YNGWIE J. MALMSTEEN

Marching Out

1985 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
17/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

In base alle dichiarazioni rilasciate nelle interviste dai musicisti, sembra che la realizzazione di un secondo album sia più critica di quella del primo, nonostante l'esperienza (ormai acquisita) di aver già affrontato lo studio di registrazione. Sembra strano, eppure la ragione è piuttosto semplice: quelle canzoni che compongono il tuo primo album le hai suonate per molto tempo, addirittura anni, nelle cantine, nei garage, durante le prove col gruppo; nei pub, alle feste degli amici, tutto ciò prima di arrivare a firmare il tanto ambito contratto con una casa discografica. Sono quindi brani che conosci a memoria, che magari in sede di registrazione sono stati solo un po' levigati dal produttore, arrangiati in modo da renderli più efficaci. Qualcuno è stato anche messo da parte, ma la sostanza cambia di poco. Hai speso tutte le tue energie e la tua concentrazione su quei brani già tuoi, insomma. Per il secondo, invece si parte solitamente da zero: il tempo è limitato, le pressioni aumentano, soprattutto se la tua prima fatica discografica è piaciuta. Un mare di responsabilità in più, perché qualcuno ha investito su di te, perché hai creato aspettativa. Chissà se anche Yngwie J. Malmsteen ha pensato a tutto ciò nel momento in cui ha cominciato a comporre materiale per il suo secondo capitolo discografico, soprattutto dopo aver pubblicato un album epocale come "Rising Force", disco che ha cambiato le regole del gioco, il quale costituisce ancora oggi uno spartiacque dal punto di vista tecnico e stilistico. Forse si, forse no, non ci è dato saperlo.  Quel che è certo però, è che grazie al suo carattere forte, al suo know-how di musicista, ad un ego spropositato (che sarà per sempre uno degli aspetti utilizzati dai detrattori per criticarlo), lo svedese procede come un caterpillar, giungendo al suo secondo album relativamente presto, appena un anno dopo l'esordio. "Marching Out", questo il titolo della seconda release, arrivò quindi per dimostrare quanto la parabola del talentuoso scandinavo non fosse solo una parentesi fortunata, ma un percorso vero e proprio, giunto solamente al secondo gradino di una scala da percorrere nella sua interezza.  A livello di line-up si registrano alcuni cambiamenti: Barriemore Barlow viene avvicendato, dietro le pelli infatti prende posto Anders Johansson, fratello del tastierista Jens (con il quale aveva militato nei Silver Mountain, e che ritroveremo in tempi più recenti negli Hammerfall), il quale sposta l'accento del drumming più sulla potenza. Al basso fa il suo ingresso nella squadra una vecchia conoscenza di Malmsteen, su cui è doveroso spendere due parole, per il ruolo che il personaggio in questione ha ricoperto all'interno della scena musicale svedese (e per l'esito purtroppo tragico della sua vita): Marcel Jacob. Marcel, "Marre" per gli amici, altri non è che il bassista che sul finire degli anni '70 formò i Rising Force assieme ad Yngwie, quando, ragazzini in quel di Stoccolma, i due decisero di imbracciare gli strumenti per emulare i loro idoli. Durante quei primi anni, Marcel incrocia il cammino di altri suoi giovani concittadini, anche loro aspiranti rockstars: si fanno chiamare Force, ma qualche anno più tardi, con il nome Europe, conquisteranno il mondo e le vette delle classifiche. Con i Force, Jacob compone il brano "Black Journey for my Soul", che con il titolo di "Scream of Anger" andrà a far parte della track-list del secondo full-lengt degli Europe, "Wings of tomorrow". Torniamo però all'attività con l'axeman svedese. I Rising Force, composti oltre che da Yngwie e Marcel, da un batterista loro amico, che non ha lasciato altra traccia nel mondo della musica, tale Zepp Urgard, registrano quel demo che (stando a ciò che sappiamo) è proprio lo stesso che poco tempo dopo finirà sulla scrivania di Mike Warney, titolare della "Shrapnel Records", colui che esorterà Malmsteen a trasferirsi nel Paese dei pop-corn per entrare a far parte degli Steeler. La collaborazione finisce quando il chitarrista lascia effettivamente la Svezia, ma due anni più tardi eccoli di nuovo insieme sul secondo disco di Malmsteen. Ora, Rising Force è il nome del gruppo che accompagna il Guitar Hero (sulle copertine degli album campeggia infatti il logo Yngwie Malmsteen's Rising Force), e ne fanno parte, oltre ai succitati Anders e Marcel, Jens Johansson e Jeff Scott Soto; confermati , questi ultimi, nel loro ruolo (rispettivamente, tastierista e cantante). In particolare, il cantante avrà qui la possibilità confermare quanto di buono già dimostrato sul precedente lavoro, dal momento che su "Marching out" le tracce cantate risultano essere otto su un totale di 11; il contributo di Jeff diviene dunque determinante. Registrato fra gli studi "Cheroke" e di Los Angeles e gli "Skyline" di Topanga, il nuovo platter vede quindi la luce nel 1985, sempre per la "Polydor Records". Procediamo dunque all'analisi track by track dell'intera scaletta.

Prelude

Si parte con "Prelude (Preludio)", tre note appena suonate su corde singole, con l'effetto di eco, che danno l'impressione di provenire da un violino, dal suono molto sinistro. Un accorgimento singolare, nella sua brevità, che sembra piuttosto il preludio (come da titolo) ad un tornado, ad una vera e propria esplosione.

I'll se the light tonight

Esplosione la quale arriva puntuale con la seconda traccia, "I'll se the light tonight (Vedrò la Luce, questa notte)"; un pezzo dirompente sin dal riff iniziale, metallico e tagliente. Riff anche dinamico che Yngwie suona spostandosi rapidamente e di continuo da inizio a metà tastiera, e che si alterna fra diteggiature veloci alle corde basse nei primi tasti e ritmica serrata alla metà. Quando il riff viene ripetuto una seconda volta, Soto esordisce con uno dei suoi ormai leggendari urli, un "Nooo" potente e feroce. Da notare che in questo riff di apertura il basso segue la chitarra, consentendoci subito di renderci conto delle capacità di Jacob. La ritmica di chitarra che fa da base al cantato è essenziale e composta da semplici accordi, suonati anche dalle tastiere, mentre basso e batteria riescono a trasmettere un senso di galoppata. Il ritornello poggia invece sulla riproposizione del riff iniziale. Alla fine della seconda strofa l'assolo di chitarra, come di consueto, è preceduto da una tipica introduzione alla Malmsteen: veloci note, in sestine, suonate spostandosi in su e giù sulla prima corda, con basso e batteria che sottolineano gli accenti, salendo nel finale verso le corde basse e verso i primi tasti, per poi ridiscendere vertiginosamente e velocemente nell'assolo vero e proprio, un capolavoro tecnico/melodico di una freschezza intatta, riuscitissimo nel mescolare plettrate veloci e pulite, brevi e squisite introduzioni di tapping e sweep-picking; un assolo di una freschezza tale da non dimostrare i suoi ormai trentuno anni! Al termine della parte solista si riparte con il riff di apertura e con un altro super acuto di Soto e relativo ritornello, quindi si continua con l'ultima strofa e l'ultimo ritornello che si chiude con un altro potentissimo acuto, e poi tutti gli strumenti, all'unisono ed in crescendo, chiudono il brano con un colpo secco. Dal punto di vista delle liriche non ci si discosta di molto dai temi del precedente album; anche qui, infatti, il protagonista deve fronteggiare forze oscure che nei suoi sogni lo tormentano, fino a mettere in pericolo la sua vita. Tutti siamo in balia di forze molto più grandi di noi, che ci mettono di fronte alla fragilità della nostra esistenza, ma nel caos imperante si intravede una luce, una speranza, non tutto è perduto irrimediabilmente. Il protagonista sembra voler esprimere un senso di positività, nonostante il marasma che lo circondi lo spinga a provare della "sana" paura. Il tema apocalittico, descritto mediante immagini dirette ed oscure, non lascia infatti spazio alla consueta "immaginazione". La gente corre per strada, spaventata, non sapendo cosa fare / dove andare. Urla e pianti, strepiti, suppliche, preghiere. Il suono delle risate, della gioia, è ormai andato perso dietro una moltitudine di negatività, la quale si riversa sulle strade senza mai fermarsi. Quasi fosse un eroe o comunque un qualcuno pregno di orgoglio e volontà di reagire, il protagonista del brano non vuole comunque fermarsi. Non cederà, non piangerà. Nonostante gli venga da domandarsi se l'umanità sia mai stata libera di decidere il proprio fato, egli è convinto che combattendo vedrà finalmente uno spiraglio di luce, al quale aggrapparsi. 

Don't Let it End

Nella terza traccia, "Don't Let it End (Non Lasciare che Finisca)", si cambiano stile ed argomento; dal momento che ci troviamo di fronte ad un brano meno metallico e più Hard Rock oriented, che ha come tema la fine di un amore: una Hard Rock "lovesong " in pratica. Un arpeggio di chitarra, clean, apre il brano, accompagnato da un lavoro pregevole di Johansson al pianoforte, con un tema di impostazione classica, soprattutto nella parte che precede il punto in cui il suono in distorsione esplode ed entrano anche basso e batteria, la quale picchia in modo deciso e quasi marziale. All'inizio, la voce di Soto è delicata ed il cantante, senza risultare melenso, riesce a trasmettere un sentimento di sofferenza. Quando gli strumenti entrano in modo deciso, il cantato delicato di Soto muta anch'esso radicalmente in un urlo quasi rabbioso. Subito dopo l'attacco in distorsione, tutti gli strumenti procedono in stop and go, e la voce procede dura e decisa. La strofa continua quindi con una robusta ritmica fino al ritornello, in cui la voce torna per un attimo meno aggressiva e chitarre armonizzate seguono la linea melodica della parte vocale, dando un senso di pienezza. Una breve strofa, terminata con un altro acuto del cantante, precede un altro bell'assolo alla sei corde, caratterizzato nel finale da due linee di chitarra armonizzate che si incontrano e procedono insieme fino a sfumare nella parte in cui il ritornello si ripete, sempre con l'ottimo lavoro delle succitate chitarre armonizzate. La canzone si avvia verso la fine, sfumando, mentre Soto canta tutto il suo dolore con note acute e prolungate. Come accennato più su, il tema qui trattato è la fine di un amore: chi parla si rivolge alla controparte ponendo domande che suonano quasi come una resa dei conti, una richiesta di chiarimenti. Si può intuire anche una proposta di ripensamento alla fine di questa storia, un tentativo di riaccendere la fiamma che si va affievolendo, per poi rendersi finalmente conto che forse è meglio chiudere con il passato. Da una parte, la volontà di salvare il salvabile, dall'altra la ferrea decisione di troncare un rapporto basato su incertezze e dubbi. L'uomo cerca in tutti i modi di capire la sua amata, assai più volubile di lui e sicuramente meno incline ad una storia che possa essere serie e avente la fedeltà come prerogativa. Il Nostro sta diventando un uomo, sente ormai il peso degli anni che avanzano.. e non può più permettersi di star dietro capricci od indecisioni puerili. Egli ha bisogno di una compagna per la vita e non del divertimento una tantum.

Disciples of Hell

Un'oscura chitarra classica, suonata all'inizio con le dita e poi continuata servendosi del plettro, fa da introduzione, per quasi un minuto, al quarto brano, "Disciples of Hell (Discepoli dell'Inferno)". Questa parte di chitarra classica si svolge agile fino all'epilogo, costituito da un accordo pieno al termine del quale parte un ritmo aggressivo che non lascia letteralmente scampo. Qui la batteria è ancora più presente, la doppia cassa è ancora più incalzante che nei brani precedenti. Soto parte anch'egli deciso, la voce sempre potente ed aggressiva. Le tastiere si limitano a suonare note lunghe che contribuiscono a mantenere alta la tensione, mentre è  interessante, durante la strofa, fare caso a piccoli passaggi di chitarra, che si esprimono in brevissimi fraseggi ed armonici. Bello il crescendo creato dagli strumenti nel ritornello, ottenuto procedendo in progressione dalle note basse a quelle alte. Quando la strofa riparte, possiamo ascoltare quello che sarà un altro tratto distintivo del Guitar Hero svedese: nei suoi brani, spesso la seconda strofa ha durata dimezzata rispetto alla prima. Anche qui l'assolo di chitarra è preceduto da un'introduzione, una delle più belle di sempre, suonata su disco con le tastiere che accompagnano con accordi lunghi, mentre in live suonano all'unisono con la chitarra. In questa introduzione torna a farsi sentire prepotente l'influenza di Paganini, ed è riuscitissima l'alternanza tra plettrate e arpeggi minori: l'effetto, possiamo dirlo, è quasi "infernale". La parte solista è quindi costituita dall'ennesimo assolo uragano, perfetto nel non vanificare la tensione creata dall'introduzione. L'elemento rimarchevole in questo guitar solo è rappresentato da scale eseguite in modo tale da completare le diteggiature eseguendo per tre volte l'ultima nota della scala con un solo rapidissimo "colpo" di tapping. Al termine dell'assolo, un intermezzo d'atmosfera: la chitarra lascia spazio agli altri strumenti, le tastiere tengono note prolungate che suonano piuttosto sinistre, batteria e basso galoppano come hanno fatto fino ad ora, ed una voce narrante, effettata al punto tale da farla sembrare quella di un demone, recita una specie di profezia, al termine della quale torna dura la chitarra. Si ripetono quindi per l'ultima volta strofa e ritornello (sempre d'effetto il crescendo su quest'ultimo) in cui Soto si congeda con un altro potente scream e tutti gli strumenti terminano con un colpo secco. La storia di questa traccia ci racconta di una messa nera (altro tema ricorrente nell'Heavy Metal, soprattutto in quello della prima ora), e narra di un consiglio di adoratori della bestia che invocano l'arrivo del loro leader in un tripudio di incantesimi e sacrifici umani. La loro guida spirituale recita un incantesimo che ha il potere di richiamare sulla terra il principe delle tenebre. La parte narrata annuncia proprio l'apertura dei cancelli dell'inferno dai quali si riverserà sulla terra l'orrore più totale. Un tema, come dicevamo, per nulla sconosciuto al nostro mondo, anche se in questo caso lo vediamo svilupparsi in maniera molto più eleganti che in altri ambiti. Non siamo dinnanzi al satanismo sfacciato dei Venom, anche per via delle profonde differenze stilistiche fra il combo di Newcastle e quello guidato dal Nostro svedese. Il testo di questa track, difatti, risulta quasi lo scorcio di un romanzo "fantasy", tanta è la cura con il quale è stato composto. Niente immagini splatter o blasfemie, il tutto è narrato usando certo immagini forti ma più inquietanti che "orribili". Del resto, il tutto doveva essere adatto al genere musicale proposto.. e dunque, non ci meravigliamo della scelta di abbracciare un tema certo usatissimo, ma ancor meno della volontà di "piegarlo" alle naturalissime esigenze (chiamiamole) di "copione".

I am a Viking

"I am a Viking (Io sono un Vichingo)", il brano più epico dell'album, viene introdotto dal suono di un gong, subito seguito da un ben strutturato riff di chitarra, potente e melodico, suonato fra il quarto ed il settimo tasto, spostandosi dalle corde basse a quelle alte; un riff che nel finale subisce un'accelerazione. L'ennesima diteggiatura che costituisce materia di studio per i chitarristi, ma anche per i bassisti, dal momento che nelle suddetta accelerazione il basso di Jacob segue pedissequamente la sei corde, mentre per il resto del riff sottolinea, insieme alla batteria, gli accenti del tema. Alla ripetizione dell'intero riff, ancora un ingresso in screaming del cantante. Il brano è più lento dei precedenti, ma risulta comunque potente e maestoso. Da notare lo splendido lavoro della chitarra durante il ritornello: mentre infatti una linea di chitarra si limita a suonare power chords, una seconda esegue un fraseggio dal gusto classico che funge quasi da completamento della linea vocale. La presenza di Jens si avverte un po' meno del solito, ma le sue tastiere sono fondamentali nel conferire al tutto una veste più orchestrale. La riproposizione del riff di apertura fa trampolino di lancio per un altro eccezionale assolo di chitarra che segue fedelmente l'atmosfera epica del brano. Anche qui possiamo ascoltare un altro trattato di abilità chitarristica, un'efficacissima dimostrazione di come si possa suonare tecnici senza sacrificare la melodia. Altro aspetto da notare è la parte ritmica, soprattutto alla sei corde, che non risulta affatto essere una sterile sequenza di note buttate lì a caso solo per fornire una base alla parte solista, ma si rivela essere una progressione di accordi di senso compiuto, perfetta nella parte in cui si unisce alla chitarra solista nella coda dell'assolo. Nel rispetto della tradizione della forma canzone, ecco la ripetizione della strofa e del ritornello, con acuto selvaggio di Soto, ed ultime note di potenza. Il vero finale,però, arriva un attimo dopo con due linee di chitarre armonizzate (per un totale di quattro parti) che dialogano fra di loro, dando quasi un effetto di canto funebre, che sfumano nel finale. Il tema trattato qui è un altro tipico del Metal, il racconto epico. Un racconto che il chitarrista ci narra scegliendo uno dei temi epico-leggendari per antonomasia, ovvero le gesta dei leggendari guerrieri navigatori della sua terra (il suo stesso nome, Yngwie, dovrebbe significare appunto giovane vichingo). Brano forse anche un po' autobiografico (nonostante si parli di gente che abitava il mondo secoli fa), soprattutto nel punto in cui il Nostro, per bocca di un giovane guerriero, dice che vede allontanarsi le coste della sua patria, riferito forse al suo viaggio verso l'America. Per il resto, la canzone parla della determinazione di questo guerriero in riferimento alle battaglie che lo attendono, quando, già a bordo del Drakkar (famosa nave con testa di drago, tipica imbarcazione dei vichinghi), avverte i suoi nemici della morte che dispenserà di lì a poco. La fierezza e l'ardore di un soldato fiero del suo retaggio culturale, fiero della sua gente, del suo popolo. Benedetto dai suoi Dei, conquistatore per nascita: benché tutt'oggi il popolo vichingo sia ridotto ad una "macchietta" (non più di nerboruti dotati di "elmi con le corna"), lo scopo del testo è quello di mostrarci i veri valori aizzanti le genti che furono: lealtà, amore per la patria, coraggio e determinazione. Un testo che non sarà ai livelli delle descrizioni di un Quorthon ma che riesce comunque ad emozionare, per com'è scritto e per quanto il tema sia fortemente sentito da chi esegue il brano che stiamo ascoltando.

Overture 1383

Giungiamo quindi al primo vero strumentale del disco, "Overture 1383", un altro capolavoro di tecnica e (molta) melodia, una gemma all'interno di un forziere colmo di canzoni d'oro! L'attacco è perentorio, con una ritmica di chitarra e basso incalzante, tastiere d'accompagnamento e batteria in doppia cassa che nel finale picchia abbondantemente sui piatti, non mancando di dare solo due colpi, ma di grande effetto, sui timpani, in modo da rendere l'idea di pezzo classico. Mentre gli strumenti sfumano, ecco emergere in modo graduale solamente Jens e Yngwie, anche se il "solamente" potrebbe essere fuorviante, dal momento che le linee di chitarra risultano essere ben tre. Mentre infatti Johansson tiene solo accordi lunghi, ma efficaci, una chitarra classica esegue in arpeggio gli stessi accordi delle keys, mentre due poetiche chitarre armonizzate si occupano di dare una linea melodica più marcata al brano. La particolarità è data dal fatto che il tutto poggia su un impianto melodico che richiama alla mente dell'ascoltatore il celebre brano "Greensleves"  (nota melodia folkloristica di origine inglese) e, come fu già per "Icarus' dream op. 4", il tutto si sposa in maniera perfetta con la parte metallica creata da Malmsteen. Nel finale troviamo solo le tastiere che fanno da sfondo ad un altro intensissimo assolo di chitarra che malinconico ci guida verso la fine della traccia.

Anguish and Fear

Perentorio è anche l'attacco di "Anguish and Fear (Paura ed Angoscia)", traccia numero sette, con un riff classico, suonato in tandem da chitarra e tastiere per quattro volte, l'ultima delle quali subisce un'accelerazione prima dell'attacco della strofa. Durante i primi due giri, batteria e basso sottolineano semplicemente gli accenti, per poi inserirsi di prepotenza, con la batteria che procede in doppia cassa. La ritmica che sorregge la strofa è basilare: plettrate in palm-muting sul La (o meglio La bemolle, dato che lo svedese è solito accordare le sue asce più basse di un semitono), integrate sul finale di ogni battuta da un accenno di riff ed il basso che segue come un'ombra la chitarra. Gli accordi suonati da chitarra e tastiere durante il ritornello sono semplicemente note lunghe, mentre basso e batteria continuano con medesimo ritmo incalzante. La strofa termina con la riproposizione dell'ultimo giro del riff introduttivo. La voce di Soto è graffiante e si adatta perfettamente all'umore del brano, solo nel finale della seconda strofa, che si ripete identica alla prima, alza il tono con un acuto. Sempre la riproposizione del primo giro del riff iniziale precede un altro efficacissimo duello tra chitarra e tastiere, la sei corde attacca e le keys rispondono con scale vagamente orientaleggianti, soprattutto nella terza "risposta", al termine della quale i due strumenti si incontrano e terminano l'assolo insieme intensificando la velocità in perfetta sincronia. Ultima strofa e doppio ritornello sono seguiti (nel secondo l'ennesimo super urlo del singer) immediatamente dal giro conclusivo del succitato riff che secco chiude il brano, con un bell'effetto di eco sull'ultima nota della chitarra. Nel testo, assai criptico, sembriamo forse entrare in contatto con una profonda crisi interiore, la quale attanaglia paurosamente l'animo del protagonista. Una strana storia di predizioni nefaste, l'ombra di un futuro oscuro che assale il nostro e lo tiene confinato nel limbo dell'incertezza e della paura. Uno straniero misterioso che appare e scompare, una presenza inquietante.. un fantasma che non sembra far altro che ricordare all'uomo quale sarà il suo triste destino. Delle lyrics assai complesse, nella loro brevità: anime tormentate che vagano da anni senza meta, senza più il calore del ricordo dei loro cari; predizioni sconcertanti, lacrime, paura. Un concentrato di angoscia incredibilmente ben espresso attraverso una serie di versi dal sapore criptico ma in un certo senso eloquente. Cosa fa più paura, dell'incertezza? Di quell'ansia capace di limitare e di ostacolare la nostra stessa vita? Il punto centrale sembrerebbe essere proprio questo. L'ansia, la sofferenza derivata dall'avere un animo perennemente inquieto. Osserviamo i fantasmi e ci sentiamo come loro.. incompleti, costretti a vagare per il mondo, con la speranza di trovare un qualcosa che - lo sappiamo dal principio - non troveremo mai. 

On The run Again

"On The run Again (In Fuga, ancora)", è un'altra traccia leggermente più Hard Rock in un disco indubbiamente metallico, che si apre con una godibilissima progressione di accordi che funge da base per un primo assolo di chitarra, breve ma intenso. La voce è perfetta per il tipo di brano, forse perché maggiormente adatta ad episodi meno Metal, e notiamo come in questa traccia siano le keys a rendere sontuoso il ritornello, chiuso da Soto con l'immancabile acuto. Anche qui l'assolo è tecnico e melodico, oltre che non eccessivamente lungo, nonostante a suonarlo sia il Re delle note a cascata, che si smorza per far spazio ad un breve innesto più rilassato, con la bella atmosfera creata dal tastierista, all'interno della quale si possono udire piccoli fraseggi di chitarra di grandissimo gusto melodico. In questa sezione del brano il nostro Jeff intona una piccolissima parte con voce più calda, quasi soul, che termina comunque anch'essa con un urlo che, arrivando subito dopo la parte più atmosferica, sembra quasi liberatorio. La parte che ci accompagna verso il finale è caratterizzata dalla voce urlante di Soto e da una bella linea di chitarre armonizzate. La conclusione vera e propria è affidata alla riproposizione della progressione di accordi iniziale, accompagnata da note secche di basso e batteria. Cambiamo decisamente argomento, appropinquandoci a leggere delle liriche che molto sanno di film "d'azione". Esatto, proprio perché il protagonista sembra essere un perenne fuggitivo, un bandito che ha consapevolmente scelto di vivere contro la legge e di schierarsi a favore della causa "ribelle". Egli non ha interesse ad inserirsi nella società: non vuole lavorare onestamente, non vuole cedere ad uno stile di vita che non sente suo. Decide quindi di evadere dalla monotonia, dando una scossa alla sua esistenza, probando il brivido della vita da fuorilegge. Furti e rapine sono il suo pane quotidiano, accompagnato da risse con le gangs rivali, omicidi per vendetta, dovuti agli scontri con i suoi avversari. Polverone che immancabilmente ha attirato su di lui le ire della polizia, sempre in cerca della sua testa. Ci sono taglie e manifesti, il suo è un volto noto; il Nostro, però, come un novello Lupin, cerca in tutti i modi di non farsi catturare, eludendo in ogni modo possibile lo sguardo vigile del corpo di polizia. Sa bene che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo da uomo libero: deve dunque cercare di tenere duro e di scappare ogni volta che ne ha l'opportunità, sfruttando ogni espediente ed occasione favorevole.

Soldier Without Faith

E' affidato alle keys di Johansson il compito di introdurre "Soldier Without Faith (Soldato senza Fede)", compito che il grande tastierista svolge egregiamente, andando a creare l'atmosfera adatta all'argomento del brano. Si parla di guerra, e qui il musicista riesce a creare nella mente dell'ascoltatore l'immagine di un paesaggio sconvolto dagli orrori di un conflitto armato, vallate grigie colme di cadaveri di soldati. Di tanto in tanto si può udire anche il rimbombare di cannonate in lontananza. Il suono delle tastiere è evocativo, a tratti sembra addirittura di ascoltare un coro femminile. Al cessare dell'intro esordisce subito la chitarra con degli accordi su cui si inserisce il primo dei tre assoli presenti nel brano; un assolo fast, come da tradizione, che suona drammatico in linea con quanto sentito all'inizio. La ritmica che fa da base alla parte vocale ci fa conoscere un altro dei tratti distintivi dell'axeman svedese: non è infatti raro che la strofa non sia suonata eseguendo semplici accordi, ma, come in questo caso, da un riff caratterizzato da una bella diteggiatura posizionata ai primi tasti delle corde basse. Il lavoro di basso e batteria non è elaborato, ma è costituito da un semplice accompagnamento. Il ruolo delle tastiere, soprattutto nel refrain, è quello di conferire al pezzo una veste più drammatica insieme all'azzeccata scelta degli accordi della chitarra. Anche il cantato di Soto non si discosta dall'atmosfera del brano, è infatti urlato meno del solito e risulta quasi "disperato"; solo nel finale di ogni ritornello fa capolino un potente acuto. Il secondo assolo di chitarra è un'altra dimostrazione di solide basi tecnico/teoriche, ma si dimostra tutt'altro che uno sterile esercizio: è infatti espressivo nonostante la velocità delle plettrate, capace di suscitare grande atmosfera. Gustoso l'utilizzo della leva del tremolo seguita da un fluido tapping sul finale. Sulla ripetizione della progressione di accordi iniziale emerge di seguito l'ultimo, e breve, assolo di chitarra. Si finisce con la terza strofa e l'ultimo, più lungo ritornello, con il consueto acuto e gli strumenti che si arrestano tutti insieme. Il protagonista di questa storia è un soldato sopravvissuto alla battaglia che, guardandosi intorno, vede cadaveri ovunque e si rende finalmente conto degli orrori della guerra. Il senso di oppressione è fortissimo ed egli non desidera altro che abbandonare quel luogo triste e grigio. Ha comunque la lucidità per comprendere quanto effimere siano le promesse di gloria con cui chi comanda ubriaca giovani innocenti. Il risultato di tutto ciò è la fine di una vita ancora all'inizio, il dolore della madre che ha messo alla luce la sua creatura e l'orgoglio di un padre che sa che almeno il figlio è morto da eroe. Ha senso, per una medaglia, mettere a repentaglio la propria vita? Ha senso risolvere ogni disputa spargendo il sangue di milioni di innocenti? Domande che ci si pone sin dall'alba dei tempi. Purtroppo, quello della guerra rimarrà per sempre un tema del quale si discuterà con gli occhi ben fissi sul presente: mai ricordi lontani, mai dolori sopiti. Ogni epoca è difatti scandita da conflitti sanguinosi, da tensioni sfociate in omicidi di massa, in bombardamenti. Ci chiediamo se tutto questo avrà mai una fine.. o, quanto meno, una battuta di arresto di ampio respiro. Paradossalmente, ci si accontenterebbe anche solo di quest'ultima.

Caught in the Middle

Sia il 1985 od il 2016. "Caught in the Middle (Ritrovandosi nel Mezzo)", la penultima traccia del platter (ed anche l'ultima cantata), si apre con un riff acido e di impatto, che ci presenta una bella diteggiatura. Dopo varie ripetizioni il tutto muta in una ritmica rocciosa, la classica cavalcata metallica in 4/4, con basso e batteria che pestano in modo deciso e lineare, senza troppi barocchismi. In linea con il trend del platter, la voce di Soto è potente e graffiante. Dopo la seconda strofa e relativo ritornello, ecco la tipica introduzione all'assolo: tastiere che suonano imperiose e due chitarre armonizzate che suonano un bellissimo riff, sempre di impostazione classica. Mentre il riff sta ancora sfumando, inizia l'assolo di chitarra vero e proprio, che si apre con una scala ascendente che parte dalle corde basse, al 7° tasto, per salire velocemente verso gli ultimi tasti delle corde alte. Già qui, il frangente raggiunge il suo apice: una pazzesca progressione di sweep picking eseguita spostandosi per quattro volte avanti ed indietro, per poi proseguire, e terminare, in alternate picking. Alla chitarra rispondono le tastiere e Johansson non è da meno in quanto a velocità d'esecuzione e gusto. Un'altra strofa e relativo ritornello, che viene allungato e un po' rallentato per renderlo più adatto ad un finale; qui le tastiere suonano epiche mentre le chitarre armonizzate ripetono il riff che ha lanciato l'assolo. La tensione in questa parte è azzeccatissima (bello lo slide ottenuto strusciando il plettro sulle corde basse della chitarra verso i primi tasti) e si libera nel finale vero e proprio con un solo giro del riff di apertura del brano, che chiude in modo secco e deciso. Per quanto riguarda le liriche, troviamo un protagonista che continua a sentirsi sempre più avulso alla realtà che lo circonda. Una realtà che lo annoia e lo confonde, che lo fa sentire un escluso. Un individuo ritenuto strano, eppure consapevole della propria buona fede. Qualità che la società non vede e non gli riconosce, e dunque tende ad additarlo (quest'ultima) come una specie di "pazzo" da rinchiudere in un manicomio. Il titolo, difatti, esprime in slang inglese il ritrovarsi "nel mezzo" di un tornado, di un'improvvisa confusione sopraggiunta ad uno stato di tranquillità persistente fino a qualche momento prima. Il "cadere dalle nuvole", quasi. Una sensazione che attanaglia il povero protagonista, portandolo a provare una forte sensazione di disagio. Un disagio che si espleta dunque lottando e cercando in tutti i modi di affermando il proprio essere. Lo vedono come un pazzo, ma il Nostro sa di essere perfettamente normale, unicamente volenteroso di fare ciò che più gli piace. Non è difficile rivedere in queste liriche un po' di autobiografia, quasi come se Malmsteen stesse difendendosi da tutti i suoi detrattori, dichiarando d'essere lui il sano, in un mondo di pazzi. Egocentrico come sempre, lo svedese termina il testo proclamandosi come l'unico detentore di una qual certa verità, in questo caso forse la conoscenza musicale.

Marching Out

In chiusura la titletrack, "Marching Out (Uscire allo scoperto)", uno strumentale che è anche uno dei tanti argomenti da usare contro chi sostiene che Malmsteen  sia solo tecnica, velocità e niente feeling. L'inizio, breve, è da concerto classico, e si chiude subito, in modo solenne. La musica che costituisce l'ossatura del brano è quasi sensuale, ogni componente del gruppo suona una parte adattissima; la scelta di note da non suonare, infatti, è importante tanto quanto quelle effettivamente suonate, e tutto il gruppo dimostra tranquillamente di saper fare la propria parte, non eccedendo mai né peccando di povertà, contemporaneamente. La chitarra ritmica esegue un delicato quanto semplice arpeggio, le tastiere conferiscono un senso di rilassatezza, batteria e basso sono perfetti nella loro essenzialità. L'effetto è quasi sexy, e la parte del leone la fa naturalmente la chitarra solista, con un assolo spaventosamente espressivo e caldo che ci fa dono di un qualcosa di unico e non certo facile da ottenere da una chitarra elettrica. Il giovane prodigio svedese riesce a caratterizzare le sue frasi in modo tale da dare l'impressione che provengano da un sassofono, inoltre il suo ormai leggendario vibrato è da brividi! Non sono l'unico, poi, ad avvertire nelle battute finali una certa fluidità, omaggio ad un altro grandissimo chitarrista da lui ammirato, il maestro Allan Holdsworth. Mentre il brano sfuma possiamo ancora godere di un'altra cascata di note sgorgare inarrestabile dalla chitarra del nostro. Un altro gioiello con cui Malmsteen si congeda con classe.

Conclusioni

Cosa dire di questo secondo album dello svedese? Un altro centro perfetto in grado di confermare il suo talento e di stabilire un punto fermo: a partire da qui, infatti, l'influenza di Yngwie non si limiterà solamente al modo di eseguire le parti soliste, ma si farà sentire più in generale anche sulla struttura dei brani. Un album che di riflesso ha prodotto il risultato di far conoscere musicisti che ormai sono delle autorità all'interno del genere. Per quanto riguarda Soto, è probabilmente questo il disco a cui deve la sua reputazione di screamer (nonostante più volte in futuro ammetterà di avere piuttosto un background da cantante soul) ed il meritato appellativo di zingaro del Rock, dal momento che negli anni a venire sarà ingaggiato praticamente da quasi tutti, anche solo per una semplice ospitata su una traccia o su di un coro. Per quanto riguarda la vicenda personale di Jacob, come dicevo in apertura di articolo, non avrà esito positivo: parteciperà in futuro solo su di un altro disco del Guitar Hero svedese, poi fonderà i Talisman assieme a Soto ed altri musicisti della scena Rock e Metal svedese; ma, a causa di una forte depressione, metterà fine alla propria vita commettendo suicidio il 21 Luglio del 2009. Al di là di tutto ciò, il successo di "Marching Out" risulta doppiamente da sottolineare, in quanto proveniente da un'epoca in cui l'immagine cominciava ad avere il ruolo che un giorno, nel nuovo millennio, le consentirà di primeggiare sulla musica: anche grazie (è doveroso ammetterlo) alla scena Glam Metal, la quale ebbe modo di lanciare gruppi più incentrati sulla forte apparenza che sulla qualità della musica stessa; band si giovani di bell'aspetto, le quali fonderanno la loro carriera sul ritornello semplice ed orecchiabile, sulla hit radiofonica priva di sostanza. Ovviamente, non tutte le band del calderone sono da condannare in toto ed anzi, il movimento Glam ha anche avuto modo di partorire musicisti interessanti e particolari. Tuttavia, in un contesto meramente di apparenza, il giovane axeman preferisce e soprattutto riesce a far parlare la musica e soprattutto la sua chitarra, pubblicando un disco che, come il precedente ed i successivi, è un autentico libro di testo, pieno com'è di spunti per aspiranti chitarristi. Ogni singola battuta, ogni singolo passaggio dei brani qui presenti può infatti essere estrapolato ed analizzato come materiale di studio per accrescere le proprie capacità tecniche e compositive. Un album, "Marching Out", da dieci e lode, certamente figlio del suo tempo, ma che non sfigura affatto se messo a confronto con i moderni full length, capace com'è di dimostrare quanto il suo autore fosse avanti rispetto alla concorrenza; concorrenza che venne letteralmente sbaragliata all'atto della pubblicazione di questo secondo capolavoro!

1) Prelude
2) I'll se the light tonight
3) Don't Let it End
4) Disciples of Hell
5) I am a Viking
6) Overture 1383
7) Anguish and Fear
8) On The run Again
9) Soldier Without Faith
10) Caught in the Middle
11) Marching Out
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