WOLVES IN THE THRONE ROOM

Thrice Woven

2017 - Artemisia Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
28/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Olympia, Stato di Washington (USA), 2003. Se il mondo del black metal, nato nei precedenti anni '90, era stato dominato dai gelidi panorami norvegesi nei dintorni di Bergen, dalle chiese di legno bruciate in mezzo ai boschi e dalla furia (anche criminale) dell'Inner Circle di Oslo, agli albori del nuovo millennio una nuova sensibilità black stava nascendo negli Stati Uniti nord-occidentali e nel vicino Canada. Qualcosa di molto più legato non solo alla natura in quanto tale, ma anche a ciò che essa rappresenta per gli uomini che la abitano e per la loro storia, a livello sia culturale e politico che, soprattutto, emotivo. Quelle montagne e quelle foreste non sono mai stati un semplice territorio di incrocio tra gli Stati della costa pacifica americana, comunemente chiamato "Pacific Northwest", ma rappresentavano piuttosto un triangolo con una sua identità personale ben definita, costituito idealmente dai tre angoli delle città di Seattle (Washington), Portland (Oregon) e Vancouver (British Columbia). Una bioregione dalle caratteristiche morfologiche peculiari che aveva assunto il nome di "Cascadia" (in riferimento alla catena montuosa delle Cascate) già da tempi non sospetti, e che aveva trovato il suo manifesto culturale nel 1971 con il libro "Ecotopia" di Ernest Callenabach, e la sua bandiera nel 1994 con strisce blu, verdi e bianche e sopra l'imponente e bellissimo Abete di Douglas, anche chiamato "il pino dell'Oregon", rintracciabile unicamente in quei territori. Il senso di appartenenza delle genti di quella terra, come parte di una regione a sé stante dotata di personalità propria, non si vede semplicemente nei suoi aspetti più folcloristici, come appunto l'utilizzo della bandiera cascadiana dai tifosi dei Portland Timbers o dei Vancouver Whitecaps, ma anche da un vero e proprio movimento indipendentista nel 2006, il Cascadian Indipendence Project, che rimane tuttavia più che atro un progetto ideologico, autore di iniziative come il Cascadian Day del 18 Maggio e di una valorizzazione di quegli aspetti naturali biosferici caratteristici della regione che la rendono peculiare rispetto al resto degli Stati Uniti (e considerando ciò che è accaduto l'ultima volta che degli Stati hanno provato a mettere in pratica una secessione dalla federazione, è probabile che il progetto continuerà a restare puramente ideologico).

È in questo contesto socio-culturale che si muove la band dei fratelli Aaron e Nathan Weaver, dall'emblematico nome Wolves In The Throne Room. Nati ad Olympia nel 2003, iniziarono a far parlare di sé l'anno successivo con l'uscita di un demo omonimo che tentava di mettere in musica quelle esigenze, frutto di una sensibilità naturalista che aveva trovato in quello specifico sottogenere del metal, epurato dalla semplicistica malignità della sua forma classica norvegese, la perfetta valvola di sfogo e il perfetto manifesto musicale. Ma se però i 40 minuti del primissimo demo dei fratelli Aaron risultavano però ancora troppo sperimentali e confusionari, è con il secondo demo (e l'aiuto del chitarrista Richard Dahlen) che i nostri provarono effettivamente a dare una forma compiuta alla propria personalità; e ci riuscirono, tanto da inserire poi parte di quelle composizioni nel proprio album di debutto, quel piccolo gioiello chiamato "Diadem Of 12 Stars" che nel 2006 segnò l'inizio di un nuovo modo di intendere e suonare il black metal. Non che prima l'atmospheric black non esistesse, anzi; nella stessa Cascadia altre band, come i Fauna, avevano già provato a mettere i propri amplificatori al servizio di quelle foreste selvagge e di quelle montagne incontaminate, per decantarne la bellezza e la profonda spiritualità; senza contare quei gruppi dall'altra parte del globo, come i Drudkh, che già qualche anno prima erano riusciti ad infondere nei propri riff black metal un'impronta di comunione totale tra l'uomo e la natura. La musica dei Wolves In The Throne Room, tuttavia, andava oltre, non fermandosi semplicemente a un rinnovamento del genere in quanto tale, ma ad impreziosirlo di elementi che pescavano direttamente da generi come l'ambient, da effetti totalmente improntati sull'atmosfera e, soprattutto, da un vero e proprio "stile di vita" che ne rispecchiasse totalmente la visione del mondo di cui la loro musica si faceva portatrice. Non stupisce quindi che la band abbia ricevuto dai cosiddetti "puristi" l'accusa di essere troppo "hippie" per suonare un genere come il black metal, e che nel tempo siano nate le più diverse leggende su di loro (cosa già accaduta in passato ad altre band black fuori dagli schemi, come cui il misterioso duo americano dei Velvet Cacoon), tra cui soprattutto quella secondo cui i Wolves vivessero come figli dei fiori settantiani, in una comune nel bel mezzo della foresta. La verità, tuttavia, non si discosta poi così tanto dalla leggenda: Aaron Weaver, le rispettive compagne e alcuni amici vivono realmente a contatto stretto con la natura, in una fattoria circondata da mille acri di terreno montuoso e boschivo, alzandosi presto per lavorare nei campi o componendo di notte direttamente tra quegli alberi; inevitabile, quindi, che il peculiare stile dei vita dei due fratelli si sia poi tradotto in uno stile musicale che li rappresentasse appieno, e che infondesse in quelle note, in quei riff distorti e in quegli scream l'anima più pura della propria sensibilità "cascadiana". Sensibilità, questa, che un album come "Thrice Woven" riversa sull'ascoltatore attraverso una simbiosi pressoché perfetta tra le radici puramente black metal del combo di Washington e le loro istanze naturaliste figlie di una introspezione spirituale sciamanica e quasi mistica.

Ecco perché, dopo ormai quasi cinque lustri di carriera, mi sento di dire che questo album è forse il più rappresentativo in assoluto nella discografia dei Wolves In The Throne Room: una discografia ricca di gemme preziose, a volte grezze, a volte più rifinite, ma che questa volta acquisiscono un'identità ben definita e riescono a brillare di luce (nera) propria, senza cedere troppo né agli aspetti più ambient e spirituali, né alla violenza sonora incontrollata. Un disco dalle due facce che si completano a vicenda, e che vanno a delineare, forse una volta per tutte, il vero aspetto di una band che non ha mai smesso di sperimentare e che ora appare abbastanza matura per il definitivo salto di qualità nell'olimpo del black metal di nuova generazione.

Born From The Serpent's Eye

Sono sufficienti le primissime note di "Born From The Serpent's Eye" ("Nato dall'occhio del serpente") per immergerci totalmente e inesorabilmente nell'oscuro mondo dei Wolves In The Throne Room. Un mondo fatto di foreste buie che diventano un tutt'uno con la notte, immerse nella loro spiritualità sciamanica che raccoglie le loro anime arcane, immutate nello scorrere delle epoche, e le riunisce al tutto del cosmo. Un timido e melanconico arpeggio di chitarra acustica che pian piano si fonde con il ronzio zanzaroso di una chitarra elettrica, e quando Aaron parte con i blast beat una sfuriata black metal ci travolge e ci conquista e il brano raggiunge una solennità celestiale. L'invocazione nella voce strozzata di Nathan ci avvolge come una preghiera e ci ipnotizza con la sua poetica: "Prestami la tua pelle di falco / Viaggiatore del cielo / Attraverso i prati verdi / Sul fiume brulicante di lance / Al lago di pietra / Dove nulla vive / E nulla cresce". Non possiamo far altro che lasciarci trascinare dalla potenza dirompente della sua narrazione.

Tuttavia, per quanto la prima parte del brano sia ammaliante e coinvolgente, è davvero un peccato che per la realizzazione del suo videoclip si sia fermata qui, scegliendo di tagliare la sua durata e ridurre così gli oltre 9 minuti iniziali in 4 minuti e mezzo (forse per rendere più scorrevole ed immediata la visione). Vedere i nostri darsi da fare con gli strumenti in una foresta notturna, illuminati solo da fiaccole accese e senza nemmeno un'ombra di face painting, li rende quasi una versione sobria, epurata e "americana" degli Immortal, convince appieno; tuttavia la mancanza della seconda parte del brano si fa sentire, anche perché, nonostante i riff centrali (e quindi finali nel videoclip) appaiano azzeccati e mettano subito in chiaro quanto la band non abbia perso il suo smalto e la sua devozione nella nera fiamma, risultano comunque un po' sottotono e fin troppo "classici" per lo stile dei lupi di Olympia, rischiando di non esprimere tutto il loro potenziale a chi dovesse distrattamente fermarsi solo al video, senza approfondire anche l'ascolto su disco. Il finale del brano reale, al contrario, si riprende alla grande, dopo una lunga pausa dalle tinte ambient, lasciate alle cure della cullante voce della svedese Anna Von Hausswolff (presente poi anche nella quarta traccia), passa attraverso pesanti rallentamenti tanto maligni quanto avvolgenti, per poi terminare in una cavalcata d'atmosfera epica, disperata e tanto, ma tanto emotiva.

Siamo appena all'inizio del viaggio e non so se "Born To The Serpent's Eye" si possa considerare il capolavoro di "Thrice Woven", ma dentro di me so già che l'opener resterà il mio brano preferito di tutto album, e forse persino una delle mie canzoni black metal preferite di sempre. Al netto di qualche piccola ingenuità nella parte centrale, una vera gemma nera.

The Old One Are With Us

L'intensità emotiva dirompente dell'opener impone un momento di calma, ed è così che i cascadiani si affidano a lente plettrate di chitarra acustica per introdurre la successiva "The Old One Are With Us" ("Gli Antichi Sono Con Noi"), accompagnate da una calda voce registrata che celebra la fine della stagione fredda e il ciclo della vita ("L'inverno sta morendo / Il sole sta tornando / I ghiacci si stanno ritirando I fiumi stanno scorrendo / Il terreno sarà fertile / I semi si risveglieranno"). Siamo di fronte ad uno dei brani forse più atmosferici mai composti dai Lupi in un contesto non ambient, dove ogni singola sonorità, come lo scoppiettare di un fuoco da campo sullo sfondo (che fa immaginare davvero di trovarsi di notte in un bosco) e dei profondi cori maschili che si ergono poco a poco in lontananza, contribuiscono ad ammantare il brano di un fascino oscuro e ancestrale. Così, un po' alla volta la chitarra elettrica si riprende il suo terreno, con una cavalcata solenne e drammatica, sostenuta da tastiere dal sapore occulto e da un riffing estremamente atmosferico e mai troppo invadente.

Anche qui l'emotività la fa da padrona, ma la maestosità del brano si affaccia in tutta la sua sfrontatezza nel momento in cui l'ospite d'onore Steve Von Till prende in mano la situazione e ci accompagna nella seconda parte del pezzo con la sua chitarra e i suoi vocalizzi da orso ferito. I Wolves In The Throne Room del resto non hanno mai nascosto la loro profonda stima verso i Neurosis, e non stupisce come la band più oscura di sempre del panorama post metal si sposi bene con l'attitudine di una band post black metal come i nostri, ma c'è da dire che qui sembra quasi di ascoltare uno dei dischi solisti del musicista di Portland che ha ospitato i Wolves, invece del contrario. E sul finire del brano la commistione tra il neo folk apocalittico di Von Till, il muro di chitarre sollevato da Nathan e l'aria soffocante impregnata dalle tastiere diventano un tutt'uno, e ci trascinano con forza dentro l'universo ombroso dei Wolves, ed è un attimo sentirsi come la fanciulla persa nella foresta dei troll di cui cantavano gli Ulver in "Bergtatt", ma in una versione americana più vicina a certo occultismo stregonesco che non al folklore nordico. Un brano che chi adora il black metal melodico, atmosferico e anche sinfonico non potrà fare a meno di amare. E chi invece ama i Neurosis ma non si è mai avvicinato al black metal, potrà forse trovare in questo brano dei Wolves un punto da cui iniziare.

Angrboda

Probabilmente ai più svegli tra voi il titolo della terza canzone del platter, "Angrboda", non sarà passato inosservato. Tale è infatti il nome della gigantessa della mitologia norrena di cui ci parla Snorri Sturluson nella sua Edda in prosa, nonché il nome che Floki ed Helga decidono di dare alla loro figlioletta nella seconda stagione di "Vikings" (e se non l'avete ancora visto, approfitto di questa recensione per consigliarvi caldamente di recuperarlo). Riecco quindi i miti del mondo vichingo tanto cari su questo album ai Wolves In The Throne Room, che stavolta ritornano prepotentemente fin dal titolo, e con versi evocativi che sembrano più che altro pennellate sul ritratto di un paesaggio, piuttosto che frasi di senso compiuto che narrano una storia ("Gli anziani generano / I fiori della giovinezza / Sotto i raggi del sole nero / I tamburi in lutto / Si scontrono e gemono").

Lo slancio iniziale di "Angrboda" è tipicamente depressive/atmospheric black, ma vive sotto la lente dell'USBM più ortodosso: un'accelerata di batteria, un riffing al fulmicotone sostenuto da una produzione che più maligna non si può, nonché un'aria satura di zolfo e occultismo, in un contesto naturalistico che odora di rinascita spirituale. Strategica e azzeccata l'idea di far interrompere bruscamente la cavalcata per trasformarla in uno dei riff più lenti e soffocanti di tutto l'album: l'effetto sorpresa ci colpisce in pieno volto e ci fa godere, attraverso una pesantezza black metal che pian piano sfocia in dissonanze post/doom che quasi ricordano le visioni apocalittiche dei sopracitati Neurosis, nonché il drone etereo del precedente "Celestite". La ripetizione la fa da padrona in "Angrdoba" ed è proprio questo il bello, perché il suo riffing ossessivo, malsano e dissonante ci introduce alla perfezione nel mondo oscuro dei Wolves In The Throne Room; ciò non toglie che nel corso dei suoi dieci minuti abbondanti di durata il brano riesca anche a variare tono, tra un'epicità degna del Burzum sognante di "Belus" e un finale che, prima della rasoiata finale, ci regala amozioni ambient in cui immergerci completamente dopo aver chiuso gli occhi e spento i pensieri.

Canzone forse tra le più rappresentative di sempre dei Wolves In The Throne Room (e non per niente piazzata strategicamente in posizione centrale nel disco), "Angrdoba" è una summa del meglio a cui i lupi americani ci hanno abituato negli anni, dal loro lato più classicamente black a quello squisitamente spirituale, passando per le loro visioni più malsane e per i loro approcci più eterei. Malignità, dissonanza, atmosfera, epicità: in "Angrdoba" c'è proprio di tutto, e questo pezzo da solo varrebbe l'acquisto dell'album.

Mother Owl, Father Ocean/Fires Roar In The Palace Of The Moon

Prima di giungere al gran finale, i lupi affidano i nostri sensi all'ugola eterea e cristallina di Anna Von Hausswolff in "Mother Owl, Father Ocean", delicato interludio atmosferico affidato interamente ai sintetizzatori e ad inserti rumoristici come l'onnipresente fischio del vento tra le fronde. La band stessa ha dichiarato di "vedere il mare del nord" quando sente Anna cantare, e infatti c'è da dire che la voce della cantante svedese riesce davvero a trasportare chi ascolta in un mondo fiabesco, direttamente ispirato a quella mitologia norrena a cui l'intero album si ispira, e che ti fa sentire realmente in balia della foresta e di quella spiritualità ecologica che rappresenta da sempre l'emblema della band di Olympia. Traccia figlia del passato ethereal ambient di "Celestite", "Mother Owl, Father Ocean" non è solo un'evocativa pausa dalla brutalità delle distorsioni, ma un brano che ricollega perfettamente il precedente album con lo spirito molto più black metal di questo "Thrice Woven". E direi che ci stava assolutamente.

Conclusasi questa passeggiata notturna nei boschi, è il momento di affidarci a una degna conclusione, e le chitarre solenni e magniloquenti che aprono "Fires Roar In The Palace Of The Moon" fanno perfettamente al caso nostro. Forse il brano più squisitamente black metal dell'intero album, e uno dei più "tradizionalisti" della loro intera discografia, la traccia che porta a conclusione il nostro viaggio nella foresta è un vero e proprio tour sonoro nella Cascadia più primitiva, un concentrato duro e puro di atmospheric black nella sua forma più genuina, e riesce a bilanciare alla perfezione epicità e atmosfera con blast beat e sfuriate che risentono dell'influenza dei Darkthrone di "Transilvanian Hunger". I minuti centrali del brano sono un richiamo ambient tanto misterioso quanto affascinante, e si sposano alla perfezione con i testi urlati dai fratelli Weaver, che richiamano alla mente rituali wicca figli di un lontano paganesimo occulto ("Adornano i suoi santuari con l'erica / Invocano l'acqua di Dannu / Muschio freddo e pietra sotto i piedi / La morte arriva in autunno), salvo poi frantumarsi su mid-tempo che odorano di zolfo, debitori della scuola norvegese anni '90 ma al contempo pregni di sonorità USBM e di spiritualità cascadiana.

Così gli 11 minuti e mezzo di "Fires Roar In The Palace Of The Moon" scorrono splendidamente, in bilico tra tradizione e modernità, e piaceranno tanto ai fanatici del black metal vecchia scuola quanto a chi ha apprezzato le derive dark-ambient più recenti della band americana. La solennità di cui il brano è intriso, peraltro, lo rende la conclusione perfetta per l'album, come anche i riff sempre in divenire della band ricalcano quel ciclo continuo della natura che popola le ossessioni dei nostri. Quando il brano si chiude e il disco volge al termine, la musica si interrompe per lasciar spazio alla natura, e l'unico suono che ci riaccompagnerà lentamente nel mondo reale sarà il lontano fragore delle onde sferzate dal vento dell'oceano Pacifico. E ci sentiremo incredibilmente appagati.

Conclusioni

"Thrice Woven" esce a oltre dieci anni di distanza da quel "Diadem Of 12 Stars" che aveva definito la strada e gli obiettivi dei fratelli Weaver: da quel disco, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e la voglia di sperimentazione della band non si è certo fermata qui. Dalle nebbie fumose del capolavoro "Black Cascade", fino alle atmosfere ambient strumentali dell'ultimo "Celestite", era ormai da parecchio che i Lupi americani avevano un po' perso per strada le loro radici black metal più ferali e genuine, quelle che pescavano a piene mani dal genere per riadattarlo alla propria personale visione artistica, ed è un piacere vederli adesso ritornare ad affilare le armi, con la voglia di tirar fuori il lavoro forse più spiccatamente "black" della loro recente carriera. In tal senso, risulta emblematica l'affascinante copertina realizzata dal pittore russo Denis Forkas; lontani ormai da quella necessità di dimostrare al mondo il loro legame con la natura, che ben traspariva dal muschio sulla nerissima cover del primo demo omonimo, qui la rappresentazione dell'uccisione di Fenrir, il gigantesco lupo della mitologia norrena, figlio di Loki e della gigantessa Angrboda (a cui tra l'altro è dedicata una delle cinque canzoni del lotto), rende ancora più evidente l'avvicinamento dei Wolves alle tematiche tanto care al più classico black metal di discendenza vichinga cara tanto ai Bathory quanto agli Immortal, seppur con una visione artistica decisamente fuori dai canoni tipici del genere. Ritrovare la classicità nell'innovazione: è anche qui che, per un blackster open-minded, risiede l'irresistibile fascino di una band unica e tutta da scoprire.

La bellezza più sconvolgente di un album come "Thrice Woven" è proprio qui: nel suo voler essere squisitamente black metal, seppur con un'ottica che è quanto di più "cascadiano" possa offrire la scena oggigiorno. Le atmosfere sciamaniche di cui si ammanta il disco lungo le sue cinque tracce (dalla durata forse più consona ad un EP che ad un vero e proprio album) si nutrono della materia black metal reinventandola in chiave intimista, un viaggio spirituale in grado di accedere agli anfratti più profondi e neri dell'animo umano, ben lontani dalla cieca distruzione nichilista a cui il genere ci ha abituato nella sua forma più canonica. È qui che capiamo quanto il black metal contemporaneo abbia bisogno di una band come i Wolves In The Throne Room: lungi dall'essere "troppo hippie" per suonare questo specifico sottogenere (tali critiche, se proprio si vuole farle, sarebbero più consone a band come i Deafheaven piuttosto che ai lupi di Olympia), i nostri ridefiniscono con grande talento e classe sopraffina la struttura di un genere che ormai da lustri si dimostrava stantio e uguale a sé stesso. E lo fanno a suon di riff nerissimi e straziati, taglienti e ispirati, seppur a volte un po' troppo prevedibili (la parte centrale di "Born From The Serpent's Eyes"), che non solo non hanno nulla da invidiare al classico band di scuola scandinava, ma riescono persino a dimostrare che, in taluni casi, l'allievo possa superare il maestro. Se c'è qualcosa che i Wolves riescono a dimostrare fin troppo bene, è quanto un genere troppo spesso vittima della sua stessa purezza come il black metal possa essere in realtà profondo, sfaccettato e malleabile, in grado di adattarsi ad esigenze spirituali anche molto diverse da quelle inizialmente ostentate da chi per primo lo aveva creato.

Da questo punto di vista, le varie collaborazioni del disco non fanno che confermare le caratteristiche peculiari di questo modo di suonare black metal, grazie alle sensibili suggestioni d'arpa di Zeynep Oyku Yilmaz e alla soave voce della cantante svedese Anna Von Hausswolff, che sia nell'opener che nell'intermezzo "Mother Owl, Father Ocean" impreziosisce le atmosfere boschive della band con un tocco lirico delicato, etereo e oserei dire quasi "elfico", ben supportata dalle tastiere di Aaron che sembrano aver assimilato bene la lezione tolkeniana degli indimenticati austriaci Summoning. Dal canto suo, la re-introduzione in line-up di Kody Keyworth come chitarrista non fa altro che ammantare ancora di più i riff della band di una ferocia diretta e brutale, nonché di un'impronta chitarristica ben definita che mette a tacere chiunque abbia messo in dubbio l'effettiva appartenenza dei Wolves alla devozione per la nera fiamma. Ma è la presenza del gigante (in tutti i sensi) Steve Von Till, storico co-fondatore degli immortali post-metallers californiani Neurosis, a fare la parte del leone in una traccia come "The Old One Are With Us", che da un lato strizza l'occhio a una certa disperazione tipica del suicidal black, resa terribilmente solenne dalle tastiere di Aaron, e dall'altra stringe la mano a quel neo-folk apocalittico tanto caro al barbuto omaccione di Oakland, che qui si reinventa per essere quanto più vicino possibile alla sensibilità più tipica del black d'atmosfera. Del resto anche in altre tracce la presenza della chitarra acustica non si fa certo mancare, e l'intero album sembra essere sempre in bilico tra le proprie radici black metal, le sue esigenze atmosferiche/naturaliste e la sua voglia di sperimentare senza paraocchi. Tutto questo, però, sempre con i piedi ben saldi per terra, forte di una identità che mai come ora era stata così sicura e convinta di sé stessa.

Chi già si innamorò della band di Olympia con l'iconico "Black Cascades", se non proprio con i suoi primissimi album, saprà già perfettamente che un album come "Thrice Woven" non può mancare all'interno della propria collezione; per questo vorrei concludere rivolgermi piuttosto a chi, al contrario, ha guardato sempre con sospetto le nuove derive contemporanee del black metal e le sue commistioni con generi musicali diversi e con una sensibilità artistica e culturale completamente nuova e ridefinita. Se siete tra coloro che ancora adesso ritengono che il genere sia morto già dopo "Panzerfaust", così ossessionati dalle paranoie su ciò che è poser, kvlt o trve da non riuscire a guardare al di là del proprio naso, e che magari guardavano con sospetto persino gli Ulver di "Bergtatt" perché cantavano in pulito e non sono mai riuscite a perdonare la loro svolta avantgarde-elettronica, mi sento di dirvi che forse ora, nel nuovo millennio, è giunto il momento di mandare queste ideologie in pensione, ben chiuse in qualche baule della soffitta dove potranno essere dimenticate e lasciate al proprio polveroso passato. La vita va avanti, l'arte e la musica va avanti, il mondo intero va avanti e, checché ne possiate dire o pensare, il futuro di generi come il black metal deve (e dovrà) passare necessariamente da band come i Wolves In The Throne Room e da dischi come questo, meraviglioso, "Thrice Woven". Chapeau. 

1) Born From The Serpent's Eye
2) The Old One Are With Us
3) Angrboda
4) Mother Owl, Father Ocean/Fires Roar In The Palace Of The Moon