WITCHES OF DOOM

Obey

2014 - Sliptrick Records

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
20/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Avrei una domanda! Pensate veramente al destino come storia già scritta o tutto si evolve giorno per giorno? Francamente incomincio a darci peso, più che altro perchè ciò che mi ha portato a questo lavoro, sa di coincidenze che per quanto piccole e insignificanti, mi ha lasciato interdetto positivamente, giusto specificare, con tanto di mezzo sorriso stampato in volto. Nel 2013, quasi a un anno di distanza, analizzo un gruppo italiano chiamato Ossimoro. Il disco di stoner/grunge, mi aveva dato una buonissima impressione e chiaramente, se si fosse presentata una nuova release, non me la sarei fatta sfuggire. Purtroppo, dopo quell'uscita, ci fu silenzio ma, di recente, dopo che mi è stato assegnato il qui presente platter, ho avuto delle nitide risposte. In concreto l'anima degli Ossimoro s'è reincarnata in questo nuovo complesso. Il mastermind Federico Venditti, chiusa la parentesi, ne apre un'altra denominata Witches Of Doom. I punti in comune sono evidenti ma, in questo exploit, si ha sicuramente una marcia in pù. Il livello qualitativo è una spanna sopra e la produzione, che negli Ossimoro aveva un po' spezzato le gambe, espone tutto un altro paio di maniche, notevolmente migliore e invidiabile. Ecco quindi, che mi ritrovo ad analizzare l'esordio di questo inedito progetto intitolato Obey, uscito ufficialmente a maggio 2014. Coadiuvato da ottimi musicisti che apportano ulteriore linfa artistica, si da valore a nove brani di prelibata fattura che affondano i denti su un favoloso doom/stoner che s'impreziosisce di altrettante venature gotiche, dando quel quid in più di autenticità. Addentriamoci meglio sul cd e osserviamo l'artwork che rende omaggio all'attrice Gloria Swanson, la più grande diva del cinema muto, immortalata, in tale occasione, come una Dea. E' proprio nella veste di questa inconsueta divinità, possiamo catturarne l'espressione ferrea e autoritaria del viso in procinto ad accollarsi nuovi fedeli. Con le braccia tatuate e una postura simile alla crocifissione, s'introduce ai giorni nostri. Il sangue che fuoriesce dagli occhi e dalla bocca, accentua connotazioni paranormali, occulti, riuscendo a calamitarne gli sguardi e a sottometterli al suo volere. Come potrete capire, stiamo già assaporando quel gusto tetro che andrà a iniettarsi una volta pigiato play. Diamo inizio alle danze!



 The Betrayal sorprende e incanta: pare inoffensiva, è un piccolo bagliore lontano nella notte che potremo confondere con una luciola ma, indirizzata verso noi, si ricopre di un fascino inquietante. Le sue dimensioni cambiano visibilmente e se prima si mostrava carina e mansueta, ora appare come una grossa palla di fuoco pronta a consumarci. Come prefazione è devastante. L'apertura di chitarra blueseggiante mi rimanda a quel capolavoro d'esordio degli Slash's Snakepit, il bellissimo e insuperabile “It's Five O'Clock Somewhere”. Note crude e sanguigne fanno da bodyguard all'entrata in gran spolvero del vocalist Danilo Piludu, possente e decisa, dimostra una sicurezza inopinabile. L'andatura tranquilla è solo una falsa facciata perchè dopo il primo minuto esplode tra mille schegge di doom stoner, un fragore assordante che comprova quanta energia conservano i musicisti. Non c'è scampo, la struttura quadrata risalta il lavoro alla sei corde e alla voce, se ne danno senza risparmiarsi colpi, degni di un'ispirazione sopra le righe. Rimango soddisfatto, solerte a puntare il massimo sulla qualità dei restanti brani. Le liriche analizzano la dipendenza dell'uomo verso sostanze stupefacenti. La loro manifestazione in apparenti sicurezze e benefici, spingono il malcapitato verso la morte, l'unico rimedio per porre fine alle illusioni. La mente, alterata da finte speranze, in realtà, è spettatrice del crollo dei propri sogni. Accenni psichedelici e distorti nelle primissime battute di Witches of Doom che riprende, nel giro di qualche secondo, la carreggiata stoner come di sua consuetudine. Le ritmiche serrate e possenti balzano all'udito come carta vetrata sul ferro. Sorreggono l'intera intelaiatura, l'elemento cardine della canzone che comprime all'ennesima potenza. Nell'insieme, è stata costruita con maestria, offre diverse trame interessanti, con vari spunti melodici che acchiappano l'ascoltatore e lo convincono sempre più di essere davanti a un disco eccezionale. Il cantato ormai è una conferma, perfetta nel suo trasmettere vigore e un occhio di riguardo anche agli inserti tastieristici che quatti quatti, conferiscono un buon sex appeal. Un carro armato infrenabile. Il testo ruota attorno alla figura femminile vista in un'ottica di dominatrice, senza sentimenti, che insidia e persuade l'uomo incapace di reagire e di allontanarsi. Nonostante sia cosciente che le sensazioni non sono ricambiate, l'uomo continua a idolatrarla, a essere trattato come oggetto di piacere, maledicendola e imputandola di avergli lanciato un sortilegio. To the Bone mi afferra per la testa e mi scaraventa lontano. Una doppia cassa forsennata da il benvenuto a degli incalzanti riff che si mantengono sugli scudi e sputano accordi laceranti. L'incedere spigliato è caratterizzato da chitarre stoppate che si dilettano a imbastire strofe cariche di grinta e svelte a scaricarsi in un leit motiv anthemico, tutto d'ammirare. Le ammiccanti melodie paralizzano completamente, si viene ricoperti da un velo goth che, per la prima volta, concretizza sussurri malinconici in stile Paradise Lost, periodo "Believe in Nothing". Inutile rimarcare il prezioso rifferama, trascina un brano stupendo e immediato che entra nel cranio e divampa nelle tempie. La scrittura si sofferma sul versante erotico che, anche in questo caso, ritrova il gentil sesso artefice del godimento carnale. L'uomo la possiede, la consuma, la assapora in tutto il suo essere e benchè la passione è circoscritta a uno sporadico incontro, si vive il momento di totale euforia, dove tutti i sensi toccano l'apice del divertimento. Su Needless Needle si continua ad avvertire quel flavour gotico, stavolta in maniera più accentuata, che consegna una song pronta a spazzarci letteralmente via. La voce impostata su tonalità basse, grosso modo in linea con quella di Andrew Eldritch (The Sisters of Mercy), propone una prestazione impeccabile. Andiamo con ordine perchè la partenza con le guitars in primo piano, puntualmente lasciano il segno. Le note sprigionate, melodiche e incisive, sono concepite con ingegno, semplici ma convincenti, entrano nel corpo come lunghi cavetti di acciaio che dopo aver legato tutti gli organi, strascicano senza pietà nell'asfalto polveroso. Travolgente e rocciosa, libera un ritornello aggressivo che è un assalto all'arma bianca. Pura dinamite. Testualmente sprofondiamo in un problema sociale non indifferente. Il personaggio in questione, protagonista del brano, è un tossicodipendente che vuole uscire dal tunnel prima che sia troppo tardi. Rovinarsi la vita con la droga non ha un senso logico ed ecco che con una certa rabbia esige dire basta a tutto ciò. Riflette sulle dinamiche, di com’è arrivato a questo. La solitudine ha giocato un ruolo importante e sopratutto, non si riesce a perdonare il disinteresse delle persone accanto. Con Crown of Thrones signori miei, si afferra l'anima. Mi siedo comodo, chiudo gli occhi e mi lascio bagnare le pupille con cotanta magnificenza. Sto cercando le parole perfette per renderla viva, così come l'ho avvertita ma, è un'impresa. Siamo dinanzi a una sublime semi ballad strappalacrime che riesce a emozionare e stordire allo stesso tempo. In apertura, un dolce pianoforte disegna melodie cupe che abbelliscono l'entrata in scena della profonda e calda voce di Danilo. Il tutto pare che fluttui nell'aria eppure, sono così pesanti da schiacciare vecchi ricordi nostalgici. Non si placano, la loro beatitudine soggioga i nostri pensieri, diamo libero accesso al nostro io e lì, toccano punti essenziali. E' una canzone che si snoda lentamente, almeno nella prima parte, poi lungo il minutaggio, la sezione ritmica incomincia a dare segnali sempre più insistenti, irrobustendone il sound. Le vocals ricche di pathos, creano un nodo alla gola, eppure bisogna attendere all'intermezzo, quando la ripetizione della seconda strofa mi dilania. Sentire quell'irruenza melodica alla Pink Floyd, mi ha fatto spalancare gli occhi e aizzare la pelle. Rimango frastornato, al raggiungimento del climax son crollato. Una traccia intensa dall'impeccabile esecuzione. Il testo racconta di come sia difficile trovare il coraggio d'imprimere una svolta alla propria vita, troppo sicura nel stabilizzarsi tra le mura familiari e negarsi ogni modesto cambiamento che possa, in qualche modo, arricchire difatti indole. Sempre solita vita, sempre solita routine, il tempo scorre e paradossalmente si ha più fegato a dirsi addio in punta di morte più che, per l'appunto, per aver preso decisioni ragguardevoli in passato. Con la successiva The Dance of The Dead Flies, ritorniamo in lidi prettamente doom/stoner con un ritmo rallentato che sputa sabbia cocente da tutto lo spartito. La parte da leone, giusto per non smentirci, è affidata alla sei corde e al cantato. La mirabile sinergia di questi elementi, innalza il grado qualitativo sonoro, anche se, debbo dire, Federico non sta un attimo fermo, salta da una parte all'altra con nonchalance, dimostrando padronanza professionale. Plasmata senza tanti fronzoli, la track si dimena in buone trame, offrendo sporadiche accelerazioni prive di un minimo di sbavatura. Cattiva e torva, dobbiamo solo augurarci che il nostro fisico resista al calore. A livello lirico abbiamo un piccolo omaggio al fantastico romanzo di William Golding, “Il Signore delle Mosche”, che altro non è che la rappresentazione brutale e spietata dell'essere umano. Posto in un luogo lontano dalla civiltà, senza punti di riferimento e regole comportamentali, l'uomo è sovrastato da paure e allucinazioni, odio e disprezzo duri da sopprimere. Ecco quindi che l'adattamento a tale condizione, espande la già sollecitata paranoia. L'adulazione di una testa di maiale pregna di larve e mosche, come fosse un Dio, è il culmine della schizofrenia, a testimonianza che dove non sussistono controlli e norme, l'uomo regredisce a una forma selvaggia primitiva. Rotten To The Core seguita il discorso musicale precedente. Ci si rimette in carreggiata rovente e polverosa, il basso allentato di Jacopo Cartelli balza subito all'orecchio all'attacco della traccia. Le vocals, oscure e monolitiche, sono dotate di grande espressività, addirittura nelle prime battute sembra di udire Peter Steele (R. I. P.), a riprova del talento di questo cantante versatile che non teme confronti. L'estratto, solido e compatto, si sbroglia attraverso importanti scariche adrenaliniche ricche d'effetto, innalzate dai riff pungenti che, tratteggiano toste melodie e spezzano in un qual modo la morsa soffocante. Ideale per essere ascoltata in auto, in strade desertiche. La scrittura esamina un amore clandestino tra due individui abbastanza intrigante. I sensi di colpa affiorano in modo univoco. Entrambi sono scombussolati dall'azione di tradimento che comunque, non desiste il desiderio di continuarsi a cercare. Il fatto che Lei appartenga a uno spacciatore, tra l'altro, aggrava la situazione ma, è inutile, l'attrazione predomina e l'idea di fuggire e ricominciare una nuova storia, prende il sopravento. It’s My Heart rimescola nettamente le carte. Questa volta si viene un po' sorpresi perchè abbiamo una traccia che trasuda reminiscenze gotiche a fiumi. Il retrogusto Him-oriented, quantomeno nella parte iniziale e nelle basse frequenze, spiazza seccamente. Le dosi di tristezza e romanticismo si fanno più massicce. Per il sottoscritto è un invito a nozze. Un fervido pianoforte, mette in piedi accordi sofferenti, sarà lui l'ingrediente fondamentale in questa sfida, accarezzerà l'intera montatura senza essere di troppo, la profumerà di quel brio decadente, il tanto per essere apprezzata da cuori dark. Tale semi-ballad, intima e intensa, è rifinita da un registro vocale congruo di emozioni, in cui si può estrapolare un mood sentito e intimo. Sarà come avvertire un fluido incandescente che giunge a lambire la pelle, la riscalda e la bacia, s'infiltra sino a sprofondarsi nelle vene. Le riempie e le gonfia, pronte a esplodersi al culmine del ritornello deflagrante. Ottima. Il tema della song, rispecchia quanto di addolorante s'è percepito. Una storia d'amore finita male, è il prezzo più angosciante che si possa pagare in un'intera esistenza. La perdita della persona amata crea un vuoto perentorio, è impossibile da colmare e principalmente, cambia le percezioni della vita di chi l'affronta. Straziante. L'ultima in scaletta, Obey, aggiunge altri ingredienti al sound. Stavolta, il gusto horror s'incunea prepotentemente. Di sfuggita possiamo captare qualcosa dei grandi The Vision Bleak, giusto per rendere l'idea, ma è tutto rivisto in chiave personale. Si sancisce l'ennesima seducente track. Questo brano extralong, dalla durata di circa 15 minuti, mette a nudo la creatività di questi ragazzi. C'è solo da lodarli. Affrontiamo un viaggio coinvolgente. Le soluzioni si fanno più elaborate e nell'insieme è tutto ben articolato. Le atmosfere tese e cariche di paura, ci faranno da guida. L'incipit arriva da una batteria lisergica, ipnotizzante che asfalta il terreno all'imponenza del wall of sound che si erge sopra le nostre coscienze. Le keyboards dominano in assoluto, aggravano lo stato d'animo di suggestione. Le melodie graffianti e concise, pugnalano alle spalle, è difficile potersene liberare. Per fortuna l'interludio smorza decisamente la tensione, abbracciando spoken words che riprendono il poema “Be Drunk” di Charles Baudelaire, appartenente all'opera “Petits poèmes en prose” di metà ottocento. Alla conclusione del solo parlato, pare si sancisca la fine di tutto ma, dopo alcuni minuti di muto totale, siamo inondati da un'orgia di campionamenti e vari rumori che fanno pensare all'inizio del brano “Black Sabbath” dell'omonima band, ripresa e stravolta. Merita applausi. La storia, raccontata in questo frangente, si riallaccia al discorso della dipendenza verso l'alcool. Il personaggio, coinvolto sino al collo in questa stupida realtà, cerca un'ancora di salvataggio nella sua compagna. Lei stessa cercherà di aiutarlo, ma invano. Lui, consapevole di quest’aspetto, di non riuscire a seguire i consigli, si rinchiude in se stesso. Si vergogna di questo suo status, anzi, si preoccupa dei giudizi esterni e chiede cosa realmente si vede in lui, se un uomo da compatire o addirittura un criminale.



Che altro aggiungere? Su due piedi mi verrebbe da dire una battuta; se la nascita di un nuovo progetto porta questi risultati, beh... Avete capito insomma (segue una risata). Per i lettori che si sono avventurati in questa recensione, sappiate che non dovrete far altro che infilare le mani sul portafogli e farvi un regalo. Il disco merita, è registrato bene, offre buone melodie e trasparisce una freschezza esemplare... Siete ancora qui? Come dice il titolo.. Obbedite.


1) The Betrayal         
2) Witches of Doom         
3) To the Bone         
4) Neeedless Needle         
5) Crown of Thorns         
6) Dance of the Dead Flies         
7) Rotten to the Core         
8) It’s My Heart (Where I Feel the Cold)         
9) Obey