W.A.S.P.

The Neon God: Part I, The Rise

2004 - 2004

A CURA DI
ANDREA CERASI
29/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dopo dodici anni gli W.A.S.P. tornano al concept-album dalla sceneggiatura amplia e complessa, frutto di lunghe riflessioni che hanno preso forma nell'arco di un decennio e scaturite in seguito al duro lavoro psicologico attuato da Blackie Lawless per la realizzazione di "The Crimson Idol". Proprio le tematiche espresse nel capolavoro del 1992 vengono riprese e rielaborarle in una storia affascinante e dalle dimensioni enormi, che sembra riportare in vita un personaggio-icona del combo californiano e alter ego del vocalist, Johnatan Aaron Steel, presente in quasi tutte le composizioni più "intimiste" targate W.A.S.P.. L'imponente opera rock si intitola "The Neon God" ed è suddivisa in due parti, "The Rise" e "The Demise" (uscite a pochi mesi di distanza l'una dall'altra) e per costruire tali album, Lawless si pone una serie di quesiti esistenziali che ruotano attorno alla nascita di un falso messia che guiderà le esistenze del genere umano. C'è un destino che lega le nostre vite? Siamo buoni o cattivi? Siamo pedine di un gioco senza significato? E soprattutto c'è una domanda che ritorna in tutto il concept: perché siamo qui? Se lo chiede il protagonista dell'intera vicenda, Jesse Slane, che rappresenta la voce interiore che alloggia dentro di noi, incarnazione di coscienza, forse di anima, che emerge nei momenti di solitudine, quelli più oscuri. La morale della storia è che bisogna credere in se stessi, perché tutti noi possiamo essere Dio, e scrivere il destino con le nostre mani. Jesse è un ragazzino figlio della desolazione e della depressione, cresciuto in un mondo fatto di sogni infranti e di misteri irrisolti. Suo padre Robert muore quando Jesse ha sei anni, perciò lui conserva soltanto un vago ricordo dell'uomo, ma lo ricorda con affetto, come un padre premuroso, anche se l'unica eredità lasciatagli consiste in una bibbia con dentro una dedica d'amore. Jesse, ogni tanto, si chiede se le cose avrebbero preso una piega diversa con la presenza del padre. Sua madre si chiama Mary, una donna volgare che è stata sempre distante dal figlio causa la sua dipendenza da droghe e alcool e la prostituzione che la fa giacere ogni notte con un uomo diverso. La frustrazione di crescere da sola un bimbo scatena in lei un'ira funesta che la forza a picchiare il piccolo Jesse e a insultarlo dicendogli che non vale niente. Addirittura comincia ad accusare il pargolo di essere figlio del demonio e lo abbandona in un orfanotrofio gestito da suore cattoliche, liberandosi così di lui all'età di otto anni e offrendolo in dono come una sorta di sacrificio pagano. Da questo momento Jesse non ha più sue notizie, ma ne è sollevato. L'orfanotrofio è visto dal giovane come un inferno, dove le suore sono fredde e molto rigide nei confronti dei ragazzi, inoltre l'altra metà della struttura è adibita a ospedale psichiatrico dal quale provengono strani rumori e grida che spaventano i bambini. L'orfanotrofio è un incubo nel quale Jesse viene scaraventato e le suore sono dei mostri cattivi comandati da Sorella Sadie, la Madre Superiore, dall'impeto irruento e animo crudele. Negli anni Jesse sviluppa un'immaginazione incredibile, pur di fuggire dalla realtà che lo circonda e, allo stesso tempo, comincia a ribellarsi a tutta quella disciplina scellerata alla quale è costretto, tanto da essere etichettato, a undici anni, come "soggetto insubordinato", e perciò punito per un anno intero. La punizione consiste nel marciare in cerchio ininterrottamente, con le braccia legate dietro la schiena e al collo, tre volte la settimana per tutta la notte, in un edificio separato dall'orfanotrofio, affinché i peccati e le colpe siano estinti. La stanza delle torture è cupa e odora di morte, ed è chiamata da tutti la stanza della "pulizia", perché in passato era usata per curare i pazienti con problemi mentali attraverso l'elettroshock o lobotomia. Quando il soggetto non collabora, come Jesse, la suora, aiutata da una guardia, appende l'indisciplinato a testa in giù con un gancio di acciaio e lo issa per quasi un'ora, durante la quale gli legge i passi della bibbia. A dodici anni, dopo aver subito molestie sessuali da parte di una suora, Jesse si reca da Sorella Ann Marie, insieme a Sorella Sadie la più importante, per rivelarle l'accaduto ma lei non gli crede e lo accusa di "falsa testimonianza" e di disturbi mentali che lo portano a inventare storie. A questo punto Jesse scoppia a piangere e decide di uscire in giardino per gettarsi nel pozzo d'acqua, che lui battezza "pozzo dei desideri", per mettere fine alla sua vita. Dopo tre giorni di coma si sveglia in infermeria ma nota subito che qualcosa dentro di sé è cambiato: adesso possiede il potere di leggere il futuro e le menti, e le visioni che vede gli appaiono come Rivelazioni. Per la sua pericolosità e per aver tentato il suicidio, Jesse è rinchiuso per due anni nel reparto "Asylum # 9", dove alloggiano gli adolescenti irrecuperabili. Lì conosce vari ragazzi, come Spazmo, di sedici anni, e ricoverato lì per aver strangolato, sotto effetto di droghe, la nonna, e William Samuel Sims, abbandonato dai genitori perché sorpreso a violentare la sua insegnante dopo averle bruciato l'auto nel cortile della scuola. E poi c'è Billy, un ragazzo ricco in grado di procurargli qualsiasi cosa e con il quale instaura un rapporto di fratellanza. Con loro Jesse ha un rapporto di amicizia sincera per più di due anni, poi giunto a quattordici anni viene rispedito nel vecchio reparto, in seguito alla morte di Sorella Sadie, per volere di Sorella Ann Marie che ha ormai preso il totale controllo dell'orfanotrofio. Ma Jesse continua a rivedere gli amici in un casotto in giardino, chiamato "La stanza rossa del sole nascente" e dipinta e arredata da loro in stile psichedelico e anni 60. Billy muore per overdose di farmaci e Jesse ha il cuore spezzato perché con lui aveva stretto un legame di sangue, lo considerava, infatti, come un fratello maggiore e un maestro di vita. A quindici anni Jesse riesce a scappare dalla struttura e per mesi vaga senza sosta e senza un tetto sulla testa, continuando a osservare il mondo e a sviluppare i suoi poteri paranormali. Un giorno incontra in strada Judah Magic, un barbone illusionista e mentalista, molto esperto, che lo affascina da subito. I due stringono una bella amicizia tanto che l'uomo diventa per il giovane un vero mentore, aiutandolo a potenziare ulteriormente le sue doti mentali ma non solo, gli spiega la differenza tra bene e male e tra inferno e paradiso. Insieme, grazie alle loro qualità, decidono di conquistare il mondo e di vendicarsi di tutte le persone che li hanno fatti soffrire. Reclutano vari personaggi sfortunati, barboni, ladri, infelici, perdenti, frustrati, formando così una gang e dando loro una ragione di vita. Jesse diventa una sorta di guru. Il Dio dei miserabili. Ogni sabato sera viene indetto un comizio, nel quale si parla delle nuove missioni, per poi terminare il tutto in orge di sesso e droghe. La comunità intanto si ingrandisce e si sposta di città in città come cavallette nei campi di grano, Jesse incarna il nuovo messia, facendo miracoli, guarendo i malati o predicendo loro il futuro, e Judah diventa il suo confessore e braccio destro. Adesso il mondo lo ama, Jesse è contento di avere finalmente uno scopo nella vita, ma contemporaneamente riflette sulla sua esistenza. Perché è al mondo? Si trova forse nel giardino dell'Eden? È lui il Dio della bibbia? O forse è solo un impostore? Termina qui la prima parte di questo concept-album dalla trama incredibile e dalle numerose vicende. I richiami a "The Crimson Idol" sono palesi, non solo nelle situazioni che si creano e nei sentimenti provati dal protagonista, ma anche da un punto di vista prettamente musicale, attraverso soluzioni già adottate in passato. Blackie Lawless perciò fa di tutto per riportare in vita Johnatan Aaron Steel e metterlo nei panni di Jesse Slane, cercando di riproporre determinate atmosfere per sfornare un altro capolavoro assoluto, e la domanda, a questo punto, sorge spontanea: gli W.A.S.P. sono riusciti a replicare un'opera mastodontica e geniale come quella del 92? Non rimane che procedere con ordine e analizzare il contenuto di questo "The Neon God: Part I - The Rise".

"Overture" (Apertura) è la strumentale che apre il lavoro, arpeggio delicato di chitarra acustica di Darrell Roberts e tastiere suonate da Lawless stesso, poi entrano all'unisono il basso di Mike Duda e le percussioni di Frank Banali per dare carica al pezzo. Il tutto si velocizza dopo appena un minuto e il brano prende energia, si giunge poi a metà dove si assiste a un netto cambio di rotta, il tempo cambia ed emergono in primo piano la chitarra elettrica e la batteria e improvvisamente, alle orecchie del pubblico, succede qualcosa, torna a galla un sapore già provato, già vissuto. L'ombra di "The Crimson Idol" infatti fa capolino nella melodia e nel retrogusto, ma è un sapore piacevole, come un qualcosa di abbandonato e poi ritrovato dopo tanti anni. 3 minuti e 33 secondi che hanno l'obiettivo di introdurre l'opera e di catapultare l'ascoltatore nella vicenda drammatica che prenderà forma negli istanti che seguono. Dopo il brano introduttivo ecco che spunta un'altra intro brevissima, "Why I Am Here?" (Perché Sono Qui?), appena 35 secondi di chitarra acustica in un giro semplice e lineare per esprimere il concetto dell'intero lavoro e la domanda esistenzialista più profonda in assoluto: "Perché sono qui? Siamo nati per provare paura e dolore?", se lo chiede il protagonista Jesse all'età di otto anni con lo sguardo in cielo e rivolgendosi a Dio, dopo essere stato scaricato dalla mamma all'orfanotrofio. Si passa a "Wishing Well" (Pozzo Dei Desideri), e il disco prende finalmente quota, essendo la prima vera e propria traccia. La batteria, in questo caso di Stet Howland (e unico brano suonato da lui come ospite) irrompe violenta ma la cosa che sorprende di più è il basso pompato a mille che trascina praticamente tutta la base strumentale, le chitarre invece, inspiegabilmente rimangono in secondo piano depotenziando un brano furioso e di classe. Ma ci pensa Blackie a mettere una pezza su tutti, attraverso una prestazione intensa e vissuta, con la sua solita voce sporca e altisonante, ma anche suonando le tastiere e riempiendo gli spazi sonori. Il ritornello è di sicuro impatto e la canzone ha un bel tiro, purtroppo ciò che emerge è una cattiva produzione che appiattisce i suoni e fa storcere il naso. Perché si è scelto di relegare le chitarre in secondo piano rimane un mistero, o forse è una cosa voluta, visto che la musica, in questo caso, deve rimanere al servizio della trama. Il testo ovviamente è fondamentale, Jesse parla a se stesso in una notte silenziosa, egli è affacciato alla finestra del dormitorio che condivide con altre persone, e osserva il grande giardino immerso nell'ombra perché poco illuminato dai lampioni. Al centro dello stesso vi è un pozzo dove le suore prendono l'acqua, che il ragazzo battezza "pozzo dei desideri", perché è affascinato dalla sua profondità e pensa che in fondo, nei sotterranei, sgorgano i desideri più reconditi delle persone. Jesse immagina che dentro quel pozzo si trovi un'altra dimensione, più armoniosa e pacifica di quella in cui vive. E' come se cercasse il suicidio, l'affogamento per redimersi, per lavarsi di dosso il peccato di esistere, pur di non sentire più quelle grida interiori che la notte lo tormentano. Jesse, allora, ripensa a sua madre, maledicendola per il male causato, scoppia in lacrime e si domanda perché lo abbia lasciato e per quale motivo lei non lo abbia mai considerato. Il ragazzo non è nessuno e vorrebbe morire. Se criticare la resa sonora di questi W.A.S.P. è lecito, non si può dire altrettanto di un testo profondo ed emozionale. "Sister Sadie (And The Black Habits)" (Sorella Sadie E I Costumi Neri) è il brano più lungo del disco, attraverso il quale viene introdotto il personaggio di Sorella Sadie (il nome è molto probabilmente un vezzeggiativo derivante dalla parola Sadic, ovvero "sadico", colui che come massima aspirazione nella vita ha quella di infliggere dolore nel prossimo, sia fisico sia psicologico), donna crudele che impartisce violenze psicologiche e fisiche ai bambini rinchiusi nell'orfanotrofio. E' lei a rivolgersi al povero ragazzo e a comandarlo a bacchetta. Gli dice di inginocchiarsi per purificare i peccati, mendicare e strisciare a terra, tanto nessuno può ascoltare i suoi lamenti, lui adesso appartiene a lei e a quelli vestiti di nero (Black Habits: i costumi neri usati da preti e suore, concepiti da Blackie Lawless come rappresentazione del Male, il nero infatti è il colore del maligno) e il suo unico peccato, ora, è quello di essere arrivato tra le braccia della Superiora Sadie. Jesse invoca il perdono, e dice alla suora che non crede in Dio, perché fino ad ora ha solo conosciuto sofferenza e dolore ma la donna controbatte adirata dicendo che il suo unico Dio, all'interno della struttura, è rappresentato da lei. Il ragazzino desidera morire, è sconfortato perché nessuno capisce il suo stato d'animo, il dolore che ha provato nell'essere stato considerato un figlio non voluto, ed è soltanto un bambino che ha avuto la colpa di essere nato. Jesse grida e insulta la suora, così Sadie lo prende con violenza e lo trascina nella stanza dell'espiazione, dove lo lega e lo appende a testa in giù per punizione. Mentre gli legge i passi della bibbia, il giovane pensa che sia finito all'inferno. Le tastiere fanno da ponte con l'irruenza delle chitarre, il déjà vu è palese, la melodia è similissima a "The Invisible Boy", seconda traccia contenuta in "The Crimson Idol", e gli echi del passato sono ben presenti, un autoplagio evidenziato dalla sezione ritmica, le strofe sono veloci e Lawless canta con tutta la voce in corpo fino ad arrivare al chorus melodico in perfetto stile W.A.S.P. che ne esalta la qualità e che si distacca dall'illustre predecessore del 92. L'assolo centrale è fulmineo e di grande impatto, l'irruenza ha un'impronta ben precisa nella visione della vicenda. Il pezzo è sofferto, le chitarre ripercorrono tale dramma, costruendo nella seconda fase, che va dal quarto al settimo minuto, un vortice di eleganza e drammaticità incredibili, in cui si assiste a incroci di assoli, riffs sofferti, cori da stadio e pause suggestive che alimentano questa atmosfera surreale. Infine il ritornello torna a galla ed esplode per chiudere un pezzo da brividi, anche se, ancora una volta, la produzione ne compromette l'efficacia. "The Rise" (L'Ascesa) riprende l'arpeggio acustico della "Overture" che viene sovrastato però dalle grida disperate di Lawless eseguite in modalità liturgica, la sezione ritmica si potenzia nella fase intermedia per poi sfumare nel silenzio. Soltanto 2 minuti e mezzo di oscurità e preghiera evidenziati da solidi rulli di batteria per un mid-tempo atmosferico nel quale il singer narra i pensieri di Jesse, confidati ai suoi amici immaginari, quelli che egli stesso definisce il suo "Circo invisibile", un mondo fatto di amici senza forma ma con i quali il giovane è solito sfogarsi. Il ragazzo si considera il Dio del suo mondo, il messia delle sue fantasie, e i personaggi più disparati si presentano innanzi ai suoi occhi chiusi, nei suoi sogni, e si piegano alla sua volontà dicendogli che morirebbero per lui. Jesse adesso è un umano divinizzato, desideroso di attenzione e amore. E soprattutto di salvezza. Il circo è la sua libertà interiore e metafora di armonia, e quando si ritira nel suo mondo invisibile egli raggiunge la pace dei sensi. Si riprende la struttura della prima fase, infatti "The Rise" altro non è che un'interludio che precede una seconda e brevissima intro dal titolo "Why Am I Nothing" (Perché Non Sono Nessuno), strutturata su un'unica strofa nella quale troviamo l'ennesima domanda esistenziale posta dal protagonista affacciato alla finestra mentre ripensa agli insulti subiti dalla madre anni addietro, e a quando lo additava come un buono a nulla e un essere inutile. La sua preghiera è rivolta a Dio, il ragazzo si interroga ma non conosce la risposta. Le tastiere da cerimonia accompagnano dei giri di chitarra, sognanti e tragici, e si protraggono per qualche secondo, riproducendo una sorta di organo da chiesa e dal suono religioso. Ma l'intento è profano, lo si percepisce nella voce grottesca di Blackie che vomita acidità e rabbia nei confronti di un'entità superiore che lo ignora. Non esiste il Dio della grazia e dell'amore, perciò è tutto un illusione, questo è il pensiero di Jesse. L'arpeggio della chitarra di Roberts continua sfociando nella seguente traccia, "Asylum # 9" (Reparto Numero 9), probabilmente il brano più amaro e struggente della track-list, l'heavy metal grintoso torna a spingere dopo pochi secondi di stasi, Lawless è violento e grave, alterna tonalità basse a grida lancinanti su una struttura di media velocità e basata su un basso pulsante e una batteria pesante ma controllata. Le chitarre purtroppo rimangono per l'ennesima volta in secondo piano e hanno la missione di decorare sullo sfondo assieme alle tastiere, dando la sensazione di una sacralità ordinata e non troppo graffiante. L'assolo finalmente esce fuori a metà brano, e la crudeltà della realtà è tutta nelle sei corde. Il doppio pedale di Banali si velocizza e il vocalist riprende a intonare un ritornello di magica essenza, frutto di ferite ancora aperte, per poi lasciare la parte del leone alla chitarra di Roberts, per tutto il finale, il quale si cimenta nel sesso sfrenato con lo strumento. Dopo essere stato punito, molestato e isolato da Sister Sadie, Jesse si sfoga con suor Ann Marie, ma viene preso per bugiardo, allora cerca il suicidio gettandosi nel "pozzo dei desideri". Viene recuperato in fin di vita e resta in coma tre giorni, al risveglio sente di essere cambiato e un potere oscuro è nato nella sua testa, adesso ha la capacità di leggere le menti e predire il futuro. Internato nel reparto numero 9, il dottore gli chiede se è pazzo e di descrivergli i demoni che popolano la sua mente, poi gli mostra l'intero reparto, luogo nel quale alloggiano i peggiori elementi, quelli più pericolosi, mentre le infermiere lo tranquillizzano dicendogli che è giunto lì per essere controllato meglio. Jesse ripensa a suo padre e lo invoca, invoca il suo amore, ma giura di scappare da quel posto maledetto, vivo o morto. Un riff mistico introduce la splendida "The Red Room Of The Rising Sun" (La Stanza Rossa Del Sole Nascente), omaggio al capannone dove Jesse era solito ritrovarsi con i compagni di reparto, situato in un angolo remoto del giardino dell'ospedale e arredato secondo i gusti del gruppo di ragazzi. Quel capannone rappresenta un luogo di pace, un piccolo spazio di libertà. Questo brano è davvero interessante, perché riprende le linee melodiche e strutturali di una canzone dei Beatles dal titolo "Tomorrow Never Knows" (traccia conclusiva dell'album "Revolver" del 1966), ma Blackie Lawless non ha mai nascosto il suo amore per John Lennon, tributato più volte nella discografia della band. Le chitarre mistiche infatti sono le stesse dell'originale, trasmettendo quel senso di armonia celeste, come se gli strumenti fluttuassero nell'aria in base agli accordi eseguiti. E' una stasi psicofisica che aleggia per quasi 5 minuti. Le chitarre sono le protagoniste di questo viaggio onirico, simbolo di libertà mentale, il ritornello è delicato e dalla melodia spensierata, e la batteria procede leggera verso lidi ignoti. La struttura del pezzo è identica alla versione dei Beatles, procede senza variazioni o cambi di tempo, quasi a rappresentare un momento preciso dell'intera vicenda, come fosse uno spazio di luce, irremovibile ed etereo, posto in mezzo a un mare di sentimenti tristi e oscuri. Nel testo Jesse dialoga con l'amico Billy, diventato negli anni come un fratello, quest'ultimo dice che ormai loro sono diventati ombre perdute nella foschia ma la "stanza rossa del sole nascente" è il paradiso in un mondo di dolore. Jesse è estasiato dalle parole dell'amico e sorride, vedendo i colori psichedelici e i vari simboli disegnati sulle pareti del capannone. È un viaggio di colori e di luci intermittenti che lo distraggono dal nero dell'istituto e dell'abito delle suore. Riprende parola Billy, affermando che questa è la porta della cecità e il sentiero che porta all'arcobaleno, e tutti i figli dimenticati rinasceranno per propria volontà e potere, così come il sole nasce ogni mattina a Oriente, affogando in una luce intensa e al neon. Jesse, per la prima volta, si sente amato e riconosce, in quei disegni, il tocco dell'amore. Ora può avere una ragione per sognare la bellezza e la libertà. "What I'll Never See" (Ciò Che Non Vedrò Mai) è una traccia amara, segno di sconforto e di addio. Billy infatti dice al compagno che deve andare via, partire per un viaggio senza ritorno, le sue parole sono criptiche ma Jesse capisce che è tutto finito. Billy consola Jesse e gli dice, con voce solenne, che è tempo di lasciare tutto quanto, ma loro saranno sempre amici, uniti dalla sofferenza e dai sogni, e ovunque egli andrà non lo dimenticherà mai. Le parole sono una vera profezia, infatti il ragazzo, la notte stessa, si suiciderà imbottendosi di farmaci e lasciando solo il povero Jesse. L'atmosfera è surreale, molto solenne, la sezione ritmica consiste in un costante giro di chitarra, amaro, lento, sofferto, costeggiato da un basso altisonante e una batteria cadenzata e leggera, come per non infrangere la catarsi. Il sogno musicale è portato avanti dalle tastiere, vera colonna portante di questo brano dalla sacralità imponente. Blackie Lawless incarna il dolore e la consapevolezza di una vita di miserie e solitudine e Roberts si lancia in continue evoluzioni trasmettendo tensione attraverso soli calibrati e malinconici. Il terzo blocco dell'album vede un'altra intro di pochi secondi, "Someone To Love Me" (Qualcuno Per Amamarmi), sorretta anch'essa da un giro di chitarra acustico e molto toccante, leitmotiv dell'intero concept, dove il protagonista ricorda l'amico defunto. Ora è completamente solo e in preda al panico, decide allora di fare qualcosa. E' giunto il momento di reagire e di riappropriarsi della propria vita. La fuga è l'unica soluzione e il giovane sperimenta i suoi poteri psichici anche se ancora non ne possiede il pieno controllo. La breve litania lascia il posto alla furia di "X.T.C. Riders" (Cavalieri Extra Mentali), cavalcata in perfetto stile W.A.S.P., dove le chitarre sono finalmente in primo piano e sorreggono l'intero pezzo, offuscando basso e batteria, anche se la voce di Lawless svetta sopra ogni altra cosa inerpicandosi in strofe violente, sinuose, fino ad arrivare a un chorus da brividi. Darrell Roberts dimostra la sua tecnica lanciandosi in continue evoluzione e trovando soluzioni fresche per il suono del combo californiano. Blackie lo accompagna con le sue tastiere, donando alla canzone un sapore suggestivo, rivelando un aspetto sinfonico inedito. La cosa che colpisce è che, nonostante la sfuriata metallica, rimane una patina elegante e morbida che è protratta lungo tutto il lavoro. Questi non sono gli W.A.S.P. degli esordi, tantomeno quelli degli ultimi album, e la fase intimista impone un suono più pacato al servizio della narrazione. Jesse è ormai fuggito dall'orfanotrofio ed ora è libero di fare esperienze, qui subentra la figura di Judah Magic, i due legano sin da subito e il ragazzo apprende molte cose dal barbone mentalista, prima su tutte, inizia a sviluppare i suoi poteri mentali e a usarli sulle persone. Judah diventa un mentore, esorta Jesse a utilizzare i poteri extrasensoriali per plagiare gli uomini, guarirli dal dolore e illuminare il loro cammino. Questa combinazione viene chiamata appunto X.T.C., dove la X è la regione più remota dell'inconscio umano, metafora di anima. Jesse, grazie a lui, acquisisce la facoltà di modificare la X che alberga in ognuno di noi e scopre di essere il Neon God, padrone non solo di sé ma anche del destino del mondo. L'uomo osserva compiaciuto l'adolescente e gli viene in mente di mettere su una gang al loro servizio. Jesse adesso non è più solo e il suo gruppo diventa presto una famiglia. "Me & The Devil" (Io E Il Diavolo) è l'ultima introduzione e si sviluppa in un giro acustico un po' tetro, nel quale Jesse ripete a se stesso, per 50 secondi, le parole del titolo, fino a sfumare con i synth che riproducono una specie di brezza. Quella brezza leggera è la coscienza del ragazzo, infatti egli, nel momento di maggiore potere, dove è osannato dai suoi fedeli, ricorda le parole di sua madre che lo considerava come figlio del diavolo. Egli comincia a mettere in dubbio la sua forza e il motivo per il quale è nato: Forse non è lui il nuovo Messia? Forse è solo l'antagonista? Incarna davvero il Male in terra? Il brano si trasforma, le chitarre si schiantano come fulmini e un tuono irrompe, è la volta di "The Running Man" (L'uomo In Fuga), siderurgica canzone dal piglio violento che ricorda gli W.A.S.P. vecchia scuola, dove la costruzione del pezzo è in perfetto classic heavy style, i versi sono veloci e granitici e il ritornello, basato su giochi corali, è gridato a squarciagola da un Lawless nei panni di un demonio. Banali si scatena dietro le pelli e Duda fa la sua migliore prestazione, mentre Roberts mantiene unito il tutto attraverso riffs taglienti, ponti e assoli al cardiopalma. Purtroppo ritorna ancora il fastidio di una produzione mediocre che appiattisce i suoni e innervosisce l'udito. In "The Runnung Man" ritroviamo il dialogo tra Judah e Jesse, dove quest'ultimo è in balia del dubbio e non sa più cosa rappresenta, mentre Judah lo esorta a continuare perché dice che il suo destino è quello di salvare i popoli. La gente crede in lui poiché è l'unico Dio che conosce, ma il giovane si sente in torto e in mente gli riaffiorano i momenti bui vissuti all'interno del reparto # 9. Il ragazzo è una divinità del paradiso oppure è un angelo venuto dall'inferno? Jesse non sa rispondere a tale quesito e Judah lo consola paragonandolo a colui che, in tempi remoti, fece miracoli e venne crocifisso. Ma Jesse ha un dono talmente potente da sottomettere chiunque e porsi come un pastore tra le pecore. Ritorna il motivo dell'interludio precedente, nel quale il ragazzino è conscio di rappresentare un essere superiore, ma forse quello che incarna è proprio il Diavolo. Invece tutto quello di cui ha bisogno è soltanto amore. "Raging Storm" (Tempesta Di Collera) è un'amara riflessione e prosegue questo conflitto interiore che sembra divorare il protagonista, e adesso le domande sono rivolte a Dio. Jesse rimane solo dopo aver discusso col compagno, alza gli occhi al cielo e si inginocchia, poi invoca il Signore. A voce alta dice che sta per scatenarsi una furiosa tempesta, una guerra di sole e pioggia, perché le tentazioni sono troppo per un bambino. Gli serve un aiuto concreto, una spalla su cui piangere, gli serve l'amore che lo salvi, così come Johnatan Aaron Steel invocava il perdono per il male causato e tutto ciò che desiderava era l'amore che lo avrebbe salvato, così Jesse piange per una vita vissuta in solitudine, quando in realtà tutto ciò che avrebbe voluto era l'amore incondizionato dei genitori. Il brano inizia come una litania, un rituale sacro e sofferto, Blackie intona alla perfezione tale sacrificio emotivo con una prestazione da togliere il fiato. Voce e tastiera per quasi un minuto, fino a quando la sezione ritmica si sveglia in trambusto e marcia cadenzata e solenne dietro le parole del reverendo Lawless/Jesse e giungere cautamente al ritornello più bello ed emozionante dell'intero album, dove emerge tutta la sofferenza del personaggio. Si assiste a una vera e propria cerimonia, le tastiere sono sempre presenti e fanno da contorno dando una sensazione di calore e le chitarre sono morbide ma pungenti. La traccia è suddivisa in tre blocchi, così come l'opera stessa, introdotti ognuno da un breve assolo passionale e da suoni che definirei quasi eterei. La catarsi è unica per un capolavoro di tale fattura. Una chiusura davvero incredibile per la prima parte di questo lungo concept.

"The Neon God: Part I - The Rise" è un album particolare, da una parte abbiamo un lavoro minuzioso, dalla trama complessa e da un Blackie Lawless davvero ispirato nei testi, e dall'altra troviamo invece un lavoro, parlando della struttura dei brani, non proprio eccellente. Infatti i pezzi seguono sempre la stessa struttura narrativa, con poche tracce dalla forma-canzone vera e propria. Eppure il problema principale di questo disco è una produzione deficitaria che non fa altro che appiattire i suoni e non riesce a reggere il tiro dei singoli pezzi. Ed è un vero peccato perché l'atmosfera generale è incredibile, lungo tutta la narrazione si respirano sofferenza e dolore e ci si appassiona facilmente alla storia di Jesse. Rimane un mistero la scelta di relegare le chitarre in secondo piano. A mio avviso tale opera, per essere davvero apprezzata, dovrebbe essere rimasterizzata con suoni più pompati e metallici, soltanto allora scopriremo il vero potere di questo prodotto. Tuttavia, dove non arriva la musica arrivano le parole e le atmosfere, per un concept-album potente e che mette molta carne sul fuoco. Certo "The Crimson Idol" aveva tutt'altro fascino, laddove i testi erano amalgamati perfettamente con le note, in un turbine struggente di riflessioni interiori che affliggevano Johnatan, ma i capolavori assoluti capitano una volta nella vita e gli W.A.S.P. nel 2004 suonano così, concentrati più che altro sulla trama. Si tratta comunque del solito ottimo lavoro della band, destinato magari ai fans più fedeli ma anche ai più curiosi ed esigenti, peccato solo per la brutta produzione che ne affossa le grandissime potenzialità. Non rimane che attendere la seconda parte per confermare tali impressioni.

1) Overture (instrumental)
2) Why Am i Here
3) Wishing Well
4) Sister Sadie
(And the Black Habits)
5) The Rise
6) Why I Am Nothing
7) Asylum #9
8) The Red Room of the Rising Sun
9) What I'll Never Find
10) Some one To Love Me
11) X.T.C Riders
12) Me & The Devil
13) The Running Man
14) Raging Storm

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