W.A.S.P.

The Neon God: Part II

2004 - Sanctuary

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dopo appena quattro mesi dall'uscita del primo capitolo, la Sanctuary Records dà alle stampe la seconda parte del complesso concept architettato dagli W.A.S.P. e rilasciato sotto il nome di "The Neon God: Part 2 - The Demise", e che vede la conclusione della vicenda che ha per protagonista Jesse Slane, un ragazzo dall'infanzia difficile dotato di particolari poteri psichici, in grado di sottomettere e plagiare chiunque. Nel disco precedente, "The Rise", Jesse, dopo aver formato un gruppo di fedeli al fine di conquistare il mondo, ha una crisi esistenziale nella quale mette in dubbio il suo scopo sulla terra. E' davvero un Dio o è soltanto un uomo? La prima parte si chiude con tale importante domanda. Il nuovo lavoro non si discosta, ovviamente, dallo stile liturgico emerso dal capitolo precedente, ma assistiamo a testi più intimisti e a una struttura diversa delle tracce che compongono questo "The Demise", dove la trama è più scarna e concentrata più su sensazioni interiori che divorano il protagonista. C'è meno azione ma non meno sacralità. Troviamo Jesse oramai divenuto adulto, sono trascorsi, infatti, venti anni ed egli è diventato un punto di riferimento per tutti i reietti ma è ancora una vittima del sistema, di un mondo crudele che lo ha abbandonato a se stesso. Egli è anche il simbolo sacro del genere umano, che prova a dare un senso alla vita e in continua ricerca di redenzione. Il ragazzo afferma che è pericoloso ritrarre il suo volto sui muri delle città, tanto che la sua effige e i suoi slogan campeggiano in ogni dove come un marchio, simbolo di speranza in un nuovo futuro e in un nuovo ordine mondiale. Ma nessun uomo può porsi sopra a Dio, Jesse sente il peso di tutte queste responsabilità, perciò, proprio nel momento del suo massimo potere (ha ormai circa 35 anni), vive un dubbio amletico, e pensa che, in fondo, è solo un ragazzo desideroso di essere amato e di poter vivere un'esistenza spensierata e felice. L'album si apre con la folla che lo acclama a gran voce prima di un comizio e tutti sanno già che le parole che usciranno dalla sua bocca avranno, come per magia, il potere di cambiarli. A Time Square, nel centro di New York City, è tutto pronto, Jesse Slane sale sul palco e si ritrova immerso da applausi e da grida, volta lo sguardo e si vede inquadrato sui maxischermi posti agli angoli della piazza, il suo messaggio sta per essere trasmetto in tv in tutto il mondo e le menti degli uomini saranno offuscate dal suo potere psichico. Diventerà una vera e propria divinità e si ergerà sopra la folla, grazie a parole quali amore e immortalità, e tutti lo seguiranno e gli saranno devoti. L'idea dell'immortalità è come una potentissima droga che doma le masse, le quali, una volta conquistate, saranno plagiate per sempre. Jesse, adesso, è il re della corruzione, perché sottomette persone grazie alle sue doti paranormali, lui è truffatore, un falso messia. L'amore riservato dalla gente nei suoi confronti è equivalente al dono di falsa speranza che egli promette loro, perché egli spaccia le sue idee come fossero droghe. Il giovane ha ormai acquisito talmente tanto potere che ha dato addirittura ai seguaci nuovi nomi e l'idea di questi, di essere risorti a nuova vita tramite un nuovo Padre e Signore, li consola non poco. Durante tali parole il suo sguardo è catturato da una figura situata tra la folla, ma i fari delle luci sono tanto forti che non gli permettono di distinguere bene chi sia. La sagoma avanza sotto al palco, emergendo dalle tenebre fino a farsi illuminare dai riflettori. Jesse smette di parlare e pone attenzione alla figura davanti ai suoi occhi, nuda giunge lentamente la madre, dopo quasi venti anni di oblio ma, nonostante il tanto tempo trascorso, Jesse ne ricorda perfettamente i tratti. Ha un sussulto al cuore e improvvisamente risalgono a galla vecchi rancori e tristi ricordi. Dopo lo shock iniziale, Jesse vede la madre per quello che è realmente: un rifiuto senza speranza di redenzione. Lei è la causa di ogni male, lei ha distrutto il suo mondo, il mondo innocente di un bambino, costringendolo all'inferno. Nessun perdono, soltanto odio. Dopo l'incontro (che può anche essere stata una visione), il ragazzo abbandona il palco e si ritira lasciando i presenti nello sconcerto. Dopo qualche settimana di profonde riflessioni, Jesse chiama attorno a sé l'amico Judah e i suoi discepoli più vicini, dicendo loro che ora è pronto ad abbandonare la sua carica perché giunge alla conclusione che lui non è il messia che tutti attendevano. E' solo un bugiardo ma Judah capisce la crisi esistenziale che lo divora dall'interno, mentre gli altri, delusi, cominciano dopo poco a soprannominarlo "The Neon Dion", una sorta di storpiatura sarcastica di "The Neon God". Jesse, a questo punto, si isola sempre di più fino a sparire dalla circolazione, diventando un'eremita in cerca di sapienza e di risposte. Nel silenzio non riesce a sentire nessuna voce ma nella mente ancora gli rimbombano le stesse questioni vitali: Esiste davvero un Dio? Che scopo ha il genere umano? Egli è divorato da questi quesiti ma, allo stesso tempo, è conscio che non saprà mai la verità.

"Never Say Die" (Mai Dire Muori) apre il disco, mettendo immediatamente in evidenza una struttura differente rispetto a "The Rise", album costruito su continui prologhi e interludi che spezzano il ritmo, donando sacralità all'insieme. In "The Demise" invece troviamo meno brani e nessuna intro a spezzare la trama sonora, perciò la canzone posta in apertura irrompe con la violenza tipica degli esordi della band. Lawless introduce, a cappella, il pezzo, con la sua voce sofferta e annunciando il titolo, per poi essere sommerso da una scarica di chitarra elettrica che irrompe potente frantumando i timpani degli ascoltatori. Gli W.A.S.P. suonano heavy metal classico, questo è chiaro, e "The Demise" è un disco veloce e violento come era in uso nei mitici anni 80. Purtroppo salta subito all'orecchio una cattiva produzione, le chitarre di Darrell Roberts grattano e hanno un suono zanzaroso, facendo ritornare a galla i fantasmi di una pessima produzione già presenti nella prima parte del concept. Frank Banali (anche se nel booklet è accreditato Stet Howland), alla batteria, pesta come un dannato anche se, pure qui, si sente poco l'impatto tra bacchette e piatti, mentre Mike Duda fa un lavoro egregio col suo basso, dando almeno quel poco in più di potenza per rendere la traccia un bolide sparato a cento km orari. Il brano, nonostante i difetti e il richiamo a "My Wicked Heart" (contenuta sull'album "Dying For The World"), funziona, il ritornello è trascinante, basato più sull'impatto che sulla melodia, e i continui assoli di Roberts rifiniscono il tutto con grinta ed energia. Questa "Never Say Die", nella sua struttura semplice e di breve durata, scivola via che è una bellezza, aiutata da un testo ipnotico e ripetitivo incentrato sulla preparazione prima del comizio a Time Square. I discepoli incitano Jesse a non mollare mai, lo caricano osannando il suo ego, mentre l'amico e spalla destra Judah gli dice che di strada ne hanno fatta per arrivare lì dove sono, ma ora è tempo di partire per la terra promessa, un paradiso creato dallo stesso Neon God, dove il sole ha il colore rosso dell'alba e l'amore aleggerà nell'aria. Dove ci stiamo dirigendo? Gli domanda l'uomo col sorriso stampato in volto. Jesse Slane resta in silenzio e riflette sulle sue parole. "Resurrector" (Riesumatore) riprende il discorso intrapreso dalla traccia d'apertura, la batteria e i riffs di chitarra scalciano come cavalli da corsa e si rincorrono per più di quattro minuti in un mid-tempo che accelera tra una strofa e l'altra, ottima la prova di Blackie dietro al microfono, che incastona un chorus essenziale nella sua semplicità emotiva, mentre Roberts si lancia in un solo appassionato a metà pezzo. Il bridge che ne segue è solenne e da brividi e dona slancio a un ritornello fresco e delicato che entra subito in testa. La sensazione è che l'intero album sia la prosecuzione del precedente capitolo in ogni singola parte, ovviamente non solo a livello concettuale ma anche a livello di produzione. Rimane il rammarico per i suoni piatti che depotenziano canzoni altrimenti superbe. Fortuna che a sostenere il tutto ci pensano le liriche profonde e ben amalgamate con la musica e questa "Resurrector" ne è la conferma. Jesse sale sul palco, in diretta tv mondiale e nota il suo viso, ingrandito di cento volte, sui maxischermi. E' soddisfatto del proprio operato e, nel giro di venti anni, è riuscito a diventare l'uomo più potente del pianeta, grazie alle doti paranormali con le quali è nato. Adesso è davanti al microfono ed è pronto a parlare alla folla. Esordisce parlando di amore, dice al pubblico di andare per il mondo e portare amore nel più puro stile pagano. Afferma di aver creato gli oscuri discendenti degli antichi pagani, i quali si abbandonavano, nei tempi remoti, a feste pagane, regalando amore e armonia ai popoli. La magia è nell'aria, li condurrà fino alle porte dell'Eden, basta solo invocare il suo nome, il nome del Neon God, salvatore e portatore di pace e amore. La folla lo applaude, grida il suo nome e piange di gioia, è pienamente consapevole del suo potere, in grado di sottometterli tramite la telepatia. I discepoli presenti invocano il perdono e vogliono essere cambiati per sempre. "The Demise" (Il Decesso) è la title-track, perciò da essa si hanno grandi aspettative, gli W.A.S.P. continuano a macinare eseguendo riffs spaccaossa, dopo che le tastiere suonate dallo stesso Lawless introducono una melodia nostalgica e sacra, da cerimonia pagana. Finalmente Banali, dietro le pelli, fa il suo dovere, scuotendo gli animi e il basso di Duda pompa che è una bellezza, sempre accompagnati dalle tastiere struggenti che fanno entrare l'ascoltatore in un'atmosfera mistica, quasi da orgia pagana. La traccia fa il suo dovere, rispettando le attese e risultando una delle migliori del lotto, col suo andamento sinuoso conquista, attirando l'attenzione e rapendo l'ascoltatore. Sembra un po' di far parte di quella platea stipata sotto al palco, dove Jesse sta tenendo il comizio, plagiando le menti. Quando la musica diventa reale. Jesse guarda ancora i maxischermi, sa che tutto il mondo è in ascolto e ai suoi piedi, ribadisce il fatto di essere l'incarnazione del nuovo messia, il "risorto", e subito la congregazione urla che è disposta a morire per lui. L'uomo, a questo punto, sa di averli conquistati, sono tutti ai suoi piedi, ora è davvero un Dio pronto a comandare, sapendo il popolo sarà pronto a soddisfare ogni suo desiderio. "Clockwork Mary" (La Meccanica Di Mary) è il brano della svolta concettuale, infatti il cambio stilistico è netto. L'irruenza lascia il posto alla nostalgica melodia, dove un arpeggio dà inizio alla parte più sofferta. Blackie recita una sorta di preghiera, in una ballata che tocca il cuore. Voce e chitarra acustica per tutta la durata, dove ogni tanto, fanno capolino le tastiere per donare al pezzo un retrogusto ancor più liturgico. Metà canzone si trascina così, poi esplode all'improvviso, in un turbine di assoli velocissimi ed entra in scena della batteria, ma è una falsa partenza perché, dopo appena un minuto, i toni si placano di nuovo. Semi-ballad davvero preziosa che rivela un momento importantissimo all'interno della vicenda: l'arrivo della made di Jesse. L'uomo, infatti, è alle prese col suo lungo discorso, quando è colpito da un fascio di luce proveniente da un riflettore posto al centro della piazza e che egli fa chiudere gli occhi per qualche istante. Riaperte le palpebre nota una sagoma farsi strada tra la calca, è una donna ed è nuda. Il momento è catartico, Jesse rabbrividisce perché riconosce il volto della donna che lo ha messo al mondo. Sua madre Mary si avvicina fin sotto al palco, il ragazzo la indica e comincia a inveirle contro, dicendo che lui non è altro che un piccolo pezzo della sua esistenza, il figlio maledetto al quale è stata strappata la vita e la felicità. La donna annuisce e piange, tenta di reagire e di dire qualcosa ma viene bruscamente interrotta, Jesse afferma di essere nato dal peccato di lei, dalle sue bugie, dal suo odio, e adesso ha il coraggio di presentarsi davanti ai suoi occhi e acclamarlo? Jesse è incredulo e continua a parlare perché non libererà la propria anima dal dolore e dall'odio nei confronti della donna anzi, la maledice seduta stante e la condanna alle tenebre, vedendo in lei, nessun segno di redenzione. Egli voleva solo essere amato, e invece è stato condannato all'inferno dalla stessa persona che gli avrebbe dovuto donare il bene più grande al mondo. Quello che si può notare, in una lirica del genere, è la sofferenza di Lawless nei confronti dell'amore negato da parte di una madre, considerato dal singer, l'amore più grande e immortale che una persona possa provare in vita. Jesse Slane, qundi, non è altro che l'incarnazione delle sue sofferenze interiori, così come lo era Jonhatan Aaron Steel in "The Crimson Idol""Tear Down The Wall" (Butta Giù Il Muro) si apre con una schitarra rock 'n' roll che sembra riprendere un discorso interrotto da qualche anno, infatti è il brano più classico dell'album, hard 'n' heavy vecchia maniera e bastato su una sezione ritmica decisa e incisiva, ritmi semplici e un ritornello orecchiabile. In realtà non si tratta di un grande pezzo, al di là della banalità strutturale, è proprio la melodia che funziona poco, anche se l'assolo centrale è ottimo e la parte finale, che vede un dialogo intenso tra batteria e tastiere, è trascinante. Ma è poco e, a mio avviso, questa "Tear Down The Wall" passa via inosservata. Jesse, dopo lo shock dovuto alla comparsa della madre, si rivolge nuovamente alla congregazione a testa alta, dicendo a tutti di non far caso agli insegnamenti dei finti maestri, perché nessuno, tranne lui, conosce la verità. Il popolo è cieco e si aggira in un mondo di cecità, solo un salvatore donerà a loro la vista. Ora gli insegnanti, inclusi i potenti della terra, i politici, i truffatori, i meschini, si nascondono per la figuraccia fatta, con i volti bagnati dalle lacrime, perché hanno sempre negato la verità all'umanità, ma è giunto il tempo di cambiare. Jesse rivolge parole di collera, vuole le loro teste, li vuole impiccati per i loro errori, per tutte le menzogne che hanno raccontato, per tutti i dolori causati ai poveri. Mima, con le dita, il grilletto di una pistola perché è tempo di vendetta. L'unico modo per sbarazzarsi di loro e tornare a vivere davvero, in pace e in armonia, è quello di ucciderli. Abbattendo il muro si scoprirà la realtà e l'uomo tornerà finalmente libero. "Come Back To Black" (Ritorno Al Nero) è la traccia gemella di "Tear Down The Wall", ossia si presenta con la forma di una cavalcata hard rock, soltanto che il tutto è migliorato. Le chitarre ruggiscono al punto giunto, le strofe sono graffianti e intonate da un Blackie Lawless deciso e violento, inoltre i ponti che precedono i bellissimi ritornelli sono tirati e fanno rabbrividire, rafforzati, tra l'altro, dall'uso sapiente dei cori. La sezione ritmica lavora a dovere e macina sassi, soprattutto quando si tratta di spingere sull'acceleratore e alzare il tiro. Roberts crea un solo incredibilmente riuscito, ma è l'atmosfera generale a entusiasmare. Peccato solo per una produzione non ottimale che fa storcere il naso. Judah interviene rivolgendosi all'amico, attraverso parole di fiducia e consolazione. L'uomo sa che bene il suo lavoro non è facile, perché non è facile essere un Dio, ma un giorno Jesse sarà ricordato come il martire che ha salvato il mondo dalla distruzione. Il destino è ormai scritto, eppure Judah nota, negli occhi del ragazzo, una particolare luce. Capisce allora che Jesse sta dubitando del suo scopo e dei suoi poteri, gli dice che se vuole può lasciare tutto e isolarsi, dipende solo da lui, così va via lasciandolo a riflettere, mentre la folla fuori lo incita con cori da stadio. "All My Life" (Tutta La Mia Vita) è una breve ballata davvero toccante, nella quale Blackie è solo con se stesso e prega per la sua anima, la sua voce disperata è accompagnata dalla chitarra acustica, le strofe lentissime e regali e un ritornello da togliere il fiato impreziosiscono il tutto. Il dolore scaturito dal pezzo annebbia la mente, nonostante una struttura lineare fatta di quattro strofe che racchiudono una musica semplice e riflessiva, ma il testo di tale ballad è intriso di tristezza fino all'osso e racchiude in sé tutta la filosofia della narrazione, perciò, nonostante sia di breve durata e concepita come una sorta di intro per la parte finale, "All My Life" rappresenta il vero snodo narrativo dell'album, nel quale Jesse analizza se stesso attraverso un profondo esame di coscienza e capisce che ormai è solo. Le sue illusioni si infrangono all'improvviso dal momento in cui decide di abbandonare la sua carica. Adesso non è più il Neon God, è un semplice uomo dai sogni infranti, come quando era bambino e innocente. Il protagonista piange perché la sua vita è si è persa in un sogno, attraverso gli occhi di un mondo che nessuno, tranne lui, vede. Ritorna bambino e vede un pianeta che non gli appartiene, che l lo fa a pezzi e poi lo divora. Ricorda che all'orfanotrofio dove è cresciuto c'era il pozzo per l'acqua, lui lo chiamava "pozzo dei desideri" perché pensava spesso di trovare la fine buttandosi giù, finendo dritto in un'altra dimensione. Sicuramente migliore di quella reale. Dopo venti anni Jesse ricorda quel pozzo e quei determinati pensieri, è ipnotizzato e davanti a sé ci sono Suor Sadie (presente nel primo capitolo), sua madre e Judah, e contro di loro si scaglia il suo odio, intimandogli di non toccarlo, di riportarlo a casa, giù nel pozzo dei desideri. "Destinies To Come (Nion Dion)" (Destini Prossimi) riporta energia alla narrazione, le chitarre si scatenano come tornado in giri rocciosi, il basso è un monolite che si abbatte sui timpani e la batteria è quadrata nell'impostazione. Lawless fa un prestazioni da applausi, cantando per tutto il tempo in tonalità alte, decretando che è giunto il momento di sfogarsi. Gli W.A.S.P. degli esordi emergono dalle nebbie in un brano eccellente, cattivo al punto giusto, senza però dimenticare la melodia. Quest'ultima prende il sopravvento in ritornello riuscito, che spezza un po' la violenza delle strofe. heavy metal dal piglio classico e si torna a respirare. Judah va a trovare Jesse dopo qualche settimana dal suo isolamento, dicendo che ha visto un nuovo mondo, un mondo nel quale il ragazzo non compare, perché ormai si è ritirato. In tv tutti i popoli hanno visto la sua esitazione, la sua disfatta e la sua ritirata, adesso egli è un uomo distrutto. I discepoli vogliono la sua morte per tradimento e hanno cominciato a soprannominarlo "The Neon Dion" in senso spregiativo. Un nuovo mondo è iniziato e Jesse non può farne parte, il capo è diventato Judah e i loro destini sono già scritti. Judah saluta l'amico con freddezza, affermando che niente cambierà la situazione che si è creata, la delusione è tanta, perciò il suo è un addio, anche se, in fondo, capisce le imponenti responsabilità e lo stress psicologico che hanno costretto il ragazzo ad abdicare e a fare marcia indietro. Giunge così il finale di questo concept e lo fa nel migliore dei modi, con una suite di quattordici minuti e suddivisa in grandi blocchi. Mai prima d'ora la band aveva osato tanto, esprimendo in "The Last Redemption" (L'Ultima Redenzione) tutta l'esperienza acquisita in venti anni di carriera e concentrando nel brano ogni sfumatura del loro credo artistico. Un giro di chitarra introduce l'opera, l'atmosfera è nostalgica, struggente, le tastiere esaltano tale sentimento, Lawless invoca il perdono per una vita d'inferno, la voce è calda e accompagnata da cori. Dopo due minuti emergono le chitarre elettriche e la batteria. La sezione ritmica marcia trionfale in un mid-tempo favoloso. Il ritornello giunge dopo poco, ed è di una bellezza disarmante. Cambio di tempo dopo tre minuti e inizio del secondo blocco, le chitarre si velocizzano, il pezzo diventa un up-tempo, Blackie canta con voce più sussurrata ma più dinamica, il basso è protagonista in questa fase, poi un secondo ritornello incanta la mente tanto è melodico e azzeccato, mentre i versi sono dinamite pura e pronta ad esplodere. La batteria di Banali infatti sembra un carica innestata e imminente al fuoco. Il primo assolo di chitarra di Roberts giunge dopo sei minuti, ma è un solo brevissimo e pungente perché subito si riprende il ritmo generale. Subentrano le tastiere ed è nuovamente atmosfera malinconica, Blackie ritorna solenne e il ritmo si spezza, introducendo il terzo blocco. E' un breve interludio dove la sacralità raggiunge l'apice, dopo poco si scatena l'inferno con le chitarre in prima linea che riproducono riffs pesantissimi sovrastati da coro e controcoro che ha lo scopo di lanciare il ritornello. Roberts si scatena in un solo sentito, veloce, grintoso, pura alchimia con lo strumento per porre la parola fine a questa lunga canzone che va a sfumare sui colpi di batteria e tastiere esoteriche. Jesse riflette sulla vita e parla tra sé e sé, si odia per ciò che ha fatto, per come si è comportato negli anni. Si paragona a una croce di spine che preme sul cuore del mondo, inchiodato a una croce, una croce illuminata al neon per spettacolizzare il dolore. Jesse si rivolge a qualcuno nell'alto dei cieli, vuole conoscere la verità ma l'unico modo per farlo è morire e vedere cosa c'è dall'altra parte. In testa sente ancora le voci dei milioni di discepoli che lo seguono e gli chiedono di indicargli la via, la via della sapienza, dell'amore e della libertà. Sono tutti in ginocchio davanti a lui ma è solo un'illusione. Ormai lui non conta più nulla. Non è nessun Dio, nessun profeta, nessun messia. Jesse si convince di essere solo un uomo ma continua a dubitare dell'esistenza di un Dio. Se esiste un Dio allora non è il Dio dell'amore ma della sofferenza, p un sadico che gode nell'infliggere punizioni. La sua vita è stata una dura punizione, troppo grande per un bimbo innocente. Adesso i discepoli invocano la sua morte e lui reagisce dicendo loro che voleva solo essere amato, avere una famiglia amorevole e degli amici fedeli. Perché è qui e quale è il suo scopo si chiede piangendo sconsolato, Judah invece dice che è ancora il Neon God, ma deve dimostrarlo morendo per il mondo e per tutto ciò che ha costruito. Deve immolarsi per la causa e diventare un martire, Jesse, a questo punto, esige risposte da Dio o da chi per lui ma, in mente, gli restano solo dubbi. Si isola allontanando tutto e tutti, pensando costantemente alla vita e alla morte.

"The Demise" è un disco difficile da definire, i testi sono, come al solito, fondamentali per capire e giudicare un'opera di tale caratura, i brani che la compongono invece sono ottimi dal punto di vista melodico, anche se spesso si ha la sensazione che tutto sia un'appendice del primo capitolo "The Rise", eppure questa seconda parte raggiunge lo stesso livello della prima e forse lo supera di poco. Le canzoni riprendono una forma classica e non si disperdono in mille interludi o introduzioni che spezzano il ritmo generale ma, allo stesso tempo, rimane il rammarico per un prodotto troppo poco articolato. "The Demise" soffre dello stesso difetto dell'album uscito qualche mese prima (e non poteva essere altrimenti, visto che sono stati concepiti insieme), sto parlando di una pessima produzione che appiattisce i suoni e depotenzia gli strumenti. Ciò è un difetto quasi imperdonabile per una band di tale livello e per l'anno di uscita di tale lavoro. Nel 2004 è inaccettabile produrre dischi con questi suoni, se sia una scelta stilistica o una disattenzione poco importa, quel che è certo è che un concept simile, con una produzione adeguata, suoni puliti, chiari, e una sezione ritmica potente, avrebbe acquisito indubbiamente maggior spessore. Un vero peccato perché l'intero "The Neon God", in quel modo, avrebbe sfiorato il capolavoro, sconvolgendo milioni di fans come ai tempi di "The Crimson Idol". Ovviamente stiamo parlando di un buonissimo disco, che mette in mostra, nonostante le critiche, l'infinito talento della band e di un'artista vero come Blackie Lawless, resta solo, dopo l'ascolto del doppio lavoro, un piccolo rammarico e un leggero fastidio.

1) Never Say Die
2) Resurrector
3) The Demise
4) Clockwork Mary
5) Tear Down the Walls
6) Come Back to Black
7) All My Life
8) Destinies
9) The Last Redemption

correlati