WATAIN

Lawless Darkness

2010 - Season of Mist

A CURA DI
GHITA BOLGAN
07/01/2022
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione recensione

I Watain nascono nel 1998 in Svezia, nella cittadina di Uppsala; il loro nome è ispirato a una canzone dei Von, band Black Metal statunitense. La line-up è composta da Karl Erik Stellan Danielsson al basso e alla voce, Nils Håkan Jonsson alla batteria e Pelle Martin Forsberg alla chitarra. Da subito mettono ben in chiaro quale sarà l'orientamento del loro progetto: black metal puro, duro e sconsacrante. I temi delle loro canzoni sono il luciferianesimo, il satanismo anti-cosmico o caos-gnosticismo e l'oscurità. Secondo i satanisti anti-cosmici l'ordine cosmico creato da Dio è una fabbricazione dietro cui si nasconde un caos senza fine né forma. Non sono temi lontani dal vissuto dei membri della band, infatti i Watain fanno parte del Misanthropic Luciferian Order, setta svedese tra i cui fondatori troviamo Jon Nodtveidt dei Dissection. E' anche per queste vedute che il gruppo diventa famoso regalando agli spettatori live di grande impatto visivo ed emotivo, distruttivi oltre che nel suono anche nella scenografia costituita da rituali satanici, talismani, fuochi, carcasse di animali e sangue. Il loro tragitto verso la vetta del black metal inizia con un demo, "Go fuck your jewish "God"" seguito da un live album, Black Metal Sacrifice, del 1999. Il primo EP risale sempre al '99, "The essence of black purity", pubblicato sotto la Grim Rune Productions. Il primo full lenght è invece datato 2000, parliamo di "Rabid Death's Curse" pubblicato sotto ad una nuova label, la Drakkar Productions, la stessa con cui pubblicheranno, nel 2003, il loro capolavoro indiscusso, Casus Luciferi. Si tratta di un album completo, maturo, quasi perfetto sotto ogni punto di vista che gli permette di accedere all'olimpo del Black Metal. Casus Luciferi è infatti un ascolto immancabile per ogni cultore del metal estremo: violento, viscerale, oscuro, capace di mostrare il male e farlo vivere in noi così come il vero black metal dovrebbe fare. Dopo questo lavoro eccellente, nel 2007 esce "Sworn to the Dark" sotto alla Season of Mist, label francese specializzata in metal estremo ma non solo. A differenza del precedente, quest'album lascia un po' a bocca a asciutta deludendo tutti quei fans che si aspettavano un degno seguito di Casus Luciferi. A distanza di 3 anni però, il 7 Giugno 2010, viene pubblicato, sempre sotto la Season Of Mist, un altro capolavoro degno del nome della band che negli anni ha saputo costruire qualcosa di sempre più grande e ormai immortale, si tratta di Lawless Darkness. L'album viene registrato in Svezia presso il Necromorbus Studio ed è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una band di questo calibro: un perfetto monile black metal che contiene tutto ciò di cui un appassionato del genere ha bisogno: violenza, nichilismo, oscurità e caos. Un album che rappresenta alla perfezione non solo il sound ma anche l'attitudine che il Black metal dovrebbe mantenere, parliamo infatti di un black metal puro e primordiale, saldo sulla tradizione tematica, sonora ma soprattutto attitudinale del genere. Un genere, questo, che negli anni ha perduto un po' del suo elitarismo a causa di un numero sempre maggiore di band che vi si sono approcciate senza coglierne il senso profondo, il viscerale bisogno di esprimere e soprattutto trasmettere una visione anti-cosmica e profondamente cupa ed annichilente del mondo. I Watain non fanno parte però di questo nuovo filone di gruppi, anzi mantengono vivi i punti cardine del Black metal, la loro è quasi una milizia oscura, una reale devozione al male, niente di vicino al maledettismo come posa di altre band del genere. L'impatto sonoro dell'album è intenso, penetra profondamente nell'orecchio e nell'anima dell'ascoltatore, si tratta di un sound massacrante, violentissimo in pezzi come Reaping Death ma che lascia anche spazio a svariate parti abbastanza melodiche come in Malfeitor. L'atmosfera è cupa e asfissiante, le chitarre sono state sovrapposte durante le registrazioni donando al disco grande corposità, i numerosi blast beat contribuiscono ad appesantire il tutto già monolitico grazie a linee vocali feroci e deliranti. L'artwork in copertina a cura di Zbigniew M. Bielak incrementa la qualità dell'album riassumendone graficamente le tematiche, si tratta infatti di un'illustrazione davvero magnifica raffigurante un fumoso vortice di serpi e creature demoniache che conduce ad un'oscurità che non lascia vie di scampo.  Giunti a questo punto della loro carriera i Watain sono ormai usciti dalla scena più prettamente underground ma ne mantengono lo spirito restando coerenti alle idee con cui avevano iniziato il loro progetto.  

Death's Cold Dark

E' con Death's Cold Dark che inizia Lawless Darkness, pezzo tra i più articolati dell'album, ricco di blast-beats e ferocia. Una breve intro sinistra apre il pezzo lasciando fin da subito intendere che qualcosa di violento sta per esplodere, infatti già al secondo 31 il sound demoniaco dei Watain si fa largo con prepotenza. Death's Cold Dark è un pezzo dinamico, ben strutturato, capace di catturare immediatamente l'attenzione dandoci un primo assaggio di quello che sarà Lawless Darkness nella sua interezza. Siamo di fronte ad un black metal delle origini, violento, blasfemo e nichilista. Il testo inizia con una frase in latino, "De profundis mors advocat", ed è proprio così che il brano ci fa sentire, come se la morte ci stesse chiamando. Ad un primo ascolto per molti Lawless Darkness può risultare difficile da comprendere, ma per quanto mi riguarda già il primo impatto era stato più che convincente. Comprare un cd che già nell'artwork a cura di Zbigniew M. Bielak risulta impeccabile, ed iniziare ad ascoltarlo trovandosi dinanzi ad un pezzo simile è una sensazione davvero unica che di recente poche band riescono a regalarmi. Qualche lieve difetto Lawless Darkness lo ha (difetti minimi che andrò ad analizzare nel corso di questa recensione), ma a mio avviso si tratta di piccolezze assolutamente trascurabili e per lo più di gusti personali in quanto non trovo possibile una critica rivolta ai lati più tecnici del lavoro come la composizione o la registrazione. Si parla di una band che si è fatta largo nella scena Black Metal conquistandosi un posto nella vetta tra i grandi del genere, di un gruppo benvoluto da quei grandi del genere stessi e dunque di un gruppo che difficilmente un amante del Black Metal potrebbe non apprezzare. Come già fatto presente la loro carriera musicale non è stata comunque totalmente impeccabile, qualche lavoro più scarso non può però macchiare il nome di un gruppo che anche nei periodi più bui non è mai caduto da quella vetta rimanendo saldo in cima malgrado tutto.

Malfeitor

A seguire il gran pezzo che è "Death's Cold Dark" troviamo un brano ancora più grande, a mio avviso il migliore dell'album ed uno dei pezzi cardine del Black Metal. "Malfeitor" è travolgente e profondo come un abisso, un vero e proprio proclama caotico del male. Il brano viene introdotto da un magnifico arpeggio di chitarra distorto succeduto poco dopo dallo scream imponente e distruttivo di Erik che ci catapulta in quel caos infinito e privo di forma del satanismo anti-cosmico che i Watain sanno magistralmente trasformare in musica. La violenza del brano convive con momenti più lenti e melodici che lo completano alla perfezione. Già dal primo ascolto mi ero innamorata di Malfeitor e delle sensazioni che mi aveva scaturito, coi successivi ascolti queste sensazioni non hanno fatto altro che intensificarsi trasformandolo in un pezzo must di ogni mia playlist. Il fatto che Lawless Darkness non sia un secondo Casus Luciferi non toglie all'album la sua grandezza, è sicuramente vero che ci troviamo dinanzi ad un lavoro meno estremo rispetto ai precedenti: Se "Casus Luciferi" ci trasportava direttamente nelle viscere infernali "Lawless Darkness" più che all'inferno ci trascina in un abisso senza fine da cui è impossibile salvarsi, la sensazione più prorompente in questo caso non è infatti quella di un male supremo ma di un supremo caos, evidenziato da uno scream perfetto e delirante e da un sound che per quanto sia più lento è, a mio avviso, pure più persuasivo, maturo. Siamo dinanzi ad un album completo dove davvero non manca nulla, e dire che sia meno estremo dei precedenti non equivale a dire che la violenza sia inferiore rispetto a quella passata, si tratta semplicemente di una rabbia espressa diversamente, in maniera più fine, calcolata, nichilista e profonda. Lawless Darkness si fa così portavoce di un black metal delle origini pesante ed introspettivo, forse meno estremo ma sicuramente più oscuro. 

Reaping Death

Dopo due brani impeccabili, ed in particolare un capolavoro come "Malfeitor" ci troviamo dinanzi a quello che è forse il pezzo più violento dell'album, "Reaping Death". Si tratta di una traccia già presente nell'ep "Reaping Death" uscito poco prima di "Lawless Darkness" contenente pure una cover degli italiani Death SS, "Chains of Death", che verrà inserita pure nell'edizione limitata digipack di "Lawless Darkness". Fin da subito questo pezzo ci trascina in un'atmosfera plumbea e distruttiva soprattutto grazie allo scream di Erik che si impone fin dai primi secondi squarciando il silenzio con aggressiva fierezza. Il ritmo del brano è incessante, basso e chitarra coesistono perfettamente, ottimi i cambi di ritmo della batteria. Giunti ad un certo punto una parte melodica irrompe nella ferocia del brano per poi lasciarle nuovamente posto dando modo a "Reaping Death" di far riemergere la sua forza devastante ed incontrastabile. Numerosi i cambi di tempo, gli stacchi repentini seguiti da ripartenze devastanti che accrescono l'aura di morte che accompagna tutto il brano. Si tratta di un pezzo pesante, travolgente e abilmente composto: un vero e proprio macigno che segue più che degnamente i due pezzi che lo hanno preceduto confermando la grandezza di Lawless Darkness e dei Watain in generale. "Reaping death" diverrà un must nei live dei Watain, il forte impatto sonoro la rende infatti perfetta da suonare dal vivo ed estremamente coinvolgente per lo spettatore che si ritrova dinanzi ad una ferocia che ha la potenza e la forza distruttiva di un ciclone. Dal primo all'ultimo secondo questo pezzo si colora di un nero profondo capace di entrare nell'animo dell'ascoltatore ed imprigionarlo a sé; non esiste salvezza dalla forza d'annientamento cui ci troviamo dinanzi, essa è insita in noi e i Watain non fanno altro che portarla a galla rendendoci nota la nostra natura distruttrice.  

Four Thrones

E' indubbio che anche questa volta i Watain non abbiano lasciato deluso il proprio pubblico, nel giro di 17 minuti con sole tre tracce son stati perfettamente in grado di dimostrare e confermare la propria immensità. "Four Thrones" è il quarto brano dell'album, si tratta di un pezzo che nel giro di pochi secondi ci catapulta inesorabilmente in quell'atmosfera caotica che contraddistingue tutto Lawless Darkness. Oltre alla grande perizia tecnica, all'imponenza del suono e dei testi è questo uno dei motivi principali per cui ho amato particolarmente questo album: il caos non era mai stato espresso meglio, mai stato reso così palpabile. I Watain si fanno davvero portavoci dell'oscurità trascinando l'ascoltatore in un vortice di distruzione e perdizione.  Dopo un inizio opprimente parte prepotentemente la batteria di Nils Håkan Jonsson magistralmente accompagnata dalla voce di Erik ma anche da un basso ed una chitarra impeccabili. Riff malefici ed arcani uniti ad elementi ridondanti accompagnano il pezzo donandogli maggior spessore. Testo straordinario quanto la parte musicale caratterizzata da vari rallentamenti ed accelerazioni del ritmo, si tratta ancora una volta di un brano monumentale che riesce con una forza immensa a trasportare e a far smarrire l'ascoltatore nel regno del Caos, dell'oscurità senza legge. La registrazione di Lawless Darkness è impeccabile, forse persino troppo precisa e perfetta per un disco Black Metal, così come sono impeccabili voce e strumenti, si tratta di un album studiato nel dettaglio, estremamente raffinato e che racchiude l'esperienza ormai più che decennale della band oltre che alla sua estrema dedizione. I Watain si dimostrano maestri nel genere ancora una volta e per quanto le opinioni su questo cambiamento relativo all'estremismo sonoro siano diverse io trovo che quanto avvenuto sia semplicemente parte del processo evolutivo del gruppo e non risulti di sicuro meno valido rispetto a quanto ci eravamo abituati.  

Wolve's Curse

Giunti a questo punto ci troviamo nel bel mezzo dell'album, con alle spalle quattro pezzi magistrali sotto ogni punto di vista. "Wolves Curse" inizia con una breve introduzione di qualche secondo dove troviamo ululati di lupi e suoni vari che rimandano al mondo boschivo accompagnati dalla chitarra. Subito dopo, affilato come una lama, parte lo scream tagliente e demoniaco di Erik a colorare di nero pece l'atmosfera. Ad una perfetta struttura musicale si associa, ancora una volta, un testo magnifico accompagnato da una sensazione di gelo ed oppressione costanti. Basso e chitarra sono perfettamente in sintonia, a loro si unisce un'impeccabile performance alla batteria ed il solito scream monolitico di Erik Danielsson in perfetta simbiosi con la musica. "Wolves Curse" presenta numerosi cambi di tempo ed un ritmo cadenzato ma ossessivo che, assieme ad un magistrale lavoro corale, incrementano la qualità del brano. Si tratta di un pezzo dalle note lugubri capace di trascinare l'ascoltatore in una dimensione cupa e morbosa. I circa 9 minuti del brano risultano così abbastanza scorrevoli e tutt'altro che noiosi, ciò nonostante non si tratta di una delle migliori tracce di "Lawless Darkness", non, insomma, una di quelle che si imprimono più profondamente nell'animo dell'ascoltatore come poteva essere per le precedenti. Ciò non toglie che si tratti comunque di un pezzo magistrale pregno di quella rabbia che da sempre nutre la bestia Watain. Anche questa volta è a mio avviso impossibile rimanere delusi, siamo già giunti, con il finire di "Wolves Curse", a poco più della metà del disco, e sfido chiunque a dirsi annoiato dopo 33 minuti di dimostrazioni impeccabili di quella grandezza che i Watain hanno saputo costruirsi negli anni. Per quanto abbia personalmente preferito i brani precedenti, pure questo pezzo merita tutta la stima che la band si è conquistata nel tempo. 

Lawless Darkness

Dopo il gelido inverno di "Wolves Curse" ci troviamo dinanzi al gelido buio della title-track "Lawless Darkness". Il pezzo, interamente strumentale, viene introdotto da un arpeggio chitarristico delizioso ed elegante. Questo brano è oscurità fattasi musica, buio pesto abilmente espresso col solo utilizzo degli strumenti. L'intera traccia si sviluppa dalle linee guida del primo riff portante evolvendosi su un robusto mid-tempo che rimanda ai Celtic Frost come vari altri elementi dell'album. Per quanto la apprezzi molto mi sarei però aspettata di più dalla title-track di un simile capolavoro, qualcosa di meno lento, di più unico, di più simile a quei brani perfetti ed immortali che lo avevano preceduto. A mio avviso non si tratta insomma di un capolavoro della portata di "Malfeitor", e risulta il pezzo meno memorabile dell'album pur rimanendo una magistrale esibizione di quella ricercatezza tecnica e compositiva dei Watain. Malgrado tutto "Lawless Darkness" è davvero un'oscurità senza legge, e non vorrei che la mia considerazione andasse a smentirlo: si tratta di una traccia magistrale e sinuosa che ci trascina gradualmente in una dimensione priva anche del più piccolo spiraglio di luce. Lodabile inoltre la capacità di trasmettere tanto senza il supporto della voce demoniaca ed agghiacciante di Erik. In pochi minuti la discesa verso le tenebre è compiuta e non c'è più via di scampo: accecati da un buio asfissiante potremmo pensare di essere immersi nel nulla cosmico quando in realtà attorno a noi regna incontrastabile un caos senza fine. Come già fatto presente in precedenza "Lawless Darkness" è a mio parere un album praticamente perfetto i cui difetti sono talmente lievi da risultare totalmente trascurabili, si tratta infatti di un lavoro lodabile minuziosamente pensato e costruito, dunque una traccia di tale entità rimane una perla nera e per quanto possa risultare leggermente meno coinvolgente non può sicuramente minare lo spessore di un album che, senza dubbio alcuno, farà la storia.

Total Funeral

Dopo sei tracce di cui quattro indimenticabili, una ottima sotto ogni punto di vista ed una solo leggermente inferiore ma comunque estremamente valida, ci troviamo al 39esimo minuto dinanzi alla ferocia di "Total Funeral". Questo pezzo sancisce un ritorno alla burrasca dopo aver viaggiato per qualche minuto nelle acque più tenui seppur profondissime della title-track. Ad aprire il pezzo troviamo un magistrale riff introduttivo guidato dalla potenza dello scream di Erik Danielsson e della batteria di Håkan Jonsson. La costruzione strumentale è complessa e presenta vari cambi di tempo. Verso il terzo minuto il ritmo rallenta tutto d'un tratto introducendo un segmento melodico dove un magnifico arpeggio chitarristico regge quasi l'intero brano. Subito dopo questa breve parentesi la violenza di "Total Funeral" riparte prepotentemente imprigionandoci in un vortice di quell'incontrastabile odio primordiale che da sempre alimenta il Black Metal. Ad elevare la composizione troviamo uno splendido fraseggio chitarristico che completa l'opera alla perfezione. In questo brano è presente tutto ciò che ci si aspetterebbe da una traccia black metal degna di questo nome: oscurità, violenza, fierezza e quella rabbia antica che ha dato modo al genere di nascere e crescere nell'animo di chi ha saputo comprenderlo, accettarlo e farlo proprio.  "Total Funeral" riesce dunque a far tornare Lawless Darkness sulle sue orme di furiosa violenza distruttrice dando modo all'ascoltatore di non perdere l'interesse in un disco che in serbo ha ancora alcuni capolavori da offrire, uno in particolar modo, ossia quel pezzo immenso che sarà "Waters of Ain". Dopo una prima parte magistrale ed un lieve calo nel mezzo, l'album si presta ora a tornare al vertice con una parte finale degna della prima costituita da tracce perfette con le quali i Watain si fanno ancora una volta portavoci del male e fautori di un black metal puro e primordiale.  

Hymn to Qayin

"Hymn to Qayin", ossia "Inno a Caino" è un brano ricco sotto tutti i punti di vista che vanta di grande abilità e dovizia di particolari in perfetto stile Watain. Si tratta di un pezzo strumentalmente molto complesso alimentato da una rabbia intramontabile. Parti strumentali intricate, giri di basso armonici superlativi, arpeggi e riff di chitarra magnifici accompagnati da una potente batteria tirata costruiscono una traccia demoniaca pregna di tensione. Ad alimentare tutto ciò troviamo il solito scream insostituibile di Erik, gelido e tagliente. La traccia è veloce ed immediata, la melodia in stile Dissection è messa in primo piano. Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una composizione perfetta alla quale si associa un testo magnifico a cui Erik sa dar voce in maniera impeccabile. Come le altre lyrics di Lawless Darkness quella di "Hymn to Qayin" è profonda, pregna di esoterismo, occultismo e magia-caotica. Sul finire del pezzo la composizione trascina l'ascoltatore verso la traccia successiva, "Kiss of Death", la penultima dell'album. Siamo dunque giunti quasi al termine di questo gioiello del Black Metal dove il sound, malgrado sia dominato da ritornelli cadenzati e fraseggi chitarristici, porta avanti il verbo old school e la sua malvagità. E' ben evidente come i Watain, nella creazione di Lawless Darkness così come nella propria carriera in generale, siano stati influenzati proprio da quei padri del Black Metal come i Celtic Frost, i Dissection e i Bathory che riecheggiando nei vari brani della band ci riportano a quegli albori oscuri da cui i Watain stessi derivano fieramente. Così fieramente che riescono a conquistarsi il proprio posto tra quei fondatori eterni divenendo capostipiti a propria volta. Malgrado quanto appena affermato i Watain restano i Watain, ed ogni tipo di rimando ad altri gruppi è solo un eco più o meno accentuato: il sound della band è inconfondibile e porta la firma del trio svedese di Uppsala. 

Kiss of Death

La penultima traccia di Lawless Darkness, "Kiss of Death" è un pezzo in mid-tempos affilato e tagliente come una lama. Il brano precede più che degnamente il capolavoro che andrà a chiudere l'album, l'immensa Waters of Ain. Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad un pezzo pregno di una violenza inaudita, eccellente sotto tutti i punti di vista. Una breve introduzione tetra precede lo scoppio di una magnifica composizione strumentale accompagnata dalla voce di Erik Danielsson che come sempre dona al tutto un'unicità firmata Watain. Ancora una volta il leader di questa band immortale riesce a dar voce ad un poetico testo esoterico. La costruzione compositiva del pezzo è complessa e stilisticamente evoluta, ad essa si intrecciano alla perfezione dei magistrali giri ritmici di basso. Dopo quasi tre minuti di sonorità orrorifiche cariche di violenza e forza distruttiva una parentesi più ragionata ci fa passare ad un meraviglioso fraseggio di chitarra estremamente emozionante sostenuto da un'ottima base ritmica. A seguire questo segmento troviamo una parte chitarristica davvero eccezionale che accresce ulteriormente la qualità del brano. Anche in questo caso ci troviamo dinanzi ad un pezzo che non può lasciar delusi i cultori del Black Metal incarnandone lo spirito. Lawless Darkness è un tragitto graduale verso il regno del Caos e la tenebra che lo avvolge; l'ascoltatore, imprigionato da questa oscurità, si perde in essa e si lascia trasportare alla deriva. Non è un album comprensibile da tutti, come del resto non lo è il Black Metal in generale, ma è sicuramente un album che non solo chi ama il genere può apprezzare: ogni appassionato di musica estrema saprà sicuramente riconoscervi il valore, ogni musicista saprà coglierne le qualità anche solo dal punto di vista più prettamente tecnico. Malgrado i gusti è insomma innegabile che Lawless Darkness sia un album intramontabile che non verrà dimenticato facilmente, un album indispensabile nella raccolta di ogni blackster e non solo.  


Waters of Ain

Siamo dunque giunti all'ultimo pezzo di un album che ha saputo trasmettere molto avvolgendoci nella sua oscurità. Un album che, sebbene sia molto lungo, non lascia spazio alla noia e alla perdita d'interesse. Arrivati al minuto 59 inizia "Waters of Ain" che andrà a chiudere questo capolavoro con elegante fierezza. Pezzo maestoso che rappresenta un po' il sunto della natura di Lawless Darkness. Questo lungo brano di oltre 14 minuti è molto articolato e ad avvalorarlo troviamo un magnifico solo di chitarra. Dopo un'introduzione di poco più di un minuto costituita da una splendida chitarra arpeggiata la tenebra torna a divorarci dipingendo di nero l'atmosfera. Ci troviamo dinanzi all'ennesima esplosione in puro stile Watain, uno stile furioso e violento che si fa largo fino all'anima dell'ascoltatore. Ancora una volta si tratta di una composizione costruita strumentalmente in maniera impeccabile guidata dallo scream ineccepibile del leader Erik Danielsson. La violenza dell'incedere della traccia è inaudita, il sound abissale ed annientante. Anche questa volta il testo è magnifico e sapientemente avvalorato dall'interpretazione canora di Erik. Epicità e distruzione sono accentuati da una produzione perfetta che accompagna tutto l'album dando modo ai Watain di mettere in risalto la propria esecuzione impeccabile. Giunti al quinto minuto la composizione cambia: Si susseguono una pausa, un rallentamento ed una ripartenza contenente un magnifico fraseggio chitarristico. Subito dopo questa sezione l'epicità torna a farsi sentire ma con una carica ancora maggiore che ci catapulta nuovamente in quel turbinio oscuro creato dal trio svedese. Ancora una volta impeccabile l'esecuzione di Erik Danielsson e lodevole pure quella del chitarrista Pelle Forsberg. Un secondo cambiamento avviene poco dopo il decimo minuto dove il pezzo assume una nuova dinamica strumentale.  Verso la conclusione del brano troviamo un magistrale assolo di chitarra che accompagna l'ascoltatore al tramonto del capolavoro che è Lawless Darkness nella sua interezza. La grandezza conquistata dai Watain è immensa ed eterna. Niente da aggiungere. 

Conclusioni

Tirando le somme c'è da dire che ci troviamo dinanzi ad un album che, coi suoi richiami marcatamente old school, sa di antico. Se l'ispirazione giunge ai Watain attraverso band già citate come i Dissection, i Bathory o i Celtic Frost, è evidente però come il loro sound rimanga unico ed immediatamente riconoscibile. La voce di Erik fa ancora una volta la differenza, la perizia tecnica della band esalta la sua grandezza assieme ad una produzione perfetta. Un album realizzato impeccabilmente caratterizzato da magnifici testi a sfondo esoterico e sonorità caotiche in perfetta simbiosi tra loro. Il titolo dell'album ben descrive l'assenza di luce a cui andiamo incontro durante l'ascolto: Quello dei Watain è un mondo oscuro fatto di coas e tenebra. L'atmosfera epica creata dal trio svedese è pregna di violenza e forza distruttiva, a momenti più veloci e feroci si alternano segmenti più tranquilli dalle atmosfere più sognanti e rarefatte in perfetto accordo tra loro. Malgrado la lunghezza dell'album i Watain riescono a non far morire mai l'interesse da parte dell'ascoltatore. Ad una prima parte davvero magistrale costituita da dei veri e propri capolavori segue una parte solo leggermente meno coinvolgente dal valore comunque inestimabile. La conclusione dell'album è caratterizzata da altri pezzi magnifici e dal capolavoro "Waters of Ain" che chiude fieramente il disco facendoci sprofondare del tutto nella tenebra che i Watain hanno saputo creare. La perfezione dell'album è incorniciata dall'artwork in copertina a cura di Zbigniew M. Bielak che rappresenta impeccabilmente il contenuto del disco. Lawless Darkness è un album immancabile nella collezione degli appassionati di musica estrema, ma soprattutto in quella di chi il Black Metal lo sente davvero. Non è, come già detto, un genere per tutti. Nel suo elitarismo spesso abbandona la sfera più prettamente musicale per divenire un vero e proprio stile di vita, e i Watain ne sono la prova. Attitudine e sonorità sono unite indissolubilmente e se fosse altrimenti non potremmo dire di trovarci dinanzi ad un album Black Metal degno di questo nome. Spesso capita, soprattutto recentemente, di imbattersi in dischi simili: sound pesante e tanta cattiveria, ma tutto così ostentato da lasciar trapelare come altro non si tratti che di una posa, di una costruzione artificiosa atta a calarsi in una parte che non appartiene davvero alla band. Concetti come il caos, il nihil, il male, la morte e via dicendo non appartengono a chiunque ma solo a coloro che hanno guardato in quell'abisso Nietzschiano abbastanza a lungo da finire per divenirne parte. Il Black Metal si presenta spesso proprio come una filosofia della negatività, una tensione all'assoluto male, all'orrendo che affascina, al romanticismo (con particolare rifacimento alle opere di pittori come Johan Christian Dahl o Theodor Kittelsen). A ciò si associa in alcuni casi una visione più pessimista e baudelaireiana che non rientra però nel caso di band come i Watain dall'impronta più fiera, epica e violenta che non lasciano spazio all'autocommiserazione facendo della negatività un punto di forza. Lawless Darkness è un album che si fa portavoce di un Black Metal che cerca di catturare la purezza dell'oscurità, di scardinare ogni certezza mostrandoci una realtà priva di senso né forma in cui in pochi hanno l'arditezza di addentrarsi. Un album perfetto sotto ogni punto di vista, un ascolto immancabile. Il valore dei Watain è stato ancora una volta dimostrato, la band si riconferma tra i capostipiti del genere di cui con fiera dedizione porta avanti tematiche, attitudine e sonorità. Non mi resta altro da aggiungere, vi lascio all'ascolto di una delle migliori uscite non solo dell'anno ma della storia del Black Metal degli ultimi anni. 

1) Death's Cold Dark
2) Malfeitor
3) Reaping Death
4) Four Thrones
5) Wolve's Curse
6) Lawless Darkness
7) Total Funeral
8) Hymn to Qayin
9) Kiss of Death
10) Waters of Ain