere per affermare se stesso; quel sotterraneo del titolo a sua volta può essere considerato come il luogo dentro di noi che custodisce il nostro io, io che è pronto ad esplodere come una bomba nel momento in cui acquisiamo piena consapevolezza di chi siamo per davvero. E' questa consapevolezza che ci spinge a reagire e combattere contro quelle invisibili catene, a batterci per quello in cui crediamo, al punto tale che è preferibile morire a testa alta piuttosto che vivere ma in ginocchio, sempre in balia degli eventi ed alla mercè di ipotetici aguzzini. Ecco quindi nascere in noi una forza improvvisa (sempre il riferimento a Force) che destabilizza quelle segrete che custodiscono la nostra natura, pronta ad esplodere e mandare in frantumi le barriere che ci imprigionano.

Deja-Vu

Con Deja-Vu si cambia atmosfera. Una breve rullata di batteria precede un riff di chitarra costituito da una bella diteggiatura che si muove fra i primi cinque tasti delle corde basse per poi terminare in uno sweep picking lento, diversamente dalle abitudini di Yngwie, ma notevole nell'effetto, che cede il posto ad una ritmica costruita su accordi situati su posizioni intermedie, sia come corde che tasti. Come già detto altrove, il Maestro esplora le risorse dello strumento ed in questo disco in particolare si serve meno dei powerchords . Brano non veloce, ma comunque poderoso, tutto sommato con un ritmo che porta il corpo dell'ascoltatore ad agitarsi, quasi "ballare". La batteria picchia si in doppia cassa, ma a velocità moderata, senza però ammorbidire il brano; il basso segue la chitarra nella sequenza di note iniziali, per poi mutare in un classico accompagnamento a note singole. Come per quanto riguarda l'intero lavoro, le keys di Johansson svolgono un ruolo di rilievo, come nel punto in cui la progressione di accordi ci porta verso il refrain. Mentre sta ancora sfumando l'acuto di Turner, la bella diteggiatura già ascoltata in partenza si ripete identica e nuovamente fa da apripista per la seconda strofa, che non aggiunge nulla di diverso alla prima. Al termine di questa, il chitarrista riesce ad unire magistralmente la sequenza di note iniziale con la parte dedicata all'assolo, appena finito di suonare lo sweep picking lento di cui sopra, un breve fraseggio precede l'immancabile progressione di arpeggi su tre corde che fa da preludio all'assolo. Gli arpeggi sono in tono minore, magnifici come sempre, suonati in modo da spostarsi su e giù sul manico della chitarra, mentre gli altri musicisti seguono con colpi secchi. Al termine, appunto, l'assolo, secondo la mia opinione uno dei meno efficaci, ma comunque di valore tenendo sempre presente il personaggio di cui stiamo parlando. E' la coda dell'assolo a dare colore a questa parte solistsa, costituita com'è da una trascinante ritmica eseguita con l'effetto Wha-Wha, bella nella brevissima parte di Rake. Si riprende subito con il refrain e la stupenda diteggiatura a cui è affidato anche il compito di chiudere il brano, che si conclude definitivamente con una nota secca subito seguita da altre due più brevi. A parer mio il testo di questa traccia può essere idealmente la prosecuzione di quanto letto in "Dreaming..." Sembra infatti che Malmsteen abbia finalmente incontrato la persona a cui si rivolgeva in quella powerballad. Le visioni che ha avuto gli appaiono ora come una sorta di déjà-vu, al punto tale che gli sembra di aver sempre conosciuto la donna a cui ora si rivolge direttamente. Parla infatti di sogni che diventano realtà, sogni quasi materiali per quanto reali, tanto da sentire già perfettamente fuse le loro anime in modo tale da non aver bisogno di farsi domande ed abbandonarsi immediatamente l'una all'altra.

Crystal Ball

Un accompagnamento minimale, costituito da due note che si ripetono di continuo, ci introduce alla traccia successiva, Crystal Ball (Sfera di Cristallo), che ci offre un'atmosfera sognante grazie al basso, ma soprattutto al suono delle tastiere che creano un tappeto sonoro da brividi. Il massimo si raggiunge nel momento in cui fa il suo ingresso la chitarra elettrica con un fraseggio melodico e carico di feeling. Si può udire l'effetto dell'eco che non fa altro che accrescere il lato romantico (non nel senso di sdolcinato) del brano. A parere di chi scrive ci troviamo di fronte ad un fraseggio di rara bellezza, perfetta sintesi di cuore e tecnica, in cui la musicalità della linea melodica si fonde alla perfezione con l'abilità tecnica del Maestro! poi un crescendo, reso magnifico soprattutto dalle keys, dà avvio alla strofa. Qui tutti gli strumenti diventano più presenti ed ancora una volta devo sottolineare e condividere la scelta del leader di non limitarsi a suonare accordi solo in powerchords. Anche il modo di eseguirli è meno scontato, poiché presenta un certo dinamismo anche trattandosi di posizioni piuttosto fisse, tenendo conto che qua e là sono intervallati da brevissimi fraseggi ascendenti. Non ci sono stravolgimenti particolari fino al momento del ritornello, in cui la progressione degli accordi cambia. Sono brani di questo tipo quelli in cui il buon Joe si trova maggiormente a suo agio ed infatti la sua prestazione è da incorniciare, la sua voce ha in questa traccia un tono particolarmente caldo, come è stato un po' prima per "Dreaming...". In quello che comunemente chiamiamo ponte gli strumenti, ad eccezione delle tastiere,procedono in stop and go ed il cantante trasuda passione da tutti i pori. L'assolo di chitarra è ancora una volta molto melodico nonostante il numero di note sia tutt'altro che sparuto. Come ad inizio traccia è presente l'effetto eco che conferisce profondità al tutto. Al termine si ripete la sezione del ponte che ci porta nuovamente al refrain, ripetuto fino alla conclusione sfumata. Nel testo si comprende l'esortazione che Yngwie fa all'amata a fidarsi di lui e della purezza e lealtà del suo amore. La sfera di cristallo di cui parla può quindi essere benissimo la sua anima che lui le mostra senza problemi, senza nasconderle nulla, per farle veder che la bontà del suo animo. A volte infatti l'amore ci sfiora solamente e se ne va perché non siamo stati capaci di riconoscerlo ed invece, quando poi ci riusciamo, tutto ci sembra magia. Invita anche lei a "tirare su il sipario" a mettersi a nudo, a rimuovere gli ostacoli che li allontanano nonostante la loro vicinanza. Il momento però si sta avvicinando, l'uno fra le braccia dell'altro stanno per assaporare ciò che entrambi aspettavano da sempre: l'amore vero. Capolavoro dell'Hard Melodico, non ci sono altre parole per definire questa traccia.

Now is the Time

Con ancora le note del brano precedente nelle orecchie, veniamo colpiti in pieno da Now is the Time (Il momento è Adesso), canzone un po' spiazzante, che spezza bruscamente l'atmosfera rilassata da cui ci siamo appena accomiatati. L'inizio infatti ha un che di epico e classico, perché costruito su di un bellissimo fraseggio di Johansson, frutto della sua ottima preparazione dovuta allo studio dei classici, accompagnata da accordi, sempre di tastiera, così evocativi da far pensare alle atmosfere da apocalisse dei cori russi. La chitarra e gli altri strumenti suonano note singole che non fanno che accrescere la potenza di questa sezione, fino a quando l'ennesima scala alla sei corde ci guida alla sequenza di note che sarà riutilizzata nel corso del brano per sorreggere il ritornello. E' qui che il brano ci sorprende nuovamente, lasciandosi alle spalle l'epicità dell'intro e mutando radicalmente atmosfera trasformandosi in un brano ai limiti dell'A.O.R., con una godibilissima ritmica più roccheggiante. Canzone ancora una volta quasi costruita apposta per l'ugola di Turner che recita la parte del leone: la sua voce è pastosa, una delle migliori per interpretare brani che esprimano bruciante amore passionale pur non rinunciando ad essere tutto sommato robusti, aspetto evidente soprattutto nel liberatorio refrain. I suoni sono perfetti, con una menzione a parte per le keys che possono essere considerate come la classica ciliegina sulla torta. Può aumentare la passionalità di un brano del genere? Ovviamente si, dato che ci troviamo al cospetto di professionisti dall'indubbio valore e la prova ce la offre il bridge, con una prestazione del vocalist capace di sciogliere il ghiaccio nel cuore della persona più sentimentalmente fredda dell'intero globo. Il solo del Maestro non è da meno, concepito con un'abilità tale da non stemperare minimamente il climax del ponte: le note sono molte, come da tradizione, ma non vanno assolutamente ad intaccare il feeling dell'intera canzone. Ancora una volta devo sottolineare l'utilizzo calibrato dell'effetto di eco che, unito ad un suono decisamente migliorato rispetto alle realeases precedenti, rende tutto più scintillante. Anche qui la chiusura del brano è affidata alla ripetizione sfumata del ritornello in cui possiamo ancora udire in lontananza il Yngwie che doppia la linea melodica della voce. Il più puro amore passionale è ciò che anima il testo di "Now...", perfettamente amalgamato con il calore della musica. Il protagonista è totalmente preda del sentimento di amore verso la sua donna, un sentimento che lo tiene in vita e di cui non può farne a meno. Ha bisogno di sentirsi amato da lei, solo così si sente veramente vivo. E' totalmente privo di difese di fronte a lei, così preso da vederla allo stesso tempo con i volti di un angelo e del diavolo, consapevole di avere assoluto potere su di lui. Ma al protagonista non importa vuole solo che la donna faccia nascere la passione e perdersi fra le sue braccia. Così, quando lei acconsente alla sua richiesta, finalmente la passione esplode travolgendoli entrambi. Questa volta, dopo tanta passione, il risveglio è veramente brusco. 

Faster Than the Speed of Light

Faster Than the Speed of Light (Più veloce della Luce) parte decisa con veloci diteggiature alle corde basse subito seguite da una ritmica aggressiva e dinamica che si compone, per quanto riguarda la sei corde, di un'alternanza fra accordi in power, accordi irregolari, brevi ma rapidi, fraseggi, fino al punto in cui una frase,più estesa, eseguita alla prima corda, sale lungo il manico, dagli ultimi tasti all'altezza del quinto, punto in cui scende verso le corde basse. In questa traccia la batteria torna a pestare in doppia cassa dando il ritmo di marcia; la voce si fa più graffiante per adattarsi al mood del brano che, come ho già detto, è più aggressivo, cosa che emerge maggiormente nel refrain ben sostenuto da una ritmica d'acciaio. La sezione dedicata ai solos è introdotta da una parte di chitarra pazzesca, un fraseggio "infernale" giocato prevalentemente sulla prima corda che viene percorsa da cima a fondo in un'alternanza di note a vuoto e su tastiera per ben due volte, intervallate da una progressione di arpeggi, per poi essere ripetuta una terza volta. Gli assoli veri e propri proseguono nella follia generale, soprattutto il primo alla chitarra, una valanga di note velocissime, ben distinguibili, eseguite con la leggendaria plettrata alternata del Divino Malmsteen, in modo da non lasciar respirare l'ascoltatore. Assolo "fisico" al punto che l'impressione è quella di stare sulle montagne russe grazie alle continue impennate e discese vertiginose. Irrompe quindi Jens con una delle sue degnissime risposte soliste al Maestro, ed ancora una volta il suono delle tastiere è vagamente orientaleggiante; assolo breve che passa di nuovo la palla alla chitarra per un ultimo assolo, al termine del quale siamo accolti subito da strofa e ritornello ripetuto più volte con un Turner in screaming che ci accompagna verso quattro note secche, un'ultima infernale scala e accordo finale di potenza. Se fino ad ora il chitarrista ci ha parlato di sentimenti verso l'altro sesso, qui ci mostra un altro tipo di amore che spunterà più volte qua e là nei suoi testi: quello per le macchine potenti, Ferrari su tutte, ed il brivido che dà la velocità. Forse in questo frangente la memoria gli torna per un attimo a quella terribile notte di un anno prima, quando sfrecciando a bordo della sua Jaguar andò a schiantarsi su di un albero e ci rimise quasi la vita, fatto sta che ora sembra quasi voler esorcizzare la paura di rimettersi alla guida e sentire ancora una volta il vento fra i capelli mentre sfreccia a tutta velocità incendiando le strade della città alla guida del suo bolide, definito dinamite liquida probabilmente per via del ruggito dei quel motore che gli consente di andare così veloce da dargli quasi l'impressione di volare basso sull'asfalto. La velocità come voglia di libertà! Tuttavia c'è da precisare che dopo il brutto episodio di cui già ho detto il grande axeman saggiamente deciderà di darsi una calmata ogni volta che si metterà le mani sul volante.

Krakatau

Ancora su territori "fast" si muove lo strumentale Krakatau, che presumibilmente prende a prestito il nome dal noto vulcano. Tutto ha inizio con una serie folle di diteggiature, con gli strumenti che si rincorrono alla maniera delle strutture più Prog oriented. Siamo abituati ad ascoltare ciò sui dischi del vichingo da chitarra e tastiera in tandem, spesso si unisce il basso, sia suonato da Yngwie stesso o altri, ma questa volta il chitarrista va oltre e corre sulle spesse corde con la stessa facilità con cui rende incandescenti quelle dello strumento che lo ha reso leggenda; tutto ciò è ancora più ragguardevole se si tiene conto che le diteggiature sono posizionate ai primi tasti delle corde basse, una posizione poco comoda, ma proprio per questo l'effetto finale è ancora più soddisfacente. Ovviamente essendo un axeman il Re preferisce suonare anche il basso con il plettro. La corsa si interrompe per il tempo di un respiro con una classica progressione di arpeggi ascendenti con cui Mr. Ego è solito percorrere tutto il manico della sua ascia, subito seguiti da una serie di note singole ascendenti che lasciano nuovamente il posto alla velocità, questa volta giocata su una dinamica diteggiatura al La bemolle, nella già vista alternanza di note su tastiera e corde a vuoto, spostata poi anche sul Mi bemolle e nuovamente ripetuta sul La bemolle. Ancora un accenno del riff dell'attacco per poi giungere al punto in cui il brano rallenta e cambia: una serie di accordi, quelli che da lì in poi questo moderno Paganini utilizzerà dal vivo per introdurre la parte dello show dedicata ai lunghi assoli con cui nutrire il suo smisurato ego. Anche in questo brano introducono una lunga sequenza di assoli, quella dell'immancabile duello fra chitarra e tastiere, purtroppo l'ultima fra Yngwie e Jens su un disco di inediti del Guitar Hero. Forse è dovuta al famoso senno di poi, ma questa ennesima sfida fra i due mi sembra proprio la più intensa di sempre: sostenuti da una ritmica di basso e batteria lenta e lineare, essenziale quanto poderosa, gli strumenti interessati si passano di continuo la staffetta mostrando una volta per tutte che loro sono Il Re dei Guitars Hero & Mr. Speed Man. E' la sei corde a concludere il duello lasciandoci poi nelle mani degli accordi che sfumano.

Memories

Dopo tanta follia il Nostro ci saluta con la delicata melodia di Memories (Memorie), breve composizione, di poco superiore al minuto di durata, costituita da due arpeggi di chitarra acustica sovrapposti, senza il minimo accenno di shredding. Una conclusione davvero particolare per un album che ha alternato tracce lente e costanti a balzi nel vuoto e pennate forzute. Il nostro uomo svedese decide di chiudere il cerchio così, quasi allacciandosi alla traccia precedente e scrivendone la "vera" conclusione, concatenando una serie di piccole  e lievi pennate alla sua sei corde, in modo setoso, quasi avvolgente, facendo semplicemente aspettare all'ascoltatore che il solco vuoto del vinile sopraggiunga ed arrivi il momento di riporre il disco nella sua cartacea custodia. E' così, con estrema dolcezza, che Y.J.M. ci saluta e l'effetto è da brividi.

Conclusioni

Il mio giudizio sul quarto full lenght di Malmsteen non può che essere assolutamente positivo. Pur restando il noto concentrato di ego che tutti conosciamo, ci ha mostrato il suo lato più umano, cosa dovuta forse alla passata esperienza dell'incidente e del coma. La reazione a quei brutti momenti è stata sorprendente e si è tradotta in un album alquanto solare, come dimostra anche la massiccia presenza di love songs, in un numero mai così elevato fino ad allora su una sua pubblicazione. Forse proprio per questo motivo, come ho potuto constatare personalmente nel corso del tempo, è,fra i suoi lavori, quello preferito dalle fanciulle, tutte passione e romanticismo. Ovviamente non parlo per assoluti e mi baso, ripeto, su pareri ascoltati negli anni, ma certo il numero di Metal Girls che metterebbero Odyssey fra le posizioni più elevate di una loro ipotetica e personale top ten riguardante Il Divino sarebbe potenzialmente elevato. Con questo disco le quotazioni del Genio Neoclassico crebbero anche nel Nuovo Continente, che è proprio il posto in cui le cose nella loro forma più edulcorata ed accessibile funzionano di più. Probabilmente è anche a causa di ciò che il disco fu bollato come "commerciale" (il virgolettato è d'obbligo) e poco Metal. Errore! Il suo autore all'epoca cedette forse a qualche tentazione melodica, ma non accantonò certo il Metallo fumante, sempre presente. Le accuse di ammorbidimento quindi cadono dal momento che l'intero platter risulta essere un perfetto mix di potenza e melodia, tecnica ed intuizioni compositive notevoli (si vedano a tal proposito "Riot in the dungeons", "Krakatau" e la formidabile progressione di arpeggi dell'iniziale "Rising Force"), armonizzazioni indovinate. La scelta gli dà ragione, infatti, come ho già detto all'inizio, il disco campeggia alla 40° posizione di Billboard, risultato che mai più sarà raggiunto in futuro. Il momento è ancora quello giusto per l'intero genere: pelle, borchie, chiome lunghissime e sonorità cromate e sofisticate dominano ancora l'airplay radiofonico e televisivo. Il 1988 è forse l'ultimo anno veramente scintillante per l'Heavy Metal, ancora pieno di capolavori assoluti, oltre ad "Odyssey" possiamo infatti ricordare una lunga lista in cui sono compresi "...And Justice for all" dei Metallica, "Keeper of the seven keys Pt.II" degli Helloween, "Kings of Metal" dei Manowar, "Out of this world" degli Europe, "Tanscendence" dei Crimson Glory, "New Jersey" di Jon Bon Jovi, "Thundersteel" dei Riot; senza dimenticare i due più significativi concept album Metal di sempre, ad opera di Iron Maiden e Queensryche, cioè, rispettivamente, "Seventh son of a seventh son" e "Operation: mindcrime". La compagnia quindi era eccezionale ed unita all'atmosfera generale dava probabilmente vita ad un ambiente competitivo e stimolante allo stesso tempo. "Odyssey" è anche il disco in cui vengono maggiormente riutilizzate, dopo un processo di arrangiamento, le idee presenti nel demo che Malmsteen fece recapitare, agli albori degli '80s, al futuro boss della Shrapnel Records, Mike Varney, che all'epoca curava, sulla rivista "Guitar world", una rubrica chiamata "Spotlight", in cui parlava di nuovi chitarristi. Ribadisco ancora una volta che il disco di cui vi ho parlato oggi è piacevolmente equilibrato. Ci vorranno anni prima che il Maestro si decida a pubblicarne uno ugualmente bilanciato. Quando lo farà però, non sarà più il momento propizio per il suono duro: nel nord-ovest degli U.S.A., già in quel perfetto 1988, si stanno infatti addensando nubi nere e minacciose!

1) Rising force
2) Hold on
3) Heaven tonight
4) Dreaming (Tell me)
5) Bite the Bullet
6) Riot in the Dungeons
7) Deja-Vu
8) Crystal Ball
9) Now is the Time
10) Faster Than the Speed of Light
11) Krakatau
12) Memories
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