WITCHES OF DOOM

Deadlights

2016 - Sliptrick Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
26/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Dopo un'attesa durata due anni, i Witches Of Doom tornano in scena con il nuovo full length "Deadlights" (2016), degno successore del precedente "Obey" (2014), disco che molto aveva convinto i fruitori di gothic metal e non solo (direi in generale che il disco aveva impressionato un'eterogenea fetta di metallers), considerando che tale release risultava molto ispirata, ben suonata (ottimo, tra le altre cose, il lavoro di chitarra del mastermind Federico "Fed" Venditti) e ben cantato (il vocalist Danilo "Groova" Piludu è davvero dotato, non c'è che dire). Con il nuovo platter si seguono fondamentalmente gli stessi binari percorsi precedentemente: un ottimo gothic metal venato di doom e stoner, stavolta con maggiore spazio alle tastiere (suonate, come nel precedente disco, da Graziano "Eric" Corrado) per un totale di nove tracce assolutamente convincenti, che non faranno rimpiangere chi ha amato il precedente disco. Un disco, questo, sicuramente irrorato di tinte fosche, ma al contempo reso più godereccio proprio dall'apporto delle tastiere, ben distribuite negli intrecci sonori magistralmente orchestrati dalla band (alcune volte a dire il vero un pizzico fuorvianti: l'attacco iniziale di "Lizard Tongue", l'opener, potrebbe far pensare a una deriva in stile Apoptygma Berzerk, ma ci pensa il continuo - sia della traccia in questione, sia del disco tutto - a smentire ogni ipotesi di derive sintetico/danzerecce). Quindi, come nel precedente disco (dal quale quest'ultimo non si differenzia eccessivamente, salvo un uso più deciso delle tastiere e una maturità stilistica e compositiva che si fa sentire) le coordinate rimangono ancorate ai generi precedentemente accennati (gothic metal, doom, stoner, darkwave). Inutile soffermarsi su una traccia rispetto che un'altra: dalla melodia arrembante della già citata opener, passando per il flavour quasi orientaleggiante di "Run With the Wolf", all'aria mesta di "Winter Coming", sono tutte song appartenenti a un unico corpus da gustare in toto, senza autopsie di sorta (l'unica "autopsia" sarà fatta più avanti nella consueta track by track, ma semplicemente per dare un'idea più completa del prodotto in questione), un ammasso sonoro umbratile ma assai gustoso, che non mancherà di stimolarvi a più ascolti. E ascolto dopo ascolto, considerando la non superficialità di tale disco (si sente assolutamente una crescita in progress delle capacità della band) potrete trovarvi via via nuove sfumature, diverse nuances percepibili solo dopo una fruizione più attenta e partecipe. Ora, prima di passare alla consueta track by track, è lecito come sempre dare uno spaccato della band in questione attraverso la bio fornita dai nostri sulla loro pagina facebook. La band romana Witches of Doom nasce nel Gennaio 2013, quando Federico Venditti (chitarra, ex Ossimoro), Danilo Pilud (voce), Jacopo Cartelli (basso) ed Andrea Budicin (batteria) uniscono le proprie forze e le proprie esperienze musicali per dar vita ad una band di goth-stoner-doom rock, che spazia dai nomi tutelari anni '70 fino ad esperienze più propriamente anni '90. Il combo capitolino inizia a provare subito pezzi propri, cercando una formula musicale più personale possibile. Dopo un paio di mesi le "Streghe" iniziano a calcare i palchi di molti club romani, mettendosi in mostra per la loro carica goth rock, facendosi le ossa a suon di live, condividendo il palco assieme a molti gruppi già affermati. Avendo composto nel frattempo più di dieci brani inediti, la band si concentra nell'arrangiamento degli stessi e ad inizio Novembre si rinchiude negli "Hombre Lobo Studios" assieme all'esperto Fabio Recchia in cabina di regia, dando vita al debutto "Obey". Dieci brani di puro goth-stoner-doom rock, che pesca e prende ispirazione da band come Black Sabbath, Cult, Paradise Lost, Doors ma anche Sisters of Mercy e Depeche Mode. Il sound del gruppo, in sala di incisione, ha potuto contare sull'apporto delle tastiere dello stesso Fabio Recchia e di Graziano "Eric" Corrado, donando un tocco in più al già di per sé potente sound delle "Streghe". Ecco che a Febbraio 2014, in prossimità della fine del missaggio del disco, viene reclutato Graziano "Eric" Corrado in pianta stabile alle tastiere, in modo da essere pronti per l'intensa attività live per promuovere il disco - uscito a Maggio 2014 - . Di seguito, la storia recente: i Witches of Doom hanno firmato per l'americana "Sliptrick Records" e nell'ultimo anno hanno suonato, muovendosi in lungo ed in largo, in Italia e in Nord Europa, ricevendo molti feedback positivi. A Giugno è uscito il nuovo singolo - accompagnato da video girato in Lettonia - del classico degli U2 "New Year's Day", prodotto da Frederik Folkaiare degli Unleashed e con Paul Bento alla chitarra solista (ex Type O Negative ed ex Carnivore). Tutto quel che successe dopo lo conosciamo molto bene: il disco ormai è una realtà concreta, pubblicato da parecchi mesi ed ora prontissimo, dopo un sommario preambolo, per prestarsi ad un'analisi più approfondita attraverso il nostro approccio track by track, che tenterà di analizzarne ogni sfumatura e recesso. Ultime note per specificare, sempre prendendo dalla loro bio, gli atisti che più hanno influenzato la band, ossia i 69 Eyes, i Cult, i Sisters of Mercy, i Black Sabbath, i Joy Division. Nomi che, a sentire il loro particolare mood, non vengono assolutamente citati a caso. Tuffiamoci quindi nella disamina più approfondita delle singole tracce.

Lizard Tongue

L'apertura è affidata alla buona "Lizard Tongue (Lingua di Lucertola)", che si apre, come già accennato in precedenza, ad un intarsio elettronico abbastanza fuorviante (un'intro che potrebbe tranquillamente appartenere a qualche gruppo futurepop o elettronico). Questo si conclude verso i venticinque secondi per dare spazio invece ad un riffone carico che ci riporta prepotentemente in territori metallici (per la gioia di chi aveva strabuzzato gli occhi incredulo nei primi secondi). Questo si apre verso i quaranta secondi alla voce di Danilo Piludu che inizia a narrarci di una persona definita "figlia di mille peccati" e "angelo che prega per soddisfare il suo ultimo desiderio". Testualmente ci si dipana in visioni tetre in cui, a fungere da protagonista, è proprio quel personaggio - o comunque quell'essere, considerando che non vi sono dati specifici per definirla umana (è una lei, come desunto dalle prime battute) - citato in precedenza. Chi canta, ossia chi si rivolge a quella oscura figura dice, nelle ultime battute "non incrocerò mai il tuo sguardo", quasi essa fosse una novella Medusa, o comunque dotata di uno sguardo colmo di perdizione, nei cui occhi si può solo trovare il baratro. Che il luogo in cui il brano è ambientato non è dei più rassicuranti si può dedurre dal passaggio che recita "Un mercante in questa zona di morte!", dunque il tutto si svolge in un luogo colmo di pericoli, decisamente fosco. Ma nessun dato ulteriore viene fornito per comprendere se si tratti di un luogo semplicemente malfamato, o in guerra, o addirittura da post-apocalisse. Dai quaranta secondi in poi, in concomitanza con l'entrata della voce, i ritmi si "spezzettano", ci si affida ad un riffing stoppato, molto groove. Dal minuto e un quarto i ritmi, sino ad ora nevrotici, si distendono in concomitanza del refrain, nel quale la voce di Piludu non subisce variazioni eclatanti, donando giusto un pizzico di lirismo in più alla sua modalità espressiva. A un minuto e ventotto si ricomincia su ritmi "spezzettati" gestiti dal medesimo rifferama stoppato di cui sopra, per poi concederci una nuova parte "distesa" adatta per una seconda ripetizione del refrain. Dopo un'ulteriore parte caratterizzata dai vocalizzi del singer arriviamo ad una nuova intrusione elettronica verso i due minuti e cinquanta, ora non più fuorviante (termine che poteva andare benissimo all'inizio), ma direi "straniante". Si finisce in un nugolo elettronico, ora comunque ben adiacente con la tessitura sonora, nel quale si inseriscono vocalizzi malefici del singer. Finale affidato ad una ripetizione dello schema adottato verso i due minuti e venti (la parte con annessi vocalizzi del singer).

Run With The Wolf

La seguente "Run With The Wolf (Corri assieme al Lupo?)" si apre con un bel riffone carico, ben sostenuto da rintocchi dosati di batteria. Quasi al quarantesimo secondo la tensione sembra allentarsi per lasciare spazio ad una melodia vagamente orientaleggiante. Al quarantottesimo secondo entra in scena la voce di Piludu per introdurci una storia fatta di lupi e cacciatori, il tutto immerso nell'atmosfera selvaggia dei boschi: recita infatti il primo verso "Giunge la chiamata dai boschi, scocca una freccia, il cacciatore segue il pianto del cervo." Un cacciatore infatti è intento a procacciare la sua preda (il cervo), e scoccando la freccia lo ferisce, quindi lo segue per snidarlo. Nel mentre si fa forte il richiamo del lupo. Catturata la sua preda, sembra che tra il cacciatore e il lupo ululante si stabilisca una sorta di simbiosi ("Sanguina dentro, sanguina fuori.. corri assieme al Lupo!"), nulla che faccia pensare a scene di licantropia o altro, ma più semplicemente sembra che il cacciatore si immedesimi nel canide sopra citato correndo infine come lui, selvaggiamente. Il subentrare della voce dà il via ad una nuova parte abbastanza carica, gestita su un rifferama stoppato. Teatrale e drammatica risulta la voce in questi frangenti (i paragoni con Warrel Dane si sprecano), voce che subisce un'impennata di pathos verso il minuto e dieci. Verso il minuto e ventinove, in concomitanza del refrain, si ha un frangente più disteso gestito su intarsi di chitarra maggiormente melodici e caratterizzato dall'utilizzo di una doppia impostazione vocale del singer, da una parte più urlata e dall'altra maggiormente cupa. Pochi rintocchi di batteria ci portano, verso i due minuti e un quarto, a un ripescaggio della melodia simil-orientaleggiante di cui sopra, e quindi a una parte speculare a quanto sentito dal quarantottesimo secondo in poi, che ci porta dunque di nuovo al refrain e alla sua parte dai toni vagamente più distesi e melodici.

Deface (The things That made me a Man)

La terza "Deface (The things That made me a Man) - Deturpare (Tutto ciò che mi ha reso uomo)" si apre con un intarsio elettronico che ci porta prepotentemente verso lidi già rodati all'inizio della prima traccia, solo possibilmente più stranianti e meno "danzerecci". Questo defluisce ben presto in un riffone ancora una volta carico di energia che continua a girare su se stesso come una pesantissima macina. Verso i cinquanta secondi subentra la voce, che stavolta ci delizia con una storia che tratta di una vendetta meditata, in cui il protagonista si esprime con parole di odio nei confronti di una persona che tanto lo ha danneggiato. Una persona a lui nociva che desidera solo annientare, anche se le varie parole espresse nel testo non aiutano a comprendere se la vendetta sia in fieri o in atto ("io non dimentico! Non ti aiuterò! Serberò le tue ceneri in una scatola.. brucia, brucia, brucia in questa fiamma viva!!"). Tutto sembra ricondurre ad una vendetta attuata, ad un omicidio che viene compiuto, anche se è facile ricondurre tali parole ad una fantasia distruttiva del protagonista/voce narrante. Il subentrare della voce coincide con una parte più distesa, meno tesa rispetto alla propulsiva carica chitarristica subodorata in precedenza. In questo caso batteria e chitarra fungono solo da accompagnamento alla voce narrante, che in questi attimi si mantiene irosa e digrignante. Dopo un ripescaggio del riffone + effetti elettronici disturbanti arriviamo al refrain, molto melodico in toto (musicalmente e nelle vocals), che può rimandare vagamente ad un approccio più "alternative metal". Terminato il ritornello ci si rincanala in una parte gestita dal riffone di cui sopra, sempre screziato dai soliti effetti elettronici disturbanti, che ci sospinge verso un frangente ancora una volta decisamente disteso in cui è la voce a prendere il sopravvento. Una voce "narrante" malefica e sibilante accompagnata al solito dai vari strumenti in secondo piano. La voce si fa terremotante verso i tre minuti e quindici, e pochi secondi dopo siamo sbattuti ancora in seno al refrain, melodico e un pizzico "ruffiano".

Winter Coming

La quarta "Winter Coming (L'inverno sta arrivando)", pezzo tra i più malinconici del lotto, si apre con un motivetto cristallino, algido, simil-carillon, destinato a protrarsi sino al trentaquattresimo secondo, quando subentra un guitar work venato di una certa mestizia e destinato a divenire un accompagnamento alla voce, la quale si inserisce immediatamente, e che stavolta ci delizia con un testo malinconico tanto quanto la musica, fatto di addii e rimpianti. Il protagonista/voce narrante si appresta a dire addio a una donna a lui cara e capiamo che se il cammino delle due persone si incrocia, è per l'ultima volta, solo per quell'avvilente ultimo saluto. Si parla di bugie, possibilmente le bugie di cui era imbastito il loro rapporto, e questo definitivo addio riempie il protagonista di una tristezza difficilmente dissipabile, tanto che si parla di "una marea cremisi che laverà le sue lacrime" (passaggio variamente interpretabile? Si parla di pioggia? Difficile, considerando l'uso dell'aggettivo cremisi. Forse un suicidio... e il sangue laverà per sempre le sue lacrime. Comunque come ripeto il passaggio in questione rimane oggetto di interpretazioni) e ancora, infine, sentiamo un passaggio che recita "Cade la pioggia, la luna brilla in cielo. Il suo caldo abbraccio.. ormai è divenuto freddo." A un minuto e ventiquattro la voce, sino a questo momento relativamente spenta ma comunque comunicativa, si fa energica. I toni si accendono in prossimità del refrain, con la chitarra che acquisisce ben più spessore e i toni si fanno irresistibilmente melodici. La patina di spleen esistenzialista comunque con sembra abbandonare il brano, tenendo tutto in una morsa inestricabile, e comunque di una bellezza sopraffina. A quasi due minuto è la chitarra ad imporsi come protagonista, cesellando un motivo molto evocativo e di gran presa. A due minuto e sedici torna in campo nuovamente la voce, sempre irrorata di una certa teatralità, ma esattamente come nel troncone precedente al refrain, assolutamente mesta e grondante spleen. A tre minuti e quattro, dunque, una nuova ripetizione del refrain.

Homeless

La quinta "Homeless (Senzatetto)" si apre con un intarsio sintetico un pizzico à la Depeche Mode, destinato a durare si e no sino al diciassettesimo secondo, quando i ritmi iniziano a divenire gradualmente ben più possenti e "rockeggianti": si parte con pochi, sparuti inserimenti di chitarra nel tessuto sintetico, sino ad un avvio totalmente heavy verso i trentaquattro secondi, quando prende il via un rifferama meccanico e cingolato. Verso i cinquanta secondi subentra la voce, che ci porta di fronte alla consuetudine dell'esistenza di un senza tetto. La voce narrante è totalmente immedesimata nella figura di quello che sembra effettivamente essere un clochard, anche se, leggendo tra le righe, quanto riportato nel testo potrebbe benissimo avere un qualche genere di carattere "simbolico" (alcuni versi recitano "La mia anima è priva di casa, cerca qualche spicciolo.." il che è ben diverso da "sono privo di una casa e cerco qualche spicciolo", dunque potrebbe essere l'anima del protagonista ad avere un carattere apolide). Ci si sofferma comunque sulla totale autarchia del protagonista, il fatto di voler andare avanti giorno dopo giorno senza avere bisogno di contare su nessuno. Musicalmente si prosegue su ritmi "cingolati" e meccanici sino al minuto e ventiquattro, in concomitanza del refrain ben più arioso e dotato di un certo epos, melodico nel contempo e dal retrogusto "alternative". Degna di nota, la sostanziosa parte strumentale che prende il via dai tre minuti e trenta, dall'apporto chitarristico decisamente intrigante, tutta giocata su un non indifferente fattore "evocatività". 

Black Voodoo Girl

"Black Voodoo Girl (Nera Ragazza Vudù)", la sesta traccia, parte in sordina attraverso intarsi estremamente bassi e pregni di una certa cupezza di fondo. Lo schioccare della batteria, al diciassettesimo secondo da il via ad un riffing poderoso, molto heavy, che in breve si assesta su coordinate abbastanza melodiche. Al quarantanovesimo secondo i ritmi sembrano distendersi per far spazio alla voce, che stavolta ci delizia con uno spaccato narrativo abbastanza dark: protagonista è una ragazza gotica che ama giocare con bambole definite "mortali", che indossa vestiti neri e ama dormire sporca di sangue. Il protagonista/voce narrante, stregato dal personaggio, si propone di essere la sua guida, parlando di lei nel testo quasi fosse un personaggio di levatura superiore ("Lei, lei guida i tuoi sogni.. verso le lande del non ritorno!"), come fosse effettivamente un personaggio dotato di "poteri", anche se si suppone che tali considerazioni siano fatte in preda ad una fascinazione irrazionale. Dal quarantanovesimo secondo è fondamentalmente la voce ad avere maggiore protagonismo nel brano, mentre la strumentazione è subordinata al suo andare macilento e oscuro. Dal minuto e venti le carte in tavola cambiano discretamente, considerando che la strumentazione riprende a marciare con un certo vigore accompagnando una voce che impenna gradualmente verso toni vagamente più epici. Vengono in mente, in un brano simile, possibilmente i Type O Negative, certo con una pletora di opportuni distinguo. Verso il minuto e trentotto smorza la texture energica un passaggio di pianoforte. Al minuto e cinquantasei ricompare la voce, attraverso toni bassi, accompagnata sempre dalla texture pianistica. Verso i due minuti e dieci il brano si infiamma su un passaggio strumentale in cui la chitarra gioca un ruolo di primo piano, cesellando una melodia energica. Circa quindici secondi dopo ancora si scivola su binari più mesti, con la voce che torna ad avere un ruolo preponderante e in cui la strumentazione è utilizzata come accompagnamento. La batteria scandisce in questo passaggio rintocchi precisi e cronometrici come accompagnamento principale della voce. A quasi tre minuti il brano torna ad animarsi, con la strumentazione che assume di nuovo una componente assolutamente comprimaria alla voce.

Mater Mortis

La successiva "Mater Mortis" ha un'intro pesantemente sabbathiana (impossibile non pensare ai Black Sabbath storici ascoltando questi primi secondi): pesante, ossessiva, cupa e legata strettamente alla classica tradizione doom, questa introduzione si disgrega verso i quarantasei secondi in un passaggio "sintetico", molto particolare. Neanche allo scoccare del minuto a questa costruzione melodica si addiziona la batteria a rinforzare e cingolare il passaggio. A quasi un minuto e venti la struttura diviene cadenzata, marziale (un passaggio che non starebbe poi così male in un pezzo dei Pantera). Quasi a un minuto e quarantacinque si torna sui binari di partenza, rincanalandoci in un passaggio ancora doomeggiante, speculare a quanto sentito nelle prime battute. Gradualmente da questo moloch sonoro si fa strada un cesello di chitarra dinamico, reattivo, che sembra scavare in questo pesantissimo groviglio come un verme nella terra molliccia. 

Gospel for Wars

La successiva "Gospel for Wars (Gospel di Guerra)" si apre con alcuni colpi ai piatti crash, che inaugurano una tessitura pesante e ossessiva ancora una volta doom-oriented. Verso i venticinque secondi, in concomitanza con un piccolo stop della precedente tessitura doomeggiante, fa la sua apparizione la voce che introduce una sorta di invocazione a Dio, tirato in causa dalla voce narrante che gli domanda se qualcosa, nella nostra civiltà, non sia andato storto, considerando che la maggior parte delle guerre si combattono in nome della religione e dello stesso Dio qui menzionato. Tutto è immerso nella menzogna, tra gente che crede in discutibili resurrezioni e omicidi perpetrati in nome di una fede quantomeno deviata. La gente muore, nuove bare si riempiono e aleggia forte una domanda, ossia "perché tutto ciò deve avvenire?". La fede ormai è solo uno strumento per controllare le masse, iniettata nel cuore della gente attraverso la tv via cavo, e il protagonista/voce narrante lo sa bene, è ormai conscio di questa avvilente realtà. Nelle ultime battute invoca lo stesso Dio per salvarlo dalla dannazione eterna. Il brano prosegue per tutto il primo minuto alternando il riffone doom-oriented dell'inizio a brevi stop che lasciano spazio alle declamazioni del vocalist (accompagnato, in questi frangenti, da una strumentazione decisamente in secondo piano). Dal minuto in poi cambiano di misura le carte in tavola: ci si mantiene su una struttura doom oriented, ma ben più dinamica. Una parte di matrice sabbathiana ma che può ricordare le modalità espressive di molti tra i primi doom masters (i Trouble ad esempio). Il brano passa così da una parte cinerea e abbastanza cupa, ad una che, pur nutrendosi ancora di scorie doom, sa traghettarci verso territori più movimentati. Ci si avvia, dunque, verso il minuto e cinquantasette, a riprendere posseso di territori più ombrosi: i ritmi si dilatano leggermente e la voce segue tutto ciò adeguandosi al contesto con toni meno urlati e più "luciferini". I ritmi rimangono più distesi sino ai due minuti e venticinque, quando si ha uno sbocco chitarristico abbastanza vivace che ci riporta in seno ad una parte ancora una volta relativamente più dinamica, destinata a protrarsi circa sino ai tre minuti e quindici. Nelle ultime battute il brano comunque si anima ancora di misura prima di un ultimo recupero della texture di partenza.

I Don't Want To Be A Star

La conclusione è affidata alla buona "I Don't Want To Be A Star (Non voglio essere una star)", che conclude un lotto di song ispirate e avvincenti. Quest'ultima track, smarcandosi parzialmente dalle influenze metalliche in bilico tra gotico e doomeggiante (il tutto irrorato dal solito flavour dark) pone il sigillo al disco con un pattern di reminiscenza maggiormente alternative rock. Meno metallica e totalmente scevra da afflati doom, al massimo possiamo dire che respira un'aria tra il rock e il metal alternativo: una song per nulla aggressiva, che risulta spesso suadente grazie all'apporto tastieristico. Scelta molto interessante, per quanto non sarebbe stato male chiudere con una song maggiormente in linea con quanto ascoltato in precedenza. Il pezzo in questione, per quanto gradevole, risulta forse troppo easy listening. L'inizio è suadente, giocato sulla tastiera. Le atmosfere sono abbastanza tranquille e non troppo meste, desolanti, malinconiche. Verso il ventesimo secondo subentra la voce del singer che illustra la difficile condizione di essere una "star" senza averlo neanche troppo desiderato. Si enucleano le paranoie dell'essere un personaggio celebre, il fatto di non avere tempo per i rapporti umani, lo svegliarsi in piena notte in preda alle paranoie. E tutto quello che si vorrebbe è una vita normale, come tutti. Infatti, a più riprese il personaggio protagonista (la solita voce narrante) ci fa capire come non voglia tutto questo, quanto piuttosto essere dimenticato ("io non voglio essere una star! Dimenticatemi.. io non sono quello di cui avete bisogno!" e ancora "Ora capisco, non volevo essere una star, non lo voglio. Non l'ho mai voluto, dal profondo del cuore."). Il pezzo si mantiene su un pattern semplice, con la voce in primo piano accompagnata dalla tastiera e "esplosioni" pregne di pathos in prossimità del refrain (questo molto melodico e abbastanza accattivante) in cui anche la chitarra si ritaglia un ruolo meno marginale. Degno di nota un accenno di assolo bluesy dai tre minuti e cinquantaquattro.

Conclusioni

Arriviamo dunque alla fine del disco, e come di consueto, alle note conclusive. Di questo "Deadlights" possiamo sicuramente dire che si tratta di un buon disco, accattivante, con pezzi molto convincenti e destinato a tutti gli amanti del gothic/doom metal più melodico e meno ossessivo e cupo. Proprio una sostanziale componente melodica infatti rende il genere più accessibile a tutti, e a maggior ragione capace di conquistare una branca di pubblico non certo "ferma" a determinati stilemi. Un lavoro, insomma, che può piacere tanto agli appassionati veri e sinceri quanto agli amanti di sonorità più "pesanti", in quanto in questo platter è presente davvero una bella miscela di suggestioni, capaci di arrivare di sfondare letteralmente la cosiddetta quarta parete, coinvolgendoci in storie particolarissime e mai scontate. I testi, come da "tradizione", risultano alcune volte oscuri e "sciamanici", carichi di storie a metà fra l'onirico e l'oscuro, altre volte invece affrontanti temi quotidiani (la guerra, la fine di un rapporto e così via); in ogni caso, però, una sostanziale poetica "oscura" permea di mistero ogni verso composto, rendendo il lavoro affascinante anche dal punto di vista più prettamente lirico. Se volevamo quindi un degno proseguo dell'esordio, ebbene, lo abbiamo ottenuto senza troppi problemi. Dunque un disco che non fa rimpiangere il precedente, in linea sicuramente con il passato (con gli opportuni distinguo) e che riconferma i Witches Of Doom come importante realtà del settore. Non sbagliare il secondo disco è già una cosa molto importante, per quanto la vera prova del nove - a detta di qualcuno - è il terzo disco, che - sempre secondo molti - se riesce conferma che quanto fatto non è frutto solo di lampi isolati di genio o ispirazione, ma merito di evidenti capacità. Comunque, sino ad ora "ci siamo": il disco in questione è proprio quello che un fan dei Witches Of Doom - e di una certa branca del metal - voleva sentire. Nessuno scivolone e qualche evidente picco qua e là. Certo gli artisti coinvolti sono sicuramente molto bravi (egregio Fed alla chitarra; formidabile Groova alla voce), quindi, se l'ispirazione non prenderà mai a latitare sono sicuro che un ensemble del genere in futuro non potrà che partorire solo album di una certa caratura. Sicuramente anche quello che sarà il proprio capolavoro (se ce ne sarà solo uno), al quale si può arrivare con anni di costanza, totale dedizione alla musica, assoluta rinnegazione delle mode imperanti (terrificante babau che ha distruto più di un gruppo e ne ha azzoppati a centinaia) a favore di scelte sempre e comunque proprie mirate a consolidare il proprio modo di essere, una originalità che via via può divenire totalizzante, una personalità destinata solo a crescere. Scontata dunque, da parte mia, una bella promozione a questo disco, che merita di essere ascoltato anche più di una volta dato che non si tratta di un prodotto superficiale destinato ad alimentare questa era dell'usa e getta. Bravi ragazzi, continuate così.

1) Lizard Tongue
2) Run With The Wolf
3) Deface (The things That made me a Man)
4) Winter Coming
5) Homeless
6) Black Voodoo Girl
7) Mater Mortis
8) Gospel for Wars
9) I Don't Want To Be A Star
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