YES

Time and a Word

1970 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
17/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Il 1969 fu un anno d’oro per la musica, oltre agli Yes, nello stesso anno sono venuti alla luce i debutti di King Crimson, Genesis e Led Zeppelin, questi ultimi seguirono gli Yes sotto la Atlantic, addirittura superandoli e diventando la band principale della major americana. Fra i “big four” degli anni settanta, gli Yes furono quelli che faticarono maggiormente a confermarsi definitivamente a livello mondiale. L’americana Atlantic puntò decisamente sui dirigibili, l’annunciato tour americano degli Yes sfumò, e i nostri dovettero accontentarsi in un tour nella affascinante Svizzera, dove rischiarono addirittura la vita in un rocambolesco testa coda con il loro mezzo, incidente finito per fortuna senza nulla di fatto. Da quel giorno Bill Bruford pretese di guidare sempre e solamente lui. Il disco d’esordio non era andato male, ma i proventi tardavano ad arrivare. Molte losche figure si contrapponevano fra gli Yes ed il manager Roy Flynn. Inevitabilmente il produttore fu licenziato, accusato di aver avuto poco polso nei confronti della Atlantic. Per cercare di tenere salda la band, Roy Flynn fece trasferire gli Yes in una fattoria nel Devon, con l’idea di raccogliere maggiori ispirazioni per il nuovo album, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. Per fortuna gli Yes non erano eccessivamente inclini all’alcool e alle droghe come la maggior parte delle band del momento e poterono affrontare le nuove composizioni in maniera brillante e con la mente libera da oscuri demoni. Venne fuori l’idea di supportare la band con un’orchestra, idea che i nostri ci riproporranno in futuro con Magnification, mentre altre band la sfrutteranno in un lontano futuro in sede live come ad esempio i Metallica. Rapidamente Roy Flynn riuscì a mettere su un’orchestra, pescando fra gli studenti del Royal Collage Of Music per gli archi e reclutando suonatori di ottoni professionisti. Fu annunciato il nuovo produttore, Tony Calton, amico di Jon Anderson, che sin dai primi passi non riuscì a legare con il chitarrista Peter Banks. Dietro al mix fece la sua prima apparizione anche il futuro fonico degli Yes, Eddie Offord, segnalato da Phil Carson, direttore musicale della sede londinese dell’Atlantic, nonché grande ammiratore degli Yes. Eddie in futuro diventerà il sesto elemento del gruppo e fu colui che introdusse la band a seguire una salutare dieta vegetariana, al cospetto di quelle malsane fritture di cui si nutrivano quotidianamente Squire e compagni, trovando una particolare terra fertile in Jon Anderson, che sposerà a pieno la dieta vegetariana. Purtroppo la sua dieta comprendeva anche altre dubbie sostanze che facevano a pugni con gli effetti benefici della dieta vegana. Oltre ai dissapori con il produttore, Peter Banks era in contrasto con il resto della band riguardo all’uso dell’orchestra. Le liti si facevano sempre più frequenti, Tony Calton asseriva che le parti di chitarra non erano del tutto soddisfacenti, lui voleva una chitarra come quella di Jimmy Page, che all’epoca non rientrava proprio fra i chitarristi preferiti di Banks. Addirittura durante una sessione di registrazione, dove l’atmosfera era estremamente tesa, la lite fece talmente inalberare Banks, che lanciò la sua Rickenbacker contro Colton, minacciando di andarsene dal gruppo. Il resto della band non era entusiasta della situazione ed iniziarono a guardarsi intorno. Il fantasma di Steve Howe iniziava minacciosamente ad aleggiare sulle spalle di Peter Banks. A pochi giorni dell’uscita dell’album avvenne il patatrac. Dopo un concerto tenuto al Luton Collage, Jon e Chris raggiunsero Peter nei camerini, comunicandogli che era meglio per tutti se abbandonava la band. Fu una cosa talmente improvvisa che Kaye e Bruford non ne sapevano nulla. Solo in futuro si seppe che dietro al licenziamento c’era la perfida mano del produttore Tony Colton. Curiosamente, sulla copertina dell’edizione rimasterizzata di Time And A Word troviamo la foto del gruppo che comprende già il futuro chitarrista Steve Howe, anche se nel booklet interno compare il reale autore delle parti di chitarra Peter Banks. La decisione fu presa in quanto durante il tour promozionale dell’album, Steve Howe era già in formazione in pianta stabile, quindi pescarono fra le ultime sessioni di foto della band, scegliendo quella più “hippie”. Come avete potuto constatare, la nascita del nuovo albume degli Yes non è stata tutta rose e fiori, è giunto il momento di inserire il CD nel nostro lettore ed ascoltare il risultato fra il micidiale connubio dell’orchestra, con la tecnica e la fantasia compositiva degli Yes.



I nostri partono in quarta, con una travolgente cover, o meglio la rivisitazione nello Yes stile di due distinti brani. No Opportunity Necessary, No Experience Needed (Nessuna Opportunità necessaria, nessuna esperienza richiesta) è un brano di Richie Havens, un cantante e chitarrista statunitense afroamericano, noto soprattutto per la sua particolare pennata, vigorosa e veloce, e per il suo incredibile senso del ritmo. In alcune registrazioni, la sua chitarra è accompagnata da quello che sembra il suono di una batteria, e che in realtà è il rumore del suo piede che batte il tempo. Il brano è compreso nell’album Something Else Again del 1968. Ma i nostri non si sono limitati a rivisitare il brano, ma lo hanno arricchito mixandolo con la rielaborazione della colonna sonora del film western The Big Country (Il Grande Paese), pellicola del 1958 diretta da William Wyler.  Uno sporco organo Hammond annuncia il tema portante della colonna sonora di The Big Country, edita dal compositore americano Jerome Moross. Il tema viene enfatizzato splendidamente e in maniera travolgente dall’orchestra messa su da Roy Flynn, che sarà protagonista dell’intero album. Una scala di basso accompagnata da archi e ottoni apre le porte al tema del vecchio brano di Richie Havens. La veloce pennata di chitarra viene rimpiazzata da un travolgente groove partorito dal Rickenbacker di Squire, accompagnato dall’unisono dell’organo di Tony Kaye e della chitarra di Peter Banks. La linea vocale è l’unica reminiscenza del brano originale. Nel bridge Squire ci bombarda di sedicesime, aprendo le porte all’inciso, con la linea vocale di Anderson in evidenza, armonizzata dal valido Squire, scandita da unisoni fra piatti e strumenti. Un breve intermezzo dove Banks sforna un effimero assolo e ritorna la strofa, con la cavalcata di Mr. Bruford rafforzata dal travolgente basso di Squire Di nuovo il bridge e poi arriva la chicca del brano, Peter Banks ripropone in versione rock il tema della colonna sonora di The Big Country, abusando dello wah wah, accompagnato dal funambolico Bruford e dal travolgente Squire. Lo stesso tema viene poi ripreso dall’orchestra, seguita all’unisono da Mr. Squire. Successivamente viene riproposto il tema dell’introduzione, seguito da strofa, bridge e ritornello, dove emerge il devastante Rickenbacker di Squire. L’inciso viene raddoppiato, prima della rocambolesca conclusione con il rullante di Bill Bruford e gli archi in evidenza. Il titolo è quello che desireremo sentirci dire in fase di colloquio di lavoro, nessuna opportunità necessaria, nessuna esperienza richiesta, e anche le liriche ci spingono ad affrontare il duro cammino della vita con abnegazione e tenacia. Ogni giorno ci svegliamo, consapevoli che non sarà facile portare a termine la giornata con successo, nonostante i consigli di circostanza da parte di nostra madre volgano sempre a nostro vantaggio. Ognuno di noi ha la propria croce da portarsi sulle spalle, che si fa sempre più pesante ad ogni passo che compiamo. Bisogna guardarsi dentro e credere in noi stessi, solo così potremo raggiungere obbiettivi che a prima vista ci sembrano vere e proprie utopie. Il brano in questione è sicuramente una delle migliori cover reinterpretate nella storia della musica, mantenendo invariata la linea vocale, i nostri hanno saputo ricostruire una splendida trama, che in origine si basava solamente su velocissime pennate sulla chitarra, e poi, la genialata di introdurre il tema western all’interno del brano è veramente notevole e ben fatta, tanto da farci dubitare che non fosse presente anche nella versione originale. Complimenti. Ancora scossi dall’emozionante brano di apertura ci apprestiamo ad ascoltare la successiva Then (Poi), aperta dall’organo di Tony Kaye in fader che successivamente esplode con un travolgente riff, accompagnato da una magia sul rullante di Bill Bruford. Entra in gioco anche Squire, con da un basso di Gobliniane memorie. Nella strofa gli archi ricamano la sognante linea vocale di Jon Anderson, mentre Bill Bruford martella il rullante con una raffinatezza ed una precisione incredibile. Si sale con il brillante ritornello, con Jon Anderson in evidenza, accompagnato ancora splendidamente dagli archi, la sezione ritmica esegue un tempo semplice, ma grazie alla potenza di Squire e alla raffinatezza di Bruford, anche il più semplice dei 4/4 sembra complicato. Successivamente, dopo un breve break chitarristico, Bill Bruford incrementa il tempo proponendoci una ritmica ultra complicata, accompagnato brillantemente dall’ottimo Squire, anche Anderson frammenta leggermente la linea vocale, seguendo la ritmica. Di nuovo lo spensierato inciso, poi una rocambolesca rullata annuncia una potente cavalcata di basso, successivamente accompagnato dagli archi con un tema che ci rammenta le imprese di Missione Impossible e supportata da un superbo Bill Bruford. Successivamente sale in cattedra Tony Kaye, con un prolungato interludio di organo, a cui tiene testa Mr. Banks, accompagnato dagli archi e rafforzato dal potente basso di Squire. L’interludio strumentale prende una piega epica con un trascinante unisono che si alterna a parti solitarie di organo. Intorno al minuto 04:05 si sfuma, dal silenzio spunta un enigmatico giro di basso, ricamato dalla chitarra e imitato da un timido Anderson che dolcemente va a concludere il brano. Nelle liriche, Jon Anderson ci preannuncia che poi, con il passare degli anni la nostra vita non sarà quella tutta rose e fiori che ci fa divertire durante l’adolescenza ed il primo quarto di secolo della nostra vita, priva di pensieri e problemi, con la mente dedicata completamente al divertimento. Con il passare del tempo arriveranno i primi problemi, i primi acciacchi, la famiglia, ed ogni giorno dovremo faticare duramente per arrivare a fine giornata, trovando conforto e forza per proseguire nell’amore, facendo affidamento sulla persona che sceglieremo per affrontare insieme il duro cammino della vita. In un Mondo afflitto dal cancro dell’odio, l’amore è l’unica risposta per andare avanti. Sicuramente chi ha qualche annetto sulle spalle come me, sposerà in pieno la teoria esposta dal saggio Anderson. Brano piacevole e trascinante, dove la sezione ritmica svolge un lavoro encomiabile, brano dove iniziano ad affiorare note progressive. La successiva Everydays (Tutti i Giorni) è un brano piuttosto atipico. Ennesima rivisitazione in chiave Yes, il brano fa parte del repertorio dei Buffalo Springfield, presente sull’album Buffalo Springfield Again del 1967, e scritta dal chitarrista e cantautore statunitense Stephen Stills. Grazie alle avvolgenti atmosfere swing e jazz dell’introduzione, il brano veniva usato dagli Yes quando si trovavano di fronte platee eleganti, durante le saltuarie serate all’interno dei casinò. Le languide tastiere di Tony Kaye, accompagnate da una delicata ritmica jazz, dove per una volta non risulta invadente nemmeno Squire, annunciano un Jon Anderson sintonizzato sulle frequenze di Frank Sinatra. Mentre nell’inciso canta   well, well, well, another day sembra di vederlo sopra uno sgabello, con tanto di soprabito e l’immancabile sigaretta tenuta con estrema grazia tra le dita. La raffinata strofa e l’inciso dal sentore Sinatriano vengono ripetute, poi una crescente cavalcata sul charleston detta un cambio di marcia, spazzando via l’avvolgente atmosfera della prima parte del brano. Una rocambolesca rullata annuncia l’assolo di Mr. Banks, doppiato dal basso di Squire che abbandona i compiti ritmici unendosi all’assolo di chitarra e lasciando il compito dell’accompagnamento all’organo di Tony Kaye, mentre Bill Bruford imperversa dietro il drum set sfoggiando tutte le sue nozioni jazzistiche e tempestando il set dei piatti. Un trascinante unisono con le tastiere in evidenza, annuncia una caotica babele di parti soliste dove si alternano chitarra e organo, accompagnati da una travolgente sezione ritmica. Improvvisamente ritorna la calma e timidamente ritorna in scena Jon Anderson, sempre sintonizzato su radio Sinatra, riproponendo poi il memorabile well, well, well, another day. Nelle liriche, si descrivono le spensierate giornate degli anni sessanta, viste attraverso gli occhi innocenti di un bambino, che ignorano le cose false di cui la gente si circonda ed evidenziano ingenuamente solo le cose belle e semplici, come il sabato passato in famiglia e i variopinti banchi delle botteghe alimentari dove scintillano leccornie colorate, e le gite spensierate con la famiglia attraverso le colorate colline. I giorni se ne vanno uno dopo l’altro, uccidendo il tempo. Brano di gran classe, dove nella prima parte vengono mantenute le calde atmosfere anni sessanta della versione originale, sfociando poi in una esplosione sonora dove imperversano le parti soliste, sfoggiando una tecnica ed una inventiva fuori dal normale e uscendo totalmente dagli schemi della versione originale. Sweet Dreams (Dolci Giorni) è il secondo singolo estratto dall’album, e proviene dal vecchi repertorio degli The Warriors, prima band di Jon Anderson, dove militava anche il fratello maggiore Tony. Il brano porta la firma di Anderson e del bassista David Foster, che in origine avrebbe dovuto suonare la chitarra durante la registrazione del brano, ma la forte opposizione di Peter Banks, convinto che nella band dovesse figurare un solo chitarrista, fece sì che il povero Foster fosse delegato alle sole armonie vocali. Il brano viene aperto da Peter Banks, immediatamente oscurato dal prepotente basso di Squire e dall’organo di Kaye. Arriva subito il ritornello, la linea vocale di Anderson è spensierata, ricamata dalle immancabili armonie vocali, ma il titolo del brano viene ripetuto sin troppe volte. Dopo circa un minuto si cambia, nell’interludio dal forte sapore Beatlesiano, basso e voce rimangono i protagonisti, poi si ritorna con il tedioso inciso. Un rocambolesco unisono si alterna all’assolo di chitarra prima di incontrare nuovamente l’interludio di forte matrice beatlesiana, stavolta enfatizzato dalle armonie vocali, seguito nuovamente dall’inciso, arricchito con interessanti contro canti, che sfuma lentamente. I sogni provengono dal nostro passato, ma spesso sono in grado di risolvere il futuro, mostrandoci visioni profetiche. Spesso i nostri sogni sono animati da storie d’amore, che difficilmente dimenticheremo. Ma possiamo sognare anche ad occhi aperti, vivendo fantastiche giornate e amando chiunque vogliamo, e questi sogni non evaporeranno mai e rimarranno per sempre nella nostra mente. Il brano proviene dal vecchi repertorio degli Warriors, prima band del giovane Anderson, e si sente, brano abbastanza ingenuo, nonostante gli strumenti facciano un egregio lavoro, ma si percepisce che non è stato partorito da tutto il gruppo, sinceramente come singolo avrei preferito il travolgente brano di apertura. Un solenne organo ecclesiastico apre The Prophet (La Profezia): dopo qualche battuta in solitario, Tony Kaye viene accompagnato dagli archi, stavolta molto meno invadenti del solito, che donano un senso epico al brano. Una rullata annuncia una potente ed evocativa cavalcata, con il solito Squire protagonista, seguito all’unisono dalla chitarra e dall’organo. Un breve interludio che vede protagonista la chitarra annuncia l’ingresso di Jon Anderson, seguito dall’invadente basso leggermente distorto, Banks ricama sapientemente con velocissimi temi di chitarra. Bill Bruford compie magie sul charleston, rallentando successivamente la ritmica. Gli archi sono protagonisti per un breve intermezzo beatlesiano, ma poi vengono spazzati via dal ritorno di Squire. Si rallenta nuovamente e tornano gli archi ad accompagnare Jon Anderson, accompagnato da una squillante chitarra. Poi a rubare la scena è Tony Kaye, con un assolo di tastiera che ci fa venire in mente i vecchi film di James Bond, accompagnato dal formidabile duo Bruford-Squire e ricamato da chitarra e ottoni. Una mitragliata di sedicesime emesse dal Rickenbacker annuncia l’ennesimo cambio, che vede protagonista Bill Bruford, il quale emerge nell’accompagnare il cantastorie di Accrington. Una rocambolesca ritmica ricca di colpi sui piatti ospita gli effimeri assolo di chitarra prima e organo poi. Quando il brano sembra finire emerge uno strumming di chitarra, a cui si uniscono gli altri strumentisti che vanno a concludere con un travolgente finale. Un antico saggio profeta ci invita a cercare la redenzione nella fiducia, nella verità e nel rispetto verso il prossimo e la Natura, proclamando un nuovo stile di vita, prendendo ciò che ci serve ma senza dimenticare di dare. Guardando il mondo sotto una luce diversa ci permette di assaporare al massimo l’essenza della vita senza preoccuparsi della morte. Brano epico ricco di cambi di tempo e di tonalità e con una forte vena progressive. L’effimera Clear Days (Giorni Felici) viene introdotta dagli archi che da soli accompagnano l’angelico Jon Anderson, che ruba per un paio di minuti la scena. In questo breve intermezzo, a parte qualche tocco di classe sui denti d’avorio del pianoforte, non suona nessuno degli Yes, per questo in origine Squire e compagni furono un po’ contrariati, affermando che erano in studio per incidere un disco degli Yes e non di Jon Anderson, anche se in futuro affermeranno che il brano non è poi così male e risulta piacevole all’ascolto. Il quartetto d’archi si intreccia a meraviglia con la sognante linea vocale di Jon Anderson che esplode nel breve inciso, sostenuto dal crescere degli archi. Strofa ed inciso si ripetono, rimanendo invariati. Nel finale gli archi rubano la scena al poeta di Accrington, che dedica le poche righe dell’effimero brano ad una giovane ragazza, dolce e dal bellissimo corpo, la sua risata emanava felicità. Difficilmente riuscirà a dimenticare le bellissime e spensierate giornate passate con lei, convinti che la vita fosse tutto quello che avevano. Veniamo ora ad Astral Traveller (Il Viaggiatore Astrale), aperta in fader dalla gracchiante e funckeggiante chitarra di Peter Banks. Una rullata chiama all’appello il devastante Squire e l’organo di Tony Kaye. La ritmica jazz s’intreccia a meraviglia con il potente ed innovativo modo di suonare il basso da parte di Mr. Squire. Una rullata dai sentori tribali annuncia l’ingresso di Jon Anderson, la spensierata linea vocale non riesce a prevalere sull’organo di Tony Kaye che predomina. Nell’inciso la ritmica stoppata e ricca di corse sulle pelli interrompe la cavalcata della strofa e mette in risalto il santone di Accrington. Ritorna la strofa, con il bellissimo groove di basso, l’organo è troppo ossessivo e risulta quasi fastidioso. Dopo il successivo inciso, caratterizzato dall’insolita ritmica stoppata, incontriamo un interludio dove Tony Kaye esegue un brillante assolo di organo, successivamente imitato da Peter Banks, il tutto viene ricamato da leggeri tocchi sui piatti e da saltuarie note di basso, che nella seconda parte dell’interludio si unisce all’unisono di organo e chitarra. Si cambia atmosfera, l’organo si fa più minaccioso, Bill Bruford tiene un tempo di marcia, aiutato dal basso di Squire; dopo qualche battute Peter Banks tesse un bellissimo assolo di chitarra dal forte sentore hard rock. Ritorna l’organo della prima parte dell’interludio, quasi sovrastato dallo sporco basso di Squire che gradualmente fa tutto il manico andando a suonare sotto il dodicesimo capotasto. Una piccola accelerazione e poi una rullata richiama in causa Jon Anderson, che ci ripropone strofa ed inciso. Si chiude con il graffiante riff di chitarra che ha aperto il brano, rafforzato da basso e colpi sui piatti. Un immaginario viaggiatore astrale, abbandona la compagna sulla terra e prende inspiegabilmente il volo verso il cielo, in cerca di risposte e verità riguardo al mistero della vita e della morte. In cerca della fede, vuole scoprire dove vanno a finire i vivi quando lasciano la Terra, volando sopra le verdi valli, facendosi strada fra i pensieri ed i ricordi che aleggiano nel cielo. Brano fra i meno famosi del combo albionico, ma fra i più apprezzati da parte di Banks e compagni, con un grande lavora da parte di Tony Kaye e Bill Bruford. E veniamo all’ultimo brano del platter, la title track Time and a Word (Tempo e una Parola), primo singolo estratto che ha anticipato l’uscita dell’album. In origine il brano era stato concepito come un inno, seguendo le orme di Hey Jude dei Beatles. Anche questo brano risale al periodo dei The Warriors, scritto a quattro mani dal duo Anderson-Foster, e stavolta Peter Banks non è riuscito ad impedire che David Foster suonasse la parte di chitarra sul disco.  La parte fu registrata a sua insaputa durante un momento in cui non era presente in studio, e la cosa lo mise alquanto di malumore. Peter Banks non è affatto contento della parte di chitarra che apre il brano, che in una intervista ha definito “goffa e sferragliante”. All’epoca non era fra i brani preferiti di Banks, ma con il passare degli anni è riuscito ad apprezzarla. Il brano viene aperto da uno strumming acustico eseguito da David Foster, ricamato con un bel tema da parte di Mr. Banks. La parte lirica della prima strofa somiglia ad uno sciogli lingua, brevi rullate e pennate di basso danno il ritmo, mentre Banks e Squire armonizzano dolcemente le parti finali della strofa. Dopo alcune battute la batteria entra a pieno ritmo, ma è evidente che Bill Bruford si trova molto più a suo agio con complicate ritmiche jazz che con i classici tempi semplici 4/4 alla Ringo Star, il basso è devastante come di consuetudine. Un bel crescendo di chitarra e tastiera apre le porte all’epico ritornello, molto melodico ed ammaliante, di quelli che inizi a canticchiare subito dopo il primo ascolto, con un grande lavoro da parte di Squire che ricama la linea vocale con un bellissimo giro di basso. Successivamente rimangono solo gli autori del brano per qualche battuta, poi dopo un paio di colpi stoppati si ritorna alla strofa e al coinvolgente inciso, ricamato dalle pungenti scale di basso. L’inciso viene ripetuto più volte e nel finale viene arricchito con un bellissimo tema di archi e ottoni che enfatizzano la bellissima linea vocale, che lentamente sfuma verso la conclusione del disco. C’è una sola parola che non ha tempo, che da sempre ha aiutato l’essere umano ad andare avanti, superando ostacoli apparentemente insormontabili, questa parola è “amore”. La mattina, quando ci svegliamo, pianifichiamo le nostre giornate, ma dobbiamo trovare il tempo necessario per diffondere il verbo dell’amore, aiutando il mondo a migliorare. Brano forse troppo sottovalutato dallo zoccolo duro dei fans, a causa dell’eccessiva vena pop, io vado controcorrente, a me il brano piace molto, un inno all’amore, con un intelligente inciso che funziona e che ci entra subito in mente. Brano che si rivaluta ulteriormente in sede live e che non può mancare in un greatest hits che raccoglie il meglio della band.



Sicuramente, Time And a Word risulta più maturo rispetto all’omonimo debutto, l’introduzione dell’orchestra si rivela azzeccata e lo rende un album molto particolare. In alcuni brani inizia ad affiorare la vena progressive che poi esploderà definitivamente nel successivo disco. Archi ed ottoni hanno rubato un po’ di scena alle bellissime armonie vocali che avevano caratterizzato il disco precedente, che comunque rimangono il marchio di fabbrica degli Yes. Chris Squire risulta ancora una volta l’elemento predominante con il suo devastante Rickenbacker, ed il compagno di sezione ritmica Bill Bruford si conferma un abile chirurgo delle pelli, sfornando sempre ritmiche raffinate e ricercate. Jon Anderson si conferma sugli standard dell’album precedente, con qualche passo in avanti sul fronte delle liriche e compositivo. Per Tony Kaye bisogna fare il solito discorso, insiste troppo sull’uso dell’organo, che a volte risulta tedioso trattenendo la band dal fare il salto definitivo verso l’olimpo del progressive rock. Peter Banks si conferma un ottimo chitarrista, con uno stile tutto suo e molto particolare, diverso da tutti gli altri chitarristi rock del momento, sfornando spesso tecniche jazzistiche. Il periodo che stava attraversando la band non era dei migliori, i pochi ricavi delle serate e i soldi ottenuti dall’album precedente venivano riutilizzai per finanziare i tour, per le attrezzature e per pagare i roadies, per di più gli Yes erano in rotta anche con il manager Roy Flynn. Il brutto periodo che attraversava la band, sommato ai continui attriti fra Peter Banks ed il produttore e con il resto della band, con cui non condivideva né l’uso dell’orchestra e né la registrazione di alcune parti di chitarra da parte di David Foster, portarono alla definitiva rottura fra il chitarrista di Barnet e gli Yes. Purtroppo l’addio di Peter Banks scatenerà un tortuoso intreccio di addii, ritorni e new entry che perdurerà sino ai giorni nostri, caratterizzando uno dei timeline fra i più complicati della storia del rock. L’addio di Peter Banks fece posticipare ulteriormente l’uscita dell’album, e ovviamente ci fu anche l’annullamento di tutte le date fissate per la promozione dell’album. Fra ritardi, liti, trabocchetti e chitarre lanciate, Time And A Word venne finalmente alla luce il 24 Luglio del 1970, registrato fra il Novembre del 1969 e Gennaio del 1970 presso gli Advision Studios di Londra, sotto la produzione di Tony Colton e la regia sonora di Eddie Offord. Dopo l’addio di Banks e Flynn, gli Yes oltre alla ricerca di un nuovo chitarrista e di un nuovo manager erano in cerca di nuove sonorità che riportassero la band ai brillanti momenti dell’esordio, visto che la magia degli inizi stava minacciosamente evaporando. Dopo la dipartita di Peter Banks, durante il re-mixaggio, le parti di chitarra che inizialmente erano in primo piano rispetto ad archi ed ottoni vennero modificate, dando più importanza all’orchestra. La copertina originale uscita in Inghilterra prevedeva un fotomontaggio in bianco e nero rappresentante una inquietante ed oltraggiosa prospettiva di una donna nuda con una farfalle nera sulla coscia destra, che usciva da una stanza oblunga dal pavimento a scacchi. Per il mercato degli Stati Uniti tale copertina venne ritenuta inadeguata, e fu sostituita con una foto che ritrae la band in vistosi abiti hippie e che vede incluso il nuovo arrivato Steve Howe al posto di Peter Banks, che comunque compare nelle foto interne. La perla dell’album è la splendida rivisitazione in chiave Yes di No Opportunity Necessary, No Experience Needed. Degne di nota The Prophet e Astral Traveller, brani fra i meno famosi degli Yes, ma sicuramente fra i migliori del platter, brani dove inizia a farsi sentire la vena progressive della band. Sinceramente a me piace molto anche la title track, troppo spesso ingiustamente bistrattata dagli addetti ai lavori. Tutto sommato il degno successore del buonissimo album d’esordio, con un ottima vena compositiva in evidenza ed eccezionali parti solistiche da parte di tutti gli strumentisti e per valutarlo giustamente bisogna avvalersi della stessa teoria usata per il precedente, vale a dire bisogna valutarlo con il senno di poi, senza pensare ai futuri capolavori che la band sfornerà da lì a breve, quando il maestro Steve Howe farà il suo trionfale ingresso nella band, portandola prepotentemente ai vertici del progressive rock.


1) No Opportunity Necessary,
No Experience Needed
2) Then
3) Everydays
4) Sweet Dreams
5) The Prophet
6) Clear Days
7) Astral Traveller
8) Time and A Word

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