YES

The Yes Album

1971 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
17/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Il periodo fra le sessioni di registrazione, l’uscita e la promozione del secondo album intitolato “Time And A Word” non è stato dei più rosei per quanto riguarda i primi anni di vita degli Yes. I pochi proventi dalle vendite, le promesse non mantenute da parte della Atlantic Records, il mancato tour americano e tanti altri piccoli fattori iniziarono ad incrinare l’armonia che regnava all’interno della band, la brillantezza e l’entusiasmo degli inizi stavano lentamente evaporando. Gli alterchi fra Peter Banks ed il produttore Tony Calton durante le sessioni di registrazione, portarono alla drastica separazione fra gli Yes ed il chitarrista di Barner, che lasciò il gruppo pochi giorni prima dell’uscita di Time And A Word. Peter Banks può considerarsi il paziente zero di un incredibile via vai di personaggi all’interno degli Yes, fra licenziamenti, liti, new entry, clamorosi ritorni e chi più ne ha più ne metta, via vai che caratterizzerà uno dei più complessi alberi genealogici della storia del rock. Come se non bastasse, il manager Roy Flynn non era più in grado di sostenere economicamente la band e ci fu una decisione presa in comune con la band di interrompere il rapporto, decisione presa a malincuore dal povero Roy, in quanto di sicuro non esisteva al mondo nessuna persona coinvolta con la causa Yes come lo era Mr. Flynn. Ma il manager tentò di andarsene a testa alta e con le spalle coperte. Dopo un aver ricevuto due “secchi no” da parte di Syd Bernstein e Peter Grant, ai quali aveva proposto un accordo con gli Yes, riuscì a strappare un contratto per Anderson e compagni con la Hemdale, un’agenzia in forte crescita, capitanata da John Daly, Brian Lane e dall’attore David Hemmings, che era arrivato al successo grazie alla pellicola Blow Up, attore da noi conosciuto per aver interpretato il pianista e protagonista Marc Daly in Profondo Rosso. Flynn firmò con la Hemdale un contratto che gli avrebbe garantito il cinque per cento sui guadagni degli Yes, come piccola ricompensa degli sforzi sostenuti per promuoverli. Mantenne anche la carica di direttore della loro casa editrice, la Yessongs, dove tratteneva il trenta per cento dei proventi. Per Flynn le due cose sembravano un buon affare, lo stesso non lo pensavano gli Yes, che successivamente intitolarono sarcasticamente “Five Per Cent For Nothing” una traccia dell’album Fragile. Roy non fu molto felice di suddetta canzone, e ancora oggi digrigna i denti quando gli viene ricordato l’episodio. Gli Yes non metabolizzarono al meglio le due dipartite, l’unico che vedeva qualcosa di positivo era Bill Bruford, che da buon profeta prevedeva che da lì a poco ci sarebbe stata la definitiva svolta per la band. La priorità venne data alla ricerca di un nuovo chitarrista, visto l’imminente tour promozionale del nuovo album. Fra i primi ad essere contattati ci fu Robert Fripp, ma lui declinò gentilmente l’offerta, preferendo rimanere concentrato sul progetto Re Cremisi. Gli Yes si presero tre mesi di tempo ritirandosi in una casa sul mare vicino Ilfracombe, nella contea del Devon. Durante le estenuanti ricerche, Squire e compagni furono attratti dalle performance di un certo Steve Howe, che prepotentemente stava rubando la scena ai migliori chitarristi del movimento londinese. All’epoca suona va con i Tomorrow e si distingueva per aver creato un suono pieno di atmosfera tramite l’uso wah-wah. Si distingueva anche per il feeling con la chitarra e per la maniera con cui trattava il proprio strumento, come un oggetto prezioso. Fu proprio questo insolito atteggiamento che colpì Jon e Chris, che intravedevano in Steve Howe la figura perfetta per interpretare le loro idee musicali. Steve non aveva sentito parlare molto della band, ma sapeva che avevano un po’ di soldi da spendere per le attrezzature e delle fantastiche idee musicali e non ci volle poi molto perché sbocciasse l’amore fra Steve Howe e gli Yes. Bill Bruford lo vedeva come una specie di hippy, la cosa buffa e che Steve pensava la stessa cosa degli Yes. Il nuovo manager fu trovato da Chris Squire, grazie all’aiuto del suo parrucchiere. All’epoca l’energumeno bassista andava da Sweeny Todd, in Kings Road a Chelsea. Mentre il fido Colin gli tagliava i capelli, Chris gli confidava i problemi che stava attraversando la sua band, il parrucchiere gli fece il nome di Brian Lane (alla anagrafe Harvey Freed NDR) e fu così che gli Yes trovarono il nuovo manager. Brian Lane fu un elemento fondamentale per la consacrazione degli Yes, trasformandoli da semplice band londinese a supergruppo di fama internazionale. Il chitarrista Steve Howe si rivelò un ottimo acquisto anche sotto il profilo compositivo e le canzoni per il nuovo album prendevano vita velocemente. Grazie alla tecnica e all’estro del nuovo arrivato, i nostri optarono per la composizioni di lunghe suite, seguendo la scia lasciata delle altre band della scena progressive londinese. Alla fine The Yes Album si rivelerà un successo di fama mondiale, contenente brani che ancora oggi figurano nelle scalette live degli Yes, come la bellissima Starship Trooper, a mio avviso una delle migliori composizioni degli Yes e non solo. In patria raggiunse la prima posizione grazie ad un curioso aneddoto. Nella settimana in cui uscì l'album, le poste inglesi erano in sciopero da due mesi. Di conseguenza, i negozi di dischi non potevano spedire le loro classifiche settimanali. Le riviste specializzate compilavano le classifiche raccogliendo i dati di vendita da pochi negozi campione, fra i quali il Virgin di Richard Branson, con il quale era in stretto contatto l'agente degli Yes che si assicurò personalmente che il negozio avesse una scorta abbondante di copie di “The Yes Album”. Come per magia gli Yes si ritrovarono primi in classifica. Una volta finito lo sciopero, tutti gli altri negozi di dischi, visto che era il numero uno, iniziarono ad ordinarlo in massa rafforzando la prima posizione in classifica. La notizia giunse fino all’America, alle orecchie dei boss della Atlantic, i quali esclamarono: “Oh mio Dio, sembra che quel gruppetto folk inglese sia primo in classifica, dobbiamo darci da fare per promuoverlo anche in America”. Fu così che Gli Yes si consacrarono a livello mondiale. Ma è giunta l’ora di inserire The Yes Album nel nostro lettore e valutare se veramente meritava la prima posizione ho ha solamente sfruttato la fortuna degli eventi.



Ad aprire le danze è la lunga Yours Is No Disgrage (La tua non è una Disgrazia), che inizia con un brioso unisono di basso chitarra e batteria, ispirato al tema della serie televisiva Bonanza, a rimarcare la passione per il cinema western, raggiunti poi da Mr. Kaye con un bel tappeto di organo Hammond. Improvvisamente Bill Bruford mette la quarta e trascina tutta la band in un’epica cavalcato, dove Steve Howe si presenta al pubblico con un prolungato assolo ricco di tecnica sopraffina. Dopo circa un minuto e mezzo rimane il solo tappeto di organo ad ospitare una trascinante armonia vocale a tre voci, visto che anche il nuovo arrivato Steve Howe oltre ad essere un eccellente chitarrista, è dotato anche di una bella voce. A conclusione dell’inusuale inciso quasi a cappella, lo stesso Steve Howe con una funambolica scala ci riporta alla strofa, caratterizzata da un’epica cavalcata con il solito prepotente Rickenbacker in evidenza. Dopo un paio di battute, la linea vocale viene sostituita da un bel tema di tastiera da parte di Kaye of The Keyboards e successivamente dall’ennesimo brillante e tecnico assolo di Steve Howe che non si dimostra affatto timido, rubando sovente la scena ai compagni. Al minuto 03:19 rimane il solo Chris Squire con un avvolgente giro di basso dai sentori jazz, che sembra uscire da un enorme contrabbasso, a supportare il bellissimo inciso caratterizzato dall’armonia vocale a tre voci. Dopo un paio di ritornelli ritorna il brioso unisono già ascoltato nell’introduzione, comprensivo di assolo di organo. Il basso detta il ritmo ed invita Bill Bruford ad aumentare i giri, Tony Kaye continua il suo assolo sulla brillante ed articolata ritmica. Improvvisamente si fermano tutti, lasciando il campo a Steve Howe, che ci delizia con il pezzo forte del suo repertorio, l’uso dello wah-wah. Dopo un paio di colpi stoppati, seguiti all’unisono da basso e organo, Mr. Bruford riprende una potente cavalcata, rafforzato dal Rickenbacker di Squire, dove Howe e Kaye iniziano a duellare a suon di colpi di chitarra e organo. Dopo un breve interludio dove Bruford esegue delle splendide rullate, la ritmica su fa più lineare, tastiera e chitarra continuano ad alternarsi in splendide parti soliste, Steve Howe dimostra di avere uno stile unico ed inconfondibile già dalla prima canzone, uno stile che nel giro di poco tempo lo porterà ad essere il chitarrista progressive per eccellenza. Ritorna l’inciso, stavolta cantato dal solo Anderson e accompagnato da Steve Howe che esegue magici arpeggi con la chitarra acustica, ritmati dal basso di Squire. Il basso inizia a farsi più presente e trascina anche Jon Anderson che dona un po’ di verve alla linea vocale, richiamando all’appello anche Mr. Bruford. Improvvisamente irrompe Steve Howe con il suo wah-wah annunciando l’epica strofa, seguita dall’assolo di tastiera prima e di chitarra poi, concludendo questo epico brano di apertura. Le liriche affrontano la triste vicenda della guerra del Vietnam e lo strazio di chi si è trovato a combatterla. Composta agli inizi degli anni settanta, nel pieno del conflitto bellico, pone a confronto il militare in trincea e il borghese medio, spesso frequentatore del Caesar Palace di Las Vegas, evocando l'ingiustizia della guerra e l'insensibilità delle masse, intente a divertirsi mentre molti loro connazionali stanno combattendo una guerra inutile, vedendo scorrere velocemente le stagioni rintanati in fredde e sporche trincee. Se l’estate si trasformerà in inverno, la tua non è una disgrazia, canta il santone di Accrington, mentre tu stai strisciando fuori da uno sporco buco rischiando inutilmente la tua vita, c’è chi si diverte al Caesar Palace, sottolineando la stupidità della razza umana. Your Is No Disgrace, oltre ad essere il brano che introduce Steve Howe è anche la prima lunga composizione della band, caratterizzata dall’alternanza di epiche cavalcate, ritornelli anthemici, devastanti esplosioni sonore e funamboliche parti soliste, legate sapientemente insieme. La traccia successiva, The Clap (L’Applauso), è un breve brano strumentale scritto da Steve Howe per il figlio Dylan, in origine avrebbe dovuto chiamarsi semplicemente CLAP (Applaudi, batti le mani). Il brano è stato registrato dal vivo al Lyceum di Londra, nell’occasione venne però introdotto scorrettamente da Jon Anderson come “The Clap”. Su insistenza della casa discografica Atlantic Records, e nonostante l'opposizione strenua di Howe, alla fine il brano venne depositato con questo titolo. Si tratta di una bellissima ed ultra tecnica escursione sulla chitarra acustica, dove Steve Howe spazia dal country al rag ad una velocità incredibile mettendo in mostre la sua elevata dote tecnica. Le articolate scorribande soliste vengo sostituite per alcune battute da un solare strumming, anch’esso per niente banale. Ritorna il divertente tema portante che ci trasporta magicamente all’interno di un saloon del Far West poi con una serie di scale che si possono eseguire solo con una tecnica mostruosa il maestro Steve Howe va a terminare il brano, ricevendo una meritatissima dose di appalusi, proprio come dice il titolo. Ascoltando The Clap si ha la sensazione che sia il frutto del lavoro di più chitarre, ma avendolo visto dal vivo vi assicuro che è opera del solo Steve Howe, che con una facilità disarmante riesce a suonare l’arpeggio con il pollice e le parti soliste con le restanti dita. Sicuramente un piacevole intermezzo, che personalmente avrei inserito però nella parte finale dell’album, ma capisco anche la voglia di Steve Howe di presentarsi al suo nuovo pubblico quanto prima. Il fragoroso basso di Chris Squire annuncia la successiva suite Starship Troopers (Soldato Spaziale), seguito a ruota da un avvolgente arpeggio e da Bill Bruford, che accarezza magicamente il ride e accompagna le note del basso con colpi di cassa e piatti stoppati. Entrano immediatamente in partita anche Jon Anderson e Tony Kaye, il primo con una ammaliante linea vocale, il secondo con uno sporco ed invadente tappeto di organo Hammond. Un breve bridge dalla ritmica e dalla linea vocale frammentate ci ricollega nuovamente alla strofa, che continua ad alternare variazioni ritmiche, durante le quali Mr. Squire spadroneggia prepotentemente. Un accattivante assolo di basso, ricamato dalle tastiere apre le porte all’inciso, dalla ritmica andante e dalla linea vocale evocativa, con una magistrale esecuzione da parte di Mr. Bruford. Il lavoro alle quattro corde da parte di Squire è indescrivibile e tiene testa alla trascinante linea vocale di Jon Anderson, con la quale spesso si intreccia a meraviglia. Ritorna la strofa, con il lavoro eseguito dalla sezione ritmica da oscar ed il tappeto di organo che trascina Jon Anderson verso la fine dalla prima sezione della suite, intitolata I.Life Seeker (Cercatore di vita), rivisitazione di una vecchia composizione di Jon Anderson. La seconda parte, II.Disillusion (Disillusione), è una rielaborazione di un brano del repertorio di Chris Squire, For Everyone, che potete reperire sulla raccolta Something’s Coming e viene aperta da un incredibile arpeggio dal sapore country con la chitarra acustica da parte di Steve Howe, eseguito con una velocità ed una naturalezza disarmanti. Successivamente una bella armonia vocale si unisce al talentuoso arpeggio, intrecciandosi magistralmente con le note emesse da Mr. Howe. Un bellissimo lavoro corale accompagnato dallo squillante arpeggio portante fa da bridge al ritorno della strofa, che per alcune battute supporta il bellissimo lavoro corale a tre voci, prima di riprendere la forma originale dalla linea vocale evocativa. Al minuto 05:37 ha inizio la terza ed ultima parte della suite, III.Wurm (Verme), che alla lettera significa verme, ma è anche un fiume della Germania, non che il nome dell'ultima glaciazione. Questa sezione è interamente strumentale, ed i nostri si sbizzarriscono in funamboliche parti soliste, notevolmente ampliate in sede live. I “malati” di Yes come il sottoscritto, che hanno osato cimentarsi nelle discografie precedenti e soliste dei membri del gruppo, riconosceranno immediatamente l’ammaliante strumming di chitarra che apre Würm, strumming  derivante da Nether Street, brano del vecchio repertorio di Steve Howe risalente al 1968, quando suonava nei Bodast, le vecchie  registrazioni di quel periodo (in parte stereo e in parte mono) furono in seguito recuperate e pubblicate negli anni ottanta, in due edizioni: The Early Years - Steve Howe with Bodast e Spectral Nether Street. L’ammaliante progressione di accordi viene ricamata da un assolo di basso che ne riprende la linea melodica. Successivamente viene aggiunta una seconda chitarra acustica, mentre lentamente inizia a fare capolino Mr. Kaye con fugaci riff di tastiera. Partendo in sordina Bill Bruford aumenta lentamente il ritmo, con un crescendo che rende ancora più accattivante il tutto. Il volume cresce seguendo il ritmo dettato da Mr. Bruford, cresce anche la tastiera fino ad arrivare ad una trascinante esplosione sonora dove Steve Howe attacca un bellissimo assolo di chitarra, ricamato dal potente basso di Chris Squire. Il nostro desiderio è che questo bellissimo interludio strumentale non abbia una fine, ma purtroppo al minuto 09:29 si dissolve magicamente, lasciandoci un enorme vuoto. I nostri si rifaranno comunque in sede live, ampliando notevolmente le parti soliste. Vi consiglio vivamente di ascoltare le versioni live con Rick Wakeman alle tastiere, con tutto il rispetto che nutro verso Mr. Kaye, tutta un’altra cosa, e dove Chris Squire dà il meglio di se con un prepotente assolo di basso. Nelle liriche Jon Anderson affronta l’affascinante tematica della ricerca di Dio, vista sotto gli occhi fantascientifici di un soldato spaziale, che a bordo del Bluebird solca i meandri del cielo verso una ignota destinazione. Durante il lungo cammino sicuramente ha potuto scoprire alcuni misteri della vita, ha potuto incontrare Dio, ma Jon Anderson lo supplica di non rivelare quel che ha visto, preferendo di rimanere con l’affascinante dubbio che solamente la fede può colmare. Lui nel suo intimo preferisce sapere di stagioni più lunghe di quanto il tempo possa ricordare, o di nuove strade che portano verso luoghi sconosciuti. L’intimità delle persone è una cosa che non deve essere violata, e deve essere condivisa a totale piacimento. Il desiderio di scoprire l’affascinante mistero della vita e l’esistenza di un Dio superiore è forte, ma anche se il soldato spaziale fosse venuto a conoscenza di tali atavici misteri, è meglio che se li tenga per se, lasciando irrisolto il mistero, che rimane l’unico barlume di speranza perché la fede dell’uomo non evapori definitivamente. Starship Trooper è sicuramente una delle composizioni più importanti e belle degli Yes, ed oserei dire del progressive rock in generale. E’ il risultato di una perfetta amalgamazione di tre composizioni diverse, appartenenti al vecchi repertorio di Anderson, Squire e Howe, rivisitate con tecnica ed inventiva sopraffina ottenendo un mix esplosivo che ci trasporta da epiche cavalcate a elevati momenti di armonie vocali concludendo con interessanti soluzioni soliste. Le parti di chitarra, sia soliste che ritmiche sono innovative e strabilianti, mentre Chris Squire è devastante per l’intero brano, trasportando in alto nello spazio la sognante linea vocale di Jon Anderson. Bill Bruford fa un lavoro sopraffino dietro il drum set, mentre come al solito Mr. Kaye risulta troppo insistente con l’organo Hammond. La parte finale Würm è travolgente e si può definire uno dei momenti più significativi della storia degli Yes. La prima sezione del brano “I Life Seeker” è stata inserita come b-side del singolo “Your Move”, che è la prima parte del prossimo brano che andiamo ad ascoltare, I'Ve Seen Al Good People (Ho visto solo Brava Gente), brano assai più facile da apprendere sin dai primi ascolti rispetto al precedente. La prima parte, intitolata Your Move (La Tua Mossa), si apre curiosamente con una bella armonia vocale a cappella del trio Anderson-Howe-Squire, dopo un paio di battute entra in scena Steve Howe con un meraviglioso arpeggio dall’aria barocca, eseguito con la chitarra portoghese, la sognante linea vocale di Jon Anderson vien ricamata elegantemente con raffinate e dolcissime armonie vocali. Al minuto 01:27 entra in scena un magico e rilassante flauto, suonato da Colin Goldring, che insieme al gemello Stewart, nel 1969 aveva fondato gli Gnidrolog (il nome è stato ricavato anagrammando il cognome dei due fratelli NDR), una band che mixava il progressive rock dei Gentle Giant alle sonorità folk dei Jethro Tull. Le maracas di Jon Anderson e i colpi di gran cassa di Bill Bruford accompagnati dal basso stavolta non eccessivamente invadente, scandiscono il tempo di questa angelica ballata dal sapore barocco. Fra ammalianti cori e avvolgenti armonie vocali, la chitarra portoghese rimane lo strumento portante insieme al flauto di Colin Goldring per quasi tre minuti, poi in crescendo entra lo sporco organo Hammond di Tony Kaye, che va aprire le porte alla seconda parte della canzone; essa è intitolata All Good People (Tutta La Brava Gente), e cambia decisamente tono ed aspetto. Il protagonista è ancora Steve Howe, con un gioioso riff chitarra dal sapore country, accompagnato da una brillante ritmica andante, dove il basso segue molto da vicino i passi della chitarra. Su questo allegro e brillante inciso le tre voci ripetono sino alla noia "I’ ve seen all good people turn their heads each day so satisfied I'm on my way" (Ho visto solo brava gente girare le loro teste ogni giorno e soddisfatto, me ne vado per la mia strada), fino a che Steve Howe decide che può bastare e inizia un funambolico assolo dal sapore Elvisiano ricco di tecnica ed eseguito ad una velocità incredibile. Sul finire dell’assolo la sezione ritmica esegue qualche battuta con cassa, piatti e basso stoppati all’unisono, che richiamano all’appello il tedioso inciso. In sordina entra in scena Tony Kaye, con il suo fragoroso organo Hammond, fino a rimanere protagonista assoluto e solitario con una bella progressione di accordi dal sapore ecclesiastico, ricamati da qualche pennata di basso, che lentamente vanno a sfumare fino all’estinzione di questo anthemico brano. Per quanto riguarda le liriche, nella prima parte della canzone, "Your Move", che si dice essere ispirata al libro “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, di Lewis Carroll, Jon Anderson utilizza varie allusioni al gioco degli scacchi come metafora per illustrare il difficile e complicato rapporto fra uomo e donna, che spesso vedono il sesso forte far buon viso a cattivo gioco e soccombere alle decisioni della donna, con sarcasmo il poeta di Accrington dice “Muovimi su un quadrato nero qualsiasi, usami quando vuoi…” sottolineando che spesso gli uomini sono solo delle pedine all’interno della scacchiera dove ovviamente comanda la  regina. Il brano in questione è una delle prime canzoni scritte da Jon Anderson, e tra le righe include diversi riferimenti ad alcune canzoni scritte da John Lennon: un verso include l'espressione "instant karma", mentre se fate attenzione, i cori in sottofondo nella parte finale cantano "All we are saying - is Give Peace a Chance", riprendendo il titolo di un brano scritto dal compianto John, brano che è sempre stato fra i preferiti di John Anderson, ma che non ha mai potuto riproporre dal vivo all’epoca, per ovvi motivi di copri right. Nella seconda parte invece viene ripetuta solamente la frase precedentemente citata, oserei dire fino alla noia, invitandoci a proseguire per la nostra strada e seguendo imperterriti le nostre idee, infischiandocene dei giudizi (e pregiudizi) della gente, che troppo spesso si fa trascinare dall’evidenza del momento, traendo avventate conclusioni che spesso non combaciano con la realtà. Nella sua semplicità, il brano grazie alla ammaliante melodia e all’eccelso lavoro con le armonie vocali, è diventato in men che non si dica un classico degli Yes, che penso non sia mai stato escluso dalle scalette live, dove raggiunge l’apice grazie al coinvolgimento del pubblico, che facilmente si fa trascinare dagli ammalianti cori. La prima parte del brano, Your Move, è stato il primo singolo estratto dall’album, e ha avuto un enorme successo in America, consacrando definitivamente Squire e compagni anche nel nuovo continente. Il successivo brano, A Venture (Un Viaggio), è forse il brano meno popolare della discografia degli Yes, brano dove finalmente però Kaye of The Keyboards abbandona momentaneamente l’organo in virtù del pianoforte, che risulta lo strumento fondamentale. Il simpatico riff di pianoforte da pub, mixato ad una ritmica sincopata e alla sognante linea vocale di Jon Anderson ci fanno venire in mente i Supertramp. L’orecchiabile parte finale della strofa potrebbe considerarsi un inciso, visto il coro ammaliante che la rappresenta. Dopo la prima strofa. Jon Anderson viene affiancato dall’immancabile armonia vocale. Il bridge dai sentori beatlesiani ci riporta velocemente all’inciso. Durante tutto il brano Steve Howe esegue raffinati ricami nel suo unico ed inconfondibile stile. Un breve bridge dalla ritmica stoppata ci riporta all’inciso, immediatamente alternato con l’interludio dai sapori beatlesiani. Il coro va lentamente sfumando, lasciando il campo al pianoforte, quasi sovrastato dal potente basso di Squire, sempre più vicino alle parti soliste che a quelle ritmiche. Il duello fra i due sfuma lentamente verso il finale, accompagnati dalla ritmica dai sentori jazz offerta da Mr. Bruford. Nelle liriche il cantastorie di Accrington ripercorre l’infanzia di un uomo pacifico, che steso in riva ad un fiume si lascia trasportare dai ricordi, rimembrando suo padre, che riusciva a controllare i cavalli con un semplice battito di mani. Il padre aveva il brutto vizio dell’alcol, ma non per questo poteva considerarsi un peccatore. Il padre raccontava spesso dei suoi viaggi avventurosi, viaggi che se fatti in solitudine non avrebbero avuto lo stesso senso. Gli uomini migliori hanno capito che da soli non si va da nessuna parte, non si possono affrontare avventure in solitudine. Con queste poche righe, Anderson ci sottolinea come durante il duro cammino della vita sia fondamentale l’amicizia ed il conforto di un altro essere umano per poter andare avanti. Da soli non si va da nessuna parte, possiamo solo nasconderci. A Venture è un breve brano che non lascia il segno, destinato a finire presto nel dimenticatoio, ma risulta ugualmente piacevole all’ascolto. Gli Yes chiudono l’album come lo avevano aperto, con un lungo brano, intitolato Perpetual Change (Cambiamento Perpetuo); esso  si apre con un gracchiante riff di organo, ricamato da colpi stoppati sui piatti e da veloci scorribande sul rullante, sempre rafforzate dal potente Rickenbacker. Successivamente la ritmica si fa lineare, il pianoforte si sostituisce all’organo e Steve Howe ci delizia con i suoi ormai inconfondibili refrain. Improvvisamente rimane un solitario ed enigmatico groove di basso, ricamato da delicati tocchi sugli ottoni da parte di Mr. Bruford. Una scala di basso chiama all’appello Jon Anderson, che si presenta con una linea vocale dal sapore anni sessanta. Dopo un paio di strofe, un repentino crescendo degli strumenti apre le porte ad un interludio che abbandona le atmosfere rilassanti della strofa, l’organo torna protagonista riprendendo il riff dell’inizio. Il breve interludio strumentale fa da bridge ad un epico inciso, caratterizzato da cori dal sapore beatlesiano, con il pianoforte ed i ricami di chitarra che si intrecciano magicamente con la bellissima armonia vocale. Ritorna l’enigmatica strofa con il basso protagonista, un leggero crescendo sfocia nuovamente nell’interludio strumentale, seguito ancora dalla strofa dai sentori beatlesiani. Alcune battute stoppate aprono i cancelli all’ assolo di chitarra, caldo e pieno di tecnica, dopo un paio di battute il maestro Howe rimane da solo, sbizzarrendosi in virtuosi fraseggi dai sentori jazz, poi viene raggiunto da Mr. Squire con un giro di basso dal sapore blues. Il raffinato tempo proposto da Bill Bruford lentamente inizia a crescere di intensità fino a o esplodere in un nuovo interludio diametralmente opposto alle atmosfere rilassanti assaporate precedentemente. Un funambolico unisono fra basso e organo viene supportato da un superlativo Bruford, poi anche Steve Howe prende parte i ai giochi, dando vita ad una babele sonora dove gli strumenti si sbizzarriscono in complicate parti soliste fino a che non ritorna l’inciso a riportare la calma, con i suoi calorosi cori. La successiva strofa ha una ritmica frammentata, e vede come al solito il potente basso di Chris Squire in evidenza. La linea vocale di Anderson inizia un crescendo che sfocia nell’ennesimo interludio. La ritmica aumenta i BPM e si fa più lineare, mentre si fa largo un anthemico coro, che dopo viene raggiunto da Steve Howe con un assolo di chitarra, al quale poi si affianca l’organo. Chris Squire lascia i compiti ritmici a Bruford ed inizia con un travolgente assolo di basso che oscura tutti quanti. Le liriche sono state ispirate dalla vista della campagna dalla fattoria in South Molton, il santone di Accrington tira fuori tutta la sua anima filosofica ed ambientalista. Con strofe molto riflessive ammira il Sole, in grado di controllare qualsiasi essere vivente, dai verdi prati alla densa nebbia, fino all’essere umano. L’uomo si crede padrone del mondo, crede di possedere la Luna di raggiungere le stelle, e di avere tutto nelle sue mani, ma in realtà è il Mondo che controlla l’uomo, che si sta dirigendo a sua insaputa verso un inevitabile collasso, con un continuo mutare degli eventi. Indubbiamente Anderson sta maturando molto sotto il punto di vista delle liriche, andando a scomodare pensieri che si possono definire addirittura Freudiani. L’ultimo brano è una degna chiusura dell’album, i nostri alternano rilassanti strofe dal sapore jazz e retrò a trascinanti incisi dove le armonie vocali ed i controcanti sono i protagonisti e a incredibili interludi strumentali dove i nostri mettono in mostra tutta la loro immensa tecnica e la strabiliante fantasia compositiva.



Prima di tirare le conclusioni di rito, andiamo a conoscere da vicino il nuovo arrivato in casa Yes. Steve Howe nasce l’8 Aprile del 1947, in una numerosa famiglia appartenente alla classe operaia, lui è il minore di quattro fratelli. Sin da piccolo è attratto dalla musica. A dieci anni chiese una chitarra, ma a causa delle condizioni economiche della famiglia la ricevette come regalo il Natale di due anni dopo. Inizialmente non era in grado di suonare nemmeno una nota, ma amava mettersi in posa davanti alla finestra e far finta di suonare. La stragrande maggioranza dei fans, compreso chi scrive, è convinta che Steve Howe provenga da una rigida scuola classica, ma non è così, che ci crediate o no Steve Howe è autodidatta. Ha passato ore ed ore a raffinare la sua tecnica, con una abnegazione ed una passione incredibili, mentre il talento lo aveva fin dalla nascita, come del resto la passione e l’amore verso la sei corde. Si è affinato l’orecchio lavorando in una fabbrica di pianoforti, poi trovò un lavoro migliore, in un negozio di dischi, che dovette però abbandonare a causa dei continui impegni musicali che si concentravano nel week end. Dopo la gavetta a diciassette anni arriva il primo disco, con i The Syndicats. Successivamente si unì agli In Crowd, poi stufi di fare cover decisero di cambiare rotta dedicandosi a proprie composizioni, cambiando anche il nome in Tomorrow. Infine vennero i Bodast, ma come i precedenti gruppi, quando arrivava il momento in cui si poteva decollare, succedeva qualcosa e tutto svaniva in una bolla di sapone. Ha fatto anche una fugace comparsa nei Nice di Keith Emerson ed è stato d un passo dai Jethro Tull. Lui non si rendeva conto del talento che aveva, e a fine di ogni concerto rimaneva incredulo di fronte ai numerosi elogi che riceveva dalla platea. Poi ci fu la chiamata di Chris Squire…. In America ed anche per molti fans europei, The Yes Album è il “primo” vero disco degli Yes, dimenticando ingiustamente i due precedenti lavori. Con The Yes Album i nostri fanno un enorme passo in avanti, abbandonando definitivamente le sonorità psichedeliche a scapito del progressive rock e cimentandosi per la prima volta in brani dalla lunga durata. Effettivamente l’avvento di Steve Howe ha portato una ventata di freschezza e di innovazione con il suo inconfondibile ed unico stile di suonare la chitarra, sia nelle parti ritmiche che soliste, uscendo sempre dagli canonici schemi chitarristici, rivelandosi poi anche un’ottima soluzione per le armonie vocali ed un eccellente compositore. La premiata ditta Squire & Bruford spesso abbandona i canonici compiti ritmici esplorando lidi solisti e possiamo definirla tranquillamente la migliore sezione ritmica della storia del rock. Jon Anderson fa un enorme passo in avanti per quanto riguarda la stesura delle liriche, molto mature e riflessive, il suo particolare timbro di voce è fra i più ammalianti che si possono sentire in giro nel panorama progressive londinese, avvalendosi del grande lavoro sulle armonie vocali ed i contro canti. Tony Kaye risulta ancora troppo insistente con l’organo Hammond. Lo stile chitarristico di Steve Howe avrebbe bisogno di essere coadiuvato da altre sonorità per rendere ancora di più.  The Yes Album esce il 19 Febbraio del 1971, sempre sotto la Atlantic Records, a cui i nostri si sono ingenuamente legati per ben quattordici album. Sotto la produzione di Eddie Offord è stato registrato presso gli Advision Studios di Londra, durante l’autunno del 1970, fatta eccezione del brano The Clap, che è stato registrato dal vivo il 17 Luglio del 1970 al Lyceum Theatre di Londra. La copertina è uno scatto del fotografo Phil Franchi, ritrae i nostri in un angolo di una cucina, illuminata da una forte lampadina da 1000W, in compagnia di una sedia bianca e della inquietante testa di un manichino trovata dal fotografo stesso in un bidone dei rifiuti. I più attenti avranno notato che il piede di Tony Kaye è ingessato. Il povero Tony si è fratturato il piede in seguito ad un tremendo incidente frontale avvenuto a Basingstoke durante uno degli innumerevoli spostamenti fra casa e la sede dei concerti. Gli altri membri sono usciti illesi dal tremendo incidente ma sono stati ricoverati in stato di shock. Ovviamente gli Yes sono stati costretti ad annullare il concerto alla Bradford University, previsto la sera successiva. Per fortuna, grazie al successo di The Yes Album, in futuro Squire e compagni potettero permettersi un tour bus comprensivo di autista ed un aereo per gli spostamenti oltre confine, finendo di rischiare la vita continuamente, spostandosi da un luogo all’altro con il mitico Big Red, sempre di corsa nei viaggi di andata, a causa dei proverbiali ritardi di Chris Squire, fra le dense nebbie e cotti dalla stanchezza nei viaggi di ritorno. La versione rimasterizzata dell’album pubblicata nel 2003 contiene tre bonus track, ma non strappatevi i capelli se non l’avete, le tre canzoni aggiunte hanno pochissimo senso. Si tratta di Your Move (Single Version), che non è altresì che la prima parte di I ‘ve Seen All Good People, Life Seeker (Single Version), che è il primo capitolo della suite Starship Trooper, ed una versione in studio di The Clap, ergo le tre canzoni non invogliano di certo all’acquisto della nuova versione, specie per chi come me è già in possesso dell’originale. Se proprio vi volete levare uno sfizio in quanto a inediti degli Yes, vi consiglio caldamente Yesyears, un box set da quattro CD uscito nel 1991, contenente oltre ai brani più significativi anche interessanti versioni live e molti inediti. E’ giunta l’ora di tirare le somme, the Yes Album è sicuramente di gran lunga superiore ai precedenti due lavori. Il brano di apertura e soprattutto la bellissima suite Starship Trooper sono immediatamente diventati dei classici della band, ancora oggi sempre presenti nelle scalette live, come del resto l’orecchiabile I ‘ve Seen All Good People, che nella sua semplicità riesce a catturarci grazie alle ammalianti armonie vocali, specie in sede live. Ottimo brano, anche se qualche gradino sotto è Perpetual Change, che raramente potremo ammirare dal vivo, mentre The Clap è immancabile se sul palco c’è Steve Howe. La restante A Venture si perde di fronte alle altre composizioni ed è destinata a finire nel dimenticatoio. Sicuramente si tratta di una mia idea personale, dovuta ai miei gusti, ma sono straconvinto che se nell’album fosse stato presente Rick Wakeman alle tastiere, saremmo dinnanzi ad un capolavoro, ma il disco merita comunque una valutazione elevata.


1) Your Is No Disgrage
2) Clap
3) Starship Troopers
- Life Seeker
- Disillusion
- Wurm
4) I've Seen Al Good People
- Your Move
- All Good People 
5) A Venture
6)  Perpetual Change

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