WINDIR

Likferd

2003 - Head not Found

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
23/11/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

La fredda Norvegia è sempre stata foriera di artisti molto particolari, figli del loro tempo e, ancor prima, della loro nazione. Al pari di altre realtà nel mondo non si può dire che la terra scandinava abbia sfornato enormi celebrità conosciute in tutto il globo, appartenenti alla schiera dei gruppi pop o di altro genere adatto alle masse. Ciò nonostante, questa non vuole essere in assoluto una provocazione, ma piuttosto un modo per poter avere un quadro più completo possibile e che aiuti a destreggiarsi nel labirinto di quella che è la fiamma nera norvegese. Nel panorama dei fiori, da cui centinaia di anni fa salpavano i vichinghi in cerca di tesori commerciali e non solo, verso rotte lontane e per certi versi inesplorate, crescevano quelli che oggi sono chiamati Windir, un gruppo di ragazzi nati sotto l'egida del periodo più florido per il black metal marezzato da venature viking metal. Era, infatti, il 1997 quando pubblicarono il loro primo lavoro intitolato Sóknardalr: un lavoro non certo seminale come i maestri della fiamma nera, ma sicuramente una fionda che li catapultò nell'etere del genere. Per alcuni potrebbe apparire quasi inutile dirlo, ma i Windir sono cresciuti anche grazie all'ombra di Valfar, ossia del cantante, frontman e strumentista del gruppo; sapiente e amante conoscitore delle tradizioni del suo popolo ha sempre voluto trasportare la magia del nord in musica, proponendo la storia del suo popolo al mondo intero, concentrando con le cuffie nelle orecchie ad ascoltare la musica elitaria. Questo ulteriore capitolo della discografia dei Windir non è ovviamente da meno, nonostante non sia pensato per riscrivere i dettami di un genere, stravolgendo completamente la prosa scritta da tutti gli esponenti più importanti quali Darkthrone, Burzum, Mayhem e così via. Chi tra di voi è qui per la prima volta e non ha mai incontrato questo gruppo prima d'ora, non può tralasciare un elemento fondamentale della loro storia: il luogo di nascita vera e propria dei Windir è Sogndal, città che ha visto la luce in primis di Valfar. Molte (se non quasi tutte) le canzoni e gli album del gruppo utilizzano il dialetto della zona per mostrarsi al mondo, tronfi di rispetto e ammirazione per le proprie tradizioni. Un esempio è certamente tutta la loro discografia, e non di meno questo album, Likferd, uscito nel 2003, il cui significato del titolo è riconducibile più o meno a "sepoltura" e "funerale" nel loro dialetto. Non è un caso che come lavoro artistico ispirante e simbolicamente fondamentale per questo platter sia proprio un quadro intitolato "Likferd at Sognefjorden" del duo di artisti ottocenteschi Adolph Tiedemand e Hans Gude. I colori caldi, l'atmosfera plumbea, i riflessi dei raggi del sole filtrati dalle nuvole che si rispecchiano sull'acqua calma mentre le barche si apprestano a salpare e gli uomini a terra a dare l'ultimo saluto ai propri cari, è nell'insieme un'immagine forte, pregnante, significativa. L'esplorazione della morte nell'arte ha sempre avuto il suo posto d'onore, un po' per demonizzare la Signora, un po' per trovare parole nuove per descriverla. Ancora di più nel 1853, anno di realizzazione del dipinto: tempi in cui le spoglie del romanticismo erano ancora vive tra i più. Valfar è in questo suo progetto un giovane cantastorie, che ama intrecciare storia e leggenda in orditi intrisi di passione, lasciando nelle pieghe una sensibilità rara. In questo lavoro si può respirare un'aria di continuità con ciò che è venuto prima: una ricerca della vita oltre la morte, di vendetta e di giustizia. L'etichetta Head not Found, che già dal primo lavoro aveva dato il suo contributo nella promulgazione della bravura, ancora una volta è decisiva. L'assetto in studio rimane sempre lo stesso, cioè Strom e Sture rispettivamente alla chitarra principale e a quella ritmica, Steingrim e Righ alla batteria e alla tastiera, Valfar e Hváll al microfono e al basso, oltre che in sala prove per la scrittura dei testi e per l'ispirazione. Ora, però, lanciamoci verso l'ascolto dell'opera dei Windir, e scopriamo quale racconto hanno voluto tramandare questa volta.

Resurrection of the Wild

Preparatevi per qualcosa di surreale, che con molta probabilità vi farà tornare in mente i tempi d'oro di un gruppo che risponde al nome di Emperor. Stiamo parlando certamente della prima traccia di questo platter, intitolata Resurrection of the Wild, ossia - tradotta in italiano - "resurrezione del selvaggio". Un nome, un programma direbbe qualcuno: io dico che si tratta di una vera e propria promessa, ma anche di una confessione trasmessa dal gruppo. I primi secondi sono eterei, caldeggiati da sinfonie che avvolgono l'atmosfera come un fumo riempie lo spazio, e portano con sé emozioni provenienti dagli inizi degli anni '90. Nei Windir possiamo dunque trovare i figli di un black metal sinfonico che sembra ormai evoluto dai primordi? La risposta non posso certamente darla io che vi scrivo, ma potete iniziare a trovarla già dando l'ascolto a questa traccia, che è come un quadro ricco di simbolismo. Certo, il testo non è poi così criptico, e gioca molto sulla contrapposizione tra la civiltà e la selvatichezza, in un crescendo maggiore di strumenti che prima accompagnano con le tastiere e dopo calcano i passi truci di una fiamma nera ardente, che arriva dritta nel padiglione auricolare e tende alla distruzione. Ma la distruzione di cui si fanno promotori (in)consapevolmente i Windir non è quella che porta a un annichilimento, perché è in realtà una forma di espressione cruda ma vera, il cui spirito risiede nel ritorno all'origine. Parlano di uomini civilizzati, aspiranti alla Terra Promessa, completamente differenti dal selvaggio e non per questo inferiore popolo di quella che è invece la Norvegia di un tempo. Il loro grido si fa prominente minuto dopo minuto, ed evita qualsiasi altro pensiero che può distogliere dal vero approccio alla risurrezione. Non si tratta, qui, di aspettare un messia, ma di far tornare vigorosa l'unica verità che esisteva prima dell'arrivo di quelle che oggi possiamo considerare le religioni rivelate. Non è infatti un segreto che il Cristianesimo abbia abbattuto molta della cultura autoctona e non dell'Europa, costruendo la maggior parte delle sue chiese su siti di culto pagani, dando il via a un'epoca di oscurantismo di tutto ciò che a loro dire era pericoloso. Ma in quest'ottica io allora pongo una domanda forse azzardata: perché deve essere qualcuno che viene da lontano, dal deserto, da un mondo diverso a dettare legge su ciò che invece ci appartiene di diritto? Non è invece bella la diversità? Non è bello poter godere dei duplici aspetti della natura nella sua forma più selvatica e paura e in quella più calma e sublime? Ecco, allora, un urlo di battaglia dei Windir, con cui iniziano questo lavoro, Likferd, in modo da porre il tappeto rosso verso la risurrezione del selvaggio.

"Tu sei l'uomo civilizzato in cerca della Terra Promessa,

io, invece, vivo nella selvatichezza per evitare il vuoto che nasconde l'essere umano"

Martyrium

A differenza di altre tracce, la seconda posizione del disco è occupata da un brano che vive in un certo senso di contraddizioni. Il titolo, Martyrium, ricorda sicuramente la lingua latina, ma il linguaggio adoperato invece per il testo è strettamente norvegese. Questa non è certamente una novità in campo Windir, ma rimane un elemento curioso in strictu sensu, poiché riflesso dell'anima del gruppo, che racconta di storia del proprio popolo. Per molto tempo in Scandinavia non era giunto il conquistatore cristiano, ma a partire dal Medioevo le cose sono cambiate. Come nella preistoria, il rito e la cultura hanno significato quell'espansione della religione del libro, eppure in questa traccia i ragazzi di Sogndal non raccontano di un funerale strettamente cristiano, anzi. Unito alle corde della chitarra che sferzano l'aria come le ali di un'aquila, con il grido graffiato e la doppia cassa che sembra fare una ridda pazzesca, troviamo un racconto, che sembra voler parlare non tanto di un martire ma probabilmente di qualcuno dal nome Martyr. Questa è tuttavia una mia congettura, data la particolarità del titolo e la ripresa in più punti del testo dello stesso termine. L'analogia con "martirio" è certamente palese, ed è un po' quella che hanno dovuto subire gli antenati stretti dei ragazzi quando, all'epoca, hanno affrontato l'incursione cristiana, e soprattutto il comando di re e sovrano devoti alla religione del deserto. L'immagine che viene suggerita dall'accordo dei tasselli di questo brano è quella di un fiordo, probabilmente lo stesso rappresentano nel magnifico dipinto in copertina, sulle cui acque si trovano le navi che accompagnano 18 corpi: un numero per nulla casuale. Gli dèi sono con loro, il compito di chi rimane in vita è garantire l'eterna memoria: ecco allora l'entrata in gioco dei Windir. Come bardi o, meglio, scaldi, raccontano di gesta, di storie, di tradizioni, mantenendo sempre vivo e vibrante il fuoco dei ricordi. Dedicano la loro vita a una causa comune, il ritorno delle proprie origini, l'amore viscerale per la propria terra, il sovvertimento dell'ordine stabilito da altri esseri umani attraverso una musica dura, potente, e al tempo stesso accogliente, singolare, sempiterna. Con questa traccia narrano e si fanno loro stessi martiri, perché onorevolmente si dedicano a una missione: la memoria. Non è cosa per tutti quella di riuscire a mantenere in vita l'eterna vita, ossia il vincere il muro del tempo offrendo ai posteri un ricordo che non sbiadisce ma che, anzi, accompagna durante la modernità. Siamo nel 2003 quando loro realizzano questo album, ma ascolto dopo ascolto sembra invece di ritornare da un lato agli inizi degli anni '90, dall'altro di vivere storie che appartengono a tutti noi, facenti parte di un calderone comune.

Despot

Non è sempre tutto come sembra, quello che all'inizio può apparire come una manna dal cielo si può invece rivelare terribile nel giro di poco tempo. Questo pensiero viene anche suggerito dalle parole dei Windir in Despot, ossia "despota", in cui il ritmo rimane sincopato e l'atmosfera diviene sempre più pungente. La seduzione del fuoco del potere è qualcosa che colpisce tutti: sapere di poter avere tra le mani la capacità di scegliere per la vita degli altri è peggio di una droga, a maggior ragione quando di mezzo ci sono anche i soldi. Ed è allora che il comfort, la benevolenza, i buoni propositi e i valori individuali iniziano a cadere: arriva il momento della disfatta collettiva, del benessere dei pochi in sfavore dei molti. Il despota offre inizialmente protezione, sicurezza, un certo bagliore di speranza, eppure è proprio dalla luce che si viene accecati e si viene colti nel tranello della monarchia non illuminata. Sporcizia, terrore, panico, delusione e conquista senza limiti sono soltanto alcuni dei principi di cui si fa portatore il despota raccontato dai Windir: probabilmente si tratta di un sovrano che ha regnato in Norvegia, uno dei tanti che sotto il peso della croce ha deciso di far stare il suo popolo, mentre lui godeva di cibo e di piaceri in palazzi decorati e riempiti d'oro. "Inginocchiatevi!" grida il sovrano, credendo di avere di fronte dei pupazzi da comandare a piacimento. "Morite!" urla ancora, intento a controllare persino le risate, chiedendo di essere venerato come un dio. Il despota, in questo caso, potrebbe essere chiunque, potrebbe essere un elemento declinabile a tutti coloro che si sentono talmente furbi come una volpe da poter comandare gli altri, da credere di riuscire a creare la paura. "Esistono diverse verità, io scelgo quella narcisistica" afferma, come se non fosse già abbastanza chiaro dalla musica creata dai Windir che l'intero lavoro è infatti incentrato su un aspetto tipico di chi riesce a vedere per un attimo il potere. Il vero segreto per vincere queste situazioni è tornare sui propri passi e capire che in realtà non siamo nessuno, siamo soltanto esseri umani che vivono di acqua e di cibo e che quando vanno al cesso si siedono tutti sul culo. Non esistono troni altissimi e panche bassissime, ma soltanto ciò che vogliamo che esista. Nell'arco della storia abbiamo potuto vedere diverse figure di despota e monarca non propriamente illuminati, ossia incapaci di gestire in primis se stessi e poi, di conseguenza e soprattutto, gli altri. Un terribile affronto al mondo intero che ha generato caos incontrollato che non ha portato a nulla, e che in questo brano i Windir decidono di suggellare in un accordo di strumenti, vocalizzi e liriche ad hoc.

Blodssvik

Blodssvik vuol dire "tradimento di sangue" e certamente un titolo del genere, così forte e pregnante, non può non nascondere un significato profondo, trascendente le classiche ragioni che possono avere gruppi come i Windir. Questa volta i norvegesi non vogliono parlare in modo superficiale di quella che può essere stata considerata come una svolta epocale del proprio popolo, ma affrontarlo in una misura ancora più intima, sicuramente importante. Quello che i ragazzi trasmettono fin dai primi minuti è una segnalazione del dolore messo in musica, uno spruzzo di sangue creato con le note della tastiera, del basso, della batteria e della chitarra, colorato grazie alla voce di Valfar. Stiamo parlando di qualcosa oltre la quale non si può più tornare indietro, si perde l'onore, la fede e ogni virtù che può effettivamente impreziosire un uomo: tradire qualcuno o qualcosa che appartiene al proprio sangue è ciò che non può essere accettato. L'oscurità più nera cala e inonda e avvolge ogni cosa, rendendo difficile lo sguardo, confondendo le intenzioni e creando disordine in un ordine che invece era precario ma sicuro al tempo stesso, che vive di contraddizioni. Insomma, Blodssvik è un po' un racconto di quello che un tempo era considerato un affronto terribile alla propria stirpe. In epoca antica questo comportava il dover difendere la propria famiglia, anche se chi aveva tradito era un famigliare. Esisteva una giustizia differente, sicuramente più legata alla comunità e meno individualista come accade invece oggi. La presenza di un testo scritto in dialetto norvegese non è altresì casuale, perché i Windir vogliono in questo modo rivolgersi a un pubblico ampio ma al tempo stesso narrare di ciò che appartiene al proprio popolo, nel loro pieno stile. La musica di cui si fanno promotori in questa traccia è come un fiume che prende all'improvviso, una raffica di vento che ogni tanto accarezza e altre volte invece fende il viso con violenza. Come la lama di una spada, questo brano è tagliente, scelto con cura per cucire ancora una volta una strada che porta non lontano dal ricordo di tempi passati, che scalpitano per riaffiorare. Esiste una possibilità di scelta, se tradire o no questo richiamo? Oppure siamo destinati, la nostra vita è già scritta? Sicuramente il sangue deve essere versato, perché per potersi riappropriare di ciò che è nostro, per poter difendere i propri valori non si può chinare il capo innanzi a chi cerca di rubarci il futuro. Il tradimento di sangue che narra Blodssvik è qualcosa che appartiene a tutti e a nessuno, è un racconto che diventa mezzo di trasmissione di valori, ossia quelli della fedeltà, della lealtà e della fratellanza.

Fagning

Lasciate un po' ogni speranza o' voi che vi addentrato con l'ascolto di questo brano dei Widir, non perché ci sia dietro chissà quale ragione: il motivo è che Fagning è un altro grido, questa volta dal significato più nascosto. Iniziamo con la traduzione del titolo, che lascia ampio respiro alle interpretazioni, in quanto i ragazzi norvegesi non hanno dato alcun significato preciso. Probabilmente, se volessimo andare per orecchio, potrebbe ricordarci il verbo inglese "Fawning", che richiama l'atto di onorare qualcuno - in effetti, l'intera traccia poggia ancora una volta sul continuo della storia iniziata con gli album precedenti, e racconta di Sverre ma anche del terribile despota norvegese. Il popolo di Sogn ha dovuto patire ingenti danni a causa della rivolta scatenata, ma Sverre, detto illegittimo figlio dei re norvegesi, proveniente dalle isole Faroe e intenzionato a conquistare il trono che gli spetta di diritto occupato da Magnus Erlingsson, non si placa perché il desiderio di tornare a ciò che gli spetta è molto grande. Ciò che portano i Windir con plettrate roboanti e sinfonie di tastiere che avvolgono completamente l'atmosfera mentre ascoltiamo questo brano, è una scena di guerra. O, meglio, di combattimento. Il racconto è un racconto che porta conoscenza, che parla delle abilità in guerra e anche logiche e strategiche del re legittimo, una traccia che desidera disporre onore e affermare anche da quale parte i Windir vogliono sedersi al tavolo. In tutto questo è impossibile non notare come questa traccia sia una delle più apprezzate da chi ama la fiamma nera, sia perché il ritmo cadenzato è studiato a tavolino per dare l'idea di battaglia, sia perché ciò che racconta è davvero interessante. Per alcuni, però, potrebbe essere l'ennesimo brano che racconta dell'ennesima storia, ma non è così che dobbiamo prendere in considerazione il lavoro dei Windir. Del resto, quando si parla di racconti realmente accaduti, la narrazione è fondamentale e necessaria, soprattutto per chi non ha potuto viverli per un motivo o per un altro. Non si deve, dunque, cadere nella superbia di sapere già tutto, e anzi bisogna cercare di ascoltare i Windir come un tempo venivano ascoltati i bardi durante le feste nel castello: con interesse, curiosità e animo puro. Fagning è un testamento d'onore che vuole rendere omaggio ancora una volta a una storia che per troppo tempo è stata dimenticata, perché del resto lo sappiamo: Sogn è un po' quel piccolo paesino bombardato durante la guerra e di cui non si ricorderà mai nessuno...a meno che qualcuno non decida di far riemergere la memoria, esattamente come fanno i Windir. Perciò, alzate il volume e godetevi questi otto minuti di brano, praticamente il più lungo del platter, ma anche il più evocativo, a mio parere.

On the Mountain of Goats

Lento, glaciale, oscuro...in pieno stile black metal. Queste sono solo alcune delle caratteristiche potrebbero definire in un certo qual modo questa traccia intitolata On the Mountain of Goats, tradotta meglio in "Sulla Montagna dei Caproni". Forse il titolo potrebbe farvi sorridere pensando all'immagine superficiale che suscita, ma del resto vanta alcuni elementi che contraddistinguono la musica della fiamma oscura, tra cui la figura del caprone, in questo caso più di uno. Questa traccia è infatti considerata come una delle più influenzate dalla corrente di cui si fanno portatori anche i Windir, e lo si può notare grazie a i riff forsennati e ripetitivi, freddi e netti, privi di qualsivoglia emozione che viene accentuata dalle tastiere. Il canto è sperimentale per certi versi, suona strano, a cavallo anche con l'heavy metal, ma certamente curioso e interessante per gli amanti della musica. Reputo, infatti, che come per quanto concerne tutta la musica, anche per i Windir valga la stessa regola: non bisogna mettere dei paletti che ostruiscono la vista oggettiva. Insomma, se ciò che si ascolta piace allora funziona, se non piace o se semplicemente fa storcere il naso, allora funziona ugualmente, soltanto che non è adatto per te. C'è da dire che "On the Mountain of Goats" è anche una traccia che non ha riscosso grandi e grassi pareri da parte del pubblico e della critica, ma non per la sua differenza rispetto le altre, piuttosto perché si percepisce una certa immaturità nel suono, qualcosa che chiaramente non è esprimibile in parole ma che sicuramente potrebbe far storcere il naso ai più. La narrazione che portano in questo contesto così acceso di fiamma nera è il tipico argomento caro al filone narrativo del black metal: il diavolo, satana, il caprone, il male. Tutto ciò che viene raccontato potrebbe essere definito con una sola parola: antitetico. Con questo termini intendo dire due cose: in primis, che se fino a questo momento si è sempre parlato di Scandinavia e di storia del proprio popolo, con questa traccia i Windir escono un po' fuori dagli schemi, ma davvero tanto. In secundis, che chiaramente è una minaccia alla cristianità, nonostante io ritenga che sia in realtà ridicolo come approccio. "Il segno del Diavolo" viene ripetuto più volte nella traccia, il male ha infatti la volontà di conquistare il suo trono, che è, chiaramente, la montagna dei caproni. "Orde uccideranno in mio nome" canta Valfar, come impossessato di chissà quale spirito. Terrore, paura, angoscia, confusione: ecco gli emblemi su cui regnerà colui di cui parlano gli stessi Windir. Ce la farà o no? Non ci è dato saperlo, ma le idee sono chiare, nonostante i ragazzi norvegesi, forse, non sentivano in fase di registrazione tutta quell'energia che avevano invece intenzione di riversare nelle parole.

Dauden

Be', con un titolo dell'album come "Likferd", che se non ti ricordassi significa "funerale", non potevamo non pensare l'assenza di un brano dal nome "Dauden", ossia "Morto". Questa volta, rispetto la traccia precedente, non siamo più nel limbo del black metal, perché i Windir decidono di tornare sui propri lidi, raccontando di qualcosa in cui sicuramente si trovano più a loro agio. Narrano del fiordo di Sogn, oscuro e brillante, e della luce così luminosa che si staglia sul fiordo donando un aspetto del tutto surreale. In lontananza un tuono, che presagisce l'arrivo di una tempesta. Il racconto è questa volta quello di un vero e proprio funerale, probabilmente il proseguo di ciò che era già stato affrontato all'inizio di questo platter. Il morto è sulla barca, naviga tra le onde per raggiungere l'altra sponda, e riposare finalmente in pace. Il giorno e la notte sono due elementi che si completano, e quando chiudi gli occhi per sempre, è come se tornassi all'origine. Del resto, però, quel giorno è uno di quelli in cui non vorresti mai tornare, perché significa abbandonare tutto ciò che hai in vita, anche e soprattutto chi ami. Ma i Windir vogliono provare a tradurre in musica e in parole il disagio e la sofferenza di chi ha incontrato per primo la morte: la sensazione di svanire nell'ombra, dopo una lunga battaglia, è disarmante. Le emozioni che suscitano l'accoppiata di chitarra e voce sono uniche, avvolgenti, che non si possono spiegare in due parole. Bisogna affidarsi al proprio destino, combattere fino alla fine: ecco il pensiero del guerriero che ora giace sulla barca in mezzo al mare, nel fiordo di Sogn. La battaglia non è per forza persa, ma la sua vita è sicuramente finita, catturata dall'unica promessa che verrà sempre mantenuta ossia la dipartita. L'immagine che i ragazzi norvegesi vogliono passarci è quella che loro stessi probabilmente hanno visto quando hanno trovato per la prima volta sotto gli occhi il dipinto della copertina. In effetti, la descrizione della luce, dei colori, delle ombre, del chiaroscuro, di tutto quello che possiamo scorgere in quella illustrazione viene animato dalle parole dei Windir, con un fare che non lascia scampo, che mette in moto l'intimo processo empatico per cui ci sentiamo come se fossimo noi stessi quelli di cui parlano le immagini. Non è chiaramente così, ma è sempre stupendo pensare e osservare come chi fa musica riesce ad aumentare la realtà, giocando con la voce, con le note e le atmosfere, pur facendo un genere musicale che apparentemente non viene considerato capace di dare emozioni. Il black metal non è così come si pensa, perché il grido che ne scaturisce appartiene a tutti, incondizionatamente. Ecco che allora Dauden appare come un riflesso in cui specchiarsi, in cui guardare chi più di 100 anni prima aveva realizzato quel dipinto, con gli stessi pensieri e intenzioni di quei ragazzi norvegesi che hanno vissuto negli anni 2000.

Ætti Mørkna

Ultima traccia di questo platter è Ætti Mørkna, che potremmo tradurre con facilità in "dovrebbe scurirsi". Anche in questo caso il significato però non può essere compreso appieno superficialmente, perché i Windir decidono di adottare un mix tra dialetto norvegese e lingua nazionale, giusto per rimarcare l'importanza che per loro ha il mantenimento della propria storia. Questa traccia è una delle più lunghe di tutto l'album, ma non solo perché chiude un intero lavoro, ma anche perché il messaggio che vogliono passare i ragazzi non poteva essere riassunto in poche righe oppure in qualche minuto. La morte non è la fine, anzi, è solo un nuovo inizio. Anche se per alcuni potrebbe apparire più come una sconfitta in una battaglia, questo non deve pregiudicare la riuscita dei propri obiettivi. Possiamo perdere tutto in una sola volta, come un soffio di vento che porta via i petali di un fiore, ma ciò che rimarrà nell'etere sempiterno è il proprio nome, anche quando dovrebbe scurirsi il cielo. Anche se il nome di Arntor rimarrà per sempre scolpito con onore lì dove la storia viene scolpita, è bene comunque riguardare sempre perché il rischio che chi rimane ancora in vita voglia accaparrarsi il suo posto sul trono è alto. Le ultime parole dei Windir sono "che la pira funebre possa spegnersi prima che il sole cali"...e anche solo leggendo per un attimo queste parole appare imponente il significato, non trovate? Personalmente voglio interpretare questa frase nel seguente modo: prima che ogni cosa venga distrutta, prima che arrivi la notte e con essa anche la confusione, è bene che ciò che che deve essere sia già stato, nel senso che bisogna agire ora, oggi, per conquistare ciò che si desidera e non rimandare a data da destinarsi. La speranza dei ragazzi norvegesi di oggi, come quella dei loro antenati di allora, è che comunque la vittoria arrivi, e che arrivi prima che giunga chi vuole soggiogare il popolo con il potere: per farlo è importante raccontare, narrare le vicende di chi è passato prima di noi, per portare avanti il pensiero che nessuno è morto invano. Certo, il sole si oscura per tutti, ma la fioca luce rimarrà per sempre se quando si è in vita si fa ciò che si desidera, portando in alto il proprio onore, il proprio nome e quello, per riflesso, di tutta la propria famiglia. La morte non è una fine, ma un nuovo inizio...ciò che aspetta dopo è indice anche di ciò che si è fatto in quest'altra dimensione.

Conclusioni

Vi siete mai trovati a discutere riguardo la morte? Certo, in una società come la nostra, soprattutto oggigiorno in cui è un tema tabù sembra impossibile poterne parlare. Tuttavia, bisogna farlo, e i Windir lo fanno con un metodo elegante, coerente e particolare. L'intero album "Likferd" non è però soltanto un modo per esorcizzare la paura che potrebbe prendere molti di voi, ma si trasmuta anche in un meccanismo che permette di raccontare e, soprattutto, narrare la storia, le vicende, i racconti, le idee e le immagini di un popolo strettamente legato ai propri antenati. Non è un segreto questo: lo avevamo già visto con i lavori precedenti, che potete trovare usando l'apposito spazio di ricerca sul sito. Windir è un progetto ambizioso, unico, che ama superare se stesso mantenendo in vita una fiamma dalla duplice punta: da un lato c'è il black metal, talvolta puro, talvolta intriso di sinfonie e melodie create ad hoc per dare valore e creare l'atmosfera giusta per le storie che vengono narrate; dall'altro invece abbiamo quello del ritorno dei propri antenati, della prodezza, del coraggio, del racconto di qualcosa fortemente vivo seppur lontano nel tempo. La fiamma nera made in Norway non è sicuramente mai morta, anche se subisce evoluzioni naturali date dal tempo. Likferd non è il funerale del gruppo, né della storia del popolo, né di Sogn o di qualsiasi altra cosa: è invece la rinascita di una memoria che è quella collettiva, quella di persone e personaggi passati alla storia per le loro prodezze e per il coraggio. Il racconto che a tratti prende vita canzone dopo canzone è quello di chi desidera ottenere vittoria sopra la morte, e per farlo ha compreso che è necessario essere capaci di andare oltre i propri limiti terreni. L'immagine di copertina creata durante il 1800 e che resta così attuale grazie alle parole dei Windir non passa infatti inosservata, vuoi per i colori e il chiaroscuro, vuoi per le meravigliose parole composte dai ragazzi norvegesi. Dal primo brano possiamo sicuramente comprendere la sensibilità di Valfar, ossia quella di un ragazzi giovanissimo che vuole abbandonare le vesti di una modernità intrisa di falsità e di grigio dei palazzi, per dedicarsi interamente alla riscoperta del selvaggio, del proprio Pan interiore. Dai successivi brani invece si evince il suo amore smodato per la rivoluzione, per il racconto di ciò che è senza alcun filtro. Anche se talvolta può apparire un po' di parte, Windir è un progetto che cerca di donare il massimo oggettivo, creando scene grazie a parole misurate. Certo, in confronto agli altri lavori, Likferd può far storcere il naso, perché non consta di un filone narrativo che prosegue gli altri racconti in modo sicuro, ma anzi in certi casi sembra anche ripetersi incessantemente, creando un mal di testa che difficilmente va via. Ma in tutto questo marasma bisogna sempre essere oggettivi e considerare che abbiamo di fronte dei ragazzi molto giovani, non proprio alle prime armi, ma sicuramente in erba e quindi pronti a un'evoluzione sostanziale. Sono ragazzi che non sanno cosa gli aspetta negli anni a seguire ma proprio per questo motivo decidono di dare il massimo che possono nel momento presente, registrando questo lavoro e regalando al mondo della musica un dipinto fatto di parole, colori, immagini, atmosfera, musica. L'intera opera di ricerca dei Windir non è vana, perché innanzitutto preserva una memoria che come dicevo poc'anzi è indissolubile se rimane avvolta dal fascino del black metal. Perché sì, il black metal, al di là di qualsiasi ideologia politica o di considerazione che può essere fatta a posteriori, rimane uno di quei generi più di nicchia e al tempo stesso amato per la sua particolarità. 

1) Resurrection of the Wild
2) Martyrium
3) Despot
4) Blodssvik
5) Fagning
6) On the Mountain of Goats
7) Dauden
8) Ætti Mørkna
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