YES

Fragile

1972 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
02/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

The Yes album ha consacrato gli Yes a livello mondiale, tanto da essere considerato da molti il vero “primo” album di Squire e compagni. A supporto l’album, i nostri faranno uno estenuante tour europeo in compagnia dei colleghi atlantichiani Iron Butterfly. La band americana aveva con sé una attrezzatura talmente all’avanguardia che faceva sembrare quella in possesso delle band inglesi risalente all’età della pietra. Gli Yes scoprirono l’uso delle casse spia, di effetti come il compressore ed i microfoni messi davanti agli amplificatori. Tutte attrezzi ed accorgimenti che perfezionarono ulteriormente il loro caratteristico impatto sonoro. Gli Yes comunque ci misero del loro e microfonarono anche la batteria, cosa prima di allora mai fatta da nessuna altra band. Con questa geniale trovata, Bill Bruford perfezionò la sua tecnica, iniziando a picchiare sul bordo del rullante in modo da legare al meglio con le innovative ed alte frequenze del basso di Squire. Bill aggiunge scherzosamente che grazie a quell’impianto riuscirono finalmente a sentire Tony Kaye. Gli Yes furono talmente ammaliati dal futuristico set di amplificazione che a fine tour lo acquistarono dagli Iron Butterfly. Successivamente arrivò anche il tanto agognato tour americano, durante il quale suonarono insieme a Jethro Tull, Black Sabbath ed altri. Il tour fu un successo e gli Yes spazzarono letteralmente via le altre band. In un paio di occasioni parte del pubblico se ne andò anticipatamente in maniera soddisfatta dopo la performance degli Yes, mandando su tutte le furie il menestrello Ian Anderson, che si trovava costretto ad esibirsi con una platea assai ridotta.  Durante il tour di supporto ai Jethro Tull gli Yes non si portarono dietro l’impianto acquistato dagli Iron Butterfly, essendo la band minore. L’America si stava innamorando degli Yes, in particolare conquistarono il tecnico del suono Ray Clair, che in futuro lavorerà con la band per oltre trent’anni. Ray e suo fratello, in poco tempo allestirono un set di amplificazione molto simile a quello acquistato dagli Iron, contribuendo enormemente al successo nel nuovo continente. Nelle precedenti recensioni della discografia yessana, ho sempre sottolineato la tediosa insistenza da parte di Tony Kaye con l’organo Hammond, dovendo però aggiungere suonato in maniera egregia, in parole povere a quei tempi Tony Kaye era un “eccellente organista” più che un tastierista. Questa cosa   rimbalzò anche nelle raffinate orecchie di Howe e compagni, che avevano bisogno di maggiori soluzioni, già in sede live Jon Anderson si avvaleva dell’uso di una specie di sintetizzatore fatto in casa, immediatamente battezzato “Meccano Moog”, in modo da ottenere sonorità differenti da quelle proposte da Kaye Of The Keyboards. Queste furono le prime avvisaglie che qualcosa si stava incrinando fra Tony Kaye ed il resto della band. Ritornati in patria, poco dopo il concerto del Crystal Palace, gli Yes dettero il benservito a Tony Kaye, dettato anche a causa di alcuni dissapori con il nuovo chitarrista Steve Howe. I due proprio non riuscivano ad andare d’accordo, per di più dividevano la camera d’albergo durante i tour. Lo stile di vita dei due era diametralmente opposto e l’abitudine che aveva Kaye di bere in compagnia di belle ragazze in camera, metteva sovente Steve Howe di malumore. Fra i due, Squire e compagni scelsero di proseguire con l’ecclettico chitarrista, che in poco tempo si era imposto come la nuova star della sei corde, separandosi però in maniera amichevole da Tony Kaye, il quale formò immediatamente la sua nuova band, i Badger, insieme al bassista David Foster, già apparso come collaboratore nell’album Time And A Word. Gli Yes iniziarono a guardarsi in torno e gli occhi si posarono inevitabilmente sull’esuberante Rick Wakeman che stava facendo cose egregie con gli Strawbs. L’ingresso di Rick Wakeman negli Yes fu accolto a titoli cubitali su tutta la stampa musicale, ed è doveroso conoscerlo più da vicino, illustrando anche il piano diabolico con cui è stato avvicinato alla band. Richard Christopher Wakeman nasce a Perival, nel Middlesex, il 18 Maggio del 1949 (annata d’oro, NDR). Sin dalla tenera età dimostrò di avere un talento incredibile e di essere destinato ad entrare nel mondo della musica classica. All’età di sette anni fu iscritto alla Drayton Manor Country Grammar School dedicandosi allo studio del pianoforte. Nel 1963 formò il suo primo gruppo, gli Atlantic Blues e successivamente si unì al Concord Quartet. Finiti gli studi, Rick si iscrisse al Royal Collage Of Music, con l’intento di diventare un concertista. Contemporaneamente però suonava in vari gruppi rock e fu allontanato dal collage per aver trascurato gli studi. In poco tempo diventò uno dei turnisti più acclamati e ricercati di Londra e dintorni, meritandosi il soprannome di “Rick buona la prima”. E’ suo il mellotron in Space Oddity di David Bowie, come suo è la delicata partitura di pianoforte in Morning Has Broken di Cat Stevens. Nel 1970 si unisce agli Strawbs, una band folk-bluegrass, che il leader David Cousins voleva trasformare in un gruppo folk rock miscelando la chitarra rock con il pianoforte e le allegre sonorità folk. Ma Rick si sentiva troppo in secondo piano rispetto alla voce di Cousins e il suo carattere esuberante lo portò ad uscire dalla band, continuando con il più redditizio lavoro di turnista in sala di registrazione. Le sue giornate erano ricche di impegni fra i lavori in studio e la composizione per jingle pubblicitari, le ore dedicate al sonno erano ridotte ai minimi termini. Nel bel mezzo di una notte squillò il telefono, era Chris Squire degli Yes, che lo invitava ad unirsi al gruppo. Lui rispose: “ma sai che ore sono?” e Chris “aspetta un attimo… eh, sì, sono le tre meno un quarto di notte.” Comunque sia, Rick ringraziò e declinò l’invito, dicendo che ne aveva abbastanza della vita on the road. Il giorno successivo la segreteria scoppiava di messaggi da parte di Squire e del manager Brian Lane. Rick aveva visto dal vivo gli Yes, rimanendo sbalordito e fu colpito in particolar modo dal chitarrista Steve Howe, che aveva uno stile tutto suo, in un’epoca dove tutti i chitarristi scimmiottavano Eric Clapton, Jimmy Page e Jeff Back. Brian Lane non si dette per vinto e decise di cambiare tattica, architettando un piano che sicuramente avrebbe portato Rick nelle grinfie degli Yes. Brian Lane contattò Wakeman per parlare del nuovo album di Jack Wilde. L’ingenuo Rick accettò e si recò presso gli uffici della Hemdale. Dopo aver divagato alcuni minuti su Jack Wilde, Brian nominò “casualmente” gli Yes che per uno strano caso del destino stavano provando proprio dietro l’angolo. Rick ancora ingenuamente rispose “Ma davvero?”, a quel punto si aprì la porta e come per magia comparvero Chris Squire e Jon Anderson. I due lo salutarono e lo invitarono ad assistere alle prove, magari suonando qualche cosa insieme. Al termine della giornata Wakeman e gli Yes avevano già composto Roundabout, fu una cosa incredibile per l’entusiasta Rick Wakeman, che immediatamente si innamorò del progetto Yes, legando particolarmente con il chitarrista Steve Howe, offrendogli addirittura un passaggio per il ritorno a casa. Durante il tragitto Rick Wakeman fantasticava pensando di essere entrato nel gruppo. Arrivato a casa, Steve Howe gli chiese se l’indomani mattina gli andava di passarlo a prendere per le prove, fissate per le ore undici. Nei giorni seguenti nacque Heart Of the Sunrise, uno dei pezzi più belli dell’intera discografia Yes, se non addirittura “il più bello”. L’avvento di Wakeman portò entusiasmo all’interno degli Yes e grazie alla sua eccelsa tecnica e alla abilità nel comporre e nell’arrangiare, tutta la favolosa musica racchiusa in Fragile venne alla luce in pochissimo tempo. Per evidenziare il grande talento della band, gli Yes decisero di includere nel nuovo album cinque pezzi solisti, seguendo le orme di The Clap, pezzo solista di Steve Howe incluso su The Yes Album. Indubbiamente Fragile è uno degli album più significativi dell’intera discografia degli Yes, e per quanto mi riguarda la formazione presente su Fragile e il successivo Close To The Edge è la formazione per eccellenza degli Yes. E’ giunta l’ora di inserire il CD nel nostro lettore e di scoprire quanto di buono ha portato l’avvento di Rick Wakeman alla causa Yes.



I nostri partono in quarta e ci colpiscono immediatamente con Roundabout (Il Punto di Svolta), che si apre con un enigmatica tastiera in fader, dalla quale emerge magicamente uno squillante arpeggio acustico, che dopo essersi alternato alla tastiera assume una piega briosa richiamando all’appello la premiata ditta Squire/Bruford che si presenta con una ritmica che ci colpisce quanto un inciso. Steve Howe ricama con accordi pizzicati lo stupendo giro di basso, accogliendo Jon Anderson, che si presenta al limite del suo registro vocale. La spensierata linea vocale della strofa, strofa sul finire va in crescendo, facendoci presagire l’arrivo dell’inciso, ma non è così, ritorna nuovamente la strofa con la potente cavalcata del Rickenbacker di Squire. Un breve e virtuoso passaggio di tastiera richiama all’ordine Jon Anderson, stavolta il crescendo della linea vocale apre le porte al ritornello, dove rimane solamente la gracchiante chitarra di Steve Howe ed il charleston di Bruford a dettare il ritmo. Anderson viene supportato dalle armonie vocali di Squire e Howe, ormai marchio di fabbrica degli Yes. Successivamente entra in scena Rick Wakeman con un brioso riff di organo, saturo di tecnica. Bruford rafforza con la cassa, accompagnato dal potente basso di Squire. Ritorna la strofa, Wakeman precede Anderson con funambolici e concisi riff. Ritorna l’inciso, stavolta rafforzato dal prepotente basso di Chris Squire, al termine del quale Rick Wakeman con un veloce riff di organo apre le porte ad un nuovo interludio, caratterizzato da un potente unisono di basso e chitarra, supportato da una ritmica tribale. La triplice armonia vocale si intreccia a meraviglia con l’organo di Wakeman, che poi rimane con un aliena tastiera a supportare la chitarra acustica di Steve Howe che ci ripropone il bellissimo arpeggio dell’introduzione. Anderson ritorna in gioco e chiama all’appello Rick Wakeman che si presenta con uno squillante assolo di organo Hammond, che gracchia come il fantasma di Tony Kaye in cerca di vendetta, anche se mi sento di dire che il nuovo arrivato ha tutto un altro stile di suonare l’organo rispetto al buon Kaye Of The Keyboards. Finito l’assolo di Wakeman è il turno di Steve Howe che ci propone un assolo dal sapore country, splendidamente doppiato dal basso di Squire. I due assolo si alternano nuovamente e per l’ultima volta ritornano strofa ed inciso. Si chiude con un bellissimo intreccio di cori ed armonie vocali, ma l’ultima parola spetta alla chitarra di Steve Howe. Jon Anderson è il punto di svolta per la sua amata. Un giorno entrerà nella sua vita, cambiandola grazie al suo forte amore, amore che perdurerà per dieci estati, passate negli splendidi paesaggi offerti dalle montagne che si rispecchiano nell’azzurro lago, mentre le ali dell’aquila volteggiano, scandendo il passare del tempo come le lancette dell’orologio. Il tour mondiale allontana il romantico Jon dalla propria amata, l’amore tenta di colmare la distanza, ma Jon Anderson non vede l’ora di finire l’estenuante tour per ritornare fra le braccia della propria amata, immersi nel magico paesaggio offerto dalla natura. Roundabout è stato anche il primo ed unico singolo estratto dall’album, per l’occasione la durata è stata ridotta a 3:27 minuti, rispetto agli oltre otto minuti della versione originale presente sull’album. Siamo di fronte ad una delle più belle canzoni degli Yes, sicuramente fra le più famose, addirittura è stata menzionata da Jack Black nella pellicola School Of Rock, dove il protagonista dichiara che l’assolo di organo di Wakeman è fra i suoi preferiti. La successiva Cans and Brahms (Lattine e Brahms) è la prima delle cinque composizioni soliste incluse sull’album. Wakeman si presenta al suo nuovo pubblico rivelando le sue radici classiche e rivisitando in maniera brillante il terzo movimento della Quarta Sinfonia di Brahms. Si tratta della sovra incisione di varie piste di tastiera e pianoforte che insieme danno vita ad un piacevole interludio che ci riporta magicamente indietro nel tempo, all’interno di un enorme salone di un castello, durante un ballo in maschera. Passando dalla tastiera al pianoforte, Rick Wakeman mette in risalto l’immensa tecnica correndo sui denti d’avorio delle sue tastiere, dimostrando al suo nuovo pubblico di che pasta è fatto. Anche esteticamente Wakeman aveva un forte impatto visivo, dovuto ai lunghi abiti colorati che si sposavano magicamente con la sua lunga e fluente chioma bionda, che lo facevano apparire un vero e proprio “mago della tastiera”. La composizione artistica in questa Cans raggiunge livelli assai celebrativi, in cui la sovra incisione del celeberrimo brano di musica classica, mette in risalto le qualità artistiche, ma soprattutto l’estro di questo gruppo, capace di passare da tracce prettamente “Prog”, a queste variazioni di stile e metodo senza perdere un colpo, degna placca d’oro da poter appendere in camera ed ammirare.. Dopo Wakeman è il turno di Anderson con la successiva We Have Heaven (Noi Possediamo il Paradiso), dove il santone di Accrington è l’unico compositore e anche l’esecutore di tutte le parti vocali. Si tratta di una martellante cantilena, accompagnata da uno strumming di chitarra acustica, doppiato da un bel tappeto di basso e ritmato da qualche colpo di batteria da parte di Bill Bruford che si diletta anche con qualche percussione. La frase Tell the Moon - don't tell the march hare (Dillo alla Luna -  non dirlo alla lepre marzolina) viene ripetuta fino allo sfinimento, ricamata da sovra incisioni dove Anderson dopo una serie di sinonimi dell’aggettivo “evidente”, asserisce che loro hanno il Paradiso, la felicità interiore fa sì che il paradiso alberghi in loro, dando l’idea che i misteriosi “loro” siano una sorta di setta. Le brevi liriche, sono difficili da decifrare, ma lasciano trasparire una serie di messaggi mistici, che si addicono alla figura new age di Anderson. Sembra di essere di fronte ad una vecchia canzone popolare, quasi evocativa, secondo alcuni addirittura potrebbe trattarsi di un rito magico. Per fortuna il brano supera di poco il minuto e mezzo perché l’ossessiva filastrocca sfiora molto da vicino un leggero sentore di fastidio. Una cigolante porta che sbatte ed il rumore di passi frettolosi ci conducono alla successiva South Side Of The Sky (La Parte Meridionale del Cielo), che si apre con un minaccioso vento ululante. Una improvvisa rullata chiama tutti all’appello, Steve Howe ci sorprende con un grintoso riff di forte matrice rock, ricamato quasi all’unisono dal possente basso di Chris Squire. La sognante linea vocale di Anderson si intreccia magicamente ai riff di basso e chitarra, Wakeman si limita ad un semplice tappeto di organo che viene sovrastato dagli strumenti a corda. Sul finire della strofa, Anderson sale in alto per quello che potrebbe essere considerato un breve ritornello. Strofa ed inciso vengono riproposti fino al minuto 02:07, quando poi Rick Wakeman ruba la scena rimanendo da solo a duettare con il vento compiendo funamboliche scorribande sui denti d’avorio del pianoforte a coda. Dopo un vertiginoso crescendo, Rick Wakeman ci propone un inquietante pianoforte che non sfigurerebbe come colonna sonora di un thriller Hollywoodiano. Il riff di pianoforte proposto da Wakeman è la tipica soluzione che mancava per rendere ancora più magica la musica degli Yes, un riff di quelli che si insinuano immediatamente nella mente come il più orecchiabile degli incisi e fanno dimenticare immediatamente il tedioso organo Hammond del suo predecessore. Con molta grazia Bruford entra in scena con una bellissima ritmica dai sentori jazz, riprendendo sapientemente quella del riff di pianoforte. Anche Squire si fa della partita, inseguendo con il basso le note del pianoforte. Una bellissima armonia vocale priva di parole inizia prima ad alternarsi con il pianoforte, fino ad arrivare ad un magico intreccio fra cori e pianoforte. Questo interludio funziona ed i nostri lo sanno e ce lo propongono per oltre tre minuti. Rimane nuovamente solamente Rick Wakeman, con l’inquietante riff di pianoforte che lentamente viene inghiottito dal vento, che risputa fuori il potente unisono di basso e chitarra della strofa. Ritorna anche il breve inciso e dopo un paio di ripetizioni di strofa e ritornello Steve Howe inizia uno stralunato assolo di chitarra che lentamente sfuma verso la fine, lasciando il campo al gelido vento che aveva aperto il brano. Le liriche fanno riferimento ad una spedizione nel Circolo Polare che si è conclusa tragicamente con la morte degli esploratori. Dopo faticosi passaggi attraverso un gelido fiume ed una impervia montagna, una improvvisa tormenta di neve irrompe, segnando il destino degli esploratori.  Il freddo inizia ad attanagliare gli esploratori, che lentamente stavano congelando. L’arrivo della morte fece magicamente scomparire il gelido freddo e ai poveri esploratori sembrava di bruciare quasi da un’eternità. L’ispirazione delle liriche è venuta dopo che Jon Anderson ha letto un articolo dove lo scrittore sosteneva che “il sonno è la sorella minore di morte”, sottolineando che talvolta la morte potrebbe essere bella, come nel caso dei poveri esploratori, che in preda ad un forte attacco di ipotermia, sono stati liberati dalla morte, la quale li ha risparmiati da ulteriori momenti di agonia e sofferenza. Altra geniale composizione, con il bellissimo e memorabile interludio di pianoforte destinato a diventare immediatamente uno dei momenti più belli della discografia degli Yes. E’ il turno del brano personale di Bill Bruford, con la successiva Five Percent For Nothing (Cinque Per Cento Per Nulla). Si tratta di una breve e stralunata escursione ritmica, rigorosamente strumentale, dove prevalgono basso e batteria, ricamati ora dalla tastiera, ora dalla chitarra. Il povero Chris Squire sembra stare dietro a fatica alla complicata e serrata ritmica dispari proposta da Bill Bruford, ma si disimpegna egregiamente con un complicatissimo groove di basso che non sfigurerebbe come colonna sonora in un vecchio film di Dario Argento. Per uno strano gioco del destino, le sonorità di questo effimero brano ricordano molto da vicino quelle dei King Crimson, la futura band dell’eclettico Bill Bruford, che con questa breve e rabbiosa canzone sembra voler dire: “sono stufo del business musicale, questo è quello che voglio suonare”. In origine il brano avrebbe dovuto intitolarsi "Suddenly It's Wednesday", poi Bill Bruford, di fronte alla sua prima composizione in assoluto, ha pensato di cambiare il titolo, che con una forte vena sarcastica, fa riferito alla percentuale di guadagno che il precedente manager Roy Flynn si era assicurato prima di lasciare gli Yes, il quale ancora digrigna i denti quando ascolta il brano e ricorda l’episodio. Five Percent For Nothing, con i suoi soli 38 secondi, vanta il record di composizione più corta degli Yes. Andando avanti incontriamo Long Distance Runaround (La Lunga Distanza percorsa Tutta Intorno), un curioso riff di chitarra, molto tecnico apre le porte alla sezione ritmica, dove spicca un articolato groove di basso che si intreccia magicamente con la chitarra di Mr. Howe. Dopo la breve cavalcata incontriamo la strofa, caratterizzata da un tappeto di pianoforte e da unisono di basso e chitarra a supportare Jon Anderson, che si presenta con una linea vocale sognante ed ammaliante. Dopo alcune battute il, basso inizia a pompare, il cantato cresce lentamente andando ad annunciare un effimero inciso, ritorna la strofa, stavolta il crescendo finale è impreziosito da ricami di chitarra ultra tecnici, quasi sovrastati dal potente basso di Squire, sul quale a fatica riesce ad emergere la candida voce di Anderson. Ritorna la strofa, che nonostante venga riproposta soventemente ed in maniera prolungata non disgusta grazie all’ammaliante armonia fra voce e strumenti. Torna a farci visita la cavalcata ritmica dell’inizio, con un bellissimo intreccio fra basso e chitarra, supportata dalla raffinata ritmica di Bill Bruford. Ritorna ancora la strofa portante, con il suo pianoforte danzante, sul finale, i preziosi intarsi di chitarra di Steve Howe portano verso la conclusione di questo brano atipico per gli Yes. Nelle liriche Jon Anderson affronta il suo difficile rapporto con la religione, a suo avviso intorno alla Chiesa regna troppa ipocrisia (come dargli torto?), nonostante durante l’adolescenza abbia frequentato la Chiesa regolarmente, come la gran parte dei giovani inglesi. Durante il lungo cammino della vita ha atteso molto tempo prima di sentire la voce dell’onnipotente. Ricorda come se fosse stato in un sogno, in una assolata giornata estiva, dove durante l’incontro, i due si raccontarono molte bugie. In quella fredda estate prestò ascolto, poi dopo aver contato fino a cento ad occhi chiusi, prese la sua decisione, invaso dalla collera, lanciando pietre nel vuoto. Siamo di fronte ad un altro brano destinato a diventare un classico degli Yes, diventato a sorpresa una hit da radio, grazie all’ammaliante melodia ed alla breve durata, ormai una cosa rara per gli Yes ed il progressive in generale. In origine era stato inserito come B-side di Roundabout, alla quale si avvicina molto come sonorità, specie per quanto riguarda le soluzioni ritmiche offerte dallo strabiliante duo Bruford-Squire. E’ il turno del brano solista di Chris Squire, purtroppo proprio mentre sto scrivendo queste righe, ho appreso una terribile notizia, il Gigante Buono ci ha lasciato prematuramente, sconfitto da una terribile malattia, lasciando un vuoto incolmabile nei nostri cuori e nell’intero panorama musicale. Andiamo, con le inevitabili lacrime agli occhi, ad ascoltare The Fish (Il Pesce), il curioso titolo è riferito al soprannome di Chris Squire, affibbiatoli dal simpatico Bill Bruford, a causa della sua abitudine a stare ore immerso nella vasca, nickname nato durante un tour, quando Squire allagò una stanza d'albergo a Oslo facendo la doccia. Per la cronaca i pesci sono anche il segno zodiacale di Chris Squire. Mentre la Shindleria Prematurus è un piccolo pesce marino originario del sud del Pacifico e della grande Barriera Corallina, che deve il nome allo zoologo tedesco Otto Schindler che lo ha classificato. Il brano viene aperto da magici e delicati tocchi sulla sei corde da parte di Steve Howe, mentre una ritmica tribale supporta le escursioni soliste sulle quattro corde da parte di Squire. Nella versione in studio possiamo chiaramente percepire più tracce di basso, ognuna con effetti diversi. Il brano ha una forte atmosfera mistica grazie all’ipnotico refrain di chitarra. Nella prima parte il basso si limita a potenti pennate, poi lentamente iniziano funambolici assoli, dove il plettro corre veloce da una corda all’altra. La chitarra inizia con un ridondante riff distorto e Squire ci colpisce con un funambolico assolo ricco di tecnica e velocità. Successivamente viene aggiunto lo wah-wah, sottolineando l’innovativo modo di interpretare le quattro corde da parte del gigante londinese. Si cambia effetto, viene premuto il pedale della distorsione e si riprende il funambolico assolo, il Rickenbacker ci colpisce con elevato numero di note sparate ad una velocità incredibile, mentre Anderson cerca di farsi largo fra il turbinio di note con degli ancestrali cori che lentamente si dissolvono insieme alle note del basso. Un brano di forte atmosfera, sicuramente il migliore dei quattro brani solisti ascoltati in precedenza. All’appello manca solamente Steve Howe, che si presenta con Mood For A Day (L’Umore Per Un Giorno) con la quale riprende l’escursione con la chitarra acustica iniziato con The Clap, con una matrice decisamente più classica e ricca di immensa tecnica esecutiva. Si parte con un allegro strumming, dopo un paio di battute siamo avvolti da un bellissimo arpeggio dal sapore barocco che con la mente ci trasporta all’interno di un castello medievale. Steve Howe esegue una serie di scale ad una velocità incredibile, dove possiamo percepire le vibrazioni delle corde. Un altro arpeggio dall’aria sognante anticipa il ritorno dell’arpeggio portante dai sentori medievali con il quale Steve Howe inizia a divagare scorrendo velocemente sulle corde. Qualche pennata di strumming e poi si cambia ancora, la chitarra sembra cantre storie d’altri tempi, poi con classe e raffinatezza, il maestro Steve rallenta gradualmente portando a termine questa bellissima escursione sulla chitarra acustica dove tecnica e velocità vanno di pari passo. Se portate attenzione potete addirittura udire i sospiri di Steve Howe mentre si concentra nelle parti più impegnative. Un brano che non dovrebbe mancare in nessun corso di chitarra acustica; è interessante anche la scelta decisamente poco peculiare di questo brano, una sessione (neanche lunghissima) di chitarra acustica, morbida, ricamata e altisonante, un momento quasi in cui i nostri Yes vogliono farci prendere una pausa, scrollarci di dosso un po’ di agitazione che ci è venuta fino a quel momento, e calmare la mente, prima di darci ovviamente la sferzata finale col prossimo brano, una specie di quiete prima della tempesta. Siamo giunti alla fine dell’album, e gli Yes si giocano la carta vincente proprio nell’ultima mano, calando un sorprendente poker d’assi intitolato Heart Of The Sunrise (Il cuore dell’alba) che ci aggredisce subito con un travolgente unisono che coinvolge Chris e Steve che si alternano con un inquietante pad di tastiera proposto da Rick, accompagnati da un’incredibile ritmica offerta dall’inimitabile Bill Bruford, poi un rocambolesco finale apre le porte ad un interludio sognante e rilassante che spazza via le scorie aggressive con cui siamo stati bombardati in precedenza. Ad iniziare è Chris Squire con uno dei groove di basso più belli della storia del rock, accompagnato da una incredibile ritmica articolata magistralmente eseguita da Bill Bruford, che sfoggia tutta la sua tecnica e l’inventiva. Successivamente Rick Wakeman armonizza il giro di basso agendo sulle toniche con uno spaziale pad di tastiera, tanto semplice quanto emozionante, dopo qualche battuta viene richiamato all’ordine anche Steve Howe che inizia a tessere una avvolgente ragnatela che si sposa a meraviglia con il giro di basso. Due colpi sul rullante annunciano il ritorno del travolgente riff iniziale, che quando sembra finire torna nuovamente aggredendoci brutalmente; la tecnica e la velocità di esecuzione di questo formidabile unisono sono indescrivibili. Dopo ben altri due ripetizioni, Al minuto 03.26 ritorna la calma. Steve Howe ci culla con un sognante arpeggio, accogliendo fra le note Jon Anderson, che ci tranquillizza con una piacevole linea vocale interpretata con una dolcezza inimitabile. Dopo qualche battuta rientrano in gioco anche Squire con potenti pennate di basso e Bruford, con una ritmica che si basa su delicati colpi sul rullante e sugli ottoni, accompagnando con la cassa le potenti note del basso. Anderson sale leggermente di tono nel breve inciso, poi sale in cattedra Rick Wakeman con un breve interludio di organo, ricamato sapientemente dall’ineguagliabile Steve Howe. Per qualche secondo rimane solo uno spaziale pad di tastiera, poi ritorna la rilassante strofa, stavolta con un potente giro di basso che predomina su tutti gli altri. Rick Wakeman ricama con il pad la dolcissima linea vocale di Anderson. Arriva l’inciso, con Jon Anderson che ruba la scena a tutti, alternando le parole della strofa ad un potente unisono stoppato. Successivamente la ritmica si fa continua, ma il cantastorie di Accrington riesce comunque a prevalere sul bellissimo wall of sound proposto dai compagni. Dopo la ripetizione dell’inciso arriva uno stralunato interludio strumentale, dove emerge Rick Wakeman, interludio che fa da bridge al ritorno della strofa. Jon Anderson riesce a riportare la calma solamente per pochi istanti, fino a quando non arriva Wakeman con un funambolico riff di tastiera, seguito all’unisono dal basso e dalla batteria, che ci fa venire in mente un rocambolesco inseguimento fra il gatto ed il topo. Questo iper tecnico intermezzo si alterna con il travolgente unisono dell’introduzione per tre volte, fino a quando l’organo di Wakeman riporta un po’ di calma, accompagnato da una ritmica stoppata e ricamato dalla chitarra. Il brano sfuma lentamente verso la fine, ma quando sembra terminare risbuca Rick Wakeman con un brioso pianoforte dal sapore barocco, ricamato dall’onnipresente e fragoroso basso. Ritorna in gioco anche Jon Anderson, che si mette a duettare con il basso. Poi veniamo travolti da un nuovo unisono degli strumenti che riprende la linea melodica precedentemente proposta da Wakeman con il pianoforte. Strofa e unisono si alternano, poi ritorna in solitario il pianoforte di Wakeman che annuncia nuovamente il travolgente unisono dell’introduzione, stavolta leggermente diverso, al quale viene legato sapientemente l’altro unisono presentato da Wakeman. Ritorna la strofa iniziale con Rick Wakeman che tenta di scalzare dal podio il potente basso di Squire, senza però riuscirci. Fra i due litiganti la spunta Jon Anderson che nell’inciso ci fa venire i brividi salendo in cielo con l’evocativa linea vocale, facendosi largo fra le interminabili rullate di Bill Bruford. Ricompare per l’ultima volta e per pochi istanti il travolgente unisono dell’introduzione, che bruscamente pone fine a questa epica canzone. Se avete la pazienza di aspettare qualche secondo, al minuto 10:39 compare magicamente una traccia fantasma che va a riprendere il tedioso tema del brano We Have Heaven che lentamente va sfumando verso la fine, sinceramente non sentivo assolutamente il bisogno di sentire la fastidiosa cantilena. Il nascere di una nuova alba desta Jon Anderson, sperso nelle vie deserte di una città anonima in cerca dell’amore perduto. L’evaporare dell’alba porta via anche l’entusiasmo e i sogni d’amore di Anderson, che si ritrova solo, in compagnia del gelido abbraccio del vento. Mentre lentamente il legame amoroso si sta sgretolando, lui sogna che la nascita di una nuova alba porti con se anche un nuovo amore. Jon Anderson contrappone il potere del sole a quello dell’amore lasciando all’ascoltatore una libera interpretazione delle liriche per determinare il vincitore. Siamo senza ombra di dubbio di fronte al brano più bello dell’intera discografia degli Yes, e mi sbilancio, del progressive rock in generale. L’alternanza del devastante unisono con epiche strofe rilassanti e funambolici interludi strumentale rende il brano un vero e proprio gioiello unico ed inimitabile, che da solo vale il prezzo del CD. Posso tranquillamente asserire che in questi undici minuti circa è racchiusa tutta l’essenza del progressive rock. Chapeau.



Fragile. oltre al nuovo arrivato Rick Wakeman, sancisce anche l’ingresso di un altro personaggio fondamentale che accompagnerà gli Yes per tutto il lungo cammino musicale sino ai giorni nostri, fatta qualche piccola eccezione nel corso degli anni, sto parlando del disegnatore Roger Dean, autore della copertina dell’album in questione e del logo Yes, uno dei loghi più belli e famosi della storia del rock. Roger Dean nasce il 31 Agosto del 1944 ad Ashford, nella contea del Kent in Inghilterra. Nel 1961 entra alla Canterbury School Of Art ottenendo il diploma come designer, mentre quattro anni più tardi si iscrive al Royal Collage Of Art di Londra dove ottiene la laurea. Nel 1968 inizia a disegnare le cover per gli album, il suo primo lavoro è per il gruppo britannico Gun, con i quali aveva fatto una audizione anche Jon Anderson, senza però trovare fortuna. Nel 1971 inizia la longeva collaborazione con gli Yes, che comunque non sono l’unica band che incarica Roger Dean per gli art work, in quanto l’artista di Ashford ha firmato quasi tutte le copertine degli Asia, degli Atomic Rooster, Octopus dei Gentle Giant, tre cover per i Budgie, cinque per gli Uriah Heep e Steve Howe, un paio per Rick Wakeman e molti altri. Grazie alla collaborazione con il fratello Martyn, allargherà i suoi orizzonti di competenza occupandosi anche delle scenografie dei set live, in particolar modo per gli Yes, per i quali si occuperà anche del merchandising. Roger Dean oltre ad un enorme talento ha anche uno stile particolare ed inconfondibile. Nei suoi alienanti paesaggi, sempre di natura fantastica con atmosfere prettamente fantasy e new age, raramente troviamo figure umane (mi ricordo un umanoide sulla copertina di Astra degli Asia NDR.), mentre inconfondibili sono le “forme” che rappresentano spesso elementi non correlati al paesaggio, come le rocce fluttuanti, piante che assomigliano a nuvole, nuvole che somigliano a rocce. Nelle sue opere è raro trovare forme artificiali, e se compaiono spesso somigliano a piante o animali, come la struttura a forma di fungo nella spettacolare cover dell’album Alpha, sempre degli Asia. Gli stessi animali sovente hanno forme bizzarre e talvolta inquietanti come gli elefanti con le ali di libellula nella copertina di Woyaya del gruppo afro rock Osibisa. Roger Dean predilige disegnare forme curve, mai simmetriche, in modo da dare un tocco di “naturalità” e spesso rappresenta elementi paradossali. Le sue opere sono spesso caratterizza te da una grande armonia e diffondono un benevolo senso di pace, sposandosi alla perfezioni con le atmosfere celestiali ed epiche della musica degli Yes. Ultimamente assieme al fratello Dean ha iniziato a realizzare progetti di architettura di interni. Visto che spesso gli viene chiesto durante le interviste, Roger Dean ha dichiarato che non ascolta mai la musica prima di iniziare a lavorare sull’art work, ma sente il CD solo a lavoro ultimato. Ma veniamo all’opera che ci riguarda da vicino. La copertina di Fragile raffigura un pianeta, molto simile alla Terra, formato in gran parte da acqua. Ritornando agli elementi paradossali, alcuni alberi giganteggiano sulla crosta del pianeta, mentre una curiosa imbarcazione volante in legno perlustra dall’alto. Nella parte alta compare anche il logo Yes, non ancora delineato e che apparirà nella sua forma definitiva nel successivo Close To The Edge. Sul retro della copertina il pianeta inizia a sgretolarsi e la popolazione fugge nello spazio a bordo della bizzarra astronave in legno. Tutta la splendida musica racchiusa in Fragile è stata registrata nel solo mese di Settembre dell’anno 1971, presso gli Advision Studios di Londra. Nel regno Unito e nel resto dell’Europa, Fragile è uscito il 26 Novembre del 1971 ovviamente per conto della Atlantic, mentre i fans degli Stati Uniti, hanno dovuto portare pazienza ed attendere il 4 Gennaio dell’anno successivo. La produzione è stata affidata ad Eddy Offord, con la consueta collaborazione di tutta la band. Veniamo alle dovute conclusioni, Fragile è senza ombra di dubbio uno degli album più significativi e belli dell’intera discografia degli Yes, è quello che da un tocco definitivo alla “Yessound” grazie all’avvento dell’eclettico Wakeman che offre una grande vasta di soluzioni in più rispetto al suo predecessore, spaziando dall’organo al pianoforte, passando per spaziali pad di tastiera, il tutto condito da una tecnica eccelsa che lo rende uno dei migliori tastieristi del Pianeta, come indubbiamente la sezione ritmica, sfido a trovare una coppia di talenti in grado di tener testa al duo Bruford-Squire, il primo con le sue raffinate ritmiche di forte matrice jazz, il secondo precursore di un nuovo modo di interpretare le quattro corde, non relegando quasi mai lo strumento ai soli compiti ritmici. Jon Anderson cresce sempre di più ogni album che passa, sia sotto il punto di vista interpretativo che lirico, facendo leva sul suo particolarissimo timbro di voce, più unico che raro. Di Steve Howe c’è poco da dire, per quanto mi riguarda è il migliore interprete della sei corde in assoluto. Con il suo stile innovativo ed originale è abile con la chitarra acustica quanto con la elettrica, sfoggiando una tecnica ed una velocità di esecuzione fuori dalla norma, e pensare che è autodidatta. Tirando le somme, nonostante la scelta di inserire cinque brani solisti possa creare delle perplessità, tali perplessità vengono prepotentemente spazzate via dalla magnificenza dei restanti quattro brani, fra le quali spiccano in particolar modo la opener Roundabout e la conclusiva Heart Of The Sunrise, in assoluto la migliore composizione dell’intera discografia Yessana e fra le migliori del progressive rock in generale. Fragile non può assolutamente mancare nella discografia di chi ascolta buona musica, ottimo anche per chi tenta di avvicinarsi agli Yes per la prima volta.


1) Rundabout
2) Cand and Brahms
3) We Have Heaven
4) South Side of The Sky
5) Five Percent For Nothing
6) Long Distance Runaround
7) The Fish
8) Mood For a Day
9) Heart Of Sunrise

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