WINDIR

1184

2001 - Head Not Found

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
12/11/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Secondo Pablo Picasso "l'arte scuote via dall'anima la polvere che si accumula giorno dopo giorno"; be', osservando sotto questa prospettiva, la musica ne toglie via parecchio di quel deposito polverulento sulle corde emotive di ognuno di noi. Non a caso, ciascun individuo sceglie per bene cosa ascoltare, in quale momento e in che modo vuole far riemergere certe vibrazioni attraverso quelle corde simboliche contenute nel profondo della propria memoria. Ognuno di noi preferisce talvolta un morbido accompagnamento di violino o pianoforte, oppure, altre volte, una granitica e poderosa sferzata di sei corde, senza dover dare troppo conto a costruzioni mentali che vieterebbero l'accostarsi di uno all'altro. La verità è che vivere l'Arte, sotto qualsiasi forma essa si presenti, significa lasciarsi compenetrare dall'immutabilità del suo cromatico e camaleontico vestito. Diventarne parte significa mantenerne sempre accesa e viva la fiamma che scalda ma non brucia, come facente parte di in un grande disegno che può durare anni, secoli, forse eoni, grazie alla purezza delle intenzioni, celate anche nella più piccola azione. Si potrebbe dire che il black metal sia privo di contenuti, talvolta troppo oscuro, maligno, aggressivo come i protagonisti che lo suonano, magari povero di quella purezza di cui si è discusso fino ad ora. La verità è altra cosa. Probabilmente la 'nera fiamma' è proprio quello che chi la ascolta vuole che sia. Ascoltando una canzone di Burzum, molti potranno dire che si tratta di solo "rumore", magari di qualche assolo ben riuscito insieme a picchi di genio di un pazzo psicopatico e terrorista, ma chi sa ascoltare e guardare oltre, osserva una libertà unica nel suo genere, di cui non ci si soffermerà nel parlarne. Questo era solo un esempio per collegarsi ad uno degli aggettivi che si lega ai Windir: "brillanti". Ma questo tipo di attitudine, che trasporta con sé il freddo e il vento secco del nord, può nascere solamente da chi non si lascia trasportare dalla corrente ma decide di seguire il proprio istinto, il personale sentire. Quindi, parlare della storia dei Windir, significa dover fare un piccolo excursus sul vissuto personale e artistico del fondatore principale Valfar e dei suoi componenti. Cresciuto in un luogo campagnolo, semplice e senza troppi fronzoli cittadini, Terje Bakken assimilò fin da subito la spontaneità del proprio luogo natale. Non risulta assai difficile comprendere come abbia cercato di passare nel proprio progetto quell'aspetto rurale delle zone in cui è cresciuto, raccontando - come si ha modo di constatare con "Arntor" e "Sóknardalr" - di storie e vicende legate alla Norvegia ma, ancor di più a Sogndal, proprio luogo natìo. Appassionato di folklore, Terje porse l'attenzione verso il metal estremo già all'età di quindici anni, quando, a differenza dei suoi coetanei, preferiva avere nello stereo un lavoro dei Pestilence e At The Gates. Era il 1992 e il panorama della 'nera fiamma' tergiversava nella ridda espansionistica sui tavolini di tutti gli appassionati, rendendo Terje assiduo ascoltatore delle varie proposte norvegesi e svedesi, combinate - a suo dire - dall'ascolto di Vivaldi. Si può notare come le principali influenze che plasmarono l'artista Valfar furono molteplici e di una tela variopinta, rendendolo libero nell'atto creativo, permettendogli di esprimersi senza mezze misure, altresì mettendoci tutto sé stesso. All'età di quindici anni era sulla via di consacrare la sua vita all'Arte del fuoco nero, non copiando ma inspirandosi e realizzando opere a misura delle sue ambizioni, pur essendo consapevole che non poteva certamente viverne, ma abbastanza certo di poterne riversare quante più idee possibili lasciandoci il segno. Come si può notare, le influenze folk e classiche si sprecano in una fitta foresta di violente sferzate di chitarra, cadenzati battiti della doppia cassa e veementi tecniche vocali che combinano in assoluto un nuovo modo di intendere il black metal, certamente distante dalle sonorità, sebbene simili, di gruppi come Finntroll. Le attese e incessanti, ma cadenzate, presenze sul palco avevano circondato i Windir di un pubblico solido, altamente interessato ad ascoltare le novità geniali che il gruppo proponeva di volta in volta e di anno in anno con l'uscita di nuovi album. L'evoluzione dei Windir si può dire che sia stata volutamente unica: iniziata come un progetto solista del polistrumentista Terje, successivamente partì col trovare il proprio percorso durante gli ultimi anni '90 con le principali pubblicazioni summenzionate, per poi far approdare sui propri lidi le capacità e le idee di altri membri che resero possibile l'esperienza live della band. Con il tempo ogni strumento venne preso in mano da un interprete musicale diverso: al basso giunse la maestria di Jarle Kvåle, in arte Hváll, conterraneo e conoscente dello stesso Terje, nonché assiduo ascoltatore che da tempo dispensava apprezzamenti per il lavoro svolto dal giovane compaesano; le note della tastiera divennero appannaggio della maestria di Gaute Refsnes, il cui nome d'arte era Righ, passando per le corde della chitarra principale e ritmica che furono accordate dalle sapienti mani di, rispettivamente, Stian Bakketeig (Strom) e Sture Dingsøyr, le cui ritmiche mantenevano il battito della percussione sfoderata da Jørn Holen, chiamato anche Steingrim. Siamo a Oslo, il 19 novembre del 2001 e sotto l'ala protettiva della sempre presente Head Not Found, veniva lanciato sul mercato uno degli album che hanno lasciato il segno nel panorama scandinavo e, osando, mondiale: "1184". Appare inizialmente come un concept album ma che si rivela, tuttavia, come un lavoro unicamente privo di qualsivoglia matrice che contribuisca nel dare un significato d'insieme, se non per due occasioni che si avrà modo di eviscerare. Eppure, la data che ci viene presentata come titolo dell'opera vuole comunque essere un omaggio ad un momento storico preciso, che si ricollega in qualche maniera all'album precedente, mostrando questa breve continuità di fondo che vuole sottolineare l'amore dei ragazzi norvegesi per le storie della propria cittadina, se non della nazione intera, perpetrata dall'interesse verso la famosa 'battaglia di Fimreite', avvenuta in quell'anno e nella città natale dei nostri. L'amore patriottico e viscerale si continuava ad illuminare persino nella scelta dell'opera d'arte che sarebbe diventata la copertina di questo terzo lavoro. A prendere il posto di primo impatto con il disco, ecco il dipinto di uno degli artisti romantici più conosciuti della Norvegia, Johan Christian Dahl il quale terminò, nel 1827, il dipinto intitolato "Inverno a Sognefjord", divenuto ben presto oggetto d'interesse dei ragazzi di Sogndal per la connessione dell'opera del pittore con la battaglia che si svolse nel 1184 e a cui hanno voluto rendere omaggio. Quello che sorprende di primo acchito è la morbidezza delle linee del dipinto, che mostrano una sensibilità unica nel posare le sensazioni di una vista meravigliosa come quella presentata su questa tela bianca.  La roccia in primo sfondo, l'acqua del mare tra i fiordi, la neve, la pietra della scogliera e il cielo freddo e invernale sono luminescenti, vivi e profondi per merito della maestria della pennellata del pittore, ponendo l'immagine a metà tra il contemplativo silenzio e il tragico, in un vortice di immutabilità nel tempo che lascia sbigottiti. È questa la linea continuativa tra il passato e il presente, che nel lavoro dei Windir riemerge con questa correlazione di immutabilità, grazie all'aggressività ma anche alla morbidezza che, come le linee dipinte, creano un quadro unico nel suo genere. Inseriamo il disco nell'apposita entrata della radio, mettiamoci comodi e lasciamo partire la musica che ci accompagnerà la fantasia, ora consapevoli della componente storica dell'insieme.

Todeswalzer

Sincopate e ben scandite note di tastiera, nate dalle mani di Righ, danno il benvenuto all'incipit di questo terzo lavoro in studio: Todeswalzer (Walzer della Morte). Quelle frequenze iniziali, sebbene acute e fendenti, sembrano srotolare con dolcezza un tappeto che annuncia l'entrata dello sposalizio poderoso della batteria e delle sei corde, le quali anticipano di poco l'entrata in scena della voce graffiata di Valfar. Il tempestoso mantello sonoro fa da accompagnamento al walzer di sottofondo, mentre l'immagine che ci giunge dalle parole è quella di una considerazione di un'anima che sta lasciando l'involucro terreno ormai morto; senza dolore, è pronta a percorrere il viaggio che l'attende oltre la soglia, ponendo fine ad un'Era ma annunciandone di una nuova, in cui, con le braccia aperte, ci si avvicina agli Dèi, accogliendoli nel proprio peregrinare. Il bandolo della matassa del proprio destino si sta inesorabilmente sciogliendo, donandogli una nuova prospettiva che solo chi osserva dal basso, dalla fine - intesa come la morte e quindi nuovo inizio - può ottenere. Il potere che pervade l'anima libera dal pesante corpo, permette di farle riunire le idee, dandole la parvenza delle soddisfazioni di ogni sforzo e sofferenza che ha patito in vita. "Il mio odio per coloro che mi disapprovarono diventerà ora fatale" dice senza rimorsi, annunciando la fine che prossimamente attende quelle deboli e fragili menti di chi ha osato darle filo da torcere nel mondo fisico. Bisogna che tutti si accorgano di quanto avanti sia arrivata rispetto a tutti gli altri uomini, in cerca di quella saggezza e conoscenza che le può donare il giusto potere dall'aldilà. La batteria scandisce più lentamente l'andamento del brano, dopo un breve grido che sembra cercar di fermare un attimo la sfuriata per raccogliere i pensieri, assemblarli e trovando ulteriori parole per riscattarsi, lasciando che a dar voce a quel silenzio sia un walzer in cui danzano all'unisono i soli strumenti. Pochi secondi di questa leggiadra incursione strumentale che subito la batteria si potenzia, furiosamente incalzante insieme alle chitarre e al basso, non contando il ritorno della voce stridula e graffiante che riprende il suo discorso con un maggiore furore, come se avesse incanalato in quei secondi precedenti tutta l'energia generata da quell'odio verso chi ha tolto la vita al suo corpo, giurando vendetta e accompagnando il brano verso il ritorno di quelle note che ci hanno accolto con singolare presenza nei primi secondi. Cosa sta per capitare? Cosa può generare tutto questo odio? Si fa presto a dirlo che subito uno stacco totalmente differente nel pezzo ci accoglie con un ensemble pulito dalle tecniche vocali, in commistione agli strumenti che accompagnano la fuoriuscita delle parole: "Wenn ich tot bin, werde ich weitergehen, weiter als irgendjemand. Um Kraft und Weisheit zu erlangen, wie ein Gott vom anderen Ende" (Se sono morto, andrò avanti, più lontano di chiunque altro. Per ottenere potere e saggezza, come un Dio, d'altra parte), pronunciate e scritte in tedesco senza alcuna motivazione precisa ma fortemente volute da Terje in fase di produzione ma che accompagnano, successivamente ad un ultima uscita di riprese della voce sporca e della rabbia degli strumenti, alla chiusura della traccia. Probabilmente la magica e dura presenza che un'altra lingua di origine germanica (come il norvegese nel loro caso) quale il tedesco può scatenare, ha affascinato talmente tanto i nostri da volerne inserire un pezzo, che nell'insieme del puzzle lascia traccia del suo lavoro nella creazione di un giusto inizio per questo viaggio. L'unione del tonante e musicale arrangiamento del walzer con il tema della morte, richiama alla memoria qualcosa di non strettamente legato alla Norvegia o alla cittadina natale dei nostri ma certamente radicato nella cultura europea tardomedievale, sebbene sia un tema antecedente a quel periodo ma, in ogni caso, legato all'alone di mistero che si celava dietro l'iconografia della morte, vista con timore, come satira sociale e testimonianza morale di un'epoca.

1184

Furia, vigore e veemenza contraddistinguono i palpitanti battiti di inizio traccia, creati dalle pedate incessanti e plurime della doppia cassa, in accoppiata vincente di una melodia ricamata dalle sei corde, chiavi d'accesso alla title track 1184. Rappresentata come una delle due tracce legate strettamente all'evento avvenuto proprio in quell'anno (e da cui ha poi preso il nome questo lavoro), ci trasporta nei primi momenti di quella battaglia avvenuta tra i fiordi norvegesi di Sogn, denominata dagli storici come "Battaglia di Fimreite". Alla fine del 1183, la cittadina di Sogn era completamente sommersa e tartassata dalle innumerevoli tasse e imposte volute da re Sverre. Questo malcontento generale diede vita alle prime scintille di una rivolta popolare guidata dal contadino Arntor, le cui prime azioni furono quelle di uccidere il prete e i nobili che servivano il tiranno. Ma questa fu solo una delle occasioni che colorarono la memoria norvegese di una rivolta civile: da diversi anni quella fetta di territorio scandinavo era oggetto di una contesa assai importante: il trono. Da un lato capeggiavano i combattenti fedeli a Magnus Erlingsson, discendente reale solo da parte di madre e eletto sovrano dal gruppo di nobili (lendmann) capitanati dallo jarl Erling Skakke, dall'altro lato, invece, si distingueva una nuova fazione rivoluzionaria che assumeva il nome di Birkebeiner (ovvero "scarpe di betulla", poiché si riteneva fossero talmente poveri che andavano in giro con dei calzari fatti con la corteggia di quell'albero), in cui venne eletto come leader il faroese Sverre Sigurdsson, il quale diceva di essere il diretto discendente dell'ormai defunto re Sigurd I il Crociato. Questo preambolo storico risulta necessario per comprendere le vicende narrate dai Windir in questo episodio; questa sorta di lotta di classe, mirata solamente ai vertici della società e non al rovesciamento della stessa, ebbe il suo culmine proprio in quei fiordi summenzionati. Lì, una cruenta battaglia navale si consumò tra la flotta di Sverre, giunto a Sogn dopo aver ricevuto notizia della rivolta popolare scoppiata nella cittadina, e quella di Magnus, giunto da quelle parti col pretesto di occuparne i territori in assenza di Sigurdsson, terminata con la vittoria di colui che si diceva essere il giusto erede al trono, affermandosi come sovrano della Norvegia. Ecco quindi che da sottofondo perfetto si aggiudicano il loro posto le note poco temperate della batteria e della chitarra, che come frenetici pugni allo stomaco squarciano le immagini con la furia che solo una battaglia navale di quelle dimensioni poteva equiparare. L'odio di Arntor e della popolazione tutta, quello di Sverre e di Magnus collidono perfettamente nella tanto temeraria quanto indiscussa azione canalizzante dell'insieme strumentale. L'immagine della calma più apparente, del cielo limpido e dell'acqua cristallina fanno spazio per il dipanarsi del bandolo di quella matassa accumulata fino a quell'ultimo momento. L'acqua si increspa, le nuvole iniziano a coprire il sole, che combatte con i suoi raggi per riuscire a superare il fitto manto bianco, una prima leggera brezza si solleva, per poi trasformarsi in varie sferzate di vento rendendo secca quell'attesa incessante. In lontananza si sentono urla, trasformate sapientemente dai nostri in un coro che spezza un grido graffiato cicerone di questa storia, ma che ben presto ritorna alla carica con un urlo che simula un rigurgito, probabilmente sinonimo della distruzione in atto tra quei fiordi e quella che è prossima ad avvenire in città. Poco dopo la sconfitta di Magnus, l'ormai re Sverre di Norvegia non poteva lasciare impunita Sogndal, motivo del suo arrivo dal duplice esito: la sua vittoria e la sua sconfitta come sovrano, in quanto messo a dura prova da un semplice contadino. Proprio allora, la fattoria e le terre di Arntor fuori dalla città furono confiscate e rese come base di appoggio per i suoi nobili, mentre decise di radere al suolo con fuoco e fiamme tutto il paese, affinché sia da monito a tutti coloro che in futuro proveranno a mettere in discussione il suo operato. Ma quello che ci viene raccontato, si riverbera nel tempo mostrandoci la caparbietà e il coraggio di Arntor, invece che la deprecabile tirannia del sovrano, grazie anche al lavoro di questi ragazzi norvegesi che hanno voluto omaggiare con il loro fare oscuro, morbido e pungente, la memoria storica di quel "piccolo" contadino che voleva sovvertire un ordine a cui non si sentiva appartenere...e ci stava quasi per riuscire.

Dance of Mortal Lust

Dopo aver combattuto fianco a fianco ad Arntor e aver visto le gesta furiose dei due contendenti al trono, i Windir ci trasportano in una dimensione parallela ma non uguale. Un desiderio mortale spinge le corde di questi giovani artisti, in una follia pesante e coinvolgente che tra le pressanti vibrazioni della sei corde e le telluriche incursioni della batteria, introducono la successiva track dal nome di Dance of Mortal Lust (Danza della Mortale Bramosia). Sopraggiungono senza alcuna ulteriore attesa le orchestrazioni sinfoniche della tastiera, le quali giocano nel ruolo di ago che prende il filo e ricama sulla voce il perfetto accompagnamento. Ci si accorge fin dai primi momenti di come sia un brano diverso, più forte e prorompente, meno andante verso toni più morbidi ma altresì  accogliente nella sua spigolosa attrattiva. Un invito a ballare, quello di Valfar, verso colei che definisce "Signora della bellezza", epiteto decisamente attribuibile alla Morte, che scava i visi togliendone l'apparente avvenenza. Un totale abbandono, che richiama una completa compenetrazione della sua essenza con quella della Signora, chiedendole di stargli accanto, in qualsiasi momento, nella sua oscurità, nelle difficoltà che ben vengono sottolineate dalla voce e dall'immagine dell'oltrepassare campi infiammati, mentre si promette di osservare qualsiasi suo desiderio purché lei accetti il suo invito di partecipare a quella danza. Ecco sopraggiungere un inframmezzo dalle tinte death metal, sporcato dalle influenze folk ormai radicate nei ragazzi di Sogndal, intenzionato a mostrare quello che gli si prostra davanti: il buio che cresce e ricopre le montagne, il sole che si maschera di un colore rosso e il tutto che preannuncia la fine della giornata. Nel cuore del giovane protagonista non c'è altro che una visione: quella della Signora della bellezza, il cui contatto permette di non morir di freddo durante la notte, abbracciandosi in un lussurioso desiderio e ludibrio. L'intero Mondo si inchina alla loro immagine, mentre quell'abbraccio tra i due raccoglie tutto il significato dell'appartenenza di quel Mondo a loro, solo per quella notte. Il rintocco delle lancette di quella notte, per niente scandite come al solito, sono accentuate dall'avanzata poderosa della doppia cassa, che marcia sistematicamente su tutti gli altri strumenti per pochi secondi. Durante la notte, ogni pensiero maldestro, ogni desiderio nascosto, ogni segreto profondo prendono forma, lasciandosi fiorire all'indistinto colore del buio. Una danza probabilmente macabra ma toccante, sinuosa e rassicurante nelle gesta scandite dalle parole, sebbene la voce dimostra quel senso di strazio interiore che trova pieno canale comunicativo nella caratteristica commistione musicale e lirica. I due si prendono per mano, camminano fianco al fianco verso un orizzonte infinito in cui la lussuria prende forma, si trasforma e lascia cadere le maschere, liberando la parte più selvaggia e bestiale dell'Essere. E allora è qui, in questo momento, che fuoriescono domande che non sarebbero mai state poste alla luce del sole, ove ogni faccia viene mostrata dal tocco dei raggi dell'astro: "Come ci si sente nel perdere il controllo? Cosa provi quando ti rubo l'anima? Cosa si percepisce mentre ti svesto? Come ti senti mentre di distruggo la carne?". Queste le domande apparentemente provocatorie, sebbene assumano tutt'altra forma con le seguenti considerazioni: "Un'espressione vuota si palesa sul tuo viso mentre diventi blu. La tua bellezza è ormai pallida ora che ti ho attraversato. Le tue grida sono silenziose, le tue preghiere non saranno ascoltate. Il ciclo sarà completo non appena diverrai polvere". Ecco, la danza mortale ha terminato i suoi giri. Il bramoso individuo che cercava piacere dalla morte, si è ritrovato ignudo nella notte, la sua ultima notte. Infine lei, la Signora della bellezza, colei che tutto appiattisce, riserba domande velate e ultime parole concrete che presagiscono non solo la chiusura del brano ma l'inizio e la fine del ciclo.

The Spirit Lord

Tempo di spostarci su un piano più metafisico, in cui le ombre prendono vita, il vento diventa come una lama tagliente, e tutto quello che si mostra d'innanzi a noi sembra essere un altro mondo, quasi privo delle sostanziali caratteristiche a cui siamo abituati. In queste lande sconosciute per alcuni, un Signore questa volta diventa protagonista del passo. Un nobile a cui questo brano è dedicato: The Spiritlord (Il Signore degli Spiriti). Il primo susseguirsi di minuti, vengono scanditi da una tempestosa sfuriata del duo composto da pelli e chitarra. Un sound non più morbido come quello a cui siamo abituati ma cattivo, veemente e smaccatamente pesante. Le influenze d'oltremare risuonano nel loop della chitarra e del rintocco di crash, fedeli compagni della graffiata tecnica vocale di Valfar che, come un racconta storie, ci introduce il protagonista, elencandone le peculiarità: si tratta di colui che detiene il potere, riflette la volontà, regna sopra le masse, anela la vittoria, accende il fuoco e ne controlla le fiamme, semina odio e sopporta il dolore. Uno spirito nobile, per l'appunto, appartenente ad una casta alta in quel mondo appena varcato. Attraverso il canto dei Windir e quindi lo spargere della voce riguardo alla Sua potenza, il divario sostanziale tra lui e i suoi servi crescerà ulteriormente. Le schitarrate che come una virgola ci permettono di percepirne l'essenza di questo essere si fanno - insieme al breve grido tipicamente estremo - come intermezzo per la ripresa dell'eloquio e degli ossequi riservati allo spiritlord, persistendo negli elogi: "È colui che decide il corso degli eventi, fa il primo passo, colui che avanza e colui che venera sé stesso". Nondimeno, immediatamente la furiosa e ripetitiva linea di chitarra iniziale si mostra come una piccola briciola in confronto alla ancora più funesta e ingegnosa quadratura strumentale palesatasi da pochi secondi. L'ultimo scream viene prolungato come un vento che corre tra le rovine di lande desolate, mentre ritmi altresì melodici ma comunque sovversivi si riuniscono per creare una giusta atmosfera affinché il peculiare susseguirsi ammanti chi ne ascolta le note. Una velocità d'esecuzione quasi eterea, unita a riff meravigliosi e mistici il cui avanzare viene concitato dalla doppia cassa, divenuta come un treno in corsa che ammazza tempo, luogo e spazio e crea una linea di ricongiungimento verso la strofa successiva. Questo ensemble si irrigidisce tornando all'aggressiva e altrettanto tumultuosa sequenza, sotto le cui tracce musicale il grido di Valfar continua a farsi sentire: "Dall'ordine avanza il caos e nel caos c'è progresso e dalle rovine delle ceneri dell'Uomo, germoglia la resurrezione" da queste considerazioni all'ora giungerà l'Alba di un nuovo giorno, un nuovo Mondo, in una dimensione oscura e narcisistica che annuncerà la fine dell'Uomo e l'arrivo del Signore degli spiriti. A questo punto si spalancano le porte del coro, le cui voci sopraffine ci riannunciano quanto appena scritto, portandoci all'ascolto di un assolo melodico, meraviglioso e discostante dalle altre costruzioni ritmiche. Un lavoro pulito, quasi candido ma comunque altrettanto entusiasmante che viene accompagnato in sottofondo da un leggero blast beat, pronti a terminare il loro gioco ritmico per farci ricascare nel vortice assai agitato ma comunque ammaliante e sul cui tappeto imperversa il grido nel richiamare la maestosità del Signore, portandoci verso la chiusura. Ma prima di abbandonare questo episodico viaggio, un ultima considerazione di Valfar, alimentata da spiccate dita sulla tastiera, trasportanti con loro un leggero susseguirsi di vibrazioni della sei corde: "Un'alterata percezione di un decadimento morale, una festa per gli avvoltoi che girano in cerchio sulla loro preda. Nessuna cura per gli altri ma una guerra individuale, dove o ne diventi schiavo o diventi lo Spiritlord".

Heidra

La furia incrementa l'andamento dell'intera opera, a ragion veduta e pregna dell'altisonante rumore degli strumenti, che danzano come foglie sul terreno, mentre una folata di vento intercede tra la terra e il cielo. Ecco arrivare l'ira di Heidra. Partendo dal significato del titolo, la cui valenza si riassume nell'atto di rendere onore a qualcuno, ecco che la traccia si ricongiunge al precedente lavoro e al brano contenuto in questa opera che tratta della storia norvegese. Heidra diviene infatti il proseguo di quella storia cantata qualche minuto indietro in questo full-length, presentataci dai loro classici ritmi forsennati ma dolcemente riamati, sommati alla graffiante voce di Valfar che interpreta il personaggio utilizzando una focalizzazione soggettiva del racconto. Un narratore rimasto nell'anonimato, osserva il susseguirsi della faccenda e ne racconta i momenti. Attimi di stupore ma al contempo di angoscia prendono il sopravvento tra gli scheletri delle imbarcazioni che nel fiordo rimanevano a galla ed il crepitio del fuoco che mangiava il villaggio di Sogn. In lontananza si scorge una bara seguita da diverse persone, probabilmente condotta dalla valle di Trodladalen fin su al lago di Lundamyri. La curiosità di sapere chi contiene quella cassa spinge il narratore ad avvicinarsi umilmente alla coda del funerale, permettendo di godere di una vista migliore e di capire che quel feretro era di un uomo di Hvàllætti (il suo lignaggio): era il corpo di Arntor. Erano tutti orgogliosi di portare le sue spoglie mortali, consci che aveva incontrato ormai la morte ma ancora più consapevoli che le era andata incontro per difendere la propria stirpe, il proprio popolo, le proprie radici, i propri campi. Quello che restava era solamente la sua memoria, che non morirà mai, anche se gli usurpatori sradicheranno il suo feudo, dominando la sua terra come traditori che volevano vendicarsi della vittoria morale di Arntor. Il futuro re di Norvegia Sverre era inarrestabile, pronto a sopprimere chiunque andasse contro il suo volere. Se da un lato la pomposità di un certo arrangiamento scandisce i passi del funerale del coraggioso norvegese, dall'altro la furia incandescente di re Sverre viene montata dai battiti della doppia cassa e dalla sfuriata di Valfar al microfono, alzando le temperature di questa narrazione delle vicende della propria patria. La tragedia colpiva gli eredi di Arntor, mentre gli uomini cercavano riparo dall'azione distruttiva del vincitore di quella battaglia. Nel frattempo le corde pizzicate della chitarra fraseggiano un tappeto sonoro portentoso, che mantiene il ritmo accelerato e incandescente, sfumandosi, insieme agli altri strumenti, verso la chiusura dell'intero pezzo.

Destroy

Rombanti battiti di tamburo che richiamano l'avanzare di una tempesta. Una marcia portentosa ammantata di un'infausta atmosfera che ripercuote un eco sordo di gesta distruttive. Allora giunge l'introduzione di Destroy (Distruggi) che porta con il suo andamento una nuova ventata nella manifestazione strumentale. Non sono più i Windir addolciti da contornate sinfonie di tastiera ma questa volta incarnare assoluta distruttività. Dalle ritmiche avviluppate da vulcanici intermezzi, mentre la voce del nostro rimane graffiante e sporca, la narrazione avanza mostrandoci il panorama che si palesa di fronte al protagonista: "In piedi, di fronte all'Orizzonte, osservo uomini caduti, vittime di odio, avidità e desiderio." L'ambizione di un uomo non è mai fine a se stessa e porta con se sacrifici unici, per questo il narratore, anonimo ancora una volta, si confronta con la distruzione de vedersi sbattuta in faccia la propria mortalità. Le ritmiche altalenanti ma pur sempre distruttive, rimanendo in tema, remano veloci come segugi sulle nevi, mostrando il giusto mantello che riveste la scena desolata raccontata dai nostri norvegesi. Fiumi di sangue contornano la pianura, cosparsa di corpi mozzati da portentose asce, mentre le donne seppelliscono i propri uomini e l'addolorata essenza di questa scena si ricama attorno all'ensemble che cautamente viene cucito come cintura di questo album. A partire dal titolo, continuando sulle ritmiche smaccatamente furenti ed arrivando alle insanguinate parole sputate fuori come aria dalla voce di Valfar, ci viene mostrata la crudele e cruciale essenza metaforica di un Inferno ligio alla sua essenza. Vittime dell'ingordigia dei più forti cercano di divincolarsi dalle strette serrature che li incatenano e li portano quasi alla disperazione, certi che non possono trasgredire agli ordini di chi pensa di governare ma invece si porta solo alla tirannia più pura. Non v'è diritto di sognare ma solo di obbedire per qualcosa di più alto, che va contro il proprio essere mortale e le regole del gioco. Subentrano ad un certo punto battiti sincopati che danno più movimento all'immagine di tutto quello che si palesa di fronte con l'accoppiata dell'elemento lirico e musicale, ulteriormente ridimensionato dalla tastiera che gioca in maniera pulita, diretta e fendente nel gioco delle parti con batteria e chitarra, rivelandone l'intento scapestrato di tutto l'insieme e chiudendosi con un outro che ricorderebbe le variopinte orchestrazioni dei connazionali Emperor.

Black New Age

La combattiva furia non terminava con gli ultimi secondi del precedente brano ma aveva un proseguo proprio con il Black New Age (Nuova Era Nera), figlia di quelle ritmiche sincopate, lucide ma altrettanto veementi di cui abbiamo avuto modo di godere in "Destroy". Come onde che si infrangono su di una scogliera, durante un impetuosa mareggiata, l'incipit si scopre sotto le forme della graffiante voce di Valfar che esplode nella sua magnifica e portentosa avanzata insieme all'accoppiata tra batteria e chitarra. Allora la musica si trasmuta in distillato di potenza, mentre una figura nera, scura e incappucciata si accinge ad avvicinarsi con un'espressione pallida, intenzionata ad attaccare il mondo con estrema soddisfazione. "Sono il dominatore, che mai più sarà schiavo. Libero dalle catene che imprigionavano le mie necessità", così si presenta il protagonista di questo secondo capitolo poderoso dei nostri, cimentati ancora una volta in un tumultuosi arrangiamenti che fuggono dalle precedenti loro creazioni. Ormai non c'è più tempo da perdere, una nuova generazione sembra muoversi, nata da scopi misantropici, rivoluzionari, e spinti a costruire un nuovo corpo basato su vero odio e non su mera speranza illusoria. Ora sembra di poter godere di quelli che sono gli aspetti primitivi, inconsci e più legati alla sinfonia nera norvegese; ora sembra di poter finalmente ascoltare qualcosa di perfetto nella sua costruzione. Il fine di ogni artista è portare un nuovo mondo nel proprio mondo e farne assaporare ogni stillicidio da chi vuole anche solo cucire sulla propria pelle le meravigliose e inebrianti sensazioni di rivalsa contro una realtà che va allo scatafascio, intrisa di illusioni, falsità e ignoranza. "Un processo di purificazione in cui nessun infetto possa trovare il suo posto", questa la definizione che danno i Windir all'atmosfera catartica che viene canalizzata tra cori, sinfonie tetre e avvolgenti ma altrettanto meravigliose costruzioni che nell'insieme danno l'idea di una distruzione che porta al nuovo. La sei corde gioca su sillabe musicali maligne, ripetute ma comunque ingombranti e che segnano la loro cavalcata trascinandosi tra i vari costrutti di questi minuti, avanzando le pretese soddisfatte di voler assumerne il controllo, proprio come quel nuovo regno che il narratore ha fondato e che è pronto a prendere piede, avulso dagli sporchi infami che vogliono solamente infettarne le fondamenta. In queste ultime ed oscure parole, mentre il brano continua a procedere con fare tellurico, chiudendosi in un secondo momento.

Journey to the End

Una delle tracce più conosciute, apprezzate e condivise dei nostri. In questo modo si presenta al pubblico Journey to the End (Viaggio verso la Fine), un acclamato brano che col senno di poi diviene profetica illustrazione nel significante del suo titolo. Se i precedenti due avevano lasciato sassi e macerie in ogni dove con la loro cristallina furia, questa volta è tempo di ritornare su corde più morbide e viaggiare sulle ali del tempo, concedendoci un ossequioso attrito dopo pochi secondi dall'incipit, che ci permette di fermarci e non disperdere l'energia in questi primi momenti. Un ritmo ballerino ripetuto in maniera armonica ci fa da ponte in questa prima fase di apertura, lanciando l'immaginazione verso nuove sponde astratte. Questa volta non ci accompagnano forti folate di vento materializzate dalle maestre mani Strom, bensì  la composizione dell'insieme strumentale ha toni più bassi, pacati ma non per questo troppo leggeri da essere lascivi. Subentra il canto di Valfar, unico e riconoscibile tra mille che inneggia a narratore in questa nebulosa quanto particolare atmosfera: "Una vaga ombra è in agguato nell'oscurità, il peggior incubo di un uomo sano, una visione che comprende la morte come una scia in onore di se stesso". Prende vita il brano, mostrandoci queste ombre che aleggiano nell'aere, talvolta spaventose ma sicuramente profetiche e lungimiranti, poiché nell'essere mortale aleggia anche la morte, fine e inizio di una nuova vita. Allora blast beats concitati acuiscono l'atmosfera, mentre da qui a breve una sezione del brano viene occupata da un ripetersi di note del sintetizzatore che ovattano l'ascolto ma non facendogli perdere nulla, bensì lasciano un alone di mistero che cristallizza il viaggio nello spazio di qualcosa di non tangibile fisicamente ma ben presente. Avete presente la musica elettronica anni '80? Magari quella tedesca dei Tangerine Dream, ecco! Ricorda molto quel tipo di ritmo che faceva viaggiare e accompagnava la notte con i suoi silenzi assordanti e le avventure che partivano ogni qual volta si premeva il tasto 'play' sullo stereo. Ma in questa culla creata dagli strumenti, delle parole riecheggiano forti: "Ho accettato la mia visione, perché era normale per me. Il destino, l'inevitabile prematura morte...finalmente sono morto". Allora le supposizioni iniziali diventano realtà, palesandosi come un muro che blocca qualsiasi elucubrazione. Questo viaggio verso la fine, non è solo verso il termine dell'opera ma verso qualcosa che dovrà accadere, probabilmente nel sogno, probabilmente nella realtà o, addirittura, in entrambi i piani.

Conclusioni

Ci sono album che passano alla storia pur rimanendo nel sottobosco del mondo della musica. Probabilmente "1184" è uno di quelli, considerando come abbia incarnato nella sue alternate ritmiche da un brano ad un altro, la storia della patria dei compositori insieme all'assatanato e incalzante andamento tipico del genere a cui si sono più ispirati: il black metal. Probabilmente figli di geni come Bathory, i Windir riescono a portare ad un livello superiore l'accoppiata di un estremo musicale come quello della 'fiamma nera' insieme alla mareggiata matrice folkloristica del proprio paese, riversando nelle trame di questa opera il loro rispetto verso tutto quello che li ha portati dove sono arrivati fino a questo momento. Non è difficile constatare come per molti i Windir risultino la copia di loro stessi, probabilmente a causa della spessa rete di arrangiamenti che sembrano ripetersi di brano in brano ma, per l'appunto, sembrano. In effetti, con un occhio attento ed un orecchio teso all'ascolto, i nostri si manifestano nelle loro assurde sfumature sinfoniche e distruttive allo stesso tempo, come se ti accarezzassero un momento e quello dopo subito un pugno in pieno stomaco per risvegliarti e farti capire che non stai mica ascoltando un carillon. Tutti ragazzi giovani e pieni di cultura, con la voglia di fare e di sbagliare ma soprattutto di prendersi un posto nel mondo e dare il giusto onore e rispetto alle proprie radici, unendosi nella battaglia di ripresa tipica di questa fetta della musica estrema. Il presente lavoro avrà pur dei difetti, sottilmente contestualizzabili nella successione quasi aleatoria dei brani, ma tuttavia questa superficiale mancanza viene messa in secondo piano se, con oggettività, ci si accosta all'ascolto eliminando il pensiero di dover per forza trovare il pelo nell'uovo. A partire dalla scelta dell'artwork, fino ad arrivare alla prova del nove con l'effettiva costruzione di ogni brano, non sembrano nemmeno cadere nel prevedibile quando si lanciano nella stesura di testi apparentemente lontani dalle logiche solitamente a loro vincolate. Proprio come in "Destroy" ma anche come in "Black New Age", troviamo una narrazione più affine all'altra fetta del genere musicale, rispetto alle tematiche solitamente affrontate che si richiamano in "Heidra" e la title-track. Il viaggiare come un serpente che scende, poi sale e poi riscende all'infinito, diviene un esempio che voglio portare per comprendere come in questa opera vi siano in effetti queste scie lasciate dai nostri; tra le classiche architetture strumentali tipiche dei Windir, le forti, portentose e distruttive sferzate di altre tracce, insieme a curiose liriche, creano un'opera degna di essere ascoltata dall'inizio alla fine, senza lasciare spazio ad altre osservazioni, perché' dietro non esistono doppi fini sporchi che possano tenere. Parlare del 2001 significa parlare di un anno dopo l'inizio del nuovo millennio, quindi i numerosi cambiamenti che chiunque avesse vissuto quei momenti a cavallo tra il 31 dicembre 1999 ed il 1 gennaio 2000, erano quelli di chiunque ma anche quelli di nessuno. Quel 1184 non è mai finito per nessuno. Quella battaglia aleggia tuttora tra le rovine di tutto il mondo, quando una bomba colpisce un villaggio, piuttosto che quando la supremazia dell'Uomo vuole comandare la Natura a suo piacimento, scavalcandosi gli uni agli altri. Quando i piccoli eroi di cittadine e città colpite dalla pazzia umana diventano eroi di tutti, per via della coscienza universale che accompagna la società di questo tempo. Il 2001 è stato altrettanto combattivo, migliaia di morti innocenti per chissà quale interesse meramente umano. Badiamo bene però, non si tratta di politica ma di semplice storia diacronica e comparata, che prende il suo posto nelle varie sfaccettature delle pazzie umane. Un tempo probabilmente erano anche accettate, era di uso comune e andavano anche bene ma con il tempo si dovrebbe imparare e i Windir non fanno altro che portare in alto la memoria del proprio popolo per riconoscerne l'autentica matrice che si divide tra il sangue, l'oro, le fiamme e i piccoli grandi eroi come Arntor. L'ultimo brano, racconta di un vero e proprio viaggio verso la fine, probabilmente profetico - come detto in precedenza - ed altrettanto interessante nel suo dipanarsi tra semplici emanazioni di synth messi uno dietro l'altro con qualche particolare effetto sicuramente interessante che chiude un altro capitolo per questi ragazzi di Sogndal.

1) Todeswalzer
2) 1184
3) Dance of Mortal Lust
4) The Spirit Lord
5) Heidra
6) Destroy
7) Black New Age
8) Journey to the End
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