WIEGEDOOD

There?s Always Blood At The End Of The Road

2022 - Century Media

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
04/05/2022
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Essere appassionati di qualcosa non significa necessariamente conoscerne ogni pelo e contropelo. Per questo motivo una band come i Wiegedood io all'inizio me l'ero persa, nonostante a rigor di logica avrebbe dovuto essere in cima alle mie priorità di ascolto. E questo perché da un lato sono sempre stato (e sempre sarò) un grandissimo estimatore di tutta la corrente post-black metal, nonché atmospheric black dai Drudkh in poi, con tutte le sue varie diramazioni (cascadian, blackgaze, eccetera), e dall'altro ho sempre guardato con fascino e ammirazione a ogni singola band che compone la Church Of Ra, quel collettivo di artisti provenienti dal Belgio che include tra le sue fila alcune tra le band più straordinarie del post metal contemporaneo, su tutte Amenra e Oathbreaker (ma anche Hive Destruction, Black Heart Rebellion, Hessian e molte altre), dotate di un gusto elegante e raffinato per l'oscuro e per una concezione filosofica della musica e delle esibizioni live come fossero dei veri e propri rituali religiosi che fondono artista e pubblico in un'unica entità tormentata. Così quando una mia amica mi propose di vedere la band al Freakout di Bologna, perché secondo lei, conoscendo i miei gusti "mi sarebbe piaciuta tantissimo", io ci andai fiducioso, senza avere la più pallida idea di cosa aspettarmi. Superfluo dire che ringraziai tanto la mia amica quanto il mio senso di fiducia quando rimasi piacevolmente colpito (per non dire estasiato) dalle note di quel terzetto che pestava sul palco come fossero dieci invece che tre, sciorinando emozioni e pathos intenso con il suo (post) black metal ultraveloce, evocativo e dal gusto decisamente particolare. Ne rimasi tanto colpito da fare incetta dei loro tre album, tutti con lo stesso titolo e parte di una medesima saga ("De Doden Hebben Het Goed", titolo traducibile come "I morti stanno bene", tutti numerati con numeri romani come Amenra insegnano). Solo in un secondo momento, informandomi meglio sulla band, leggendo recensioni e biografie online, mi resi conto di chi fossero davvero questi tizi e di che cosa mi ero perso fino ad allora, considerato che il primo album uscì nell'ormai lontano 2015.

I nostri infatti non solo fanno parte della suddetta Church Of Ra di cui sopra, ma sono anche formati da ex-membri di alcune tra le band più di spicco del movimento: il cantante e chitarrista Levy Seynaeve era a suo tempo il bassista degli Amenra, che io avevo anche visto in concerto sempre a Bologna in occasione dell'uscita di "Mass VI" ma non lo avrei mai riconosciuto con la sua rinnovata pettinatura (o meglio, rasatura); Gilles Demolder, chitarrista degli Hessian e degli Oathbreaker di Caro Tenghe; Wim Sreppoc, all'anagrafe Wim Coppers, in forza ai deathster Living Gate ma anche agli stessi Oathbreaker. Insomma, una sorta di piccolo "supergruppo" con alcuni tra i migliori musicisti della scena underground belga. Eppure fino a non molto tempo fa conoscevo il black metal belga solo grazie ai vecchi dischi degli Enthroned, band onesta e ispirata che tuttavia non spiccava particolarmente, se non per un'interpretazione personale della lezione svedese e per l'ugola acutissima e sguaiata del fondatore Sabathan; a parte loro, solo i Cult Of Erynes erano riusciti a proporre un black metal innovativo e a spiccare dalla seppur nutrita scena underground belga (anche loro grazie all'esperienza accumulata spostandosi continuamente da una band all'altra). In questo scenario inizialmente i Wiegedood proponevano un atmospheric black piuttosto canonico, che tuttavia aveva al suo interno i semi di quello che poi se ben piantato, sarebbe potuto germogliare in un post-black metal di grande caratura e ispirazione, pronto ad imporsi sulla scena black internazionale e a portare con sé innovazioni importanti per il genere.

Il nuovo "There's Always Blood At The End Of The Road" ("C'è sempre sangue alla fine della strada"), quarto album della band a 4 anni dal precedente e primo disco totalmente slegato da quella saga che aveva accompagnato tutti i precedenti lavori del gruppo, già nelle sue intenzioni iniziali sembra infatti distaccarsi da quella formula atmospheric black metal fin troppo abusata, pur senza tradirla, e rimettendo in discussione il sound del gruppo attraverso innesti melodici oscuri e dissonanti, sfuriate vicine ai momenti migliori dei Marduk e un'atmosfera di fondo che inequivocabilmente lega la band a quell'entità suprema che è la Church Of Ra, ormai marchio di fabbrica inequivocabile di ogni band che ne faccia parte, come fosse quel bollino DOP che viene concesso solo ai quei prodotti meritevoli e di particolare qualità. Un disco, insomma, che non delude le aspettative di chi conosceva la band e che potrebbe avvicinare nuovi estimatori di questo moderno e affascinante modo di concepire il black metal.

FN Scar 16

Ma sono loro? Sono davvero loro? Il micidiale attacco iniziale di "FN Scar 16" lascia in effetti qualche dubbio, e il passaggio dai paesaggi glaciali della precedente trilogia di dischi alla violenza inaudita delle bordate black metal attuali è così netto che pare i Wiegedood abbiano voluto tranciare i confini tra il passato e il presente con una ruspa. Già il titolo non lascia adito a dubbi, dato che FN Scar 16 altro non è se non un modello di fucile d'assalto a fuoco selettivo, di nazionalità rigorosamente belga, che la Fabrique National d'Herstal iniziò a produrre nel 2009 su richiesta dello US SOCOM per la fanteria d'élite dell'esercito statunitense. E questa canzone è esattamente la rappresentazione in musica di questo tipo di fucile: una mitragliata tanto fredda quanto spietata, malvagiamente cinica nella sua lucidità, che attraverso un dissonante saliscendi di chitarra asfalta ogni cosa che trova sul suo cammino, ma lo fa con intelligenza, con tecnica e con classe, senza mai lasciarsi andare a sfuriate incontrollate che possano perdere di vista l'obiettivo finale: lo spiazzamento dell'ascoltatore. Collegati al riff principale troviamo dei fraseggi gelidi e maligni, palesemente debitori alla scuola norvegese, che però al contempo appaiono stranianti se ascoltati in un contesto così moderno ed estraneo alle logiche del black metal più tradizionalista, mentre intanto le urla di Seynaeve ci portano davanti agli occhi scenari oscuri, degradanti, ma al tempo stesso pregni di un fascino morboso: "Smoke and ash / Holy rats crawling in the filth / Cosmic cockroaches die by the dozens / Cough and shiver / Come together in disease" ("Fumo e cenere / Topi santi che strisciano nella sporcizia / Scarafaggi cosmici muoiono a decine / Tosse e brividi / Riconciliatevi nella malattia").

"FN Scar 16" è una canzone realmente corrosiva, un brano che sembra sputare veleno da tutti i pori dritto sulla pelle dell'ascoltatore, ma soprattutto è un brano che si distacca in modo netto e preciso dalla passata comfort zone "atmosferica" della band di Gent per addentrarsi in territori molto più pregni di sangue, di tradizionale violenza e, al tempo stesso, di modernità e sperimentazione. Non da meno anche l'inquietante videoclip pubblicato a fine 2021 come teaser per l'album, dove l'ammonimento iniziale per le persone epilettiche viene subito seguito da una telecamera impazzita che sembra abbandonata al centro di un tornado, mentre un immenso e informe sciame di scarafaggi giganti investe palazzi e strade di una città notturna, a metà strada tra horror e surrealismo, con un ipnotico tocco cyperpunk. Mica male.

And In Old Salamano's Room, The Dog Whispered Softly

Se l'opener ci era sembrata entrarci nelle orecchie come un pugno in pieno volto, in confronto alla violenza inaudita di questa traccia il suo riff principale sembrava quasi rassicurante. "And In Old Salamano's Room, The Dog Whispered Softly" ("E nella stanza del vecchio Salamano, il cane sussurrò piano") ci asfalta completamente, e non vi è spazio per replica alcuna: le mani di Gilles Demolder salgono e scendono sul manico della chitarra con una freddezza annichilente, lo screaming sgraziato di Seynaeve riesce ad essere persino più ostile ed arcigno di prima e i blast beat di Wim Coppers sembrano un carro armato all'attacco, talmente devastanti da avermi riportato alla mente persino dei dolci ricordi di un certo "Panzer Division Marduk". Dopo aver definito il cambio di direzione definitivo rispetto alla trilogia passata, i Wiegedood schiacciano l'acceleratore al massimo, puntando sì su quella violenza a suo modo caratteristica black metal tradizionale (specialmente quello di scuola svedese), con una foga tale che sembrano voler concentrare quanta più brutalità possibile in ogni singolo minuto di ogni brano, ma lo fanno comunque senza mai perdere di vista il loro approccio moderno e il loro occhio, per certi versi, "profano" al conservatorismo. I Wiegedood, non dimentichiamolo, fanno parte della Church of Ra e vengono direttamente da gigantesche realtà post metal come gli Amenra e gli Oathbreaker, per anni sono cresciuti a pane e Wolves In The Throne Room, quindi anche quando ci sembra di aver messo su un disco dei Marduk non dimentichiamoci mai con che cosa abbiamo davvero a che fare: una band post-black in tutto e per tutto.

"And In Old Salamano's?" sarà senza dubbio un brano che farà la felicità anche di chi è rimasto ancora adesso fermo agli anni '90, ma in ogni sua nota si respira aria di modernità, e soprattutto si nota il differente approccio alla materia black nel modo stesso in cui i belgi strutturano il brano. Man mano che si procede nell'ascolto la velocità perde infatti il suo vigore iniziale, fanno la loro comparsa rallentamenti stranianti costruiti su palm-mute pastosi e maligni, mentre nella seconda metà del brano la chitarra di Demolder trova il tempo per assoli ripetitivi e ipnotici che ci disorientano e ci danno la sensazione di trovarci di notte in un labirinto minaccioso e senza vie d'uscita, mentre in lontananza il lamento in fiammingo di un vecchio disperato ci porta alla mente scenari al confine con il depressive e forse persino con la pazzia dei Silencer. I Wiegedood sono una band post-black fino al midollo: avranno anche accantonato le loro ispirazioni (o aspirazioni) cascadian, ma nel momento in cui pensiamo si siano avvicinati di più alla tradizione, loro ci stupiscono con un approccio innovativo e quasi avantgarde che ci coinvolge e ce li fa amare ancora di più.

Noblesse Oblige, Richesse Oblige

Dopo l'assalto frontale di "And In Old Salamano's?" si procede su binari simili con la batteria cruda e sporca di "Noblesse Oblige, Richesse Oblige", con un Coppers forsennato che non si risparmia neanche un po' e pesta a più non posso su cassa e rullante. Intorno alla sezione ritmica si aprono scenari dissonanti e vagamente disturbanti, almeno all'inizio, con gli arpeggi ipnotici di Demolder e Seynaeve che sembrano ai limiti di una rielaborazione del depressive black in salsa industrial. Le due chitarre offrono alle nostre orecchie paesaggi di rara inquietudine, ammantati da un'atmosfera diabolica e cupa destinata presto a sfogare il suo dolore nella violenza più cieca. Lungo tutto l'arpeggio di ode un mugugno, come un lamento sommesso, che si trasforma ben presto in un urlo disperato non appena un raccordo di chitarra classicamente black introduce la parte più violenta del brano. Qui Seynaeve sembra davvero volersi strappare le tonsille a suon di screaming, la sua voce qui appare forse come la più lacerante dell'intero album e nel frattempo i suoi velocissimi intrecci di chitarra con Demolder e con la bestiale batteria di Coppers rimandano alla brutalità di certi Marduk del passato.

La costruzione del brano è quasi bizzarra nel suo cercare di sfruttare il sound di scuola svedese per coniugare tecnica e disorientamento, ma poi tutto si ferma e viene alla luce l'anima classica dei Wiegedood, quella più emotiva e concentrata sulle atmosfere. Coppers offre un tappeto su cui si stendono arpeggi lenti e distorti, urla stavolta tendenti al growl e una sensazione costante di malessere e disagio, come mai i Wiegedood ci avevano mostrato prima. Neanche a dirlo, è la parte finale il vero fiore all'occhiello del brano, con la chitarra di Demolder che costruisce melodie gelide, semplici ma straordinariamente efficaci, prima sullo sfondo degli arpeggi di Seynaeve e poi sul suo riffing magmatico ed esasperante, ai limiti del parossistico, creando un sound tanto cupo quanto avvolgente. Uno di quei brani certosini e ragionati che solo chi ha classe è in grado di scrivere, e i Wiegedood ne hanno da vendere.

Until It Is Not

Ascoltare il riff iniziale di "Until It Is Not" è un vero piacere per le orecchie, non solo per il raffinato gusto melodico che sprigiona dalle sue note taglienti e glaciali ma anche perché è un brano che ci riporta alla mente a quel passato dei Wiegedood che abbiamo imparato ad apprezzare così tanto. Se i primi tre brani dell'album, infatti, erano un assalto continuo che ci azzannava alla carotide senza mollare mai la presa, la quarta traccia è un vero e proprio omaggio al passato e addolcisce un po' i toni aiutandoci a prendere un po' di fiato. "Until It Is Not", perlomeno nelle sue battute iniziali, è un brano che ritorna sul filone del più classico atmospheric black, rispolverando emozioni che non provavamo dai tempi di "De Doden Hebben Het Goed II" e deliziandoci con le sue atmosfere maligne, cupe e profondamente invernali. Senza neanche accorgervene vi ritroverete a fare su e giù con la testa, mentre la chitarra di Demolder vi toccherà le corde dell'anima e lo shrieking acido di Seynaeve si porrà come perno per far uscire allo scoperto emozioni intime ed inquietudini nascoste. Per quanto più tradizionale e decisamente più vicino alla forma canzone, tuttavia, resta comunque quanto di più lontano ci possa essere da un brano di maniera: l'ispirazione compositiva è, neanche a dirlo, sempre su livelli altissimi, mentre i bridge di raccordo, che abbandonano l'atmospheric per calcare di più sul black di scuola norvegese, contribuiscono a mantenere alto quel livello di oscurità disturbante che caratterizza l'intero album e a discostare quanto basta il brano dalle influenze dei lavori precedenti.

L'attesa parte conclusiva (poteva forse mancare?) si presenta ben presto dopo una temporanea accelerata di Coppers e pochi secondi di silenzio, come se la band si fosse un attimo fermata per riprendere fiato e risistemare le idee prima della mazzata emotiva finale. Il riffing serrato di Seynaeve trasforma così di fatto il brano in una cavalcata fredda e dolorosamente epica, a metà strada tra il poetico lirismo dei Wolves In The Throne Room e le influenze norrene classiche di band come Ulver, Bathory e Immortal, mentre le melodie tra le righe di Demolder sono una vera e propria tormenta di neve che sballottola il nostro cuore da una parte all'altra. "Until It Is Not" sarà forse il brano più tradizionale dell'intero album ma forse, anche per questo, è il più poetico e senza dubbio uno dei più belli. Perché è come se i Wiegedood ci stessero dicendo che va bene evolversi, ma non bisogna nemmeno dimenticare chi siamo e da dove proveniamo. E loro questo lo sanno bene.

Now Will Always Be

Eccoci arrivati a quello che è forse il brano più particolare e ispirato dell'intero album, nonché quello che mi convinse a prenotare immediatamente il disco quando la Century Media ne pubblicò un criptico visualizer video nel Novembre del 2021. Se il ritorno al passato della precedente "Until It Is Not" fosse una sorta di raccordo per introdurre una traccia dallo stile completamente diverso e inaspettata per i Wiegedood, non ci è dato saperlo, fatto sta che la sua posizione nella tracklist è alquanto strategica: posizionata esattamente al centro, nel cuore dell'album, "Now Will Always Be" è il perno su cui ruota tutta la maturazione dei Wiegedood attuali, rappresentandone simbolicamente la capacità di innovazione e la raggiunta maturità.

In un album denso di acidità e sporcizia, i nostri belgi rinascono qui attraverso un processo spirituale e catartico, un vero e proprio rituale religioso che inizia con arpeggi dissonanti e stranianti, ma che al contempo, lungi dall'inquietarci come in teoria dovrebbero fare, ci avvolgono completamente e ci rilassano, quasi tranquillizzandoci. Sono arpeggi paragonabili all'orologio oscillante di uno psicoterapeuta, e nel momento esatto in cui parte la chitarra distorta, coadiuvata dal marziale tappeto ritmico di Coppers, ci rendiamo conto di esserci ormai inoltrati nell'abisso, completamente ipnotizzati e posseduti da quelle note. La voce catacombale di Levy Seynaeve, qui in veste di Gran Sacerdote del rituale, è la vera protagonista di "Now Will Always Be", con il suo timbro profondo e dai toni ieratici, che sembra ispirarsi al troath-chanting tibetano dei russi Phurpa e non si distacca neanche troppo dai gorgheggi di Attila Csihar. Il suono è totalmente ipnotico, ripetitivo e ossessivo, con gli arpeggi, il tappeto ritmico e la voce creano atmosfere sulfuree che ci avvolgono completamente per tutta la prima metà del brano, e ci conduce per mano fino agli ultimi minuti in un finale cullante, dai tocchi poetici ed emotivi, e con una intensa sensazione di appagamento.  Un brano dal sapore magico.

Wade/Nuages

Quasi come a non volerci svegliare dall'ipnosi in cui ci avevano indotto le litanie del brano precedente, il breve interludio strumentale "Wade" si apre con un suono di chitarra acustica cupo e sommesso, reso ancora più inquietante dai riverberi di amplificatore in sottofondo. Due minuti scarsi che si chiudono con suoni dissonanti e confusi, perfetti per introdurre l'assalto al fulmicotone della malvagia "Nuages". Pubblicata come singolo di anticipazione dell'album il 14 Ottobre 2021, la settima traccia dell'album è forse il brano che più di ogni altro ci riporta alle origini black metal del gruppo belga e a quel tradizionale suono di scuola norvegese che Levy e compagni hanno utilizzato come base su cui modellare la loro personale concezione di post black. Forse è anche per questo che Century Media ha scelto proprio questo brano per pubblicare l'orrorifico videoclip girato da Jonas Hollevoet: i contorni sfocati di un inquietantissimo volto semi-sorridente ci appaiono da uno sfondo nero, mentre le corpulente distorsioni delle due chitarre asfaltano tutto come un carro armato sotto la guida della mitragliatrice incessante di Coppers.

A quel punto vediamo un uomo sulla quarantina (interpretato dall'attore belga Jeroen Van Der Ven) seduto ad una sedia e legato, mentre sembra impazzire ed essere in preda ad una crisi di nervi e ad un attacco di panico. Le sue mani in cerca d'aiuto si muovono al ritmo dei riff di chitarra, i suoi occhi saltano da una parte all'altra mentre saliscendi di note annebbiano la mente e il brano oscilla continuamente tra il gelo del black metal più maligno e un sottofondo melodico dalle forti tinte emotive. Nel frattempo lo storpio Gauthier Dupont lo osserva impazzire e si gode quella visione con sadico piacere, mentre ci tornano alla mente le parole di Levy quando urlava i primi versi con una punta non velata di disperazione: "I look up to the man with the crippled hand / He who found a way / Not having to speak through words / Hearing chords he can not play" ("Ho visto l'uomo con la mano storpia / Colui che ha trovato una via / Senza dover parlare usando le parole / Ascolta accordi che non sa suonare").  Il brano rallenta così all'improvviso e si avvia verso la conclusione, tra riff in palm-mute pastosi e le disarmonie di assoli stranianti, con un finale del videoclip a metà tra il trash puro e l'allucinazione onirica. "Nuages" a conti fatti non è un brano che ho particolarmente apprezzato tra quelli all'interno dell'album (fosse stato per me avrei piuttosto scelto come singolo quel gioiellino di "Until It Is Not"), ma si tratta senza dubbio di una traccia importante per capire quali sono le origini black da cui i Wiegedood prendono spunto e come le modellano in senso emotivo per creare quel "marciume poetico" che aleggia in tutta la loro musica.

Theft And Begging

Ed eccolo qui, il pezzone più propriamente black metal del disco. Senza colpi di testa compositivi come in "Salamano" e "Noblesse", senza le visioni inquietanti di "FN Scar 16" e "Nuages" e senza nemmeno scomodare l'atmospheric di "Until It Is Not", la penultima canzone dell'album "Theft And Begging" è un brano estremamente equilibrato tra tradizione e rinnovamento, costruito su riff che sarebbero potuti uscire anche dagli anni '90 se fossero stati messi nelle mani di qualche band più creativa e lungimirante. Il bestiale attacco iniziale, con chitarre, voce e batteria che sembrano essersi fuse insieme in un unico pitbull che ci assalta alla gola, è solo un modo per scuoterci e tirarci con forza tra le spire di un brano che si ispira al meglio del black metal svedese, melodico e non. Se la forza trainante che soggiace ai riff di chitarra ricorda in parte quella degli ultimi Funeral Mist, con le glaciali melodie del passaggio centrale la mente non può fare a meno di ricordare certi meravigliosi scorci con cui i Dissection ci hanno deliziato nei tempi che furono.

Mentre la canzone entra nella sua parte conclusiva la melodia, intrisa di violenza e di oscurità, diventa parte integrante di quel malessere con cui i Wiegedood tentano di inebriare l'ascoltatore (anche in maniera inconsapevole) trascinandolo nell'abisso insieme a loro, accompagnandolo con il maligno assolo old style di Demolder, prima dell'ultima e definitiva asfaltata finale. I riff dei Wiegedood, come in questo caso, non sono mai pretenziosi, ma semplicemente sfruttano le migliori potenzialità che il black metal ha da offrire per creare ogni tipo di sonorità che possa inquietare e disturbare chi li ascolta, pur al contempo deliziando le sue orecchie con l'aria gelida dei boschi scandinavi, ops pardon, fiamminghi.

Carousel

Se per molte band black metal il lo-fi del suono è una vera e propria religione, per i Wiegedood, che al contrario prediligono un suono pulito e affilato come un rasoio, diventa invece un modo per "sporcare" le immagini evocate dalla loro musica e disturbare visivamente l'ascoltatore / spettatore, esattamente come avviene con "Carousel". L'ultima canzone dell'album è anche l'ultimo singolo ad essere stato pubblicato, accompagnato da un videoclip apparso su YouTube una decina di giorni prima dell'uscita del disco: un video che sembra essere stato recuperato direttamente da vecchie VHS di fortuna (con tanto di sgranatura dell'immagine e di strisce che vanno a tempo insieme ai colpi di batteria). Una distorsione graffiante e granitica introduce un riff portante ossessivo, quasi ipnotico, che da un certo punto di vista sembra quasi una controparte dell'arpeggio catartico di "Now Will Always Be". A rinforzare non poco quest'idea c'è il cantato di Levy Seynaeve, che anche qui rimanda direttamente al throath chanting tibetano tipico dei Phurpa (seppur un po' meno efficace rispetto a come appariva nella quinta canzone dell'album), evocando immagini ancestrali dai toni apocalittici: "Serpentine form / Head and tail / Swallowed whole / Certainty in Chaos / Ever loyal to turmoil / Destroyer of wrong an right" ("Forma serpentina / Testa e coda / Interamente ingoiato / Certezza nel caos / Sempre fede al tumulto / Distruttore di giusto e sbagliato").

Per tutti i cinque minuti scarsi di durata del brano le corde di Seynaeve ricalcano nervosamente sempre lo stesso angoscioso riff, con la chitarra di Demolder che nel frattempo cospargono sale sulla ferita con deviazioni dissonanti ma che al contempo rappresentano l'unico piccolo spiraglio melodico in una composizione malata che è davvero la claustrofobia pura messa in musica. E sullo sfondo, nel criptico videoclip, l'iconico simbolo dei Wiegedood rimbalza da una parte all'altra sotto le mitragliate di Coppers, fino a spegnersi in un tripudio di lineette bianche su sfondo nero che sembrano uscite da qualche film horror con le videocassette tipo "The Ring". E forse non c'era modo migliore di un brano così ossessivo per chiudere un album che oggi vuole rappresentare il lato più inquietante del post-black metal, quelle stesse inquietudini che sono parte integrante dell'essere umano contemporaneo.

Conclusioni

"Wiegedood" in fiammingo vuol dire "Morte nella culla", ed il significato di quest'espressione è una delle cose che mi chiedo più frequentemente quando penso a loro. Così come mi chiedo cos'avessero in testa i Wolves In The Throne Room quando hanno scelto un nome così particolare e misterioso per il loro monicker, o i Deafheaven, per non parlare degli Harakiri For The Sky (per rimanere in ambito anglofono, altrimenti dovrei tirare in ballo anche Oranssi Pazuzu e altri). La prima separazione netta tra il "prima" e il "dopo", tra ciò che fu il black metal negli anni '90 e quello che rappresenta il black, pardon, il "post black metal" oggi, la si vede già nel nome, prima ancora che nel suono. Una sensibilità diversa, un modo di concepire le cose diverso, ed anche un approccio tematico diverso. L'abbandono di riferimenti stantii e banali a ciò che andava di moda trent'anni fa, temi oramai carichi del peso del tempo, satanismo al paganesimo fino alla misantropia più semplice e superficiale, cedono il passo ad un malessere urbano ben più concreto e tangibile. Per i Wiegedood, come dichiarato in recenti interviste, il loro nuovo album rappresenta una vera e propria colonna sonora degli "aspetti più ripugnanti della natura umana e della società", dove ogni persona, ognuna delle singole entità che la compongono, è fatta "del medesimo sudiciume". Gli scarafaggi impazziti che affollano una città grigia e decadente nel videoclip di "FN Scar 16" non sono mostri giunti da un'altra dimensione, ma siamo noi stessi: le persone. È come se i Wiegedood ci stessero dicendo "noi esseri umani, nessuno incluso, siamo scarafaggi". È la presenza stessa dell'uomo che infesta e marcisce il mondo, è questa la sensazione profonda di disagio che il black metal del nuovo millennio percepisce dentro di sé e che sente l'esigenza di sfogare in qualche modo. E dopo un trittico di album fin troppo poetico e concentrato su tematiche troppo personali e dolorose per poter essere confuse con altre di carattere generalista (i tre "De Doden Hebben Het Goed" erano tutti dedicati ad un caro amico della band venuto a mancare, composti in senso artistico come un'unica lunga elaborazione del lutto), la band di Gent qui supera quella soglia che separa il vecchio dal nuovo, riflette a fondo su quelle che sono le proprie potenzialità sonore ed emotive e trova così la chiave per nuove modalità espressive con cui il black metal potrà riuscire ad esprimere la sua sensazione di disgusto per il mondo in cui viviamo.

"There's Always Blood At The End Of The Road", fin dalle prime note e dai primissimi ascolti, non si mostra mai come un lavoro di maniera. Non dà mai l'impressione di essere un disco costruito appositamente per uno specifico pubblico, o pensato per omaggiare qualcosa o qualcuno, che sia una band, un genere musicale o un determinato modo di fare le cose. È un lavoro senza punti di riferimento. Puro odio e puro disagio, spogliati tanto nei loro aspetti più grezzi quanto da orpelli inutili e controproducenti. I Wiegedood picchiano come forsennati, urlano come cani rabbiosi e disperati, sono cattivi, molto cattivi, e forse talmente genuini da non dare nemmeno l'impressione di aver concepito l'album in un momento antecedente a quello in cui è stato suonato. Che sia lo screaming di Levy Seynaeve nei primi quattro brani del disco, così carico d'angoscia che sembra stia vomitando dolore e sputando tormento, la batteria ferale di Wim Coppers che pesta come un fabbro sotto anfetamine o la chitarra dissonante (e dissociata) di Gilles Demolder, tutto sembra gettato lì in quell'istante, con rabbia, con ferocia e con la passione del momento. Eppure, allo stesso tempo, riusciamo a cogliere la classe e l'elegante finezza compositiva non solo dei dettagli, di certi fraseggi e di certe scelte stilistiche, ma anche di un determinato modo di comporre che riesce, in maniera accorta e sopraffina, ad incanalare la violenza grezza in qualcosa di ben più ragionato e metodico. Che sia l'emotività nel riffing poetico di "Until It Is Not", gli intrecci acustici di "Wade", le riflessioni quasi religiose di "Now Will Always Be" o quelle malsane della conclusiva "Carousel" (non a caso cantate entrambe con voce profonda e con le tecniche armoniche proprie a Csihar, ai Phurpa e prima ancora ai loro ispiratori tibetani), i Wiegedood riescono ad essere al contempo macellai e sommelier. Se il black metal di qualche decennio fa era materia di uomini di Neanderthal, che spezzavano ossa con la forza delle braccia e la potenza delle loro mascelle, il post black metal di cui si fa rappresentante oggi una band come i Wiegedood è concepito da homo sapiens ben più puliti e meno minacciosi, ma che tuttavia con l'intelletto hanno ormai capito come accendere il fuoco e usarlo a proprio vantaggio per creare morte e distruzione.

"La potenza è nulla senza controllo" diceva la Pirelli nel '94, e qui pare proprio che i belgi abbiano trovato la formula magica per gestire l'energia più distruttiva, piegarla al proprio volere e indirizzarla verso il proprio obiettivo. "There's Always Blood At The End Of The Road" asfalta le orecchie e annichilisce la mente, tanto che chi si sente orfano dalla brutalità dirompente di "Panzer Division Marduk" potrà trovare nelle sue tracce un valido supporto emotivo, ma lo fa in un modo estremamente più cerebrale (nonché più poetico), cercando di trasmettere sensazioni di malessere che poco hanno a che fare con la voglia di ribellione delle prime due ondate black metal e che piuttosto si avvicinano vagamente al nichilismo cupo di gente come Anaal Nathrakh o Velvet Cacoon. Sono emozioni che odorano lontano un miglio del marciume dei nuovi anni '20, di quest'epoca maledetta in cui adesso viviamo tutti noi, un'epoca senza più valori e senza più alcun punto di riferimento. Un album che vuole rappresentare l'uomo moderno in tutta la sua impudicizia, e ci riesce nel miglior modo possibile: diventando lui stesso angosciosamente, disperatamente e dolorosamente sporco. Ascoltatelo.

1) FN Scar 16
2) And In Old Salamano's Room, The Dog Whispered Softly
3) Noblesse Oblige, Richesse Oblige
4) Until It Is Not
5) Now Will Always Be
6) Wade/Nuages
7) Theft And Begging
8) Carousel