WARREL DANE

Shadow Work

2018 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
12/08/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Una delle scomparse che ha marchiato a fuoco il 2017 è stata sicuramente quella dell'ex singer di Nevermore e Sanctuary Warrel Dane, vocalist unico per range vocale e attitudine lirica, ardentemente legato alla sua musica fino alla fine, avvenuta in un freddo e desolante 13 Dicembre 2017; data che sicuramente per voi, cari lettori interessati al mondo del metal, non risulterà estranea: l'ex singer nativo di Seattle è scomparso infatti lo stesso giorno di un certo Chuck Schuldiner, fondatore dei leggendari Death. Destino volle proprio che Chuck, uno dei primi ad interessarsi realmente ai Nevermore tanto da volerli in tour durante la promozione dell'omonimo debut, impressionato sia dalla capacità intonale di Dane, sia dalla propensione chitarristica di Jeff Loomis (ora in forza agli Arch Enemy), chiese al cantante di partecipare al progetto Control Denied, in cui il chitarrista/cantante di Long Island sposò nuove coordinate sonore, allontanandosi dall'astruso progressive death metal di "The Sound Of Perseverance" (Nuclear Blast, 1998), per giungere ad un progressive altamente tecnico con inserti power . Warrel rifiutò l'offerta del chitarrista a causa degli eccessivi impegni con i suoi Nevermore (la scelta di Schuldiner andò poi verso Tim Aymar dei Pharaoh), che nel frattempo procedevano la loro promozione del loro tour americano a supporto di "Dead Heart in A Dead World". Tralasciando ora questa gamma di aneddoti e di ricordi, funzionali ovviamente per interpretare il lavoro che oggi affronteremo, cerchiamo di capire cosa attraversava la mente di Warrel Dane durante i suoi ultimi istanti; da sempre l'americano era un cantante fuori dalla norma, vuoi per la propria naturale capacità artistica, vuoi per il proprio temperamento assai cupo e drammatico, che in un certo senso provocava i propri effetti decisivi soprattutto nei momenti in cui gli slanci vocali del nostro giungevano verso lidi unici. Unicità è la parola esatta per dare vita ad un papabile modo per descrivere l'uggioso mood di un Warrel Dane che durante gli anni ne ha passate di tutti i colori: problemi di alcol, una salute non sempre perfetta, performance che a volte concedevano il peggio delle sue immani qualità vocali; ma nonostante tutto il singer ha sempre tenuto duro e, con tantissima tenacia, è andato avanti dritto per la sua strada, con non poche difficoltà ha sempre onorato la propria fama, grintosamente guadagnata sul campo. La morte, che sicuramente ha creato un vuoto incolmabile nel mondo dell'heavy metal principalmente per le sue capacità sia in fase realizzativa sia in quella compositiva, ha dato un pugno incredibile all'opinione pubblica che era certa di una rinascita del singer americano, tant'è che a fine 2017 era quasi cosa fatta il ritorno dei Nevermore: l'avvicinamento tra lui e Jeff Loomis infatti stava finalmente portando i propri frutti. Ma la morte è arrivata, ha stracciato tutto, ha creato un vuoto totale, inserendosi nel bel mezzo di un percorso che stava procedendo in maniera eccezionale. Il disco infatti era quasi pronto, mancavano soltanto ultime sessioni in studio al fine di decretarne la finalizzazione, ma come ben sappiamo l'infarto ha urtato il cuore di Warrel proprio nel momento cruciale; tuttavia, il nuovo platter "Shadow Work", uscito il 26 Ottobre 2018, vide la luce scaldando gli animi dei fans nonostante differenti problematiche in fase compositiva e di arrangiamento complicarono la vita agli addetti ai lavori. I problemi in fase di mixaggio per fortuna sono stati risolti dignitosamente grazie all'aiuto della Century Media, etichetta legata all'artista americano. Quindi, in questo "Shadow Work", potremo ammirare l'ultimo Warrel, assolutamente ispirato in fase realizzativa, il quale non bada a spese sfoderando una prova intensa e degna per prendere le redini del platter solista precedente. L'intensa e melanconica voce del singer, chissà forse addirittura consapevole di porgere una sua ultima lampante prova, fa da corollario all'intera impalcatura compositiva che vede Johnny Moraes alla chitarra principale, Thiago Oliveira alla chitarra ritmica, Fabio Carito al basso e Marcus Dotta dietro le pelli. Una formazione senza alcun dubbio giovane e carica, estremamente differente rispetto a quella più rodata del primo disco che aveva musicisti come Dirk Verbeuren e Peter Wichers. Detto questo procediamo alla disamina degli otto pezzi proposti!

Ethereal Blessing

A battezzare ufficialmente questo "Shadow Work" è un'introduzione deliziosa e accattivante, funzionale alla creazione del clima giusto per addentare il primo brano effettivo, ossia Ethereal Blessing. L'introduzione, "orientaleggiante" grazie alle sua ricercatezza sonora, cresce secondo dopo secondo, riuscendo a tessere interessanti situazioni episodiche che, nonostante la brevità (dura infatti poco più di un minuto e venti secondi) hanno il compito di dare il giusto via al disco. Molto probabilmente questo brano doveva durare di più, infatti il materiale rimasto ha costretto alla band di utilizzarlo come un gustoso materasso, un'intro che in realtà non era stata progettata per questo scopo. Infatti, questa mini-traccia "Ethereal Blessing", vede subito l'intromissione vocale di Warrel Dane che, con una la sua solita verve malinconica, colora il brano proposto di un blu notte bello denso. I delicati arpeggi di chitarra, coadiuvati da alcuni stilosi frammenti di sitar (strumento a corde tipicamente utilizzato nella musica etnica indiana), scorrono via come l'acqua di un fiumiciattolo di montagna, a cui si ammassano le delicate armonie vocali che Dane inserisce con forza. La natura recitativa delle corde vocali del nostro, anche se vincolate dal minutaggio molto breve, danno un assaggio essenziale per il primo brano effettivo, ossia "Madame Satan".

Madame Satan

Chiuso il brevissimo incipit "Ethereal Blessing", partiamo subito con la marcia in quarta nella traccia Madame Satan. Ok non si può non capire l'aura lirica proposta senza scandire le due parole del titolo, ossia Madame e Satan. Due nomi che in realtà vanno radicalmente in contrasto essendo la figura di Satana storicamente interpretata come una figura maschile, ma questa non è una novità: quante volte Dane ha voluto giocare con contrasti e fusioni di elementi apparentemente discordanti? Tantissime volte. Il brano è battezzato da una sezione ritmica che carbura all'istante, con la lead-guitar che subito destreggia la sua pasta con fraseggi dal profumo thrash e staffilate di basso ben quadrate, che vanno a fondo nei primi accenni di questa prima vera e propria composizione di "Shadow Work". Il primo verso iniziale scandito sapientemente da Warrel ci dà una grossa mano dal punto di vista interpretativo: "A war rages inside of me / Should I choose heaven or hell?" (Una guerra infuria dentro di me / Dovrei scegliere il paradiso o l'inferno?). Subito la condizione del dubbio assale il protagonista effettivo, ossia Warrel, che viene immesso in una situazione ben precisa, una scelta che si snoda nella classica dicotomia tra bene e male, inferno e paradiso; inferno che vede proprio Madame Satan essere la protagonista assoluta. Non attendiamo molto e la risposta arriva: "Drag me down to hell /And make me deny God" (Trascinami giù all'inferno / E fammi negare Dio), Warrel volta le spalle alla rigorosa pianura celeste e abbraccia la nefasta figura di Satana, ricordando personaggi della storia della musica come il violinista Niccolò Paganini o il seminale chitarrista blues Robert Johnson, famosi per il loro "patto con il diavolo". Più il brano affonda le radici nel male più assoluto negando Dio, e più il demone interiore di Warrel prende il sopravvento: la voce impatta tra i riff con un piglio oscuro, con accenni di ugola che sembrano ruggiti; ll vortice sonoro di questa traccia assorbe e annienta tutto e tutto, lo spirito infernale alberga ormai nell'animo di Dane che non riesce a non estremizzare la propria infrastruttura vocale. Il riffing penetrante delle due asce è il terreno di coltura perfetto per ospitare i voluminosi incastri vocali, spumosi e costruiti su più sfumature. Il demone interiore di Dane prende sempre più la guida, fino ad addirittura glorificare l'immagine di Satana, con il la prima frase del chorus "Madame Satan / Please come to me (come to me)" (Madame Satana / Per favore vieni da me (Vieni da me))". Il ritornello, reso ricco dall'utilizzo di voci addizionali, può essere definito come il momento più arioso e melodico del brano, proprio perchè quella tenacia dei primi minuti viene accuratamente accantonata; ma, anche se vi è un abbassamento della temperatura vocale, Dane sprigiona violenza e rabbia. Dall'altro canto la sezione strumentale fa il suo sporco lavoro, premendo sui riff e su giochi di pelli efficaci e mai fuori dagli schemi, a tratti anche "estremi" nella loro natura selvaggia. Terminato il ritornello, la destrezza vocale del Nostro assume connotati anche più neri e sinistri, arrivando persino ad accenni di intense sfumature in growling (tecnica che non ha mai fatto parte del repertorio del singer anche se in passato ha più volte tentato di estendere malignamente il proprio range) che ben si baciano con la base dal profumo thrash e dall'attitudine power/prog. Questi ultimi due escono fuori negli ottimi cambi di tempo che si intercorrono lungo gli ultimi minuti, che vede una "Madame Satan" sempre più carica di groove e feeling.

Disconnection System

Come terzo tassello di questo mosaico blu oceano è presente il primo singolo estratto pubblicato, ossia Disconnection System (Sistema di disconessione). Il brano, tra impasti di "nevermoriana" memoria e stacchi importanti, si apre con la giusta dose di personalità, che viene subito messa in piedi nella costola lirica di Warrel, accarezzata da quella giusta violenza nei confronti della società. Un sistema, un reticolato pubblico inondato di falsità, di negatività e di una sana inefficienza dell'apparato politico, pronto a salvaguardare soltanto i propri interessi. E Warrel in tutto questo non può che sfoderare tutto l'inchiostro a sua disposizione, denso e oscuro, a tratti quasi maligno, segno della freschezza compositiva del cantante. Fresco, nonostante anche qui aleggia il fantasma ritmico dei Nevermore, è anche l'introduzione: violenta, ma anche melodica, basata essenzialmente sul discreto giro di accordi della chitarra principale a cui si aggancia piano piano, frammento dopo frammento, la seconda chitarra che sganascia il giusto appeal tecnico. Il girovagare dei primi minuti è essenziale nella costruzione del muro di suono che questa "Disconnection System" vuole creare, e non può essere diversamente dato l'universo topico toccato. la docile introduzione è inversamente proporzionale all'acidità che Dane sputa con la sua solita eleganza, enunciando i primi versi, "Today / I smoked my pain away / Yesterday we stood / In our decadent decay / We braved the storm / But still man did conform" (Oggi / Ho fumato il mio dolore via / Ieri siamo rimasti / Nel nostro decadimento opprimente / Abbiamo sfidato la tempesta / Ma ancora l'uomo è conforme). L'uomo è ancora conforme appunto, non si ribella, non vede un motivo effettivo per muoversi contro il sistema e mostrare seriamente gli innumerevoli punti negativi che quest'ultimo ci spiattella addosso. Una tempesta emotiva che sembra non avere fine, e in tutto questo, l'umore che si calpesta è decisamente nero; il nostro giullare interviene a tempo debito, a seguito dell'ottimo cambio di tempo del duo chitarristico, nei pressi del trentacinquesimo secondo. Warrel prende il brano e lo porta in un universo che trascende da quello vissuto si inserisce alla perfezione incentrando i proprio mood con i toni delle due chitarre, impantanate in un quadro ritmico a tratti prog, con qualche decisa spruzzata melodica. Proprio la melodia emerge da tutto quello ammasso oscuro nel minuto numero due della traccia: le armonizzazioni vocali modulano atmosfere diverse rispetto ai primi cenni iniziali, con toni soffuso viaggiano tra l'ottimo andamento chitarristico, che spaziano anche versi lidi più tecnici e osati. Smorzato questo tono amorevole, la voce di Warrel, la quale si misura anche in tentativi di growling, torna a rappresentare la spada decisa a tagliare a fette l'ipocrisia della realtà costruita su paletti di sano odio. Se pochi secondo fa abbiamo accennato a qualche tentativo della chitarra di Moraes andare oltre il compitino, questo accade prima della riproposizione del chorus, quando quella chitarra disegna con acquerelli eleganti un assolo dal gusto deciso, il quale viene replicato alle soglie della metà del quarto minuto, dimostrandosi anche pomposo quanto basta. I toni da denuncia del brano non finiscono qua, ma nel finale un'aura quasi riflessiva e introspettiva prende le redini, decretando la bellezza di questo brano, perfettamente riuscito e con ottime intenzioni di costruzione ritmica.

As Fast As The Others

Il terzo tassello è appena finito, i rimasugli della precedente track ora si riassemblano, accorpandosi e dando forma al secondo singolo che la Century Media ha pubblicato prima del rilascio di "Shadow Work". L'introduzione mi permette di dire che abbiamo di fronte uno dei migliori pezzi dell'album: nella loro imprimitura oscillante e tecnica, le due chitarre si intrecciano dando giustizia a questa composizione che Warrel Dane aveva già proposto in alcuni live ben prima della pubblicazione di questi disco. Proprio questo aspetto è fondamentale perchè riesce a trasformare As Fast As The Others come una traccia completa e rigorosa, costruita proprio secondo i paradigmi in mano al suo ideatore. Tematicamente, tale traccia, e come ben sapete singolo, si inalbera concettualmente in territori altamente difficili, sempre impregnati di criticismo sociale di un corredo messaggistico mai troppo banale, anzi. Warrel scaglia la sua astuta e matura penna lirica nei confronti della schiettezza del male, della sua forza noncurante di nulla. Forza del male personificata dalla figura del bambino, il quale compie azioni senza essere al cento per cento consapevole. La traccia è collegata ad un momento vissuto da un giovane Dane che viveva ogni giorno casi di maltrattamenti nei confronti dell'amico disabile da parte di quei bambini coetanei, che secondo la sua visione, personificano il male compiuto con una leggerezza di fondo quasi normale. Musicalmente lodiamo subito la propensione a creare una giusta introduzione chitarristica con le due asce che in pochi istanti costruiscono una caratteristica introduzione, ben assistito dal pellame ritmato. Le vocals di Warrel impattano subito, senza troppi sforzi, assieme ad un impianto corale ben posto in primo piano, che riesce ad aumentare il clima epico della traccia. Le chitarre iniziano subito a pesare le loro ritmiche diventando dosate, lasciando il giusto spazio per le note pseudo-base sganciate dal singer. Lo spirito malinconico che ha reso famoso il cantante a stelle e strisce pervade anche questi segmenti, ma solo per poco perchè l'aura mistica iniziale lascia spazio a frammenti che si fanno più liberi e melodici, insomma tocchiamo con mano il chorus abbastanza ricercato e opportunamente "nevermoriano". Il ritornello è il momento migliore in cui il nostro modella il pentagramma con evidenti sprazzi di denuncia e di una velata negatività. La seconda fase che interviene subito dopo la fine del primo chorus, ripropone di nuovo un Warrel pensante, quasi conscio di narrare un problema comune. Il clima squisitamente progressivo, dosa la sua dinamicità nell'ottimo cambio di tempo che avviene alla metà del terzo minuto, quando la vena da storyteller vissuto di Dane si sposa perfettamente con una degna proposizione solista della prima chitarra, la quale si adagia al resto della strumentazione non coprendo gli altri corpi musicali ma dando la giusta caratura tecnica ad un pezzo che di tecnica ne a mostrata abbastanza.

Shadow Work

Affrontati i primi due singoli, rispettivamente la terza e quarta traccia, Shadow Work che ricordiamo essere molto breve rispetto alle intenzioni originali, prosegue con la title-track, con il cuore pulsante di tutta quest'ultima oscura testimonianza in vita del cantante americano. Il titolo ha una parola fondamentale per percepire l'essenza, il colore inconfondibile di Warrel Dane, ossia Shadow Work (Lavoro Ombra); proprio il riflesso dei nostri profili a ridosso di una fonte luminosa fu ciò che più tormentava Warrel Dane, anche nei momenti di apparente felicità i frammenti della sua ombra sembravano attorcigliarlo e stringerlo in petto, assecondandolo e portarlo verso una catarsi spirituale che ben si riversava nella scrittura dei pezzi. Intitolare un album cosi' sembrava anche una specie di tributo che Dane voleva fare alle sue compagne di viaggio, quelle ombre che sembravano non abbandonarlo mai, una sorta di ispirazione costante. la vita degli artisti si sa è strana, come vivono i tormenti interiori loro, nessuno. Warrel rappresentava esattamente ciò che significava vivere con la paura addosso, con la paura del domani. Il brano è concettualmente fondamentale per tutto questo cio che abbiamo appena detto, e non ha caso è collocato proprio nel cuore del disco, quel cuore che il 13 Dicembre 2017 ha smesso di funzionare. Dal punto di vista musicale la traccia viene aperta da gustosi power chord e da colpi di cassa che creano il giusto territorio sonoro per la futura irruzione del singer, che nei primi minuti sembra meditare in un serioso silenzio, quasi assordante. La coppia alle chitarre, sicuramente collaudata e affiatata, con semplici tocchi assembla le prime schegge chitarristiche, tese a dare il meglio di se nonostante nelle prime parti della traccia sono ben messi in evidenza stop improvvisi, che fanno ovviamente riferimento al passato trascorso con i Nevermore. L'attitudine chitarristica della coppia carioca è debita alla potenza delle plettrate fumanti di Jeff Loomis, sempre e costantemente ricolme di potenza e di pathos: entrambi i chitarristi, nonostante abbiamo imparato bene la lezione di Loomis, rincorrono le prime note con discreta qualità, affondando quanto basta quando occorre. E proprio i primi affondi di chitarra portano le vocals quasi vampiresche di Warrel, che prima di avventurarsi nel turbinio delle progressioni, mutano ora in un lamentoso clean, un abito che Warrel era in grado di mettersi e togliersi in pochissimi secondi. L'anima depressa di Dane viaggia all'unisono con i colpi di batteria fino a che il chorus irrompe, facendo elevare i vocalizzi di Warrel, ora meditativi e quasi sussurrati. La sezione ritmica di Shadow Work è sempre viva, sembra non perdere di mordente anche nei momenti più leggeri e meno intensi. La riproposizione del refrain malinconico procede spedito, cosi' come sono ben spedite le due chitarre o meglio la chitarra di Oliveira che sgancia assoli interessanti, intervallandosi a memoria con il drumming corpulento e ritmato. Warrel Dane non perde il solito graffiante stile permettendo la creazione del giusto appoggio alla carovana che imbastisce negli ultimi secondo un ottimo tappeto strumentale, che invece di denaturare ciò che è stato fatto va a valorizzare ancora di più l'operato in questa title-track.

The Hanging Garden

Ad infarcire questa non lunghissima tracklist, deficitaria rispetto alle idee originali imposte nel platter in questione, è presente di nuovo una cover tesa a celebrare la verve bucolica del post-punk britannico. Se nel precedente lavoro Warrel confezionò una cover (riuscitissima) della hit immortale dei Sisters of Mercy "Lucretia My Reflection", ora il cantante concentra le proprie forze nel non semplicissimo compito di omaggiare i The Cure. La band di Robert Smith ha esercitato una notevole influenza sul cantante, per quanto riguarda il dare sfogo alle disillusioni e alle incertezze dell'esistenza. La traccia degli inglesi qui proposta da Dane, estratta dal capolavoro Pornography (1982), The Hanging Garden (Giardino sospeso), esplode nella sua cieca e amara visione della realtà, soprattutto perchè fu messa in piedi dopo un periodo non facilissimo per Robert Smith, in quegli anni immerso in una nube densa di introversione; lo stesso Smith, in quel delicato periodo della sua vita, pensò una e più volte al suicidio, soprattutto dopo la tragica fine del leader dei Joy Division Ian Curtis. Il "giardino sospeso", qui preso in esame da Smith, è il confine immaginifico in cui vengono riversate le paure di Warrel, in grado di prelevare l'essenza dark dell'originale e traslarla sotto un'ottica heavy metal. Colpi di tom e timpani proiettano il brano in un chitarrismo chirurgico e accogliente, al quale si aggiunge un lavoro sempre più ossessivo del rullante da parte di Marcus Dotta. L'aura decadente che strizza l'occhio al maestro Smith, interviene in questi primi precisi assalti, opportunamente intaccati da melodia. La cover entra nel vivo appena Warrel prende il microfono scaraventando la sua rabbia repressa: "Creatures kissing in the rain / Shapeless in the dark again" ("Le creature si baciano sotto la pioggia/ Di nuovo senza forma nell'oscurità), il bacio qui viene visto come il temibile "bacio della morte". Morte che domina la mente di Smith, il quale vide la realtà non più come un amplesso ordinato e geometrico, ma tutte le percezioni precedenti ormai si trovano in uno stato "confusionario" come un'opera di Pollock. Dane suggella le proprie capacità interpretative seguendo il riffing work di fondo delle due chitarre brasiliane, le quali non cedono ad un minimo cenno di pausa. Gli accordi proseguono senza stravolgimenti e intoppi, Dane promulga la disperazione curiana, riuscendo ad interpretare lo spettro interiore di Smith. Il giardino sospeso ha ora come suo diretto interessato proprio Warrel, il quale, come ben sappiamo, aveva già avuto a che fare con tematiche come morte e depressione; tematiche che ruggiscono seguendo una particolare amplificazione nel ritornello. Questa cappa atmosferica trova un respiro di sollievo nei pressi della metà del secondo minuto, in cui un quantitativo degno di nota di melodia prende d'assalto il giardino in cui anche noi siamo immessi. Warrel Dane attenua la propria violenza tonale abbracciando uno spettro vocale voluminoso e tipicamente basso; nel frattempo il pellame corre a più non posso ponendosi come la giusta ossatura della sezione ritmica. Ma tutto questo è tutta una pura illusione, solo la morte prende il comando di ogni minimo aspetto, solo lei è la protagonista nel comandare ogni minima percezione sensoriale. Voci addizionali si aggiungono nel cuore del terzo minuto, quasi a significare quella mole di voci interiori che bussano alla porta del nostro cuore, il quale rimane troppo incrostato da rabbia e frustrazione. La dinamicità delle partiture sembra tutt'altro che riflessiva, il progressive "nevermoriano", trova anche qui una sua specifica dimensione, con assoli puntellati e neoclassici nella loro liquidità di fondo. 

Rain

Dalla oscura foresta "curiana", entriamo dritto dritto in un nuovo universo lirico, ricco e pregno di idealismo. A scandire i primi battiti di Rain (Pioggia) è un leggero arpeggio acustico, accompagnato da dolci intromissioni di archi che addensano l'atmosfera. Tralasciamo quindi le irruente introduzioni dei brani precedenti, per giungere ad una riflessione narrata in maniera impeccabile da Dane. Il progressive incupisce le scremature iniziali appena le due asce sedimentano una gustosa elettricità di fondo, in grado di spaziare in più linee melodiche. La pioggia inizia ad essere incessante, scandisce geometricamente l'abbattimento rapido delle gocce di pioggia, apparentemente leggere e spumose, ma invece pesanti e opprimenti. Un'autentica pioggia simbolica, manifesto dei tormenti del cuore dell'essere umano, ingabbiato in quadrature soffocanti e deliranti. Warrel approccia allo slow beat del drummer carioca in modo riflessivo e catartico, avvolgendo la propria capacità vocale con gli accordi che distillano melodie sensibili; le chitarre all'occorrenza aumentano di incisività ogni volta che Dane modula il proprio intaglio vocale: la trama che inizia a scalciare a partire dal ventesimo secondo del primo minuto, rincara la dose melodica rincuorando a loro volta le flebili vocals del nostro Warrel, immerso in un proprio universo. Il suono non riesce a scartavetrare l'anima come abbiamo notato nei precedenti episodi, anzi la composizione si inebria di un equilibrio in cui il Nostro viaggia su canoni a lui consoni. "As we follow the hollow hills / Into the pit of our dreams / Can we relive the past" (Possiamo vivere di nuovo / Mentre seguiamo le colline vuote / Nella fossa dei nostri sogni / Possiamo rivivere il passato), il cuore lirico di questa "Rain" trova la sua applicazione allo scoccare del secondo minuto, quando quella pioggia che ci accompagnava all'inizio si tramuta in speranza nei sogni, proprio quando decliniamo lo sguardo verso colline vuote in apparenza, in cui il passato, un passato pesante che tocca personalmente Warrel. Gli schemi delle due chitarre si aprono a progressioni leggermente più complesse rispetto agli altri episodi, proprio perchè il contesto armonico è meno funesto e veloce. Ma questo aspetto dura fino agli sgoccioli del secondo minuto: qui Dane si aggancia alla sezione ritmica in maniera potente e ritmata, anche se ogni briciola vocale si pone altamente controllata e mai fin troppo "teatrale." Quegli accordi iniziali tornano in voga nella metà esatta del brano, ma ora troviamo il drum set di Marcus Dotta ancora più pachidermico e presente, in grado di spedire le due chitarre in una battaglia melodica degna di un applauso. Le due linee di chitarra si intrecciano, porgendo la mano allo spirito di Dane che rigurgita la propria passionale tensione vocale, abbracciano un falsetto "segmentato" per poi diventare lineare e ipnotico. La pioggia non è ancora finita, il sole si nasconde dietro funeste nuvole, e a noi non resta che sperare in un futuro migliore.

Mother Is the Word of the God

Se aspettavamo la vera introduzione che coincidesse con la cover ombrosa di Travis Smith, siamo subito accontentati appena i primi nanosecondi di Mother Is the Word of the God (Madre è la parola di Dio) si materializzano. L'ottava e ultima traccia presenta un carico emotivo lancinante e sobriamente marcato dal sublime animo dark del nostro singer, il quale nei primi battiti si pone in un sordo silenzio. La traccia si muove inizialmente mediante un violino solenne, che piano piano viene sormontato da intrecci di chitarra sempre più rigorosi; qui il nostro cantante smuove la coscienza dei propri ascoltatori mettendo in primo piano una delle figure più importanti della nostra vita, ossia la madre. Figura che nel caso specifico di Warrel ha avuto un impatto fondamentale nella sua crescita. L'unica certezza in una società sporca e insensibile (We swim into a storm of filth and crime), in cui le anime introverse sono costrette a camminare con il capo chinato, con la religione che non riesce a stabilire quei canoni necessari per vivere dignitosamente. In questo episodio, proprio la religione subisce un attacco dal nostro (Pretense and religion are the dual facades), in quanto alimenta l'odio annidato negli esseri umani; strumentalmente alcune voci sovrapposte a Dane si insinuano lungo il tessuto progressivo, assolutamente ricco di spunti interessanti anche se abbastanza standard. Ma ecco la particolarità di questa traccia conclusiva: l'utilizzo di chitarre acustiche perfettamente poste in equilibrio con la sana elettricità che si sedimenta nel fondale del pezzo. Le movenze acustiche permettono a Dane di premere ancora di più dal punto di vista tonale, aprendo di fatto le porte ad un riffing totalmente debito al thrash, come ben udiamo nella metà del secondo minuto. I colpi di cassa si fanno sempre ritmati e poliedrici, inseriti nel contesto vocale di Warrel, sempre molto atmosferico e allucinatorio; gli schemi di natura prog e thrash sopravvivono ad una serie di tumulti interiore con il proseguo di questa lunga traccia, una vera crociata contro la società, la collettività e soprattutto la religione. Ritmicamente "Mother is the Name of the God" presenta la sezione più coesa rispetto alle altre tracce, nonostante qualche cambio di tempo che la rende assai appetitosa. Questi ultimi li notiamo a ridosso del quinto minuto quando la chitarra principale si intervalla a meraviglia con le note sguaiate di Warrel: la potenza di questo assalto sonoro, di questa denuncia è degna di essere messa vicino a quella che grondava nel momento d'oro coi Nevermore, e questo basta per decretare il livello del brano. Questa potenza l'addentiamo soprattutto nei breakdown posti nei pressi del sesto minuto, i quali indirizzano noi ascoltatori verso un pogo dalle grandi proporzioni in cui la possente predisposizione chitarristica ci fa ben capire i motivi per cui la penna urlata di Warrel non si risparmia assolutamente. Dall'altro canto la coppia Moraes/Oliveira non si risparmia regalando momenti elettrici straordinari, tra passaggi di natura shred e tapping furiosi: due elementi che non possono non tessere ulteriori schemi di primo livello. Come un leone che mostra i denti contro la sua preda, cosi Dane ulula la sua litania incessante, energica, delirante e dannatamente magnetica. La traccia che conclude tutta la carriera del cantante di Seattle non si poteva non chiudere con un alto tasso melodico, con chitarre che ora si prestano a mere accompagnatrici e ad un violino terminale gustoso e avvolgente.

Conclusioni

Insomma, dopo aver affrontato questa ultima (purtroppo) prova ufficiale di Warrel Dane, arriviamo alla fine con non poca difficoltà tanto è stata l'intensità provata durante l'ascolto; possiamo solo immaginare cosa sarebbe stato questo lavoro se avesse raggiunto lo status di "completo, questo è senza alcun dubbio uno dei rimpianti che rimangono dopo aver raschiato a fondo tutte le composizioni proposte. I brani sono stati tirati a lucido con perizia, corrodono armandosi di quella malinconia cristallina cara a Warrel sin dagli esordi. Un disco quindi che sgocciola malinconia e malessere in ogni suo solco, certificando essenzialmente il temperamento cupo del cantante, di un Warrel che si è sempre rialzato, che ha sempre combattuto contro i suoi demoni interiori che agiscono in quel silenzio tanto assordante quanto deleterio. Gli episodi addentati durante l'ascolto, abbondano di qualità e, a conti fatti, sembra del tutto strano che abbiamo a che fare con un lavoro che non aveva ancora l'etichetta di "definitivo", dato che, come ben sappiamo, il male ha interrotto la vita di Dane proprio nel momento clou. Ma nonostante tutte le difficoltà (le quali hanno decisamente influito sulla durata del platter, che supera di poco i quaranta minuti), l'intera band si è presa la responsabilità di rintoccare e di imporre un proprio e significativo lavoro di rifinitura, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali. Ciò che Warrel fece vedere nel suo primo disco solista datato 2008, "Praises to the War Machine", qui è tutto presente, anzi la venatura heavy di Dane ha addirittura compiuto un ragguardevole passo in avanti: l'ex voce dei Nevermore era un cantante che imparava dai suoi errori e cercava di andare avanti rendendosi sempre in grado di surclassare tutto e tutti, non importavano gli avversari e le loro armi a disposizione, a Warrel bastava la sua voce e la sua unica vena da songwriter, la sua qualità maggiore che in questo secondo capitolo ha brillato di luce propria nonostante tutti gli intoppi. In questo lavoro infatti il nostro cantante, nonostante l'esiguo tempo di lavorazione, ha raggiunto il suo obiettivo, non solo collezionando tracce vincenti, che quasi si sposano perfettamente con la copertina magniloquente di Travis Smith, ma anche dimostrando di dare ancora tantissimo ai propri sostenitori. Chissà forse questo "Shadow Work" sarebbe stato perfetto per porre le giuste e solide basi per un futuro ritorno discografico non solo solistico, ma anche coi Nevermore, date le linee profuse che odorano di una ispirata predisposizione a "dare il massimo". Come abbiamo detto prima, la reunion infatti non era pura utopia, dato che alcuni spiragli di intesa con gli ex componenti Van Williams e Jeff Loomis erano stato aperti mesi prima della sua scomparsa, e questo aumenta in noi ancora un senso maggiore di frustrazione, dato che avrebbe innescato in Warrel una ipotetica seconda vita nella band che lo ha reso noto. Tornando al lavoro però, il disco ha una sua forte personalità, una sua caratura sia a livello di sound, certificando ancora una volta le capacità di arrangiatore di Warrel Dane, sia per quanto riguarda l'assetto lirico, una delle carte vincenti dell'ex voce di Nevermore e Sanctuary. Un giullare della sofferenza, un manipolatore di sensazioni ed emozioni, un istrione nell'incanalare con particolare veemenza tutto in un unico e agghiacciante cantato. L'apparato strumentale, debito anche ad una produzione veramente eccellente, trabocca di potenza e di tecnicità, pochi sono i cali tensioni o i tentativi citazionistici. Le chitarre infatti fanno il loro lavoro di accompagnatrici, allacciandosi nei momenti burrascosi in cui la violenza vocale di Dane fuoriesce sensibilmente, mentre le pelli sono grintose nel loro appeal duro, riuscendo ad essere la spalla perfetta durante i momenti più melodici del disco. "Shadow Work" è quindi il degno lavoro per salutare un grande artista, una grande voce che ha dato all'heavy metal un sapore in più. Di certo Warrel aveva una cosa che molti cantanti non riescono a catturare, ossia una predisposizione vocale che non poteva sostenere nessun paragone, e questo è un dato non da poco. Detto ciò, non ci resta che decretarlo come un gran lavoro per porgere un ultimo saluto ad un'artista che si merita tutti gli elogi di questo mondo.

1) Ethereal Blessing
2) Madame Satan
3) Disconnection System
4) As Fast As The Others
5) Shadow Work
6) The Hanging Garden
7) Rain
8) Mother Is the Word of the God
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