YES

Yes

1969 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
03/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Nella capitale della Gran Bretagna, alla fine degli anni sessanta stava nascendo un nuovo genere, non sappiamo con precisione chi furono i primi, la band capostipite del progressive rock, la nuova ondata musicale che stava prepotentemente prendendo forma. Si trattò di una molteplice germogliazione spontanea, che vedeva le radici negli ultimi rami appassiti della musica beat e psichedelica. Stufi dei viaggi lisergici, molti musicisti furono attratti da paesaggi irreali, fiabe e mostri mutanti, mixati sapientemente con una grande tecnica strumentale e una immensa voglia di innovazione. Una sorta di Terra Di mezzo musicale, che aveva il fulcro principale a Londra, anche se successivamente il morbo contagiò il resto dell’Europa prima e del Mondo poi, trovando particolarmente terra fertile nel nostro stivale tricolore. Dalla Terra Di Mezzo emergevano Giganti Gentili alla corte del Re Cremisi e Armadilli Cingolati in cerca delle loro Genesi, e un’altra miriade di band che in futuro sarebbero state più o meno fra le fondamentali del progressive rock. Ma veniamo alla band in questione, gli Yes. “La Chasse” e “Jack Barrie”, a molti di voi questi due nomi non diranno assolutamente nulla, ma saranno due fattori fondamentali per la nascita di una delle più grandi band di progressive rock. Jack Barrie era l’assistente del manager del Marquee, uno dei più suggestivi locali di Londra, dove si esibivano le maggiori band del momento; il nostro Mark gestiva anche un bar, “La Chasse”, sito al numero 100 di Wardour Street, a pochi passi dal mitico Marquee, che si trovava al numero 90 della medesima strada. Il piccolo bar, appena decoroso, aveva le pareti addobbate con le caricature dei più grandi musicisti della musica rock e pop, e non tardò a diventare una sorta di rifugio dei musicisti che si esibivano al Marquee e di tutti gli altri colleghi che andavano a vedere i loro concerti, visto che il prestigioso locale non era in possesso della licenza per la vendita di alcolici, e il pub più vicino, lo Ship, era sempre stracolmo di fans. In poco tempo il piccolo bar divenne il punto d’incontro in cui i vari musicisti si conoscevano, dando luogo a collaborazioni, a nuove band o semplicemente scambiandosi opinioni, ragazze e numeri di telefono. Jack Barrie, conosceva ovviamente tutti i musicisti che bazzicavano il locale, da un’allora capelluto e biondo Phil Collins a un’appariscente Peter Frampton. Un bel giorno, il nostro Jack venne a sapere che era tornato in patria un giovane cantante, da poco separatosi dagli Warriors, dove militava anche il fratello, separazione avvenuta nel bel mezzo di una tournée in Germania. Precedentemente gli Warriors avevano inciso un paio di singoli, e Jack scorse del talento in Jon Anderson, che prima di rientrare in patria aveva passato un po’ di tempo a girovagare per la Germania in cerca di fortuna ma senza trovarla. Stessa sorte in patria, dopo essere stato ad un passo dall’essere ingaggiato dai Gun. Il nostro Jack ebbe la brillante idea di presentare Jon ad un bassista molto alto, dalle movenze estremamente lente, di nome Chris Squire, che dopo essersi separato dai Syn, aveva appena formato una nuova band, i Mabel Greer’s Toyshop, dove suonava la chitarra Clive Bailey. Davanti ad un paio di birre, Jon e Chris si trovarono immediatamente in sintonia e scoprirono di avere molte cose in comune, fra le tante anche un progetto musicale che si basava sulle armonie vocali. Entusiasta, Chris propose a Jon di far parte del suo nuovo progetto, invitandolo a casa sua la sera stessa, dove nacque la loro prima canzone composta insieme, Sweetness, che un domani sarebbe apparsa sul primo album degli Yes. In futuro Chris propose di chiamare alla chitarra anche un suo vecchio amico con cui aveva suonato precedentemente nei Syn, Peter Banks. Grazie ad un annuncio pubblicato sulla rivista Melody Maker, trovarono il batterista, un talentuoso ragazzo di scuola jazz, talmente sicuro di se e sfrontato che aveva scritto su una scarpa “Keith Moon tornatene a casa”. L’ultimo tassello fu completato con il tastierista Tony Kaye, che vantava un curriculum di tutto rispetto, e soprannominato Kaye of the Keyboards, a causa di un infelice titolo della rivista musicale Melody Maker. Il nome Mabel Greer’s Toyshop risultava un troppo complesso, Chris voleva qualcosa di più semplice e positivo, Anderson optava per Life, Squire per World, Banks insisteva con Yes. Alla fine, quando Chris richiamò Peter Banks per confermare che la definitiva line-up della nuova versione dei Mabel Greer’s Toyshop era ultimata, Peter gli chiese: - ma allora come ci chiameremo? E Chris: - Yes! e Peter replicò, -ma era un’idea mia! Erano i primi giorni di Giugno del 1968, erano nati gli Yes, che esordirono in sede live il 4 agosto 1968 presso lo East Mersea Youth Camp di Essex, iniziando il loro percorso musicale presentando delle magistrali rivisitazioni di brani rock, talmente stravolte da renderle spesso irriconoscibili. Sulle onde dell’euforia e della voglia di scrivere musica, nuovi brani inediti prendevano forma molto velocemente, era giunta l’ora di entrare in studio, ma i soldi ricavati dalle serate non erano sufficienti per incrementare la strumentazione ed iniziare a registrare i brani. La vita degli Yes cambiò per puro caso il 16 Settembre del 1968: un certo Roy Flynn, proprietario del Blaises, un locale dove si suonava musica dal vivo, si trovava nei guai fino al collo, visto che la band degli Sly And The Family Stone, che aveva in programma una serata presso il locale per le 23:30, dette buca all’ultimo momento. Il morale di Roy Flynn era a terra, quando intorno alle 23, la casa discografica degli Sly And The Family Stone comunicò che il signor Sly non poteva presentarsi per la serata perché era fuori a cena. Con il “tutto esaurito” Roy aveva urgentemente bisogno di una band di rimpiazzo il prima possibile. Preso dal panico, si affidò alla prima persona incontrata, Tony Stratton Smith, direttore della Charisma e produttore di molte band, fra le quali Nice e Genesis. Tony gli disse che dietro l’angolo viveva una band che lo aveva impressionato alcune sere prima al Marquee. Roy si precipitò all’appartamento e per fortuna incontrò Jon e Chris. Un rapido giro di telefonate e alle una gli Yes erano sul palco del Blaises. La serata fu un enorme successo, fra il pubblico si registrava gente del calibro di Keith Emerson, Eric Clapton e Pete Townshend. Impressionato dalla performance, e desideroso di contraccambiare l’enorme favore, Roy Flynn si propose alla band come manager, manna dal cielo per gli Yes, che increduli accettarono di buon grado. Nel giro di pochi giorni gli Yes si trovarono con un nuovo appartamento, una nuova batteria, un bellissimo organo Hammond ed un fiammante furgone rosso, ribattezzato Big Red ( per la cronaca targato UMD229F). Nell’agosto del 1969 uscì il primo album della band, intitolato semplicemente “Yes”. Nello stesso anno vennero alla luce i monumentali esordi dei King Crimson e dei Genesis, rispetto al quale i primi lavori degli Yes sono leggermente più indietro progressivamente parlando, ma i nostri sapranno rifarsi con gli interessi un paio di album più avanti.



Dopo le basilari nozioni storiche sulla band, è giunta l’ora di intraprendere il viaggio che ripercorre l’avventurosa carriera discografica degli Yes, ricca di capolavori, avvicendamenti, scioglimenti e reunion, partendo dallo storico album di debutto, che porta il nome della band, Yes. La prima canzone che incontriamo si intitola Beyond and Before (Oltre e Prima), brano proveniente dal repertorio dei Mabel Greer’s Toyshop, che si apre con un ridondante groove di basso, eseguito sotto il dodicesimo capotasto, l’armonia viene dettata da uno sporco organo Hammond e da una chitarra che spara colpi di wah-wah. Successivamente incontriamo uno dei marchi di fabbrica degli Yes, quell’armonia vocale scaturita dalle bellissime voci di Chris Squire, Jon Anderson e Peter Banks, accompagnata da un graffiante Rickenbacker plettrato e dal vetusto organo Hammond. Dopo questo breve interludio anthemico, gli Yes ci presentano il loro chitarrista, Peter Banks, che si diletta in un brillante e acido assolo, con cui duetta il prepotente basso di Chris Squire. Dopo circa cinquanta secondi abbiamo il piacere di udire l’angelica voce di Jon Anderson che si presenta con una linea vocale sognante e spensierata, che ci fa rivivere le oniriche atmosfere di fine anni sessanta. La strofa viene spezzata da breve, ma conciso assolo di basso, con il quale Squire ci fa capire che il suo modo di suonare le quattro corde non si limita ai soli compiti ritmici, ma sconfina in quelli solisti, rivelandosi in precursore di un nuovo stile di interpretare lo strumento. Dopo il bridge, dove Jon sale di un tono, arriva l’inciso, la linea vocale viene ricamata da un bel tema di chitarra, che successivamente prosegue, inseguito dal basso. La strofa successiva ci viene proposta in versione stoppata, un unisono sulle toniche mette in risalto un ottimo lavoro a due voci. Dopo un effimero ritornello, incontriamo un intermezzo strumentale, dove duettano basso e chitarra, entrambi con una buona dose di distorsione, accompagnati dall’eclettico Bruford e da un tappeto di organo. Di nuovo il bridge, con il basso che quasi sovrasta la voce, e poi nuovamente il ritornello. Dopo un'altra parte solitaria di basso, è il turno di Tony Kaye, con un assolo di organo accompagnato dall’onnipresente Rickenbacker con un enigmatico groove, successivamente seguito all’unisono dalla chitarra. Si chiude con un arpeggio di chitarra acustica. Le liriche sono abbastanza strane ed incomprensibili, non saranno né le prime né le ultime nella lunga carriera degli Yes. In una intervista Bill Bruford ha dichiarato che forse Jon si è ispirato alla droga, ma le bellissime frasi messe insieme da Anderson sembrano non avere un significato ben preciso, ovviamente nel senso comune del termine, essendo piene di significato nella dimensione astrale Andersoniana. Si parla di ombre proiettate su una casa d’ Inverno e di cerchi blu di rugiada mascherati dalle foglie. Il tempo, come polvere d'oro, porta la mente a livelli nascosti sottoterra, parole portate via dal vento e l’Estate sembra la fine della vita. Se come dice il buon Bruford le liriche sono ispirate alla droga, l’inverno potrebbe riferirsi al viaggio lisergico che fa la mente in preda alla droga, mentre l’estate rappresenta la vita sobria, fin troppo lunga. Ottimo brano di presentazione, caratterizzato da splendide e coinvolgenti armonie vocali, con un prepotente basso che spesso sovrasta tutti gli altri, voce compresa, una gioia per le orecchie per chi come me strimpella le quattro corde. La seconda traccia, I See You (Ti Vedo), è una cover del gruppo folk rock psichedelico statunitense The Byrds, dove Bill Bruford mette in luce tutte le nozioni jazzistiche di cui è in possesso, con una raffinata ritmica, stavolta accompagnata da un basso molto meno invadente rispetto alla traccia precedente. Chitarra e organo vanno quasi all’unisono nell’introduzione, poi Peter Banks inizia con articolati temi dal sapore fusion che si intrecciano con la sognante linea vocale di Jon Anderson, sempre armonizzata dall’ottimo Squire. Dopo un breve interludio, dove la batteria si limita a tocchi sugli ottoni, si riparte, con un bellissimo intreccio fra Jon Anderson e i cori offerti dal duo Banks-Squire. Nuovo intermezzo con una triplice armonia vocale, e di nuovo si riparte con la strofa, dall’andatura spedita. Il giochino si ripete più volte, fino ad arrivare all’assolo di chitarra, molto lisergico, doppiato dal basso condito dal distorsore. Dopo alcune battute dove basso e chitarra duettano a suon di note acide, rimane solo Peter Banks, accompagnato da Bill Bruford, sempre con una ricercata ritmica dal sentore jazz, che sul finire prende le sembianze di un raffinato e prolisso assolo di batteria. La parte di chitarra è strabiliante, possiamo scorgere un forte tributo a Wes Montgomery, tributo che fa impazzire di gioia il giovane Bruford, appassionato di musica jazz. I due duettano a lungo, quasi sembrano stiano improvvisando, mettendo in risalto un’ottima tecnica e sfornando un piacevole e raffinato interludio che raramente ci capiterà di trovare in un contesto rock. Successivamente la chitarra esplode e prende una piega rock, accompagnata da una ritmica stoppata che poi riprende velocità. Un potente unisono fra basso, ottoni e Hammond ci riporta alla strofa, che molto dolcemente sfuma per poi lasciare il campo ad un finale di forte matrice rock. Le liriche, appartenendo al lisergico periodo degli anni sessanta, dove imperversava la musica psichedelica, sono abbastanza astratte; la locuzione “I See You” (Ti Vedo), compare per gran parte del testo, intrecciata ad altre oniriche frasi che vanno a comporre una lisergica poesia dedicata ad una ragazza dai lunghi capelli illuminati dal Sole, come se fossero una grotta buia, dove a fatica penetrano i raggi solari.  La ragazza dagli occhi luminosi e sinceri viene incontrata durante la guerra, al settimo piano di un grigio grattacielo statunitense. L’incontro ha donato luce ad un contorno triste, catturando il cuore e la mente di un allora giovanissimo David Crosby. I nostri hanno saputo magistralmente “rendere loro” una cover, quasi triplicandone la durata (la versione originale che potete trovare sull’album dei The Byrds “Fifth Dimension” del 1966 dura appena 2:39, al cospetto dei 6:54 della versione Yes), aggiungendo prolungati interludi strumentali che mettono in luce la notevole tecnica strumentale della band, e impreziosendo le strofe con bellissime armonie vocali che in poco tempo diventeranno il marchio di fabbrica degli Yes. La successiva Yesterday and Today (Ieri e Oggi) è una vecchia composizione originale di Jon Anderson. E’ una delicata ballata, dove l’angelico cantato di Jon viene accompagnato con dolcezza dal vibrafono suonato da Bill Bruford. Il vibrafono è uno strumento a percussione simile allo xilofono, con i tasti in metallo e suonato con bacchette aventi la testa in feltro o in gomma. A impreziosire l’idilliaca atmosfera che ospita Jon Anderson, si aggiunge anche Peter Banks, con un solare strumming acustico, ricamato da un dolce pianoforte che si intreccia a meraviglia con il vibrafono di Bill. Stranamente Chris Squire rimane tranquillo, limitandosi ad avvolgenti scale di basso che donano un senso ritmico all’effimera canzone. La sognante linea vocale della strofa è molto ammaliante e ci trasmette tranquillità e beatitudine. Un leggero crescendo degli strumenti apre le porte al ritornello, dove Jon sale di un tono, aiutato dagli angelici cori dei colleghi. Ritorna l’idilliaca strofa, che ci trasporta magicamente verso il ritornello, dove Jon viene affiancato dagli immancabili cori, la chitarra abbandona lo strumming a beneficio di un articolato arpeggio acustico. Il finale mette in luce il vibrafono di Bill ricamato da raffinati arpeggi e dolci temi di chitarra. Le liriche, una delle prime composizioni di Jon Anderson, sono più vicine ad una dolce poesia dedicata ad una angelica ragazza che riesce a far sentire bene Anderson, che si sente felice solo quando è insieme a lei. Lui la pensa sempre, ieri ed oggi, rivivendo le spensierate giornate passate insieme in riva al mare o a cantare allegramente immersi nella Natura. Ci sono solo loro, ed il solo pensiero dei magici momenti passati insieme li rende entrambi felici. Nonostante la breve durata, Yesterday and Today è una raffinata ballata, la cui semplicità la rende unica, e grazie alla splendida melodia riesce a trasportarci dolcemente nelle sognanti atmosfere degli spensierati anni sessanta. Improvvisamente un potente riff di Hammond ci desta dai torpori diffusi dal precedente brano, Looking Around (Guardarsi Intorno) è il secondo singolo estratto dall’album. L’organo viene immediatamente affiancato dal potente basso di Squire, leggermente sporcato dal distorsore e supportato da una ritmica rockeggiante. La chitarra risulta oscurata dal riff predominante di Mr. Kaye. La linea vocale spensierata è trascinante, come sempre ricamata brillantemente dall’enorme lavoro sulle armonie vocali e controcanti. Dopo circa un minuto la ritmica cala d’intensità, ma l’organo rimane lo strumento predominante. Un paio di battute di strofa e poi è il turno dell’assolo di chitarra, dai sentori rock, che successivamente viene affiancato dal devastante Hammond, che poi ci ripropone il tema iniziale, imitato successivamente da Mr. Banks con la sei corde. La trascinante linea vocale non permette una vera e propria distinzione fra strofa e ritornello e si va avanti fino al minuto 02:45, dove incontriamo il secondo interludio, stavolta per alcune battute i protagonisti sono l’onnipresente organo Hammond e l’angelica voce di Jon Anderson. Poi rientrano in scena Mr. Bruford e Chris Squire, a supportare di nuovo l’assolo di chitarra di Peter Banks, affiancato dall’organo Hammond, che successivamente rimane in solitario per alcune battute, per poi essere affiancato da una splendida triplice armonia vocale, che viene alternata ad un prepotente basso distorto che poi va a concludere il brano. Jon Anderson si guarda intorno, come sempre con la visione spensierata e lisergica, tipica degli anni sessanta. Ha impiegato molto tempo ed energia per conquistare una bellissima ragazza, dal sorriso ammaliante. Dopo una lunga scia di polvere e lussuria, Anderson vuole vivere al massimo la storia d’amore, divertendosi e ridendo spensieratamente assieme alla sua amata, e guardandosi intorno non riesce a scorgere nulla che lo mette di buon umore come stare con la sua compagna. Looking Around è un brano molto orecchiabile, con l’organo Hammond di Tony Kaye protagonista assoluto e un complesso arrangiamento vocale che risulta trascinante. In passato era un cavallo di battaglia nei primi concerti degli Yes, ma non troppo amato dal combo albionico perché troppo “pop”. Veniamo alla traccia numero cinque, Harold Land, che deve il titolo ad un grande sassofonista jazz, idolo di Bill Bruford. Il brano viene aperto da un devastante basso distorto, affiancato dall’organo Hammond e da una raffinata ritmica, il tutto diffonde un’atmosfera dal sapore di Old West. Un breve riff di pianoforte, seguito all’unisono dall’organo e ritorna la cavalcata Western, che successivamente prende un tono epico, sempre con il potente basso in evidenza. Al minuto 01:22 incontriamo la strofa, aperta da un tappeto di organo che accoglie un bellissimo duetto fra Jon Anderson ed il pianoforte. Basso chitarra e batteria si limitano ad effettuare raffinati ricami, lasciando il campo a Jon e Tony. Successivamente la sezione ritmica entra in gioco a pieno ritmo, mentre la linea vocale di Anderson viene impreziosita con l’aggiunta di angelici cori. La triplice armonia vocale rimane protagonista a lungo, lasciando poi il campo all’epica strofa. Si rallenta di nuovo, e un bellissimo coro accompagna Jon Anderson, successivamente impreziosito con splendidi contro canti. L’organo inizia una minacciosa cavalcata, seguita all’unisono dalla chitarra e accompagnata da una marcia andante della batteria rafforzata dal solito basso distorto. Sul finire dell’interludio Peter Banks accenna un timido assolo di chitarra, che poi viene spazzato via dal prepotente ritorno di Chris Squire che ripropone la cavalcata iniziale, poi affiancata dall’organo che va a concludere il brano. Le liriche portano solo il nome di Harold Land, ma in realtà non hanno nulla a che vedere con il jazz, affrontano il problema della guerra, illustrando i tristi momenti antecedenti alla partenza verso il conflitto bellico, pieni di struggenti addii e di dubbie promesse di un prossimo ritorno. Dopo due anni passati al gelo, camminando sotto la pioggia in mezzo al fango nelle fredde notti prive di stelle, i militari più fortunati fanno ritorna a casa, svuotati, privi dell’amore e della giovinezza, lasciti sui campi di battaglia. Anche in Harold Land le preziose armonie vocali ed i contro canti spiccano sul resto degli strumenti, e solo il potente basso distorto di Chris Squire riesce a tenergli testa. Sicuramente è il brano più “progressive” dell’album. La successiva Every Little Thing (Ogni piccola Cosa) è una cover dei Beatles, completamente stravolta e resa quasi irriconoscibile. I nostri ci sconvolgono con una prolissa e potente introduzione, completamente riscritta, incentrata su una bellissima cavalcata su rullante e tom da parte di Bill Bruford, accompagnato dal graffiante Rickenbacker, dove Peter Banks esegue uno stralunato assolo di chitarra ricamato dall’organo. Dopo quasi due minuti la musica si calma, un bellissimo tema di chitarra annuncia l’ingresso di Jon Anderson, la linea vocale è l’unica cosa in comune con la versione originale. Totalmente assente lo strumming di Jorge Harrison, sostituito dall’organo e da ritmica stoppata, alternata con una cavalcata all’unisono, il tutto condito come sempre dall’ennesima armonia vocale vincente. L’alternanza fra stoppato e cavalcata viene riproposta, per poi lasciare il campo all’assolo di chitarra, che con molta classe riprende la melodia della line vocale, supportata da una ritmica spedita, con un grande lavoro alle quattro corde da parte di Squire. Dopo l’ennesimo interludio stoppato con l’armonia vocale in evidenza incontriamo un enigmatico intermezzo caratterizzato da un tappeto di organo steso da Tony Kaye, dove la chitarra emette lisergici suoni per poi lasciare il campo nuovamente all’inciso e alla trascinante strofa, sempre caratterizzate da un magnifico lavoro sulle armonie vocali. Le liriche sono una vera e propria poesia dedicata ad una ragazza, ogni piccola cosa che fa risulta meravigliosa, quando John Lennon cammina accanto a lei, tutti dicono che un uomo fortunato, e lui ne è al corrente. Quando è con lei è sempre felice e tutto passa in secondo piano, lui la amerà per sempre, perché l’amore fra loro non morirà mai. Paul McCartney rivendica la completa composizione del brano, ma ci sono dubbi e leggende a riguardo, sia sulla composizione, che pare fosse stata “ceduta” a John Lennon, sia sull’esecutore delle parti di chitarra, attribuite da alcuni allo stesso Lennon, mentre altri sostengono che ci sono due chitarre, una del compianto John e l’altra di Harrison. Comunque sia, non me ne vogliano i fans del combo di Liverpool, ma la versione rivisitata dagli Yes supera di gran lunga l’originale. Completamente stravolta con l’aggiunta di un travolgente introduzione e di alcuni interludi centrali e resa “Yes” da un bellissimo lavoro sulle armonie vocali, si fatica a credere che porti la firma di Lennon o McCartney anziché quella di Anderson e Squire. La successiva Sweetness (Dolcezza) è frutto del primo incontro fra Anderson e Squire, che dopo un paio di birre consumate al pub La Chasse, andarono a casa dell’enorme bassista dal passo felpato, componendo la loro prima canzone, quando ancora la band si chiamava Mabel Greer’s Toyshop. Sweetness è il primo singolo estratto dall’album e ad aprirlo è Tony Kaye, con un organo clericale, poi una scala di basso chiama all’appello Tony Banks a ricamare con la chitarra acustica e Bill Bruford che si limita a dolci tocchi sugli ottoni che si intrecciano a meraviglia con le note del basso. Un coro celestiale in fader apre la porta alla strofa, con una dolcissima linea vocale di Jon Anderson. Il basso è lo strumento predominante, supportato da un Bill Bruford ultra delicato. Tony Kaye emette lisergici suoni con la tastiera, mentre la chitarra si limita ad uno strumming di riempimento. Un crescendo della batteria annuncia il ritornello dai sentori beatlesiani, caratterizzato da una bellissima armonia vocale e da un solare strumming di chitarra, mentre in sottofondo Squire tesse un tappeto di sedicesime. Ritorna la strofa stavolta il basso è meno invadente e mette in risalto il bellissimo intreccio fra la tastiera e la chitarra, si aumenta d’intensità nell’inciso, che poi esplode aiutato dal crescere della batteria e dalla linea vocale che sale di tono, per poi chiudere con l’ennesima armonia vocale, supportata dall’organo e dal graffiante Rickenbacker di Squire. Al minuto 02:47 incontriamo un interessante interludio incentrato su un celestiale intreccio a tre voci, supportato dall’organo e ricamato dal basso. La strofa successiva varia, Tony Kaye tesse un tappeto di organo, intarsiato da una serie di caldi tocchi sulla sei corde, la ritmica è molto delicata e stranamente il basso lascia il campo agli altri. Aumenta l’intensità con il ritornello, che nel finale si trasforma in una trascinante babele di voci che poi sfuma, lasciando la chiusura alla chitarra. La dolcezza in questione è quella che una ragazza diffonde, allietando lo stato d’animo del romantico Jon Anderson, portando il sole in una grigia giornata di pioggia. Lei trova sempre la parola giusta per mettere di buon umore, Jon Anderson non può prescindere dalla sua presenza ed è sicuro che non lo lascerà mai. Si tratta della prima composizione in assoluto del duo Squire-Anderson, una melliflua canzone dalle forti atmosfere beatlesiane, come sempre incentrata su uno splendido lavoro sulle armonie vocali, dove spicca l’angelica e delicata linea vocale di Jon Anderson. E siamo giunti all’ultima traccia dell’album, Survival (Sopravvivenza), che si apre con un bel basso flangerato, dopo alcune battute viene rafforzato da colpi sui piatti e accordi di chitarra, entra Bill Bruford con un tempo veloce e raffinato, supportato da un potente basso sporcato dal distorsore, facendo da apripista a Tony Kaye, che si presenta con un simpatico riff di organo che ci entra immediatamente in testa. Dopo circa trenta secondi incontriamo un interludio dai forti sentori jazz, Bruford fa un gran lavoro con le spazzole, mentre Peter Banks emette delicati suoni difficili da descrivere. La tastiera ricama, riprendendo poi il riff presentato in precedenza, rafforzato all’unisono da chitarra e basso. L’unisono sfuma lentamente ed il suo posto viene preso da un bellissimo strumming di chitarra, ricamato dalla sei corde acustica e dall’organo. Bill Bruford sfiora appena il drum set. Un secondo di pausa ed entra Jon Anderson, con una dolcissima linea vocale, ricamata dal basso. La batteria aumenta sensibilmente l’intensità, ed in sottofondo ricompare il riff portante di organo che annuncia il bridge. La ritmica si mantiene blanda, i protagonisti sono l’organo e l’immancabile armonia vocale, che esplode nell’inciso, dove predominano cori e controcanti. La successiva strofa vede ancora protagonista Tony Kaye, mentre Squire tesse una interessante ragnatela in sottofondo, senza risultare invadente, mantenendosi in linea con la ritmica jazz di Bruford. Di nuovo bridge e ritornello, con un incantevole intreccio di voci supportato dal riff portante di organo che ci accompagna al finale, che vede protagonista l’organo, inseguito da funamboliche note di basso. Le liriche di Survival son le più complesse dell’album, o perlomeno le più lunghe. Affrontano il mistero della vita e l’istinto di sopravvivenza. Ogni giorno, assieme al Sole, da qualche parte del mondo nasce una nuova creatura. Un uovo abbandonato incomprensibilmente dalla madre sta per schiudersi. Una volta venuta al mondo, la creatura dovrà affrontare dure prove, affidandosi all’istinto della sopravvivenza. La fine della sera è l’inizio di domani, tutto ciò che muore lo fa per un motivo, trasformandosi in energia utile a donare nuove vite. La nuova creatura strilla, in cerca della madre, ma dovrà affrontare l’avventura della vita da solo, contando solo sui propri mezzi e facendo di necessità virtù, immagazzinando esperienze su esperienze, contando sull’istinto della sopravvivenza. Jon Anderson ci invita a lottare e a tenere duro, anche nei momenti peggiori, facendo affidamento sull’istinto di sopravvivenza, che quando tutto sembra perduto viene fuori e riesce a farci andare avanti, nel duro cammino della vita. In Survival inizia ad affiorare la vena progressive della band, si alternano diverse atmosfere, passando dal jazz alle avvolgenti atmosfere spensierate anni settanta e a momenti più energici con un organo in gran spolvero.



Andiamo ora a conoscere da vicino i componenti degli Yes, band che stranamente non ha mai avuto un vero e proprio leader, basandosi sulla democrazia e sull’armonia fra i vari componenti. A differenza di molte band dell’epoca gli Yes non provengono tutti dalla stessa città o dalla stessa zona, ma le loro vite si sono incrociate per gli strani scherzi del destino. Jon Anderson nasce ad Accrington, nel Lancashire, il 25 Ottobre del 1944, di animo gentile e caldo, Jon ha rivolto spesso la sua attenzione a differenti religioni e filosofie di vita incentrate sul misticismo, sposando a pieno la filosofia hippy degli anni sessanta, che cercava di unire varie credenze religiose in una sorta di unica spiritualità universale. Ma dietro l’aspetto angelico di Jon si cela anche un’anima da sergente di ferro, quella che è riuscita a tenere in piedi la baracca Yes anche nei momenti peggiori. Soprannominato dai compagni “Napoleone” a causa del modo in cui si irritava quando gli altri giungevano in ritardo alle prove. Esigeva sempre il massimo, aveva la sua filosofia: “O lavoravi per il gruppo o non facevi parte del gruppo.” Esigeva da tutti il massimo impegno alle prove, per creare la musica e lavorare come un team. Chris Squire era nato il 4 Marzo del 1948 a Queensbury, vicino a Wembley. Altissimo e robusto, apparentemente lento nel parlare e nei riflessi, ma facilmente irritabile, dimostra di saper leggere perfettamente le persone, individuando brillantemente il talento dei musicisti che andranno poi a formare gli Yes. Nato come cantante ha militato a lungo in vari cori della zona. Fu ingiustamente espulso dalla scuola a causa dei capelli lunghi. Finì a lavorare in un negozio di strumenti di Londra. Un amico una volta gli disse: “sei alto e hai le mani grosse, dovresti suonare il basso.” Fu così che convinse sua madre a comprargli il suo primo basso, un Futurama. In futuro acquistò a rate il suo primo Rickenbacker, marchio che lo ha accompagnato fino ai giorni nostri. Il chitarrista Peter Banks, nasce come Peter Brockbanks a Barner, nel Nord di Londra, il 15 Luglio del 1947. Ascoltava musica da quando aveva otto anni e ha iniziato a suonare la chitarra a sedici. Il suo idolo era George Harrison e pertanto comprò una Gretsch. Dopo un incontro fatale con Chris Squire si unì ai Syn. William “Tub” Bruford nasce a Sevenoaks, nel Kent, il 17 Maggio del 1949. Inizia a picchiare sulle pelli all’età di tredici anni. Deve il suo soprannome “Tub” in onore agli elementi che componevano la sua batteria, spacciata per una Ludwig, ma in realtà era ricca di componenti economici verniciati di nero. Diverso dallo stereotipo di batterista, riesce a dare il massimo in ogni progetto, benché gli ispiri fiducia. Oltre ad essere un fenomenale batterista, Bill era anche il contabile della band, ancora oggi conserva gli appunti dove sono segnate le paghe ricevute dopo i vari concerti. Deluso dalle misere paghe ottenute dalle performance live, decise di abbandonare la band in funzione di una carriera da dirigente industriale. Fu sostituito da un certo Tony Riley, ma i risultati non furono dei migliori, per non dire disastrosi. Bruford continuò a seguire gli Yes durante i loro concerti, e poté constatare con i propri occhi le prestazioni del proprio sostituto. Non ci volle molto per convincerlo a ritornare nella band. Mr. Kaye nasce come Anthony John Selridge l’11 Gennaio del 1946, a Leicester. Sin dalla venera età di quattro anni prendeva lezioni di piano, passione trasmessagli dalla nonna, anch’essa una pianista. A 12 anni i primi concerti ed i primi duetti. In seguito vennero le prime band e grazie ai concerti mise da parte un gruzzoletto con il quale acquistò il suo primo organo, un vecchio Vox Continental. Poi l’incontro fatale con Chris Squire, e l’incremento della sua attrezzatura grazie al manager, con l’organo Hammond, strumento che offriva una ben più ampia gamma di sonorità, l’ideale per il progetto Yes. Grazie alle ottime performance in sede live, il manager Roy Flynn riuscì a strappare un contratto con l’Atlantic. Il furbo Ahmet Ertgun, boss dell’Atlantic, propose un lungo contratto per ben 14 album. L’inesperienza della band e del manager fece sì che il contratto fosse accettato a braccia aperte. Solo a posteriori la band riuscì a capire che non avevano fatto un buon affare, firmando un lungo contratto per una manciata di soldi.  Gli Yes furono la prima band inglese ad avere firmato un contratto con l’Atlantic, ma poi la casa discografica decise di puntare tutto il budget sui Led Zeppelin, lasciando le briciole per la promozione degli Yes, il previsto tour in America andò a farsi benedire e inevitabilmente il produttore Roy Flynn divenne il capro espiatorio. Anche durante le registrazioni l’inesperienza portò diversi problemi. Per giunta anche il produttore Paul Clay non era il massimo in fase di produzione di dischi rock. Loro avrebbero desiderato un altro Paul, che di cognome faceva McCartney. Impiegarono tre intere giornate per capire come utilizzare al meglio il nuovo organo Hammond, per fortuna corse in aiuto un certo Keith Emerson, che risolse i problemi dando qualche dritta in fase di registrazione. Ci furono molti screzi anche sul fatto dei volumi, ognuno voleva risultare più alto degli altri e alzava i potenziometri di nascosto. Finalmente senza non poche fatiche, il primo ambitissimo album venne alla luce il 25 Luglio del 1969, registrato durante la primavera del 1969 presso gli Advision e Trident Studios di Londra. Tutti le canzoni sono state arrangiate dagli Yes. I brani Beyond & Before e Sweetness provengono dal repertorio dei Mabel Greer’s Toyshop e portano la firma del trio Squire/Anderson/ Bailey. Survival e Yesterday And Today sono fra le prime composizioni di Jon Anderson, mentre Looking Around è stata concepita dal duo portante Anderson/Squire, raggiunto da Bill Bruford per la stesura di Harold Land. Ovviamente I See You porta la firma di David Crosby e Jim McGuinn, mentre Every Little Thing quella del duo Lennon/McCartney, ma l’arrangiamento è talmente sconvolgente che i due brani potrebbero portare la firma Yes. La copertina originale prevedeva la grande scritta Yes in blu e rosso, dentro un fumetto su sfondo nero, e nonostante la sua semplicità si rivelò molto efficace, mentre successivamente l’edizione rimasterizzata vede in copertina una foto dell’epoca a colori, che ritrae gli Yes di fronte ad una dimora storica di Fulham. Per analizzare al meglio il disco d’esordio degli Yes, bisogna salire sulla macchina del tempo a tornare indietro al 1969, dimenticando i futuri capolavori della band, con i quali l’omonimo primo album perderebbe ingiustamente il confronto. Tenendo conto delle varie vicissitudini narrate in precedenza, “Yes” si può tranquillamente considerare un “signor” debutto. Possiamo considerarlo l’ideale crossover fra le ultime reminiscenze della musica beat e psichedeliche con la nuova germogliazione del progressive rock, mixato con interessanti sonorità pop. All’ascolto “Yes” può risultare acerbo ma tutto sommato gradevole, mettendo immediatamente in risalto l’elevata tecnica strumentale e l’inventiva compositiva della band albionica. L’inusuale ed angelica voce di Jon Anderson riesce a conquistarci immediatamente, grazie anche all’immenso e lodevole lavoro sulle armonie vocali. Chris Squire e Bill Bruford si possono considerare i precursori di una nuova concezione riguardante l’uso dei rispettivi strumenti. Basso e batteria non sono più confinati ai semplici compiti ritmici, ma spesso si aprono ad interessanti soluzioni soliste riuscendo a rubare la scena a chitarra e tastiera, che già di per sé fanno un egregio lavoro; tutto questo è giusto, anche se devo dire il buon Tony Kaye risulta un po’ monotono insistendo forse troppo sull’organo Hammond, che vista l’inesperienza di produttore e fonico, spesso risulta fin troppo simile ad un organo da chiesa.


1) Beyond and Before
2) I See You
3) Yesterday and Today
4) Looking Around
5) Harold Land
6) Every Little Thing
7) Sweetness
8) Survival

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