YES

Drama

1980 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
20/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Per la prima volta nella loro carriera, gli Yes devono fare i conti con la critica inglese, la quale stronca pesantemente l'album Tormato, che già di per se aveva portato minacciose incrinature all'interno della band, durante le estenuanti sessioni di registrazione. Jon Anderson e la moglie Jenny gettano benzina sul fuoco, sperperando gran parte del patrimonio della band in lussuose vacanze nelle più suggestive isole del Globo. Jon Anderson si sentiva la figura principale del gruppo, e di conseguenza era convinto di poter attingere più degli altri al gruzzolo proveniente dai concerti e dalle vendite degli album. Un atteggiamento irriverente che mandò su tutte le furie una persona diligente e quadrata come Steve Howe. Il manager Brian Lane tentò di ricucire lo strappo, ma ormai il danno era fatto. Propose di aggiungere altre date al tour, in modo da racimolare altro denaro che andasse a colmare i buchi creati dal presuntuoso Jon Anderson e consorte. La proposta fu respinta dal resto della band, in primis da Steve Howe, che sosteneva che senza la sua chitarra, il basso di Chris, le tastiere di Rick e la batteria di Alan, Jon Anderson non sarebbe stato nessuno, ergo le quote dovevano essere divise in maniera equa (come dargli torto?). La lite si fece sempre più violenta, e portò Jon Anderson a prendere la drastica decisione di abbandonare il gruppo, seguito a ruota da Rick Wakeman, il quale sosteneva che non sarebbe andato da nessuna parte senza il santone di Accrington. Il problema principale era che tutte le date dell'imminente tour mondiale erano andate sold out. Urgeva quanto prima di trovare dei rimpiazzi, ma come avrebbe reagito il pubblico quando non trovava Rick Wakeman e Jon Anderson sul palco? Un clamoroso scioglimento era alle porte, ma la colonna portante Chris Squire era più che convinto di portare avanti la causa Yes, coadiuvato da Steve Howe ed Alan White. Per un po' di tempo i tre continuarono a provare, buttando giù del nuovo materiale, ma la mancanza di un tastierista pesava e non poco, e non si sa per quanto i tre potessero andare avanti. Steve Howe era disperato e propose di accettare nella band chiunque bussasse alla loro porta. Nel frattempo Rick Wakeman continuò la sua imponente carriera solista, mentre Jon Anderson instaurò una solida collaborazione con il tastierista ellenico Evangelos Papathanassiou, formando i Jon & Vangelis. Il loro primo album Short Stories andò bene, così come il loro primo singolo I Here You Now. Ispirato al massimo, Jon Anderson pubblicherà anche due album da solista. Nel frattempo un insolito duo techno pop imperversava nelle classifiche con il successo planetario Video Killed The Radio Star, estratto dall'album The Age Of Plastic. Il duo in origine si chiamava The Buggs, poi provocati da chi sosteneva che non sarebbero mai stati i nuovi Beatles, cambiarono il nome in "The Buggles". Il duo era formato dall'estroso tastierista Goeffrey Downes e dal cantante bassista e produttore Trevor Horn, fan sfegatato degli Yes. Sorpresi dall'inaspettato successo del loro singolo, i Buggles si recarono da Brian Lane, per chiedergli di essere rappresentati da lui in qualità di manager. Fu in quell'occasione che i Buggles incontrarono Chris Squire, che, ormai alle strette, propose al brioso duo di provare qualcosa insieme. I due giovani musicisti erano spaventati, ma nello stesso tempo attratti dall'allettante proposta. Sotto richiesta del nuovo manager, composero anche un brano per gli Yes, intitolato Fly From Here, brano che poi verrà ripreso dagli Yes nel 2011, ma questa è un'altra storia. Il più titubante era Trevor Horn, spaventato dall'idea di rimpiazzare un icona come Jon Anderson, suo indiscusso idolo, mentre Geoff Downes era eccitato dall'idea di rimpiazzare il miglior tastierista del Pianeta. Alla fine Trevor Horn, dopo notti insonni, decise di accettare l'offerta, conscio che non gli sarebbe più capitata una simile opportunità per il resto della vita. Chris Squire lo provocò chiedendogli se aveva il fegato per sostituire Jon Anderson, in modo da motivarlo ancora di più. Trasferite le attrezzature dei Buggles nello studio degli Yes, in men che non si dica la fusione prese forma, fomentando le ire dei fans dei Buggles, che accusavano i loro idoli di essersi venduti al miglior offerente, e quelle dei fans degli Yes, i quali non accettavano che dei commerciali fautori di canzonette pop invadessero il loro territorio. L'insolita combo iniziò a lavorare sulle nuove composizioni, amalgamando alla perfezione idee dei Buggles a quelle degli Yes, dando vita ad un inevitabile nuovo stile musicale che mescolava le brillanti sonorità new wave e pop alle maestose sinfonie progressive, anticipando di qualche anno l'avvento del neo progressive. Nel frattempo, in America erano all'oscuro del terremoto avvenuto in casa Yes, con il tour che ormai era alle porte. Dopo l'annuncio ufficiale dell'ingresso di Horn e Downes negli Yes, Brian Lane doveva convincere l'Atlantic che la nuova formazione era altrettanto valida. Ahmet Ertegun fece un breve sopralluogo nel Regno Unito e se ne ritornò in America soddisfatto. In poco tempo i nuovi Yes dettero vita al nuovo album, chiamandolo Drama, vista la drammatica situazione che erano appena riusciti a superare. Prima di andare ad ascoltare il nuovo platter made in Yes, conosciamo meglio i nuovi arrivati. Geoffrey Downes nasce a Stockport, il 25 agosto del 1952, da una famiglia di musicisti. Suo padre era un organista da chiesa, sua madre un'insegnante di pianoforte, ergo non ci volle molto affinché prendesse confidenza con la musica sin dalla tenerissima età. A 16 anni acquistò il suo primo organo Hammond. Dopo aver frequentato il Leeds Collage Of Music, a venti anni si trasferì a Londra, dove iniziò a farsi notare scrivendo jingle e suonando in vari gruppi locali, in modo da pagarsi l'affitto. Poi conobbe Trevor Horn, con il quale scrisse ed ottenne il suo primo vero successo musicale. Nato a Durham il 15 Luglio del 1949, Trevor Horn imparò a suonare il basso grazie alle lezioni del padre, che era un contrabbassista professionista. Iniziò ben presto a fare serate suonando il basso elettrico con musicisti semiprofessionisti, dimostrando anche una ottima attitudine alla produzione. Grandissimo fan degli Yes era affascinato dal modo di suonare il basso di Chris Squire. Non si perdeva un loro concerto in patria, inconsapevole del fatto che qualche anno dopo avrebbe rimpiazzato l'icona Jon Anderson. Amava tutto quello che producevano gli Yes, ad eccezione dell'album Tormato, che proprio non riusciva a digerire, prendendo la drastica decisione di non acquistare mai più un loro CD finché le cose non sarebbero cambiate. Il destino volle che proprio lui facesse in maniera che le cose cambiassero. Una volta ottenuto il successo con i Buggles, non avrebbe mai incontrato gli Yes, se sua moglie Jilly Sinclair non lo avesse esortato a procurarsi un manager, nella fattispecie Brian Lane. Grazie al manager in comune, riuscì ad incontrare i propri idoli. Il primo incontro fu con Chris Squire, che parlando gli disse che aveva una voce simile a Jon Anderson. Ignaro che il santone di Accrington aveva da poco lasciato gli Yes, accettò con certo imbarazzo il complimento, conscio che fra lui, che era un produttore, e Jon Anderson, che era un cantante, c'erano almeno tre toni di differenza. Poi, precipitosamente si trovò a rimpiazzare uno dei sui idoli, nella sua band preferita, il sogno di ogni fan. Drama è per me un album speciale, al quale sono particolarmente legato, in quanto è quello che mi ha avvicinato agli Yes, quindi mi accingo ad inserirlo per l'ennesima volta nel lettore, accompagnandovi in un fantastico viaggio mentre andiamo a scoprire le nuove sonorità della combo capitanato da Chris Squire.

Machine Messiah

I nostri si mantengono legati al cordone ombelicale progressive, aprendo le danze con Machine Messiah (Il Messia-Macchina), una maestosa suite di oltre 10 minuti divisa in tre parti. Sin dalle prime note della Part I Steve Howe ci sorprende con uno dei suoi riff più duri, molto più vicino alle sonorità metal che a quelle Yessane. I colpi cadenzati di Alan White e le corpose pennate di basso danno vita ad un insolito wall of sound dai sentori doom, vivacizzato da funamboliche escursioni sulla tastiera da parte di Geoffrey Downes, per niente intimorito dal fantasma di Rick Wakeman. Una serie di inquietanti riff di tastiera, accompagnati da interminabili rullate e da grintose scorribande sulla sei corde, aprono le porte alla strofa. Un solare strumming acustico viene impreziosito da un bel tema sparato dalla Les Paul di Howe. Improvvisamente irrompe una potente rullata, doppiata magicamente da una grintosa scala di basso, che annuncia un sognante tema di tastiera che in linea di massima riprende lo strumming acustico. Altra breve scorribanda sulle pelli e finalmente abbiamo il piacere di conoscere Trevor Horn, il nuovo cantante degli Yes, che si presenta con una brillante linea vocale, rafforzata dall'immancabile armonia corale Yessana. La strofa vede protagoniste la tastiera e lo strumming di chitarra, mentre la premiata ditta Squire&White ci colpisce saltuariamente con potenti rullate e scale all'unisono, dando poi vita ad un'epica cavalcata ritmica nella seconda parte della strofa. Andando il più in alto possibile e aiutato dalle armonie vocali, Trevor Horn tenta di avvicinarsi il più possibile all'inconfondibile stile di Jon Anderson. Improvvisamente rimane uno sporco tappeto di organo Hammond, quello che fu il primo acquisto di Mr. Downes e che ancora oggi lo accompagna sui palchi di tutto il Mondo. Qualche battuta ed incontriamo un breve ritornello, che punta molto sulle armonie vocali, sotto i colpi di una trascinante cavalcata ritmica. Steve Howe ricama con pregevoli temi al termine di ogni strofa. Un breve stralunato interludio strumentale precede l'assolo di chitarra, molto più grintoso rispetto a quelli sentiti in passato. Al minuto 03:13 ha inizio la Part II, annunciata da una raffinata escursione sulla sei corde. Il sognante tema di tastiera viene accompagnato da una sorta di marcia. In questa nuova strofa, Chris Squire inizia a duettare con il nuovo vocalist confezionando un suggestivo gioco di voci. Alan White mette la quarta annunciando il ritorno dell'inciso, poi un rocambolesco unisono apre i cancelli all'assolo di tastiera. Geoffrey Downes dimostra di essere il degno sostituto di Wakeman sorprendendoci con riff taglienti come rasoi eseguiti con una destrezza impressionante. Nella prima parte dell'assolo, Chris Squire accompagna con una micidiale raffica di sedicesime, poi va accentuare la potente cavalcata di Mr. White, alternandola con potenti e velocissime scale. Sulla stessa scia ritmica, Steve Howe si sostituisce a Downes e ci colpisce con un bellissimo assolo di chitarra. Successivamente tutti gli strumenti si intrecciano in un bellissimo vortice di parti soliste, fino a che non fa il suo ritorno il potente unisono dai sentori metallici, reso ancora più epico dalle tastiere e da avvolgenti assolo di chitarra. Il potente unisono si dissolve magicamente, lasciando il campo alla tastiera e a suggestivi accordi arpeggiati di chitarra, che fanno da base alla strofa finale. Il brano sembra sfumare lentamente, ma al minuto 06:45 una minacciosa chitarra in fader annuncia la Part III. Downes oscura il tetro riff di chitarra con taglienti tastiere, poi una cavalcata ritmica ci ripropone la strofa. Tastiera e chitarra si alternano a ricamare le strofe cantate da Horn. Ritorna l'inciso, seguito da un breve limbo dove Horn duetta con la chitarra, che successivamente ci colpisce con l'ennesimo assolo che si sposta sulle toniche, sotto i potenti colpi inferti dalla sezione ritmica. Un rocambolesco unisono annuncia un epico interludio, dove dimezzano bruscamente i BPM, poi quando il brano sembra terminato, risorge la bellissima a chitarra arpeggiata sentita precedentemente, ricamata da un'inquietante tema di tastiera. Con una linea vocale enigmatica Trevor Horn si avvia a concludere con pochi versi questa epica suite, chiusa da un grintoso riff di chitarra. Da buon discepolo di Jon Anderson, anche Trevor Horn guarnisce di licenze poetiche le sue liriche. L'inquietante "Machine Messiah", partendo da un solo occhio, è il progresso, che con il suo avvento cambia radicalmente la vita del genere umano, e di tutto ciò che lo circonda. Man mano che ogni nuova alba scandiva il passare del tempo, l'uomo ha sempre cercato aiuto nella "macchina", arrivando lentamente ad un punto in cui la vita umana non può prescindere da essa. Senza il progresso non esisterebbe l'energia elettrica che alimenta le città, e via dicendo tutto il resto. Di fronte al potere del progresso l'uomo è cambiato nel corso della storia, smarrendo per strada i principali valori morali che un tempo ne caratterizzavano la dignità. L'uomo ha investito molto sulla tecnologia e sul progresso, credendo di poter controllare il Mondo, ma in realtà è la tecnologia che controlla l'uomo, mentre madre Natura, ormai logora dalla troppa tecnologia, si vendica alla sua maniera, sminuendo le manie di grandezza dell'uomo. Ormai siamo schiavi della tecnologia, basti pensare a come andiamo nel panico di fronte ad un banale black out. Liriche profetiche se pensiamo di come la tecnologia si sia impossessata dell'uomo nel giro di trentacinque anni. Al giorno d'oggi la tecnologia è riuscita a rimpiazzare anche il fascino ed il valore di un libro o di qualsiasi altra lettura in formato cartaceo, con l'avvento di internet e i lettori di libri elettronici, e chissà dove andremo a finire fra qualche altro lustro. Se qualcuno aveva dei dubbio sul connubio Yes/Buggles, i nostri li cancellano prepotentemente, sorprendendoci con un'epica suite di puro progressive rock. Sugli scudi Geoff Downes, che allontana i fantasmi di Wakeman donando freschezza al nuovo wall of sound yessano, facendo passare in secondo piano anche l'altro nuovo arrivato Horn. Anche Steve Howe rinnova le sue sonorità, irrobustendo notevolmente il sound e sorprendendoci con grintosi riff di chitarra.

White Car

La successiva White Car (Macchina Bianca) è la rielaborazione di una effimera composizione dei Buggles. Il brano è un breve duetto fra Trevor Horn e Geoff Downes, che apre con un festoso tema di tastiera, ricamato da una raffinata chitarra acustica. Alan White ritma con suggestive carezze sul rullante e roboanti colpi sui timpani. Dopo circa trenta secondi, entra in scena Trevor Horn con una linea vocale carica di tristezza, seguito all'unisono dalle celestiali tastiere di Downes, che dopo le brevi liriche va a concludere il brano con un enigmatico riff accompagnato da un avvolgente pad di tastiera. Nelle brevissime liriche, si narra di un enigmatico uomo che viaggia a bordo di una macchina bianca. Si muove come uno spettro lungo l'orizzonte, rubando i sogni delle persone per poi gettarli via. Analizzando a fondo le tre righe, possiamo varare varie ipotesi. Un delle più plausibili, forse la più inquietante, è che l'uomo sulla macchina bianca sia il famigerato serial killer americano Ted Bundy, che tra il 1974 ed il 1978 a bordo del suo maggiolino bianco ha seminato la morte negli Stati Uniti. La macchina bianca c'è, i sogni rubati potrebbero essere le vite delle almeno trentacinque vittime uccise dal mostro, delle quali almeno dodici furono decapitate, portandosi a casa la testa come macabro souvenir. Un altro inquietante particolare di Ted Bundy è quello secondo il quale egli talvolta ritornava sulla scena del crimine per avere rapporti sessuali con i cadaveri in decomposizione, almeno finché la putrefazione non era tale da rendere questi atti impraticabili. Il 24 Gennaio 1989 alla Raiford Prison di Starke, in Florida, fu condannato alla sedia elettrica. Si ha l'idea che questo brano sia stato inserito "per fare ciccia", ma comunque nella sua effimerità, risulta piacevole ed avvolgente, grazie all'ennesima convincente prova di Geoffrey Downes, che durante tutto il brano duetta con l'amico Horn, finalmente libero di interpretare il brano secondo il suo stile, senza pensare a come lo avrebbe cantato Jon Anderson.

Does It Really Happen?

Le dolci sonorità di White Car vengono spazzate via dal potente groove di basso della successiva Does It Really Happen? (Sta accadendo davvero?). Il bellissimo giro di basso è il protagonista assoluto dell'intero brano e si candida prepotentemente all'oscar per la "miglior partitura di basso protagonista" della storia del rock. Dopo qualche passaggio in solitario, intervengono una serie di rullate e piattate all'unisono con tastiera e chitarra che armonizzano il giro. Alan White attacca con il tempo, ma è sempre il fragoroso Rickenbacker a tenere su il brano, tastiera e chitarra continuano ad armonizzare, fa capolino un raffinato tema di tastiera che viene quasi oscurato dal basso. Poi incontriamo uno squillante unisono degli strumenti che sarà anche la base dell'inciso, dove stavolta prevalgono le tastiere di Mr. Downes. Si cambia ancora, graffianti accordi di chitarra vengono imitati dall'organo, sotto i potenti colpi della sezione ritmica. Dopo questa sontuosa introduzione strumentale arriva la strofa, il protagonista è ancora Chris Squire, con un articolato giro di basso. L'enigmatica linea vocale proposta da Trevor Horn risulta piacevole ed azzeccata, nonostante sia lontana dallo stile Andersoniano, accompagnata in maniera brillante dalla chitarra di Steve Howe. Nel breve bridge si distingue Downes con un bellissimo tema di organo che ricama la linea vocale, poi siamo travolti dal trascinante inciso. Horn sembra avere i polmoni d'acciaio, riuscendo a stare dietro al frenetico unisono degli strumenti. Breve intermezzo strumentale e ritorna la strofa, seguita dal bridge e dal chorus. Al minuto 02:40 ha inizio la parte migliore del brano. Squire ripropone il travolgente giro di basso dell'introduzione, Alan White alterna potenti rullate a colpi sui piatti, rafforzato dall'unisono di chitarra e tastiera che armonizzano il giro. Horn ci conquista con una serie di frasi messe al posto giusto al momento giusto, rafforzato dai cori di Squire e Howe. Downes stende un tappeto d'organo, dove Alan White segue Squire con una brillante ritmica. La linea vocale di Horn viene doppiata da un suggestivo eco che ne ripete le frasi, mentre Squire continua a dominare con il suo Rickenbacker. Dopo una versione strumentale, l'inciso ci viene proposto a cappella, ovviamente con l'immancabile armonia vocale Yessana. Ritorna per l'ultima volta la strofa, con una significante variazione ritmica, i potenti colpi di White vengono rafforzati da un micidiale tappeto di sedicesime, lasciando il campo al graffiante organo Hammond. Quando il brano sembra finito, dopo alcuni secondi di silenzio, il brano risorge come una fenice dalle sue ceneri. Downes ci cattura con un epico tema di tastiera in fader, poi una improvvisa rullata apre le porte ed un immenso Chris Squire che ci fa venire i brividi con uno degli assoli di basso più belli della storia del rock, alternando il giro portante a funamboliche escursioni sotto il dodicesimo capotasto. Vorremmo che questo emozionante assolo non finisse mai, ma le tastiere che lo avevano annunciato, lentamente lo portano verso l'estinzione. Secondo Trevor Horn, "la ruota gira" (me lo auguro vivamente NDR), e quando si fermerà dalla parte giusta bisognerà cogliere l'attimo al volo e sfruttare al massimo il magic moment, divertendosi senza porci limiti e facendo divertire i nostri figli, nel caso li avessimo. Il tempo scivola via veloce come l'acqua corrente, e presto potrebbe portarsi dietro la nostra felicità. Ma alle volte la fortuna aiuta gli audaci, se tarda a farci visita bisognerà andare a cercarla, pianificando tutto alla perfezione ed imboccando il giusto sentiero. L'unica cosa certa nella vita è che non possiamo tornare indietro. Abbiamo ascoltato uno dei brani più coinvolgenti dell'intera discografia Yessana, con un immenso Chris Squire protagonista assoluto, una vera e propria gioia per le orecchie per chi come me, strimpella le quattro corde. Un'ultima curiosità, il brano fu scelto come sigla per il mitico Discoring, la risposta italiana a Top Of The Pops, per tutta la stagione 1980-81.

Into The Lens

La traccia successiva, Into The Lens (Dentro le Lenti) è un brano a cui sono particolarmente affezionato, in quanto è stato quello che mi ha catapultato nell'affascinante Yes World. Un potente unisono di basso e gran cassa apre le porte ad un'insolita tastiera che assieme alla ritmica proposta da Mr. White e Mr. Squire ricorda vagamente un valzer. Dopo alcune battute, Steve Howe rinvigorisce il tutto con un bel tema eseguito con la Fender Steel Guitar, per poi tornare alla Telecaster, deliziandoci con un paradisiaco tema di chitarra, ricamato da poche note di pianoforte e da profonde note di basso. Accompagnato dal pianoforte, Trevor Horn riprende la melodia proposta precedentemente da Steve Howe, con una melanconica linea vocale. Un' enigmatica tastiera annuncia l'inciso, che gioca sulla ripetizione della frase "I Am A Camera" (Io Sono La Macchina Fotografica), ricamata dalle suggestive tastiere e dal Vocoder di Mr. Downes. La successiva strofa è molto più grintosa, Alan White propone una ritmica dispari, dove il prepotente basso di Squire detta legge. In sottofondo Steve Howe sembra far parlare la sei corde, instaurando un botta e risposta con il bravo Trevor Horn. Arriva l'inciso, sotto la ritmica stoppata proposta dalla premiata ditta Squire & White ed un ridondante refrain di chitarra, Trevor Horn ci attacca a più riprese con il tormentone "I Am A Camera", a cui fa eco l'alieno Vocoder di Geoff Downes. Una potente rullata annuncia la fine dell'inciso. Chris Squire spara una raffica di sedicesime, ricamando le rullate della batteria con pungenti e puntuali scale. La linea vocale si fa più grintosa e viene impreziosita da struggenti fraseggi di chitarra. Un cullante ed idilliaca tastiera accoglie Trevor Horn, che forse qui raggiunge il massimo livello nell'avvicinarsi a Jon Anderson. Improvvisamente la paradisiaca atmosfera viene spazzata via da un enigmatico e potente assolo di basso che si sposta su quattro toniche, meravigliosamente scandite dalle potenti rullate di Alan White. Immediatamente dopo, Steve Howe si aggiunge all'unisono al basso di Squire, una coinvolgente armonia vocale ci trascina verso un interludio dalla ritmica stoppata, che anticipa il tema dell'introduzione. Il brano sembra terminare sotto i potenti colpi della batteria, poi improvvisamente, al minuto 05:05 si riparte con la strofa. La trascinante linea vocale viene ricamata da melliflui temi di chitarra. Il potente groove di basso ci accompagna verso il ritornello, con il suo consueto tormentone. Andando avanti troviamo un epico interludio, sotto le martellanti orde di sedicesime sparate dal Rickenbacker, Steve Howe tesse una intricata ragnatela di note che imprigiona la linea vocale di Horn. Geoff Downes dimostra di non essere poi tanto inferiore al miglior tastierista del Pianeta, facendo centro con un bellissimo assolo di organo, che lentamente lascia il campo ad epiche tastiere. Il pompante bridge precede l'inciso che stavolta viene cantato da Geoff Downes con il Vocoder. L'evocativo finale è il momento migliore del brano e forse dell'intero platter. Trascinato dalla potente cavalcata ritmica, Steve Howe ci cattura con ammalianti fraseggi di chitarra, Trevor Horn insiste con il tormentone. Ad intervalli irregolari fa una fugace apparizione il breve inciso, ma poi siamo subito ricatturati dall'epico wall of sound, dove spadroneggia Steve Howe con fraseggi e funambolici assolo. Un breve limbo dove la sezione ritmica rallenta, uno spaziale pad di tastiera ospita la consueta armonia vocale, che risulta funzionare anche se orfana di Jon Anderson, poi una interminabile rullata ci riaccompagna nel epico impatto sonoro, dove, lasciatemelo dire, Steve Howe ci propone una delle più belle partiture di chitarra della sua carriera Yessana. Vorremmo che questo epico interludio durasse all'infinito, ma purtroppo, tutte le cose belle hanno la fine, ed i nostri chiudono con il valzereggiante tema dell'introduzione. Le liriche sono un altro lampante esempio di come l'uomo dipenda dalla macchina, nell'occasione da quella fotografica, sottolineando come siamo talmente schiavi della tecnologia da non rendersi conto dell'importanza che ha nella nostra vita. Molti dei nostri ricordi, con il passare del tempo, finirebbero nel cassetto del dimenticatoio, e con essi tutte le fantastiche emozioni che abbiamo vissuto in quella determinata situazione. Ma a mantenerli ancora in vita ci pensa la macchina fotografica, uno strano marchingegno capace di imprimere su una pellicola i nostri momenti più divertenti ed emozionati, facendoceli rivivere magicamente ogni talvolta che riguardiamo delle vecchie fotografie. Che dire, chapeau di fronte ad un epico brano che, come la macchina fotografica, ha il potere di farci viaggiare con la mente verso qualsiasi destinazione, brano dove a turno ogni membro si rende protagonista, con una doverosa sottolineatura all'immensa prova di Mr. Howe. Una piccola curiosità, il brano era staso originariamente composto da Horn e Downes per il secondo album dei Buggles, i cui lavori furono momentaneamente sospesi a causa dell'ingresso del duo negli Yes. Squire e compagni furono attratti dalla demo del brano e decisero di lavorarci sopra, donandole un'identità progressive ed ottenendo lo splendido risultato appena analizzato. Il brano finirà poi comunque sul secondo album dei Buggles, "Adventures in Modern Recording", ridimensionato e rivisitato in chiave pop, con un altro titolo, e quale poteva essere il titolo alternativo se non "I Am a Camera"?

Run Through the Light

Passiamo alla traccia numero cinque, Run Through the Light (Correre attraverso la Luce), aperta da spaziali tastiere. Steve Howe impugna il Martin Mandolin ed esegue un raffinato ricamo dal sapore italiano. Trevor Horn entra con una enigmatica linea vocale frammentata, più vicina a Sting che ad Anderson, ricamando poi con avvolgenti fraseggi di fretless bass. Chissà come avrà fatto a convincere Chris Squire a lasciargli lo scettro a quattro corde. Alan White tenta di ravvivare l'atmosfera con saltuari colpi di cassa e rullante, Steve Howe dona energia con importanti fraseggi sparati dalla sua fida Gibson Les Paul. Nell'inciso la ritmica si fa più vivace, Horn rende il favore a Squire, facendogli cantare il ritornello, impreziosito da un simpatico riff di tastiera. Ritorna la strofa, con gli avvolgenti fraseggi di fretless e l'insolita ritmica frammentata. Stavolta l'inciso viene raddoppiato e leggermente variato in modalità Police. Sullo spaziale tappeto di tastiera, Steve Howe esegue uno stralunato assolo di chitarra, sul finale ricamato dal fretless bass di Horn. La tastiera emette un alieno squittio ed una potente rullata dice stop. Emerge il mandolino, accompagnato da suggestive tastiere e ritorna la strofa, che successivamente viene intelligentemente mixata al ritornello ottenendo una interessante soluzione. Nella parte finale dell'inciso rallentano i BPM, poi Mr. White riparte per il gran finale, dove Steve Howe si mette a duettare con le tastiere di Geoff Downes. Alla gara fra solisti si aggiunge anche Horn con sinuosi fraseggi di fretless bass. I raffinati accordi di pianoforte che si intrecciano con le tastiere sono opera di Chris Squire, che forse non aveva digerito tanto bene la momentanea performance al basso di Trevor Horn, il quale nelle liriche ci invita a correre attraverso la luce, la luce luminosa dell'amore e la sua scia dei meravigliosi momenti vissuti insieme alla persona amata. La luce dell'amore riesce ad illuminare anche le tenebre della notte, facendoci sognare la persona amata. I ricordi dei momenti passati alla persona amata, insieme ai sogni d'amore vanno a formare le tessere di un magico puzzle che possiamo completare in qualsiasi momento; si ha proprio la sensazione di venire investiti da una pioggia di luce mentre ascoltiamo il brano, e paradossalmente riusciamo anche a farci un esame di coscienza, riuscendo, man mano che l'ascolto procede, a rimettere insieme i pezzi della nostra vita. Abbiamo ascoltato uno dei brani più insoliti degli Yes, ma non per questo fra i peggiori. In evidenza ci sono le cinguettanti tastiere di Geoff Downes e l'inusuale ritmica frammentata, mentre gli arrangiamenti vocali sono molto vicini a quelli di Sting e compagnia cantante.

Tempus Fugit

E siamo arrivati all'ultima traccia, dall'ammonente titolo Tempus Fugit, che subito ci aggredisce con un potente unisono di organo e chitarra. Qualche battuta e poi l'unisono viene rafforzato dalla sezione ritmica. Alla terza mandata, Alan White ritma veloce sul charleston, Downes con la mano sinistra continua a suonare l'organo, mentre con la destra ci spara un funambolico riff di tastiera. Un rocambolesco unisono di chitarra e rullante apre le porte alla strofa. Chris Squire ci aggredisce con un potentissimo giro di basso sporcato dal flanger, sotto i colpi di una veloce ritmica proposta da Mr. White. Tastiera e chitarra si lamentano come i dannati di un girone infernale dantesco. Un paio di battute con il basso in evidenza e la chitarra di Steve Howe che ritma in contro tempo e poi incontriamo un limbo dove domina Geoff Downes, che con il suo Vocoder annuncia il nome della band. Si riparte con la strofa, il basso giganteggia, gli accordi in controtempo della chitarra accolgono Trevor Horn, che insieme alla seconda voce di Chris Squire, ci colpisce con una linea vocale veloce che ricorda uno scioglilingua. Un breve stacco che mette ancora una volta in evidenza il basso e poi arriva il chorus, che mantiene in linea di massima le sembianze della strofa, con un basso meno invadente. Ai due menestrelli si aggiunge anche Steve Howe a rafforzare la linea vocale. Altro interludio strumentale e poi incontriamo un rocambolesco unisono dove domina Steve Howe, che con una rapida successione di scale ci riporta alla strofa, seguita dall'inciso. Il successivo intermezzo strumentale anticipa il ritorno di Geoff Downes ed il suo Vocoder, che con voce aliena dice "Yes, Yes", rispondendo alle domande di Mr. Horn e Chris Squire. Uno gioioso "Yes" urlato a quattro voci ci riporta all'unisono dell'introduzione, dove spicca il simpatico riff di tastiera. Funamboliche scale e corse sui tom annunciano il ritorno della strofa, sempre cantata a due voci, seguita dall'inciso, rafforzato ancora dalla voce di Howe. Un'altra escursione solista del basso ci riporta al botta e risposta fra il duo Squire-Horn ed il Vocoder di Downes. Si chiude con il potente unisono ricco di spunti tecnici dell'introduzione, che sfumando lentamente lascia il campo ad alieni schiamazzi sparati dalla tastiera. Nella notte si aggira una misteriosa creatura, dalle sembianze mostruose, capace di mutare le persone. La misteriosa creatura è in grado di mimetizzarsi, nascondendosi in ogni dove. Questa misteriosa creatura non è altro che l'innocenza. Un valore che l'uomo ha quasi smarrito completamente, che riesce a rimanere in vita solo nei bambini. L'innocenza avrebbe il potere di cambiare il mondo, solo che viene sempre tenuta saldamente prigioniera da oscure forze che alloggiano nell'anima dell'uomo. Ma quando si libera è in grado di ammaliare, di rendere tutto più bello e più facile, quando siamo controllati dall'innocenza, diamo soltanto risposte positive. E allora ci viene da pensare come sarebbe cambiata la nostra vita, se avessimo agito sempre nel nome dell'innocenza e della lealtà. Ci piacerebbe poter tornare indietro nel tempo e poter cambiare alcune decisioni prese in maniera affrettata. Quando stiamo insieme all'innocenza, ci viene voglia di star sempre con lei, che ci dà meravigliose sensazioni, ma purtroppo, nell'uomo c'è qualcosa di oscuro che troppo spesso cattura l'innocenza e la tiene prigioniera. Che dire, altro fantastico brano che tiene testa alle altre tre perle del platter, quasi un inno alla band, con un fragoroso basso che domina dall'inizio alla fine.

Conclusioni

L'album in studio numero 10 degli Yes, è l'ennesimo album controverso che ha diviso i fans. Addirittura, i seguaci di Drama, vennero soprannominati "panthers", in riferimento alle pantere nere che appaiono in copertina. Oltre all'insolita fusione con il gruppo techno pop dei Buggles, il principale pomo della discordia era l'assenza dell'icona Jon Anderson, specie in sede live. Non era facile per il giovane Trevor Horn rimpiazzare un pilastro come il santone di Accrington. In studio il nuovo vocalist possiamo dire che se la cava egregiamente, aiutato anche dalle armonie vocali di Squire e Howe, ma dal vivo non fu tutto rose e fiori. Se negli Stati Uniti non fu dato tanto peso al cambio della guardia, la stessa cosa non si può dire che avvenne in patria. Nei primi concerti del Regno Unito, spesso i fans reclamavano a gran voce Jon Anderson, ed il povero Horn intimidito, cercava di ripararsi dietri quei grandi occhiali scuri. Lo stesso Horn ammette che all'inizio non fu per niente facile, quasi rimpiangeva di aver accettato di entrare negli Yes, coronando il suo grande sogno, quello di cantare con i propri idoli. Poi per fortuna, lentamente le cose andarono migliorando, grazie anche alla valenza dei brani del nuovo platter. Già dalle prime note della maestosa suite Machine Messiah, ci dimentichiamo dell'assenza di Jon Anderson, che evapora definitivamente davanti alla magnificenza di brani come Into The Lens, Does Really Happen? e Tempus Fugit. Il nuovo arrivato Horn riesce comunque a proporci interessanti linee vocali, con uno stile molto più vicino a Sting che ad Anderson, mentre le liriche si muovono su settori diametralmente opposti a quelli Andersoniani. Via i viaggi onirici e mistici voli pindarici e filosofici, dentro liriche più fredde e di difficile interpretazione, che spesso trattano il rapporto fra l'uomo e la tecnologia, nel segno del progresso. La vera sorpresa di Drama è l'altro nuovo arrivato, Geoffrey Downes, che si dimostra all'altezza dei suoi predecessori in quanto a tecnica e velocità di esecuzione. E se devo dirla tutta, nel contesto di Drama, mi diventa impossibile non vederlo dietro al set di tastiere, con i suoi suoni spaziali ed i nostalgici passaggi di Vocoder. Il valente Geoff ritornerà in futuro a far parte degli Yes, quando dopo una lunga pausa di 10 anni, pubblicheranno l'album Fly From Here, guarda caso il secondo in carriera senza Jon Anderson. Ma chi la fa da padrone su Drama è il leader indiscusso Chris Squire, che ci attacca con groove potenti quanto complicati. Monumentali le partiture di basso di Does Really Happen? e Tempus Fugit. Anche l'amico Howe è in forma smagliante, perfettamente a suo agio anche nel nuovo wall of sound yessano, irrobustendo il proprio sound che abbandona i sentori classici in virtù di sonorità più dure ed aggressive, senza ovviamente tralasciare la tecnica. Per Alan White è sin troppo facile fare bella figura, trascinato dai fragorosi giri di basso del compagno di sezione ritmica. Drama è stato rilasciato il 18 Agosto del 1980, distribuito dalla major Atlantic e registrato presso i Townhouse Studios nel West End di Londra tra l'Aprile e il Giugno del 1980. Si rivede finalmente in studio anche Eddie Offord, che insieme a Trevor Horn e al resto della band si occupa della produzione. Per la gioia di Steve Howe, Roger Dean torna ad occuparsi dell'artwork. Sullo sfondo di un grigio paesaggio lunare dominano maestose montagne ghiacciate, più in basso le rocce prendono la naturale colorazione grigiastra, ospitando qualche albero. In riva ad uno specchio d'acqua, tre pantere nere inseguono un candido uccello lira, mentre sulla sinistra delle aliene forme vegetali rosso-azzurre spiccano sulle grigie sfumature del resto della copertina. In alto domina l'ormai classico logo "Yes", che sovrasta la scritta "Drama", proposta in un affascinante font spigoloso. L'album si è comportato curiosamente in maniera contrastante: nonostante le diffidenze in sede live, in patria raggiunse comunque la posizione numero 2, mentre negli Stati Uniti, dove i concerti furono accolti calorosamente, per la prima volta non raggiunge la decima posizione. Ma questa aliena ed insolita formazione degli Yes era destinata a vita breve. Alla fine del tour promozionale, Horn abbandonò la band dedicandosi alla produzione, Steve Howe e Geoff Downes si misero al tavolo con i dinosauri John Wetton e Carl Palmer, in procinto di formare gli Asia. I due superstiti Squire e White erano orma logori del via vai di persone e decisero di sciogliere gli Yes, formando una nuova band insieme ad un talentuoso chitarrista sudafricano, Trevor Rabin. Mancavano un cantante ed un tastierista per completare la line-up dei Cinema, ed indovinate un po' chi andò a completare l'organico? Ma questa è un'altra storia che affronteremo nella prossima recensione. Ritornando all'album in questione, nonostante un cambio di genere, che si allontana dalle epiche sonorità barocche degli anni settanta, in funzione di un sound ben più moderno e vicino alla new wave, Drama si conferma un album con i controfiocchi, un enorme passo avanti rispetto al discusso Tormato, i quattro brani portanti sono senza ombra di dubbio tra le migliori composizioni di sempre degli Yes. Purtroppo per noi, l'assenza di Jon Anderson ha fatto sì che dopo il tour promozionale i brani non fossero più riproposti in sede live, fatta eccezione di qualche breve passaggio di Chris Squire nei suoi assoli. Facendo un salto temporale fino ai giorni nostri, proprio nello stesso periodo che il gigante buono annunciava al pubblico di essere stato colpito da una grave malattia, quello che restava degli Yes stava organizzando il nuovo tour, che prevedeva l'intera esecuzione degli album Fragile e Drama. Nonostante la dolorosa perdita di Squire, il tour del 2016 è stato comunque confermato e toccherà anche il bel paese. Il gigante buono è stato rimpiazzato dall'amico di una vita Billy Sherwood, già con gli Yes alla seconda chitarra in occasione dell'album Open Your Eyes. Sebbene questa sia quasi una cover band degli Yes, visto che delle storiche colonne portanti vede presenti solo White e Howe, il sottoscritto sarà presente in prima fila. Tirando le somme, panthers o non panthers, l'amore viscerale che nutro nei confronti di Drama è assai più forte della marea di pregiudizi insensati che gli gira in torno. Se amate veramente gli Yes, dimenticatevi dell'assenza di Jon Anderson e assaporate tutte le essenze di questo meraviglioso album.

1) Machine Messiah
2) White Car
3) Does It Really Happen?
4) Into The Lens
5) Run Through the Light
6) Tempus Fugit
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