YNGWIE J. MALMSTEEN

Eclipse

1990 - Polydor

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
20/12/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Amici, amiche, ci eravamo lasciati l'ultima volta con il racconto del trionfo di Yngwie Johan Malmsteen on stage, in quel di Leningrado, con le gigs da cui fu estratto "Trial By Fire..", documento live del tour promozionale del suo quarto full-lenght "Odyssey". Riassumendo brevemente, ricordiamo che lo Svedese era transitato per una fase molto difficile ed anche di sfida della sua vita: lo spaventoso incidente con l'auto, che aveva portato molti a temere che un altro grandissimo talento della sei corde potesse esserci portato via prematuramente; il coma durato una settimana; la riabilitazione, soprattutto in riferimento al nervo della sua mano destra, danneggiato, cosa che aveva seriamente messo in forse una carriera che era stata in ascesa pazzesca fino a quel momento; la malattia della madre, divenuta poi purtroppo fatale. Oltre a ciò, il giovane si accorse di stranezze riguardo al suo conto in banca, di mancanze, nonostante una fama in ascesa e concerti in giro per il mondo; scoprì così che il suo manager di allora, (nome) aveva distratto significative somme di denaro dal suo conto dirottandole sul proprio, lasciandolo con poche decine di dollari, alcune chitarre ed amplificatori. La salvezza da questa pessima situazione si materializzò nella figura di Nigel Thomas, manager inglese che si mostrò interessato a lavorare con lui. Come lo stesso Malmsteen ha raccontato, fu contattato un giorno da Thomas che lo invitò a cena e lì gli propose di fargli da manager. Da lì in poi la rinascita, almeno economica, del Guitar Hero divenne una realtà, sempre stando alle parole di Yngwie, Mr. Thomas si recò in banca con il giovane musicista, ne analizzò per un attimo il conto, poi, senza scomporsi più di tanto, da tipico gentleman inglese, gli disse semplicemente di concentrarsi sulla musica, a tutto il resto ci avrebbe pensato lui; presto i dollari tornarono nelle tasche del pirotecnico chitarrista. Il tour di cui sopra fu un trionfo, come ho detto, la più chiara dimostrazione del concetto di Guitar Hero. Ormai mi conoscete e leggendo le monografie da me curate avrete notato i riferimenti alle varie leggi (anche se non scritte) della musica, che sia "la prova del terzo album", "il live simbolo" e così via... ce n'è un'altra, purtroppo in chiave negativa e cioè quello della situazione successiva al trionfale live che, generalmente, si traduce in un cambio del corso della carriera, che il più delle volte è purtroppo rappresentata dall'inizio di della fase "calante", da cui alcuni possono riprendersi, la maggior parte no. Non coincide necessariamente con la fine della carriera, ma innegabilmente rappresenta il momento in cui si passa dal massimo splendore ad un calo, più o meno costante, più o meno brusco e radicale. E' successo anche ad altri, come non ricordare che fu lo stesso per la Vergine di Ferro post "Live After Death". Un cambiamento per Yngwie fu la decisione di formare una band composta totalmente da musicisti svedesi, fra i quali sono senz'altro degni di essere menzionati il nuovo tastierista, Mats Johan Olausson, un autentico mostro dello strumento, che resterà con Yngwie per otto album e dieci anni (e che troverà tristemente morte prematura all'età di 54 anni ed il cui cadavere verrà rinvenuto in una stanza d'albergo thailandese) e Svante Henryson, bassista, contrabbassista, violoncellista e compositore, attivo in vari generi oltre al Metal, fra cui Jazz. Completavano la band il buon batterista Micheal Von Knorring ed il cantante Goran Edman che raccontò così il momento in cui fu introdotto alla musica: "Da adolescente ho ricevuto uno stereo da Babbo Natale ed i Beatles, con "A Hard Days Night", sono stati un'ottima partenza!". Certamente più curioso e legato al caso il modo in cui cominciò a cantare, spiegò infatti: " In realtà è stato un mio amico che mi ha sentito cantare ubriaco in bagno e mi ha chiesto se volevo cantare un paio di cover con la sua garage band. Il loro cantante avrebbe smesso da lì a poco. Per fortuna ho detto di sì!". Goran sarebbe rimasto a bordo della band di Malmsteen per due album e relativi tour di supporto, ma sarebbero ben presto sorti dissapori fra lui ed Yngwie, che non si sarebbero limitati alla sfera personale, fino a sfociare addirittura in ambito legale; una delle conseguenze sarebbe stata la mancata chiamata ad un progetto futuro: Goran sarà l'unico dei suoi ex vocalists che Yngwie non coinvolgerà in "Inspiration" del 1996, album di tributo ai suoi Maestri, cui parteciperanno i membri, fra cantanti e musicisti, delle sue precedenti formazioni. Nonostante ciò, va detto che Il Re dei Guitar Heroes fu per Edman ciò che era già stato per chi lo aveva preceduto dietro al microfono delle bands dello Svedese, vale a dire il trampolino di lancio per la notorietà. Il numero dei gruppi e dei progetti cui ha prestato la sua voce nel corso degli anni, come vocalist principale, co-vocalist o semplicemente alle backing vocals, è infatti impressionante. Il suo timbro melodico, la professionalità ed una buona tenuta on stage lo hanno infatti reso molto apprezzato dai vari artisti che non si sono fatti scappare l'occasione di avvalersi della sua opera. Con l'organico così rinnovato, il Maestro si accinse quindi a lavorare al nuovo platter, registrato ai Criteria Studios di Miami, (città più tranquilla di Los Angeles, anche meno soggetta a terremoti, che furono uno dei principali motivi del trasferimento, stando alle sue parole), luogo in cui risiede tutt'ora, pubblicato dalla Polydor Records nel 1990 e da cui vennero estratti tre singoli. Ciò che possiamo subito dire, prima di addentrarci nella consueta analisi brano per brano, è che il sound, l'atmosfera ed, in leggerissima parte, anche lo stile del nuovo lavoro risentirono della nuova e diversa impostazione della musica, del significato che sarebbe le stato attribuito, del messaggio di cui sarebbe divenuta vettore.

Making Love

Le danze si aprono con "Making Love" - (Fare L'Amore) e la parola danza è quanto di più appropriato ci possa essere. Quella che Malmsteen ed i suoi ci offrono in apertura, su un raffinato piatto d'argento, adagiato su caldo velluto rosso, è una danza di passione ed erotismo (senza volgarità, beninteso) che irretisce dal primo secondo, in cui il piacere è celato dietro ogni piccolo spazio, dietro ogni singola nota, pronto ad investirci con tutta la forza dell'eros. Tutti i suoni che ascoltiamo qui sono perfetti, pensati con cognizione di causa, a partire da quello delle keys di Olausson simile a tante goccioline di pioggia, o piuttosto sudore, che scivolano giù leggiadre. Fondamentali sono basso e batteria che si impongono da subito col loro beat pulsante e penetrante, un esordio che si impadronisce all'istante della nostra attenzione; non si può non sentirsi immediatamente connessi con quell'intrigante cuore ritmico. Quando poi la chitarra esordisce mettendo da parte i power chord, quelli marchio di fabbrica del più irruento e potente Metallo, in favore delle posizioni che sfruttano le potenzialità di tutta la tastiera (in particolare le corde alte che hanno un suono affascinante con in distorsione, ma vanno però scelti bene), appare evidente la volontà di dirigersi verso lidi più melodici ed Adult Oriented Rock. E' un tipo di decisione che lascia un po' spaesati quando attuata nella galassia Rock e Metal, certo già sentita altre volte, ma in generale ciò che solitamente ci si aspetta dall'opener di un album è un brano che sia un pugno nello stomaco senza compromessi. Tuttavia il coinvolgimento arriva comunque, non nella forma attesa, ma arriva e la voce di Goran Edman completa l'opera: melodica e carezzevole ci invita ad entrare in questa ideale stanza, dai contorni non ben definiti, in cui la storia si svolge. A farle da sfondo sempre il pulsare di basso e batteria, tastiera di accompagnamento e chitarra clean tone, con un intrigane arpeggio. Un suono molto adatto alla vocalità di Edman che si districa abilmente nella trama sonora del brano. La sensuale calma che ha caratterizzato "Making Love" fino a questo punto viene insidiata poi da una ritmica che si fa più arrembante, preparata ed offerta alle nostre orecchie da un breve crescendo realizzato ad arte. Il cantante è perfetto, la sua prestazione si rivela quanto di più in linea con la natura di questa canzone, anche se va detto che l'hook che attanaglia chi ascolta è la sezione ritmica, non si scappa. L'assolo è magistrale, una dimostrazione di grande abilità tecnica e gusto melodico che trascende l'ambito più strettamente musicale e si fa esperienza sensoriale, in alcuni momenti addirittura visiva. Spero di non far arrossire nessuno per l'interpretazione che sto per dargli, ma le dita e la mente del Maestro riescono a descrivere con le note un caldo e passionale incontro fra due amanti: i battiti del cuore che accelerano per l'eccitazione che monta sempre più forte ed inarrestabile, mentre mani tremanti di passione si sfiorano e vanno poi ad avvinghiare i rispettivi corpi che bruciano sotto la pelle; il sangue nelle vene come lava, i baci e il toccarsi sempre più frenetici, mentre si intensifica l'unione dei corpi che divengono una sola cosa. Un attimo sospesi nel plateau, lì dove l'assolo rallenta, un attimo che è il preludio all'estasi dove il piacere investe in pieno gli amanti, ad ondate successive che sembrano muoversi all'unisono con gli effetti sonori generati dalla chitarra. Poi il momento di relax, nello sfumare del brano. Nel video clip promozionale, precisamente nel punto in cui l'assolo rallenta, si può vedere per un attimo l'immagine di un gatto nero che si muove flessuoso, elegante, un'immagine perfetta per quell'attimo, perché i movimenti del piccolo felino sono decisamente sexy e l'aspetto visivo va a rafforzare quello uditivo legato alla melodia che sgorga calda dalla chitarra. Non poteva esserci inizio migliore. Canzone (ed album) cui posso relazionarmi sotto più aspetti, in quanto descrive sentimenti e stati d'animo attraverso i quali mi sono trovato a passare nel corso della mia vita. Quando desideri ardentemente una persona di cui vuoi sentire di nuovo il tocco, la vicinanza, sentimenti a cui sei condannato a soccombere e comunque rincorrere disperatamente. Non certo la migliore delle esperienze quando chi ti fa battere forte il cuore è allo stesso tempo chi te lo spezza irrimediabilmente.

Bedroom Eyes

Si cambia decisamente registro con "Bedroom Eyes" - (Occhi Sensuali), sia dal punto di vista del suono che del feeling. Ricordate quando, in sede di recensione del live a Leningrado, parlando di "Spanish Castle Magic", accennai al fatto che lo stile di quel brano sarebbe in un certo senso stato ripreso da Yngwie in un futuro non molto lontano!? Bene, proprio in questo full-lenght l'impronta della succitata canzone si fa sentire, soprattutto dal punto di vista ritmico, in quanto introduce certi elementi che rasentano il Funk, più che altro nel suono e nel fraseggio del basso, un sapore che va ad unirsi ad una ritmica più affine a Rock-Blues un po' meno sanguigno e più elegante nel suono, per un connubio vincente. Von Knorring conferisce grande musicalità sfoggiando un drumming che sa rendere efficacemente dinamico la segnatura in 4/4 del brano ed Olausson rifinisce e tiene insieme il tutto usando le sue tastiere come se fossero una sezione di fiati che potremmo ascoltare in una traccia di James Brown. E' proprio quello infatti il calore che emana da "Bedroom Eyes", con la differenza però che la voce solista non è di quelle roche che sarebbe normale attendersi da un tale stile, ma quella pulita ed ammaliante di un Edman molto convincente. L'ensamble procede sicuro, come fosse una sola unica entità, così a suo agio e con una tale maestria che i minuti scorrono lisci fino al punto in cui abbiamo già ascoltato le canoniche due strofe con relativi ritornelli e siamo già al momento in cui la stella del leader può brillare ancor di più. All'esordio ricorda molto lo stile di Hendrix, pienamente in linea quindi con quanto detto più su, ed è presente un calibrato uso del pedale wha-wha che arrotonda il suono e sparisce quando aumentano le note che vanno a ripercorrere licks tipicamente Blues; l'abilità dell'axeman è quella di passare con gradualità da un pentagramma più moderato ad uno più gremito di note in una crescente tensione che viene finalmente sfogata alla grande con una stupefacente apertura melodica che sembra il melodioso canto di un passero. Giusto il tempo di sentire per l'ultima volta, per un attimo, l'ammiccante cantato del biondo singer e ci avviamo in chiusura di traccia, che sfuma con l'axe hero che imperversa sul finale con la sua inseparabile sei corde. Si cambia registro si, ma a livello di musica, perché, come per "Making Love", l'argomento resta molto legato alla sfera erotico-sensuale, anche di più ed il titolo lo mette in chiaro: "bedroom eyes", quello sguardo sensuale e seducente, rapido, che si assume quando si è predisposti per qualcosa di romantico o più semplicemente sessuale. Quella che viene descritta pare proprio una danza della seduzione, quella situazione in cui qualcuno ci manda dei segnali, ma allo stesso tempo cerca di far sembrare il contrario, tenendo un comportamento sfuggente che contrasta con le reali intenzioni. E' un gioco perché entrambi vogliono la stessa cosa anche se la fanciulla vorrebbe dare una diversa impressione subito dopo aver lanciato l'amo, ma è stata correttamente interpretata perché chi le sta di fronte può chiaramente scorgere la sua vera natura dietro quello sguardo apparentemente innocente. Tutte quelle "bugie" non sono sufficienti a nascondere qual è il vero intento e chi viene colpito da quello sguardo deve ammettere di essere senza difese contro di esso. E' un gioco molto vecchio quello della seduzione e fra i due si è già ripetuto in passato e si ripeterà ancora, sembra che questo stato di cose fra i due non debba cessare mai. Un testo che è accompagnato da un video sensuale in cui ad immagini on stage, di fans che rincorrono Yngwie per una foto o un autografo, si alternano immagini di sensuali e bellissime strippers di varie etnie.

Save Our Love

Arriviamo quindi alla power ballad del full-lenght, la bellissima e malinconica "Save Our Love" - (Salvare il Nostro Amore), dall'esordio mozzafiato. La chitarra classica di Malmsteen ci dà il benvenuto con un arpeggio ricco di sapori antichi, su di esso le tastiere di Olausson, con un suono che ricorda un delicato flauto, si prodiga in un perfetto fraseggio, anch'esso riecheggiante tempi ormai lontani, che dice tanto pur nella sua brevità. Un inizio del genere non può assolutamente lasciare indifferente chi ascolta, si instaura subito una sintonia fra musicisti e fans. La voce melodica di Edman va a completare l'opera di simbiosi interpretando la strofa con un tono sofferto ed appassionato al punto tale da farci immedesimare immediatamente nel racconto. Pur adattati ad un contesto moderno e per certi versi popolare, il modo di eseguire la musica segue i dettami degli insegnamenti classici, nella costruzione degli arpeggi e del sottofondo creato dalle tastiere. Ciò che ha già fatto efficacemente presa fino ad ora viene potenziato ed amplificato nel chorus che esplode inesorabile con l'ingresso di batteria e basso, con l'aggiunta, ovviamente della chitarra in distorsione, momento del brano che costituisce la perfetta base per il ritornello in cui alla voce del cantante se ne aggiungono altre che vanno a creare un intreccio di armonie, non certo elaborato come si potrebbe ascoltare in un brano dei Queen, ma innegabilmente bello e di sicuro impatto. Quando alla fine della seconda sequenza strofa-ritornello si fa strada nella trama l'assolo di chitarra, l'immagine di un violinista che spicca sul resto dell'ensamble che evoca alla mente non appare affatto fuori luogo: i "riflettori" puntano sul leader che, con la sua ormai proverbiale tecnica, delizia i nostri padiglioni auricolari con un capolavoro di arpeggi e plettrate cristalline in cui la melodia ha un ruolo di prim'ordine; un plauso va fatto anche alle orchestrazioni che lo accompagnano, in particolare quelle nel finale. Dopo è canonica ripetizione di pre-chorus (qui con intervento di Mats che simula una sezione d'archi) e chorus che vanno avanti fino a sfumare nel finale. Quando una persona che hai amato con tutto te stesso se ne va, quando l'amore finisce, il periodo che segue è caratterizzato da grande sofferenza e rimpianti per quello che è stato, ma ancor di più per ciò che non è stato. Andandosene lontana, quella persona che era la tua metà, sembra portare via con se una parte del tuo cuore, tanto è grande il senso di vuoto che lascia nella tua vita. La parte che resta, quella che subisce l'abbandono, deve purtroppo sopportare la parte più atroce di sofferenza, e vive i giorni seguenti alla rottura come intrappolata nel tempo, in un passato che sembra ieri, tanto forte è ancora il suo amore e vorrebbe solo avere la possibilità di rimediare o per lo meno prevenire ed eliminare alla radice ciò che ha portato a quel triste esito, mosso unicamente dal desiderio di salvare il loro amore.

Motherless Child

"Motherless Child" - (Orfano di Madre) è il primo brano del full-lenght ad essere tirato, metallicamente parlando. Uno slide fiammeggiante ed una rocciosa chitarra ritmica chiamano alla battaglia e gli altri strumenti rispondono prontamente gettandosi all'inseguimento incoraggiandosi a vicenda. Michael Von Knorring, che nei brani precedenti non aveva avuto modo di premere sull'acceleratore, è qui libero di dare sfogo alla potenza ed alla carica e va a pestare a dovere in doppia cassa degnamente accompagnato da Svante Henryson che fa volare le sue dita sulle spesse corde del basso. Sotto a tutto ciò Olausson divide il suo apporto fra sostenuti accordi di sottofondo e fraseggi in alcuni punti che vanno a rinforzare la linea melodica, come ad esempio si può ascoltare chiaramente nei finali di strofa. Il lavoro alla chitarra è da notare per il buon numero di accordi che la compongono e per brevi e veloci scale con cui il chitarrista costruisce un ponte fra il ritornello e la strofa successiva. La nota leggermente dolente è rappresentata dalla voce di Goran, indubbiamente melodica, ma troppo "dolce" e poco incisiva per un brano del genere. Ovviamente ciò che più risalta in "Motherless Child" è l'assolo, più che altro la parte che gli fa da preludio, che risulta essere molto interessante, un tornado che fa a brandelli il manico della chitarra, di cui sembra vengano usati tutti i tasti. Cerchiamo di analizzarlo quanto più dettagliatamente possibile, scomponendolo in diversi blocchi, per renderlo al meglio. Bisogna fare attenzione perché un orecchio non allenato potrebbe essere tratto in inganno (come è stato per anni me riguardo a questa parte). Quelli che infatti potrebbero sembrare arpeggi, impressione che può essere generata dall'elevata velocità d'esecuzione, altro non sono che plettrate eseguite sulle corde alte, Mi e Si per la precisione, in un'alternanza folle fra tre note suonate tutte su uno specifico tasto della prima corda e tre su diversi tasti della seconda. Questa scomposizione viene eseguita avanti ed indietro per il manico fino a procedere verso le note basse da cui, adesso si, arpeggi ascendenti a due corde vengono eseguiti per tornare velocemente al punto di partenza, da cui la configurazione viene ripetuta ed dopo di che; al termine degli arpeggi ascendenti segue un secondo blocco costituito da altri arpeggi a tre corde, due costruiti su un accordo di Do maggiore, uno costruito su un accordo di Mi minore subito seguito da uno, sempre in Mi minore (in una diversa diteggiatura) prossimo alla fine del manico, da cui si risale con arpeggi (sempre su tre corde) diminuiti (vedere gli intervalli). Da questo punto, sulla gamma armonica di Mi minore, le sue note sestine prima ascendenti, poi discendenti, da cui prende il volo l'assolo vero e proprio, una scarica di mitraglia come è lecito aspettarsi dal Maestro. Al termine dell'assolo si ripropone il primo blocco del preludio che va semplicemente a terminare in maniera leggermente diversa e con l'aggiunta di una chitarra classica. Per quanto riguarda il tappeto ritmico al di sotto di tutto ciò, nel preludio segue le mosse delle orchestre classiche, più evidente nell'uso del basso e negli accenti. C'è tempo per un'ultima ripetizione di strofa e ritornello ed il brano va a terminare con un tripudio di note in una scala finale eseguita però alla chitarra classica. Prima traccia del platter a non sfumare. Non mi è dato saperlo con certezza, ma leggendo il testo di "Motherless Child" ho come l'impressione che questa sia una dedica di Malmsteen alla madre, scomparsa nei mesi successivi al brutto incidente d'auto che lo vide coinvolto durante il tour di "Trilogy", che venne ovviamente cancellato. Come lo stesso Yngwie ha più volte raccontato, cominciò ad esercitarsi alla chitarra utilizzando quella appartenente alla madre che lei aveva appeso al classico chiodo. Tutta la famiglia ha sempre incoraggiato il ragazzo nel seguire il proprio sogno, ma la madre lo ha sempre sostenuto più di tutti, trasmettendogli forse un po' della sua determinazione che in lui è divenuta anche cocciutaggine e qui emerge tutto l'amore per l'adorata madre che ha sempre creduto in lui insegnandogli a fare sempre meglio, ad essere se stesso e non fuggire mai di fronte alle avversità. Fu proprio la madre a preoccuparsi di organizzare nel migliore dei modi il viaggio del figlio prenotando il volo che lo avrebbe condotto negli States per realizzare il suo sogno; fu lei la prima a volare nel Paese dei pop-corn quando lui era in stato di coma dovuto all'incidente. Ora quindi, dopo la scomparsa di lei, Malmsteen si sente come se fosse stato da sempre un orfano di madre, ma il suo insegnamento continuerà ad ispirarlo. Probabilmente anche quella mano femminile che emerge dalle fiamme stringendo una Stratocaster, che si può vedere sulla copertina del suo debut album, è un riferimento alla donna.

Devil in Disguise

"Devil in Disguise" - (Diavolo Celato), brano alla cui stesura del testo si segnala la partecipazione della compagna Erika, cambia registro ed esplora lidi caratterizzati dal dark sound, mossa non nuova per Yngwie, ma in questo episodio più incisiva, probabilmente dovuto alle voci in coro che possiamo ascoltare fin da subito. Una raggelante chitarra classica si fa strada insidiosa con un arpeggio che evoca paesaggi spettrali (benché l'argomento del brano sia del tutto lontano ad ambientazioni horror o epico-fantasy) e fa appunto il suo ingresso il coro di cui vi ho anticipato, molto riecheggiante lo stile gregoriano, caratterizzato quindi dalla potenza evocativa che dona quel tocco di oscurità (nonostante sia un canto nato ed impiegato per tutt'altro). Il pathos la fa da padrone fin da subito ed aumenta il suo effetto nel momento in cui chitarra e voci in coro salgono di tonalità rendendo il tutto ancora più drammatico. Dopo questa fase iniziale, che ha il compito di darci indicazioni sul sound che ci aspetta, facciamo la conoscenza del riff portante che dapprincipio vede il singer esprimersi su una ritmica che gioca sull'effetto conferito dalle pause, per poi ricalcare la parte vocale, prima di lasciare di nuovo il posto all'evocativo arpeggio su chitarra classica. Il cantato di Edman trasuda passione e combinata con la musica si insinua inesorabile nella mente di chi ascolta e ci porta ad agitare a tempo il pugno durante il pre-chorus in arriva quasi a singhiozzo. Questo lento ed oscuro incedere è la base che serve perché la chitarra si possa esprimere con l'immancabile assolo, che però qui, per quanto bello, risulta un po' meno ispirato. Questa volta a risaltare di più è il brano nel suo complesso che riprende con il coro e l'arpeggio iniziali appena scemato l'assolo. Ancora il chorus prima che il brano vada a concludersi in fader, con un riff che si aggiunge al riff principale. Se perdere qualcuno che ami è fonte di grandi sofferenze, come abbiamo visto in brani precedenti, avere a che fare con una persona amata che è presente, ma gioca con i nostri sentimenti, non è certo un sollievo. E' quanto Yngwie ed Erika vogliono dirci qui e forse il tutto è anche autobiografico, almeno in parte, chissà. Succede dalla notte dei tempi, succederà in futuro, probabilmente è successo anche a molti/e di voi che leggete, avere a che fare con qualcuno che si prende gioco dei sentimenti altrui sfruttandone a proprio vantaggio il coinvolgimento sentimentale ed emotivo. Peggio ancora quando siamo pienamente consapevoli della natura dell'altra persona, un diavoletto dispettoso celato dietro le sembianze di una persona che magari ha anche un viso d'angelo, ma dietro i cui occhi noi siamo in grado di vedere cosa si nasconde davvero. Siamo in balia dei suoi capricci, la sua vicinanza ci fa stare bene, può ferirci ed allo stesso tempo curarci le ferite che ci provoca, specie quelle del cuore, capricci a cui possiamo provare ad opporci, ma ai quali comunque non possiamo sottrarci perché ciò che fa a pezzi l'anima, che ci fa morire dentro è anche la linfa vitale di cui abbiamo disperato bisogno.

Judas

"Judas" - (Traditore), che arriva immediatamente dopo, a mio modesto avviso non funziona a dovere, non perché sia mal eseguita, al contrario, è concepita e resa come si deve, ancora una volta più orientata verso l'A.O.R., con i suoni ben curati; è proprio il tipo di sound che spiazza notevolmente chi ascolta, o per lo meno la gran parte di loro, almeno nel 1990, quando "Eclipse" venne pubblicato e la ragione è semplice: mai prima d'allora il Maestro aveva proposto qualcosa di così lontano dal suo ormai leggendario e prestigioso marchio di fabbrica e non sarebbe stato nemmeno l'unico episodio del platter. E' OLausson il primo a farsi sentire con il suono che simula un ensamble di archi costituenti il Concertino che interagisce col concerto grosso, poi, insieme, tutti gli altri. La traccia si caratterizza per il lavoro alla chitarra che doppia la linea melodica della voce ed è eseguito suonando senza accordi, ma solo note singole su corde singole, in cui si evita che la distorsione vada a vanificare il tutto impastando i suoni, inconveniente evitato stoppando sapientemente ogni corda, con un uso del palm muting che si distingue per efficacia, mentre quando gli accordi si sostituiscono alla modalità che li precede il suono si irrobustisce quel tanto che basta per non far sembrare la canzone troppo morbida, eccessivamente morbida. L'assolo è come sempre un fiume in piena, ma dà l'impressione di essere leggermente scollegato dall'atmosfera generale; molto meglio quello che irrompe sul finale di traccia con cui "Judas" ci saluta sfumando. Sono un Malmsteen ed un Edman alquanto presi dall'ampio spettro di situazioni e conseguenze che scaturiscono dalle relazioni quelli che hanno dato vita ai testi del platter, la qui presente "Judas" non costituisce certo un'eccezione e rende perfettamente quale è la situazione di chi ama e di chi si fa forte dell'amore dell'altro per giocare con i suoi sentimenti, pilotarlo a proprio piacimento, come si farebbe con una marionetta. Quel forte sentimento dà alla persona che ne è il centro una posizione di potere quasi assoluto sull'altro, ma quando poi quell'altro si risveglia dal torpore in cui lo aveva gettato il suo amore allora tutto cambia. E' quello il momento in cui ci si rende conto di quanto si è sprofondati, di quanto ci si è quasi annullati per l'altra persona, del tempo e delle energie sprecate inutilmente. La nota espressione "gettare perle ai porci" con cui partono le liriche è quindi quella ideale con cui partire. "Judas" è una sorta di riflessione su come si sia vissuto in funzione di qualcun altro, addomesticati, potremmo dire, dalla sua abilità nel guidarci dove lui/lei voleva, fino a farci "mangiare dalle sue mani", come un piccione, scambiando quel gesto in una manifestazione di interesse nei nostri confronti che ci sembra una grande concessione. Il risveglio è amaro e quell'amaro viene ingoiato aiutandosi con un brindisi alla persona da cui ci liberiamo, ma anche e soprattutto alla nostra rinascita. Così, nuovamente focalizzati su (e padroni di) noi stessi, ci è quindi possibile vedere quella persona per ciò che è veramente, vale a dire un giuda, figura per eccellenza del tradimento per definizione, ma che viene usata proprio per descrive l'ipocrisia e la falsità sul piano degli affetti.

What Do You Want

Per "What Do You Want" - (Cosa Vuoi?) possiamo fa re lo stesso discorso di "Judas": di nuovo un brano che pare non appartenere al repertorio di Malmsteen, nonostante il suo tocco resti quello di sempre. Ancora le tastiere, che qui ci riportano negli anni ottanta, danno avvio al brano cui tutti gli altri si accodano e la ritmica alla chitarra va a lambire da lontano il lavoro che il Maestro portò su disco qualche anno prima in "You Don't Remember, I'll Never Forget", ovviamente con un risultato che non si avvicina alla magnificenza di allora, ma è innegabile che il palm-muting impiegato da Yngwie faccia la sua discreta figura. Il gradevole tappeto di tastiere, ottenuto con sapienti diteggiature, seppur delicato, costituisce uno stabile supporto, adatto alla malinconica dolcezza del brano che procede senza intoppi nella sua trama, su cui Goran si muove a suo agio. E' questo infatti uno di quegli episodi, data la non aggressività ritmica e la mancanza di potenza, in cui il cantante riesce a dare il meglio di se; un brano che sembra concepito apposta per permettergli di mettersi in evidenza in ogni fase di esso, strofe e ritornelli che lui intona come meglio non potrebbe. Il taglio melodico e dimesso non viene vanificato nemmeno quando a farsi strada sul pentagramma e primeggiare su tutti arriva l'assolo di chitarra, che è si tipico dello svedese, ma no fragoroso come tanti altri, quasi tutti quelli scaturiti dalla leggendaria Stratocaster del nostro. Al termine il refrain che si ripete sfumando conclude la traccia, come già detto atipica. Seppur senza la stessa efficacia di altri per quanto riguarda i testi, di nuovo il Maestro tratta feelings che sono comuni a buona parte dell'umanità, qui rappresentata dalla sensazione di enorme sorpresa che coglie chi si trova per la prima volta colpito in pieno da un'altra persona. Il proverbiale colpo di fulmine è un qualcosa di cui si sente parlare quasi da subito nella vita, spesso a sproposito, tanto da divenire in alcuni casi scettici in proposito, quasi a metterne in dubbio l'esistenza. Fino a quando non ci investe e da lì cominciano i problemi, un'ambivalenza di emozioni che rende estasiati e disperati al tempo stesso. L'essere investiti totalmente può essere bello, stupendamente appagante ed anche eccitante, ma nel contempo può metterci in una situazione di assolute dipendenza ed impotenza. Si sente dentro una spinta a donarsi tutto,con l'incognita però di non trovare dall'altra parte la stessa predisposizione nei nostri confronti. A nulla vale a quel punto confessare di essere stati portati a quel punto dal destino, a nulla serve dichiarare la propria volontà di appartenere anima e corpo a chi ci ha stregati se il sentimento non è ricambiato.

Demon Driver

Come osservato in precedenza, i due episodi appena passati sono innegabilmente molto lontani dal tipico sound del Maestro, ma il ritorno in territorio "amico" è rappresentato dalla successiva "Demon Driver" - (Demone Guida), potente e veloce al punto giusto, ancora con la partecipazione di Erika alla stesura del testo. Il fragore con cui esordisce è un piacevole risveglio da un torpore che potremmo definire quasi incantato. La ritmica è di quelle che fanno drizzare le orecchie, tutti partono in quarta offrendoci un muro sonoro che non sembra però essere duro quanto ci si aspetta, probabilmente per via della produzione troppo pulita e levigata. La corsa è adeguatamente folle, ne danno la misura soprattutto il basso e la batteria, Von Knorring può di nuovo pestare di doppia cassa e abbattere il suo kit con la forza che scorre libera dopo essere stata troppo tenuta a bada. Come per "Motherless Child", la prestazione di Edman abbassa un po' il tiro della canzone. Non sto svelando chissà quale segreto, intendiamoci, nulla contro il singer in questione, ci mancherebbe, ma non mi sembra che incastri alla perfezione nel meccanismo. A catturare maggiormente l'attenzione è decisamente la stupenda progressione di arpeggi presente nella traccia, che fa da intro all'assolo e ne va a costituire poi l'outro. Una delle più proverbiali configurazioni di arpeggi dello Svedese, quella a tre corde che, oltre al magnifico risultato nella resa sonora, gli consente di attraversare il manico ad alte velocità, che in altri frangenti usa per unire fa loro scale distanti di molti tasti. E' una sequenza costituita da due terzine di note che vanno a completare lo sweep, verso cui è necessario approcciarsi nel giusto modo per ottenere un effetto il più simile a quello dell'originale. Aspetto chiave è la tecnica della mano destra che inizia il tutto con una plettrata verso l'alto a cui segue un pull off, quindi si continua ovviamente con plettrate in su per poi riscendere naturalmente in giù. Si parte in Si minore e ci si sposta di continuo avanti ed indietro per il manico, modulando gli sweep da minori a maggior a sospesi ed aumentati lungo il tragitto. Il risultato è pazzesco, un'altra inestimabile lezione del Genio Neoclassico. In tutto ciò la sei corde viene seguita come un'ombra dalle tastiere, per un attimo questo veloce tandem ci riporta indietro ai tempi delle spericolate corse con il grandissimo Jens Johansson, rispetto al quale il buon Olausson non è affatto da meno, magari gode di meno possibilità per mettersi in mostra, ma la sua bravura non si discute. In mezzo a tutto ciò un cristallino assolo di chitarra da far diventare roventi le corde. Un brano veloce eseguito dal gruppo con grande compattezza. Come molti testi del nostro, anche questo ruota attorno all'ego e l'autocompiacimento del suo autore ed alla nomina, auto-attribuita, di furia incontrastabile. Molto spesso nelle sue canzoni c'è una dichiarazione di guerra nei confronti di un non ben specificato nemico, in cui potremmo identificare chiunque incroci il suo cammino e agisca in modo tale da contrastare la sua corsa verso la realizzazione personale. A volte Yngwie si "manifesta" nelle sembianze di un guerriero, altre volte in una non ben specificata forma di energia inarrestabile, qui è addirittura un demone guida, contro cui tutti sono destinati a soccombere mentre non possono che assistere impotenti al suo trionfo. Tesi evidentemente sposata anche dalla bella Erika, che, giova riprterlo, è accreditata in fase di scrittura delle liriche del brano.

Faultline

Suoni perfetti e piena connessione con la trama del brano, è ciò che viene in mente fin dal primo secondo della successiva "Faultline" - (Linea Di Confine). Ciò che possiamo ascoltare dalle keys di Mats è un suono raggelante, che cresce di getto e crea un sottofondo inquietante. Questa sensazione viene potenziata da una chitarra dai suoni taglienti, una distorsione quasi irritante, come un rasoio passato su pelle asciutta. E' un sound che riporta ad ambientazioni alla "Blade Runner", quelle fatte di colori scuri e freddi, con il sole perennemente celato da nuvoloni grigi che danno l'impressione di essere in costante presenza della notte. Il quadro è completato magistralmente sempre da Olausson che va a tirar giù dal pentagramma un fraseggio che ci penetra nelle orecchie con la stessa insistenza e forza di una pioggia acida di un mondo post apocalittico. Dopo la breve intro anche basso e batteria si uniscono agli altri e vanno a monopolizzare il ritmo conferendogli quella lentezza da pachiderma, comunque pesante quindi e possente; "Eclipse" è forse il primo album del nostro a presentare un basso dai suoni così chiari ed a considerazione pari agli altri strumenti. "Faultline" è una traccia in cui Malmsteen da realizzazione alla sua notissima massima "more is more", ma in un modo piuttosto geniale, furbo, non invadente. La linea melodica non è affatto complessa, men che meno fragorosa, come possiamo ascoltare, non caratterizzata quindi dall'eruzione di note con cui il chitarrista è solito assalire l'ascoltatore. L'incedere lento, che richiama da molto vicino quello di "Black Star", viene usato come base per innestare su di esso abbellimenti che si traducono un pregevole lavoro alla chitarra. Come già successo per "Judas", non c'è una vera e propria struttura composta da accordi, ma un riff suonato su corde singole, con palm muting eccellentemente dosato, in cui a tratti spiccano il volo brevi e velocissime scale; un playing che va a costituire quasi una linea melodica a se stante, ma che va fondersi, rinforzandola, con la linea vocale nel pre-choru e nel chorus, in cui si arricchisce di altre parti di chitarra risolvendosi in un accattivante matrimonio di frasi. Si deve però disporsi con l'orecchio, ascoltare più attentamente e con più concentrazione, dal momento che il tutto è più un sottofondo che sceglie quella modalità in volume più basso per non oscurare la voce di cui bisogna tessere le lodi, perché qui Goran Edman è assolutamente perfetto, il mood del brano pare nato per il suo timbro, e riesce a rendere perfettamente il senso di smarrimento e di pesantezza d'animo che la canzone vuole trasmettere. Da apprezzare ancora di più quando le altre tracce vocali si presentano e si intrecciano alla principale in un riuscito groviglio di corde vocali. Anche l'assolo è stupefacente, tecnico e melodico e, come ho detto più su, si muove su coordinate molto simili alla backing track di "Black Star", su cui il Maestro si esprime da par suo. La traccia va ad accommiatarsi con l'affascinante refrain che si ripete fino a smorzarsi, con il solito riff di tastiere che giganteggia sinistro. Traducibile anche come "linea di faglia", è forse il modo che Malmsteen ha di dire che dobbiamo cercare dentro di noi qualcosa di più profondo in cui credere, un qualcosa di più spirituale e non lasciarci guidare da falsi profeti dei giorni nostri, ognuno con la sua verità , ognuno con il suo corredo di conseguenze catastrofiche che potrebbero pioverci addosso e con cui cercano di ridurci all'ordine ed all'obbedienza. Siamo troppo influenzati da quello che viviamo nella vita di tutti i giorni, con i suoi ritmi e le sue frenesie, che non abbiamo nemmeno il tempo di pensare a guardare dentro noi stessi, a lasciare uscire allo scoperto il nostro vero io, con tutto ciò che lo caratterizza, comprese imperfezioni e debolezze. Del fatto che questo possa accadere anzi abbiamo anche paura, è per questo che sprechiamo molto del nostro tempo e delle nostre energie edificando delle ideali mura difensive per contenerlo, rinchiuderci nella nostra torre, edificio che rappresenta uno degli ostacoli alla comunicazione. Viviamo quindi costantemente su questa linea di faglia che una volta in movimento potrebbe avere esiti diametralmente opposti, portarci alla completa rovina o farci scoprire un nuovo modo di vivere e sentire.

See You In Hell (Don't Be Late)

L'atmosfera opprimente lascia il posto al fragore di "See You In Hell (Don't Be Late) - "Ci vediamo all'Inferno (Non Tardare), annunciata da uno slide d'assalto che va a frantumarsi su una nota mantenuta a lungo con un uso della leva del tremolo che la porta prima ad abbassarsi di tono e poi rilasciata gradualmente fina a tornare alla tonalità giusta da cui la chitarra irrompe con un granitico riff che ci fa riascoltare quanto di più vicino al Malmsteen più neoclassico. Il tempo di eseguirlo per qualche battuta in solitaria e subito il resto della ciurma si unisce correndo sulle stesse coordinate; possiamo sentirlo dalle tastiere e possiamo sentirlo soprattutto dal basso che conferisce al riff uno spessore sonoro ancora maggiore dando ancora di più il senso di cavalcata furiosa. Può stare col freno a mano Von Knorring? Assolutamente no ed infatti il piede preme senza remore sull'acceleratore ed il motore romba, con la doppia cassa al posto dei cilindri. E' uno di quegli episodi che più si attendevano in un album dai toni dimessi in troppi brani per uno come lo Svedese, per questo il piacere è così forte che ci ritroviamo idealmente a correre cercando di tenere il passo degli strumenti, mentre sempre più eccitati dai caratteristici fraseggi di Yngwie di cui il riff è pieno zeppo e che si affacciano ovunque nel cammino della traccia. E' una linea melodica e dinamica nel suo incedere dal spore classico in cui si segnala un buon numero di accordi ed il modo interessante di eseguirli, che fa risultare non statiche appunto le posizioni, anzi in particolare nel refrain va a doppiare la linea melodica della voce dove troviamo un Goran Edman carico che, pur esseno meno aggressivo dei suoi predecessori, si esprime con grande abilità, creando un intrigante contrasto fra la sua timbrica melodica ed il carattere più metallico della canzone. Un attimo prima della sezione assoli la ritmica si fa più intricata e serrata, chitarra e basso si aizzano a vicenda nel ripercorrere in cavalcata le diteggiature di collegamento fra varie parti di un brano che sono un marchio di fabbrica di Malmsteen quanto il suo stile solista. E' da qui che arriva un altro momento attesissimo, quello del duello chitarra tastiere, in cui finalmente riusciamo a sentire Olausson esprimersi degnamente da par suo, a far emergere tutta la sua grandezza. E' uno scambio scintillante in cui i due si passano continuamente la palla e si incitano vicendevolmente riportando alla mente il leggendari "scontri" con Johansson. Una manna dal cielo che ci riporta subito all'ultima strofa e ritornello fino alla brusca conclusione. Vivere ed affrontare la vita seguendo le proprie inclinazioni e le proprie regole sembra una costante per il chitarrista svedese, un aspetto centrale della sua indole ed immagine, che lo ha portato in passato (e lo porta ancora oggi) ad affrontare le sfide che la vita gli presenta in modo molto diretto e senza compromessi. Lo si può capire leggendo il testo di questa canzone, in cui, ancora una volta, Yngwie mette in guardia chiunque provi a prendersi gioco di lui con ogni mezzo ed in qualsiasi occasione, facendo capire chiaramente che la persona che hanno di fronte non è disposta a cedere di un millimetro dalle sue posizioni e dal raggiungimento del suo scopo. Impossibile tenere a freno uno come lui e trattarlo come uno sciocco, ancora più impossibile poter anche solo pensare di poterlo manovrare come un burattino, la lotta sarà in questo caso ancora più spietata e senza esclusione di colpi e potrebbe condurre entrambi gli sfidanti all'inferno, dove continuerà per sempre.

Eclipse

"Eclipse" - (Eclisse). Come da tradizione, per salutarci il Maestro decide di regalarci uno strumentale, nello specifico la title-track, come successo già con il secondo ed il terzo platter. A presentarcelo è una rullata di Von Knorring da cui scaturisce subito una serie di arpeggi a tre corde, quelli prediletti di Malmsteen, con la solita ed impetuosa frequenza a cascata che è costituita anche da un'ottima melodia che si può cogliere bene se la si esegue togliendo qualche nota e suonando solo le note del mi cantino che sono quelle che danno colore ed un maggior senso di compiuto alla sequenza. In pratica gli arpeggi stazionano nei tasti della prima ottava del manico della chitarra, in cui le posizioni fanno si che le dita arrivino a coprire una ragguardevole distanza fra i tasti, per poi finire oltre essa (quindi oltre il dodicesimo tasto) per terminare con un arpeggio costruito su un accordo di Mi maggiore cui si aggiunge la quarta (precisamente all'ottava), modulato ridiscendendo sulla terza maggiore; in pratica una progressione molto affascinante da parte di un Yngwie ben consapevole dell'effetto che vuole creare. Dopo questa esplosiva introduzione abbiamo una progressione che si manifesta nell'alternanza costituita da quartine su corda a vuoto, in La, ed accordi, subito seguita da un passaggio costituito da più linee di chitarra che vanno a dar vita ad una bella ed interessante armonia. E' un intermezzo che ci consente di riprenderci un attimo dall'ubriacatura di arpeggi precedente, ma che subito ce ne riversa addosso una nuova che cambia nel modo di esecuzione in quanto, dopo ogni arpeggio, segue un abbellimento, un arricchimento, costituito da un fraseggio dallo spiccato stile classico ed ancora una valanga di arpeggi che interessano quasi tutto il manico nella sua lunghezza, preda di un Malmsteen a mille che sembra volerlo disintegrare. La corsa forsennata si prende una pausa nel momento in cui a farsi sentire è una nuova e diversa armonia creata sempre da più chitarre che aggiunge un pizzico di esotismo che devia momentaneamente dal suono europeo per farci godere di sapori che rimandano al medio oriente; la melodia di cui si tratta si muove infatti su schemi della scala araba. Abbiamo appena il tempo di adattare l'orecchio a questo suono che potente ritorna una serie di quegli arpeggi alternati al fraseggio classico. Uno strumentale che sembrava già cangiante fino ad ora ha in serbo per noi un'altra sorpresa dal momento che la serie di arpeggi si arresta all'istante, in modo peraltro brusco e la linea melodica prende tutta un'altra direzione e vira su un sound più diretto, che riporta tutto su lidi più metallici che nella precedente fase, in cui la batteria conferisce comunque un certo dinamismo. Tutto ciò va a costituire la base su cui si danno battaglia, per l'ultima volta nel full-leght, tastiere e chitarra, bucando la stratosfera: il primo a partire è Olausson volando sui tasti d'avorio del suo strumento e Yngwie non può non raccogliere la sfida, approfittando della scia lasciata dal suo fido collaboratore per partire a sua volta con uno scintillio di note che ci riserva un finale che ci riporta al punto iniziale in quanto a suono: la musica rallenta e gli strumenti lasciano sfumare una nota tenuta a lungo su cui, con un abile uso dell'eco, la chitarra ci lascia un ultimo fraseggio proposto con gli stilemi che richiamano il canone a due voci che va a scemare e spegnersi in lontananza.

Conclusioni

Dare un giudizio su "Eclipse" non è certo semplice. L'album suscitò pareri contrastanti nell'epoca in cui venne pubblicato, alcuni lo accolsero veramente male. Fra quelli che rimasero interdetti devo onestamente ammettere che figuravo anche io, ma da un certo punto di vista tale sentimento era giustificato, considerando il fatto che si veniva da quattro lavori eccellenti, già allora assurti al rango di classici, ed un live decisamente devastante. Una virata di stile così brusca non passò certo inosservata e non fu indolore, ma a condizionare in maniera così decisa il sound fu certamente l'ingresso in formazione di un cantante come Goran Edman, con voce e stile di canto non adatti alla musica di Malmsteen. Il chitarrista compì qui delle scelte non proprio azzeccate, come appunto quella della persona a cui affidare il ruolo dietro al microfono, un singer con un timbro di voce decisamente diverso da tutti i precedenti, a suo completo agio nell'interpretare il nuovo materiale, ma in visibile difficoltà con quello dei quattro platter precedenti. Fu questo inoltre l'album che io definisco delle "prime volte", con esiti positivi e negativi: prima volta con un tentativo di apportare qualcosa di molto diverso; prima volta con una band tutta svedese; prima volta con contributi di persone esterne all'organico (ovviamente non considerando gli omaggi ai grandi Maestri Classici); primo album per cui non si può usare l'espressione "all killer, no filler", riferito alle tracce. Ne compaiono qui, infatti, alcune che non ci si sarebbe certo aspettati di ascoltare da un autentico tornado come Yngwie e che apportarono un cambio stilistico che ad alcuni fece paura. Certo il periodo non fu nemmeno d'aiuto. Era infatti cominciato il nuovo decennio, che era anche l'ultimo del millennio ed i cambiamenti che ogni passaggio di decade si porta appresso erano per tale motivo più incisivi. "The 90's bring new questions, new solutions to be found!" avrebbero cantato appena un paio d'anni più tardi i Dream Theater in "Learning to Live", dall'assoluto capolavoro "Images and Words", ed è vero: un decennio se ne va, un altro arriva e quest'ultimo richiede un cambio di rotta in vari campi, dall'arte alla letteratura, dagli stili di vita alla politica, passando per la moda... la società muta indubbiamente ed i cambiamenti che gli anni '90 chiesero, ma sarebbe più opportuno dire che imposero, investirono in pieno anche la musica e certi atteggiamenti che l'avevano accompagnata nella decade precedente. I nuovi acts, quelli che avrebbero ben presto preso il testimone per diventare i nuovi padroni della scena musicale, seppur cresciuti e partiti musicalmente con il suono metallico dell'epoca d'oro, sarebbero arrivati alla svolta con la nausea degli anni '80 e degli eccessi che li avevano caratterizzati; una decade considerata leggera, poco impegnata, che molti allora volevano sparisse dalle cronache e dalla storia, un decennio che solo adesso, quasi trent'anni dopo, alcuni cominciano a rivalutare, altri, i giovanissimi, a scoprire, per rendersi conto che non erano poi così male, almeno dal punto di vista musicale. Tornando ad "Eclipse", proprio quando Yngwie tornò sul mercato con qualcosa di nuovo, molti non furono pronti ad accogliere il cambiamento. Il suono era comunque molto buono, la produzione soddisfacente, anche se il chitarrista non fu in realtà davvero contento e, forse, si pentì di aver lasciato campo libero ad altri, racconta infatti Edman: "Durante le registrazioni di "Eclipse" non era mai presente. Era sempre fuori a bere e fare festa e si presentava in studio quando era quasi tutto pronto. L'ingegnere del suono ci aiutò molto con armonie e cori, ma Yngwie riteneva che quel disco soffrisse di eccessiva sovrapproduzione!". Tutto sommato, il tempo è galantuomo ed il valore del platter è andato aumentando nel corso degli anni, al punto tale che in molti lo considerano il migliore lavoro del Maestro; molti anche gli apprezzamenti da parte degli amanti dell'A.O.R. Questo adesso, allora, come già accennato, il clima era del tutto differente, qualcosa cominciava a scricchiolare, i primi cedimenti nelle fondamenta che costituivano i pilastri dell'Heavy Metal si intravedevano. L'aria stava cambiando, le nubi che agli sgoccioli della seconda metà degli eighties si erano addensate ad ovest, in quel di Seattle, erano aumentate ed erano diventate sempre più scure e minacciose. Arrivò infine il temporale, tremendo, che preannunciava l'arrivo di un nuovo nemico del Suono Duro. Il Metal, che aveva resistito ai continui attacchi dell'opinione pubblica, dei bacchettoni, dei genitori, delle Washington Wives, dei tribunali e delle udienze in Senato, fu infine attaccato da un nemico spietato, il Grunge, il suono nuovo, che aveva scelto come suo araldo un ragazzo biondo, con due incredibilmente penetranti occhi azzurri, con dentro una rabbia pronta ad esplodere e che odiava a morte quei musicisti dalle esagerate chiome cotonate ed i ridicoli vestiti appariscenti. Il suo nome, Kurt Donald Cobain, fa ancora tremare i metallari ed alla guida dei Nirvana sarà per sempre ricordato come colui che ha quasi cancellato l'Heavy Metal dalla faccia della terra.

1) Making Love
2) Bedroom Eyes
3) Save Our Love
4) Motherless Child
5) Devil in Disguise
6) Judas
7) What Do You Want
8) Demon Driver
9) Faultline
10) See You In Hell (Don't Be Late)
11) Eclipse
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