WOLVES IN THE THRONE ROOM

Primordial Arcana

2021 - Relapse Records / Century Media

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
06/09/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Che lo si voglia o meno, parlare dei Wolves In The Throne Room significa parlare di "cascadian black metal". Trend destinato a sfociare in un calderone di band tutte uguali secondo alcuni (vedi gli sticker "At least I'm not cascadian" nel merchandising durante un concerto degli olandesi Urfaust, che lasciano ben intendere l'idiosincrasia di certi blackster verso novità come questa), un nuovo e affascinante modo di intendere l'atmospheric black metal secondo altri: resta il fatto che, se la musica è sempre stata un'entità destinata ad evolversi, questo è particolarmente vero per sonorità così malleabili e aperte alle influenze esterne come il black metal. Gli anni '90 sono passati da un pezzo, le stesse band scandinave che hanno fatto la storia suonano oggi in modo molto diverso da come facevano all'epoca, e non stupisce che anche le terre selvagge della Cascadia americana abbiano avuto in tempi più recenti un effetto simile a quello che ebbero un tempo i desolati boschi innevati tra i fiordi di Bergen nell'ispirare i musicisti dell'Inner Circle. Per "Cascadia" si intende infatti proprio quel triangolo ideale che ha i suoi vertici negli stati dell'Oregon e di Washington, nonché nella British Columbia canadese: un unicum naturale e culturale che si stende lungo quella linea chiamata "Pacific Northwest", tra le Montagne Rocciose da un lato e l'immenso Oceano Pacifico dall'altro, una bioregione con la sua flora e la sua fauna (e le onnipresenti cascate a rappresentarne la bellezza naturale), un concentrato urbano tra le tre città maggiori della regione (Seattle, Portland e Vancouver) unite tra loro da una stessa enorme autostrada, nonché una popolazione formata in larga parte dai pronipoti di immigrati scandinave; tutte cose che hanno reso la Cascadia una candidata ideale tra le regioni a rischio secessionistico. Non stupisce quindi che a partire dai primi anni del nuovo millennio la regione avesse iniziato a partorire una propria scena black metal specifica, con la sua poetica e le sue soluzioni sonore, derivate sicuramente dalla scena classica norvegese, ma imbastardite di profumi rituali, atmosfere sciamaniche e da un legame indissolubile con la natura, che ne ha determinato la struttura musicale tanto sul piano lirico quanto su quello melodico. Ma se oggi, a parecchi anni di distanza dal momento in cui si è iniziato ufficialmente a parlare di questo nuovo sottogenere della nera fiamma, possiamo dedicarci all'ascolto di band una più bella dell'altra, da quelle più conosciute come gli Alda fino ai progetti più underground come i Wild's Reprisal, il merito è senza ombra di dubbio anche di coloro che potrebbero essere definiti gli iniziatori veri e propri di questa nuova corrente musicale: i Wolves In The Throne Room.

Facciamo un velocissimo riassunto delle puntate precedenti, per i più distratti che siano vissuti su Marte negli ultimi quindici anni. I fratelli Aaron e Nathan Weaver iniziano a suonare insieme per trasferire in musica ciò che il loro spirito prova dalla vita in mezzo alla natura, cosa che fa nascere anche qualche leggenda metropolitana, in realtà parzialmente vera, su di loro che vivono come hippie isolati dal mondo in una comune nei boschi di Washington. Quanto di buono si vede in un loro primo demo si trasforma ben presto nel 2006 in quello che può essere definito come uno degli album fondatori del cosiddetto "cascadian black metal", ovvero quei quattro lunghissimi brani che compongono il gioiellino "Diadem Of 12 Stars". Di lì a poco vedrà la luce quello che ancora oggi è da molti considerato il punto più alto della loro carriera, quel "Two Hunters" che li consacra come nuova promessa del black metal atmosferico più innovativo e sperimentale. La loro impronta si definisce ancora di più quando nel 2009 la drammaticità di "Black Cascades" irrompe nelle nostre orecchie, e appare ormai palese che l'eredità dei Drudkh è stata raccolta dall'altra parte dell'oceano. "Celestial Lineage" ridefinisce ancora di più i contorni di quel sound ovattato e sembra trovare la sintesi perfetta tra cielo e terra, tra atmosfera e furia, restituendo alla band un'identità black metal ben definita che sembrava essersi persa troppo per strada e impreziosendola con elementi folk che arricchiscono ancora di più la proposta del combo americano. Eppure le tentazioni atmosferiche dei nostri avevano ancora bisogno di sfogarsi a dovere per l'ultima volta, e così nasce l'esperimento di "Celestite", unico album completamente ambient della band e, per ovvi motivi, un unicum destinato a restare tale nella storia discografica dei nostri. Quando nel 2017 uscirà "Thrice Woven", ormai i nostri Lupi si sono già costruiti in oltre un decennio quella credibilità che li ha resi le nuove promesse del black metal americano, e possono permettersi di ritornare alle radici più sporche e primordiali del loro sound, attraverso un album che risultasse più diretto e "in your face", sia nei riff più spiccatamente metal, sia in quelle atmosfere oscure che ne hanno da sempre caratterizzato la produzione musicale, qui diventate molto meno fumose e più immediate grazie al sapiente uso di sintetizzatori ed effetti ambientali. Se questo rinnovamento sia un bene o un male si potrà dirlo solo ad ascolto ultimato, ma una cosa appare ormai certa: "Primordial Arcana" non assomiglierà a nessun altro album dei Wolves In The Throne Room, e questo, in un genere accusato di essere stantio ancor prima di nascere e prosperare, non può che essere un bene.

Mountain Magick

Mai videoclip fu più azzeccato. Quando "Mountain Magick" fu presentato al grande pubblico, il 10 Giugno 2021, la primissima cosa a farsi notare, prima ancora della musica di per sé, è stata l'atmosfera che si respirava in quel brano, con quegli effetti ambientali oscuri e primordiali, quel rumore di legni sferzati dal fischiare del vento, quel rimbombo che sembrava provenire direttamente da un'altra dimensione; il tutto era poi correlato di scene dalla fotografia bluastra e malinconica, che mostravano tutta la magnificenza selvaggia delle montagne e dei boschi americani nel Northwest, mentre un misterioso sciamano mascherato e incappucciato si aggirava da solo tra gli alberi, in perfetta comunione con la natura intorno a lui. Nel momento in cui inizia a farsi sentire quell'arpeggio distorto di chitarra, che profuma così tanto di malignità, di Darkthrone e di anni '90, i Wolves In The Throne Room sembrano quasi essersi messi d'accordo per celebrare un sabba pagano nel bel mezzo della foresta per lo giubilo di noi ascoltatori, mentre il loro modo di suonare black metal ci ha già conquistato del tutto. L'accelerata ferale che arriva di lì a poco è come un'ondata di vento gelido che ci colpisce in pieno volto con violenza, mentre i meravigliosi boschi della Cascadia che appaiono nel videoclip sembrano usciti dagli sfondi di qualche carta per "Magic: The Gathering", e ben si sposano con una musica che sembra fare del legame con quella natura bestiale la sua prima ragion d'essere. Eppure, scavando nel profondo di questo substrato black fatto di scream vocals, riff maligni, stop and go e accelerate improvvise, riaffiora facilmente un'anima melodica e poetica che sembra nutrirsi molto di un immaginario pagan e folk metal che si potrebbe respirare anche in band solo parzialmente affini al black, come Asmegin o Primordial, mentre un'epicità soffusa riaffiora dai rallentamenti e dagli assoli come se lo spirito dei Bathory si fosse impossessato con la forza dei loro strumenti. La nervosa e tirata accelerata finale porta il brano alla sua maestosa conclusione, lasciandoci piacevolmente sorpresi ad interrogarci se questo rinnovato spirito "in your face" dei lupi di Olympia sia solo uno spunto passeggero, o se si tratti di un vero e proprio approccio rinnovato alla loro musica.

Spirit Of Lightning

Pubblicato dalla band il 7 Luglio e presentato come secondo singolo dell'album in uscita, senza videoclip di accompagnamento ma semplicemente corredato da un oscuro fermo immagine in tonalità di grigio (un teschio di un cervo con una piuma, a richiamare la copertina del disco, posati su delle rocce in riva al fiume in un ameno bosco americano), "Spirit Of Lightning" è un brano affascinante che potremmo definire come diviso su tre livelli. Il primo è il livello "summoninghiano": per la prima volta nel disco vediamo comparire delle tastiere che sembrano uscite direttamente da "Minas Morgul" e più in generale dal melodic black metal epico degli anni '90, carico di quelle sonorità genuine e un po' grezze che sono anche il frutto dell'autoproduzione e del totale spirito DIY adottato dalla band dei fratelli Weaver per questo nuovo disco. Il secondo è il livello "burzumiano": quando entrano in scena le chitarre, la lugubre marcia di distorsioni zanzarose che calpestano lentamente le tastiere hanno molto in comune con quelle le atmosfere di "Belus" e della sua meravigliosa "Glemselens Elv", e più in generale riprendono quel sound utilizzato dai lupi su su "Black Cascades", ma rielaborato in un'ottima molto più intimista e naturalista. Il terzo livello, che è anche quello più caratteristico del mood generale di tutto il disco, è quello "agalocchiano": appena subentra la seconda chitarra, le melodie sembrano provenire direttamente dalle visioni più inquiete della compianta band di Portland, e persino lo scream di Nathan, nel suo farsi ancora più sussurrato e ancestrale, ricorda nemmeno troppo vagamente quello così caratteristico, per non dire iconico, di John Haughm, mentre i versi della canzone parlano di leggende arcane e di dialoghi intimi con la natura, ammantati di una certa spiritualità quasi religiosa: "Chiama gli antichi a combattere al tuo fianco / Gli alci stanno tornando / E nutrono la Madre Terra / Le corna toccano i cieli / Sanguinando insieme". Dopo la cavalcata black dell'opener, "Spirit Of Lightning" è il primo vero e autentico approccio con l'anima più profonda di "Primordial Arcana", quella più atmosferica, intimista e legata al richiamo ancestrale della natura e dei suoi segreti più reconditi. Un brano lento che cresce con l'ascolto, denso di atmosfera e di toccante melodia, ma in un modo molto più immediato rispetto al passato della band e allo stesso "Thrice Woven". Se prima, per amare un brano dei Wolves, bisognava avere pazienza e immergersi con calma nel suo mondo, adesso bastano anche solo i primi secondi e le prime note per venire catturati nelle sue avvolgenti spire. E questo non può che farceli amare ancora di più.

Through Eternal Fields

Il terzo capitolo di questo viaggio arcano nei meandri della Cascadia inizia nel modo più atmosferico possibile, e quando dico "atmosferico" intendo con quel tipo di atmosfera magica che solo i Wolves In The Throne Room sanno come creare al meglio. Suoni e note ancestrali raggelano il sangue, facendo da sfondo a cori gregoriani e al rintocco solenne di un gong, prima le chitarre ci colgano di sorpresa con un riffing poetico e liberatorio. "Through Eternal Fields" è un brano lento, molto lento, dove le influenze doom metal nello stile compositivo di Kody Keyworth si avvertono facilmente, ma dove ancor più aleggia l'ombra di quella band che in questo brano, più che in ogni altro mai composto dai lupi di Olympia (anche se un po' se la gioca con la precedente "Spirit Of Lightning"), fa sentire pesantemente la sua ingombrante presenza: gli Agalloch. Il basso dell'ospite Galen Baudhuin, qui anche in veste di cantante melodico, è la compagna perfetta per le vibrazioni provenienti dalle chitarre di Nathan e Kody, che ci massaggiano il cervello e ci inebriano i sensi come il profumo del muschio umido nella foresta dopo una nottata di pioggia, sono palesemente debitrici allo stile compositivo degli oregoniani, e quanto di più vicino alle loro sonorità abbia mai ascoltato prima che Haughm e soci decidessero di smontare le tende. E mentre quel riffing serrato mi riporta alla mente gli scenari di quella perla rara che fu "Ashes Against The Grain", i bellissimi versi provenienti dagli ululati di Nathan, colmi di una grigia desolazione ammantata da una toccante malinconia epica, non possono che farmi immergere ancora di più nell'affascinante immaginario che i lupi sono riusciti a creare con la loro musica, come fosse la ballata di un vecchio eroe sconfitto e solitario, che non sfigurerebbe tra le liriche dei poeti romantici inglesi del primo Ottocento: "Infinitamente / Ho vagato per questo regno da solo / Attraverso i campi eterni / Una grande distesa / Desolata e selvaggia / Un respiro solitario / Alberi anneriti e sole guaritore / Datemi la forza / Perché sono stanco". Un brano portentoso nella sua potenza emotiva ed espressiva, denso di una tristezza epica che ci prende per mano per tutta la sua durata e stenta a lasciarcela, anche quando tastiere oscure e cori atavici stendono il sipario sulle nostre orecchie, ormai rapite e ammaliate, per avviarsi alla naturale conclusione di questa piccola gemma nera.

Primal Chasm (Gift On Fire)

Presentato come secondo videoclip (se escludiamo il visualizer di "Spirit Of Lightning") e pubblicato il 5 Agosto 2021 come terzo singolo prima dell'uscita dell'album, "Primal Chasm (Gift On Fire)" era quel brano che serviva per trasformare la curiosità intorno al nuovo album dei lupi di Olympia in autentica attenzione (per citare il Calvin di Django Unchained). Quello che forse può essere considerato il brano più "tradizionale" dell'album, paradossalmente non ha nulla di tradizionale se confrontato con il passato, recente o lontano che sia, dei Wolves In The Throne Room. Non fosse per quel corno in lontananza, pronto a dichiarare aperta la battaglia, e per quell'atmosfera epica e arcana, quasi da colonna sonora per una ballata norrena, che si respira ad ogni nota del brano, quelle ritmiche cadenzate e quelle chitarre black metal di scuola svedese potrebbero assimilare i riff dei Wolves persino a quelli dei Marduk; fatto sta che, più di ogni altro brano in tutto "Primordial Arcana" (e quindi a maggior ragione più di ogni altro album passato della band), la quarta traccia dell'album è diretta e senza fronzoli, una bordata di black metal costruito su armonie maligne, distorsioni zanzarose, uno screaming penetrante e blast beat più pesanti di quel martello che nel videoclip batte sul ferro caldo per forgiare una spada da battaglia.  Le urla impietose di Nathan non perdono un'oncia della loro dedizione naturalistica, ma stavolta tutto sembra corredato di un'epicità seducente e totalizzante: "Vuoto assoluto di caos silenzioso / Dal nulla una vasta distesa di ghiaccio abbagliante / Torbidi oceani di magma / Onde cremisi / Scintillante deriva glaciale / Affronta il grande abisso primordiale". Quando poi la canzone rallenta, per poi ripartire più violenta di prima, emergono in modo esplosivo le profonde influenze death e doom di Kody Keyworth, che con il suo growl brutale e lacerante sfiora i confini del blackened death e fa persino assomigliare il brano a una qualche composizione dei Behemoth. L'incedere si fa lento e solenne, con una sezione ritmica che sembra scolpita dai tuoni dei cieli sopra quella desolata spiaggia del Pacifico nel videoclip, mentre le partiture strizzano l'occhio ai Bathory nel loro modo elegiaco di dilatarsi e nel loro titanico modo di dilatarsi. La band dei fratelli Weaver riesce a fare tutto questo, però, senza mai perdere nemmeno un briciolo della propria identità cascadiana, e per quanto "Primal Chasm" sia un brano che rispecchi appieno molti canoni del black/death più tradizionale e anche un po' vecchia scuola, l'epicità di fondo e lo spirito ancestrale che avvolge tutto il brano non ci fa mai dubitare nemmeno per un istante di avere di fronte i Wolves In The Throne Room nel pieno della loro personalità artistica. È questo è un bene e, forse, checché ne dicano i puristi, anche un bel segno di maturazione musicale. 

Underworld Aurora

Per quanto ormai sia fuor di dubbio che "Primordial Arcana" rappresenti il disco più diretto e immediato che i Wolves In The Throne Room abbiano mai composto, questo non significa che ogni sua singola traccia colpisca già dal primo impatto: complice forse anche una certa stanchezza contornata da distrazioni varie, per me "Underworld Aurora" non è stato amore al primo ascolto, ci ha messo un po' a ingranare e all'inizio non mi sono accorto subito del suo enorme potenziale, ma quando poi l'ho rimessa su la seconda volta e l'ho ascoltata davvero con attenzione ha saputo come conquistarmi e catturarmi in tutta la sua poetica bellezza. "Underworld Aurora" inizia così, sommessamente, con l'inquietante gracchiare di un corvo in lontananza sopra il suono delle onde, e poi delle tastiere soffuse e dilatate, che crescono sempre più ogni secondo che passa e aumentano una tensione che sfocia infine in un ruvido riff di chitarra a metà tra il celtic metal dei Primordial e le ispirazioni più squisitamente black metal degli Agalloch. E tuttavia non ci arriva subito, ma passa prima attraverso suoni disturbanti e solenni cori campionati densi di un'epicità sottesa, che rivela tutta se stessa nel momento in cui scream, distorsioni e blast beat fanno la loro comparsa. Appare qui fondamentale il supporto vocale di Kody Keyworth in una nuova questa nuova religiosa invocazione, stavolta ad una Dea e probabilmente a quella "Aurora dell'Oltretomba" del titolo, che attraverso il growl di questo gigante riccioluto si esprime in tutta la sua elegiaca pomposità: "Signora del cielo e della terra / Il tuo ruggito è la terra vivente / Regina che cavalca le bestie / Signora del vento e del deserto / Vieni avanti / Abbandona il tuo lamento". Se il registro atmosferico del brano non si discosta poi molto nel complesso di quanto abbiamo già sentito nel corso dell'album (e di quanto ancora di più ascolteremo nella successiva "Masters Of Rain And Storm"), ciò che rende "Underworld Aurora" così magniloquente è soprattutto il sopraffino lavoro che è stato compiuto sulla sovrapposizione e sull'incastro compositivo tra il riffing di chitarra e gli effetti delle tastiere, anche grazie ad una produzione che ne valorizza appieno la granitica forza espressiva. Un brano che parte in modo più discreto, se confrontato con le altre tracce del disco, ma che poi finisce inesorabilmente per sedurti e stregarti con la sua ammaliante eleganza oscura.

Masters Of Rain And Storm

Un richiamo ancestrale di battaglia introduce la sfuriata di black metal del pezzo più lungo e magniloquente del disco, una "Masters Of Rain And Storm" che con i suoi quasi undici minuti di durata rappresenta la vera mastodontica chiusura dell'album, prima che l'outro melodico di "Eostre" metta la parola fine. La e ghervelocità stavolta si fa particolarmente sofferta, colpendo le orecchie con una rinnovata drammaticità che non era mai spiccata troppo nelle tracce precedenti, attraverso un assalto sonoro fatto di dissonanze malsane e soffocanti, ma anche con una melodia in sottofondo calibrata alla perfezione sulle sferzate emotive che l'accoppiata Kody/Nathan riescono a produrre con i loro strumenti. Ma ovviamente siamo solo all'inizio di una lunga suite che si farà presto riconoscere per i suoi sapienti cambi di ritmo e, soprattutto, per le sue tastiere: se si erano intraviste nell'opener "Mountain Magick", per poi diventare le co-protagonista di "Spirit Of Lightining", qui stavolta diventano la colonna portante su cui la band di Olympia costruisce le parti più toccanti e avvolgenti del brano, fatte di un'atmosfera fiabesca, che rievoca troll, elfi e folletti, e che, anche attraverso una genuina artigianalità del suono, sembra pescare dal miglior folk/pagan anni '90 in un mood decisamente atipico per un disco uscito nel 2021 (no, seriamente, ce lo vedrei davvero bene come traccia di un album prodotto in quegli anni). Subito la mente, con le dovute proporzioni, corre alle bellissime atmosfere norrene degli Ulver di "Bergtatt", ma ritorna anche qui un certo alone dei migliori Summoning, a questo punto forse direi uno dei riferimenti maggiori nei Wolves per il loro modo così "tolkeniano" di saper usare i sintetizzatori: quelle note sembrano davvero ammantate di un'aura magica, qualcosa di ben lontano dalla frugalità sonora dei Troll o, al contrario, dalla magnificenza sinfonica di Dimmu Borgir, e in generale di altre band melodic black metal affini, e stavolta ascoltiamo quei synth come se davvero fossero suonati dagli spiriti del bosco e noi fossimo rapiti in mezzo ad alberi antichi e sovrannaturali. Il testo della canzone, del resto, sembra quasi una preghiera, o per meglio dire, un inno agli Dei che governano la Natura del nostro mondo inquieto, e non fanno altro che aggiungere maggior profondità e fascino a una canzone che, fosse solo strumentale, ne avrebbe già in abbondanza: "Dio del tuono, impugna il tuo martello / Signore del vento e della neve, disegna la tua lama di ghiaccio / Spirito del disgelo, evoca il terreno / Dio della montagna, indossa il tuo verde abito / È  finito il tuo regno d'argento sbiadito". Non mancano inoltre i rallentamenti da headbanging spinto, che qui ricordano facilmente quelli usati anche nel precedente "Thrice Woven", e soprattutto non manca un bellissimo intermezzo folk, affidato all'abile chitarra acustica di Yianna Bekris, che ci concede una deliziosa pausa al sapore di October Falls (quelli di "Tuoni") prima del riff finale che, divorato da quelle tastiere così ammalianti, chiuderà il brano lasciandoci con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di davvero ispirato e, forse, facendoci provare un po' di nostalgia per i tempi in cui Krystoffer Rygg e soci parlavano ancora di troll e di ragazze perse nei boschi scandinavi. Un brano prelibato e senza dubbio tra le composizioni più riuscite dell'album.

Eostre/Skyclad Passage

E infine vennero le tastiere. Co-protagoniste più che benvenute di questo "Primordial Arcana", dopo la maestosa battuta finale data con il precedente "Masters Of Rain And Storm", la conclusione non poteva che essere affidata a un outro degno di questo nome. "Eostre" è un brano strumentale costruito interamente su quelle enfatiche tastiere (con tutti gli effetti ambientali del caso) che nel corso del disco erano state un supporto fondamentale per donare ai brani intensità, poeticità e una vena di fiabesco romanticismo. Fermo restando le influenze fondamentali di Emperor e simili, come per qualsiasi band black metal che utilizzi la tastiera dal 1995 in poi, a costo di risultare ripetitivi, non si può non ribadire un legame piuttosto stretto tra le atmosfere tolkeniane dei Summoning e le melodie ancestrali di questi nuovi Wolves In The Throne Room, cosa che ovviamente salta ancora di più all'orecchio in un brano suonato solo tramite i synth. Il rimbombo dell'eco e gli eterei cori campionati richiamano alla mente paesaggi fatati (e intendo proprio con le fatine, tipo quelle di Zelda, che ronzano intorno), coadiuvati da una vena folk che si esprime attraverso elegiache note di flauto dolce che profumano di panorami celtici e da suoni ambientali come lo scorrere di un fiume in sottofondo nel bosco. "Eostre" è un brano che, seppur nella sua brevità, riesce a utilizzare al meglio quegli espedienti tipicamente ambient che avevano caratterizzato lo sperimentale "Celestite" del 2014 (adattamento atmospheric/ambient di "Celestial Lineage" del 2011), regalandoci visioni trasognate che mettono la parola fine a questo bellissimo viaggio, risvegliandoci da un sogno tanto oscuro quanto incredibilmente affascinante. Nella versione LP dell'album, inoltre, sarà possibile ascoltare anche la bonus track "Skyclad Passage", anch'esso un brano ambient come "Eostre" ma, stavolta, dall'appeal decisamente più cupo e in linea con certe atmosfere più occulte e stregonesche ascoltate nel disco, incentivate da influenze drone, tastiere più taglienti e da cori poco rassicuranti che ricordano da vicino le visioni norrene più dark dei Wardruna di Einar Selvik. Magia pura.

Conclusioni

"Primordial Arcana" esce esattamente a quattro anni da quel "Thrice Woven" che aveva segnato una nuova fase per la band di Olympia, dove le fumose sonorità di "Black Cascades" si facevano più definite, più taglienti ed espressive, concedendo di più alle influenze black metal anni '90 e lasciando da parte le tentazioni ambient per cullarsi in atmosfere più oscure, sciamaniche e dal sapore impegnato di occultismo. Stavolta i nostri Lupi sono mutati e maturati ancora, in un modo che per qualcuno, forse, poteva anche essere parzialmente prevedibile; del resto, anche la stessa scelta di mettere da parte una mano sapiente come quella di Randall Dunn per concentrarsi pienamente sull'autoproduzione, nonché quella di abbandonare Southern Lord e Artemisia per far uscire il disco con due colossi del metal quali la Relapse (negli USA) e la Century Media (nel resto del mondo), come anche diventare molto più presenti sui social e rilasciare ben tre singoli corredati di relativo videoclip, è indice che qualcosa in casa Weaver sia definitivamente cambiato e che il grande salto dall'underground sia ormai stato compiuto del tutto. Questo non significa certo che i nostri lupacchiotti siano diventati mainstream, ci mancherebbe altro (per quanto possa mai diventare "mainstream" un genere come il cascadian black metal); ma di sicuro puntare su una maggiore immediatezza, comporre pezzi più brevi e accogliere nuove influenze nella propria musica è anche da intendersi come un modo per proporsi finalmente ad un pubblico più ampio. E finché i risultati saranno di questo livello e permetteranno ai nostri di non adagiarsi in percorsi triti e ritriti già battuti mille altre volte, non potrò far altro che definirmi soddisfatto.

"Primordial Arcana" sembra quindi per certi versi riprendere il discorso iniziato proprio da "Thrice Woven", ma lo trasforma in qualcosa di ancora più diretto, immediato e, anche per questo, intenso. Difficile parlare di evoluzione vera e propria, dato che qui sembra quasi di avere a che fare con una "involuzione", che rende il presente della band molto più semplice e digeribile di quanto non fosse in passato (e del resto, se dovessi consigliare a qualcuno il primo album con cui iniziare a conoscere i Wolves, credo proprio che sarebbe questo). Il minutaggio dei brani cala vertiginosamente rispetto al passato, la forma canzone acquisisce uno spessore che non aveva mai avuto nella discografia della band, e il consueto dualismo tra sferzate black metal e atmosfere arcane viene qui arricchito da elementi tribali, synth dal sapore epic black, e persino da muri sonori che fanno volentieri capolino nel blackened death metal; ma al di là delle sonorità di per sé, è soprattutto l'approccio a cambiare, meno ostico, più caldo, avvolgente, emozionale e votato a colpire direttamente al cuore chi ascolta questi nuovi brani. Si respira molto dei compianti Agalloch in questo nuovo album (e non è un caso), sia nelle melodie quanto nelle sonorità così poetiche e ancestrali, che qui diventano l'ispirazione principale su cui costruire riff dark metal che si allontanano parzialmente dal black ferale del passato, per addentrarsi in quei territori molto più intimisti e contemplativi che la superba band di Portland conosceva fin troppo bene. Ma il mutamento dei Lupi lo si osserva anche nella loro rinnovata potenza sonora, in quei blast beat che fanno da tappeto a growl profondi e aperture melodiche epiche dal sapore quasi bathoryano, nonché in quelle tastiere che mi hanno riportato alla mente persino i cancelli di Minas Morgul nell'immaginario degli storici Summoning. Merito, come già accennato, anche dell'autoproduzione stavolta totale del gruppo, che ha registrato il disco in totale autonomia nei suoi Owl Lodge Studios, occupandosi in piena autonomia anche delle fasi di missaggio e produzione; ma lo è anche, e soprattutto, il ritorno del vecchio amico e collaboratore Kody Keyworth, stavolta anche nelle vesti di compositore e di secondo cantante, che di fatto trasforma ufficialmente la band di Olympia in un terzetto vero e proprio, e ne integra in pieno quelle forti influenze death metal, nonché certi influssi di derivazione doom, che arricchiscono la proposta dei nostri e la proiettano verso un modo di suonare largamente rinnovato in ogni sua parte.

Che siano quindi gli influssi tribali che accompagnano le cavalcate black e i rallentamenti doom di "Mountain Magick", le aperture melodiche lente e dark spiccatamente agalocchiane di brani come "Spirit Of Lightning" o "Through Eternal Fields", o ancora quelle influenze death metal quasi alla Behemoth di "Primal Chasm (Gift On Fire) o le tastiere primordiali di "Masters Of Rain And Storm", ogni elemento in questo album sembra arricchire il quadro di dettagli, alcuni nuovi e altri solo rimaneggiati, presentandolo decisamente più intenso, acceso e colorato del passato (e anche il confronto tra le oscure copertine del passato e quella scelta per il nuovo album sia un altro fattore emblematico per questo rinnovamento). "Primordial Arcana" non è tanto un disco più accessibile, più "facile" da ascoltare, o più propenso ad attrarre i favori della massa, quanto semplicemente un album che ci presenta un'altra faccia della musica dei Wolves In The Throne Room, quella che non si chiude più a riccio permettendo l'ingresso solo ai più coraggiosi ma, al contrario, si apre il più possibile per colpire in pieno le emozioni di chi si avvicina per conoscerla meglio. Stessa filosofia anche per il consueto supporto degli ospiti nel disco, per cui se nel disco precedente bisognava chiudere gli occhi per farsi rapire dalla calda voce di Steve Von Till e dalla sua inquietante chitarra acustica, stavolta sono gli intermezzi folk di Yianna Brekis nella già citata e bellissima "Masters Of Rain And Storm" a deliziarci con parti acustiche naturalmente catchy, che richiamano facilmente certe cose degli October Falls o persino degli Opeth più giovanili, e che assaporiamo con gli occhi ben aperti e attenti. Lo stesso discorso potrebbe dirsi per l'evoluzione che hanno i riff estremi di "Primal Chasm" o per l'andamento ripetitivo di "Spirit Of Lightnining" e "Through Eternal Fields", che si stampano in testa fin dal primo ascolto e non se ne vanno più via. Se in album come "Black Cascades" o "Thrice Woven" la musica dei Wolves era un meraviglioso viaggio oscuro ed emotivo in cui entrare lentamente per poi perdersi, stavolta le emozioni sono vivide fin da subito, intense e dirette, il sentiero è tracciato dalla luce e il piacere del perdersi diventa invece il piacere di farsi accompagnare per mano ad ogni melodia, ad ogni riff, ad ogni nota di synth. Se prima potevo concepire i Wolves In The Throne Room come un gruppo perfetto da ascoltare in tenda di notte nel bosco, adesso non mi dispiacerebbe ascoltarli anche in una giornata di sole durante un'escursione lungo il fiume nella foresta, o metterli su in auto mentre si sale lungo desolate strade di montagna. Un cambio, quindi, non certo di attitudine, quanto di approccio, un tentativo di buttar fuori le potenzialità della scuola cascadiana da quella roccaforte in cui rischiavano di arroccarsi, per renderle così appetibili a chiunque sia semplicemente un amante del black metal, del dark metal o del metal estremo in generale. Qualcuno forse reagirà storcendo il naso a questa nuova rotta dei Lupi di Olympia; io, personalmente, gli risponderò mettendo su "Primordial Arcana" e alzando il volume a palla, per godermi ogni singola vibrazione che il suono del profondo Pacific Northwest riesce a donarmi. Una sensazione che soprattutto per chi, come me, ha sofferto terribilmente per la perdita degli Agalloch e di quelle emozioni che solo loro sapevano regalarci, non può che essere assaporata a pieno fino all'ultima nota. Disco meraviglioso.

1) Mountain Magick
2) Spirit Of Lightning
3) Through Eternal Fields
4) Primal Chasm (Gift On Fire)
5) Underworld Aurora
6) Masters Of Rain And Storm
7) Eostre/Skyclad Passage
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