W.A.S.P.

The Last Command

1985 - Capitol Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
19/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Dopo un esordio a dir poco sconvolgente, quella cannonata di "W.A.S.P." che ha proiettato l'omonimo gruppo in cima alle classifiche e nel cuore di milioni di metallari, torna la band capitanata dal folle Blackie Lawless, gli W.A.S.P., con il secondo lavoro dal minaccioso titolo "The Last Command", pubblicato dalla Capitol Records nel 1985 e prodotto da Spencer Proffer, già produttore del megasuccesso "Metal Health" dei Quiet Riot e, in seguito, collaboratore di tanti artisti come Heart, Cheap Trick, Beach Boys, Vanilla Fudge, Motley Crue. Trascorso meno di un anno dal debut, "The Last Command" prende forma proprio durante il tour del primo lavoro, un tour mondiale costellato da scabrose, colorate e violente performances, che influenzano la stesura delle tracce contenute tra i solchi di questo disco, che vede una produzione migliore e un songwriting più vario, anche se il concetto di "musica estrema" rimane lo stesso. Dopotutto sono ancora loro: gli sgraziati, maledetti, pazzoidi, eccessivi W.A.S.P., perciò anche questo secondo parto punta sulla potenza sonora e su testi grotteschi, a cominciare da una copertina minimalista che ritrae il leader Blackie Lawless (sempre più protagonista) su uno sfondo rosso tramonto e in posa guerresca, con una tutina strappata ricoperta da piume e con un ghigno irrequieto e di sfida, mentre sorregge una bandiera poggiata su un cumulo di ossa. Tanto per rendere l'idea, e a questo punto il pubblico ha già capito che il gruppo fa ciò che vuole, disinteressandosi delle mode e conquistando successi incredibili senza schemi prestabiliti, tantomeno imposti dall'etichetta discografica, scontrandosi più volte contro la censura operata dalla P.M.R.C. (Parents Music Resource Center), associazione nata in quegli anni con lo scopo di tutelare i minori dalla musica basata su tematiche immorali e con testi espliciti (Oggetto di feroci critiche da parte della P..M.R.C. furono molti artisti, tra i quali ricordiamo: Judas Priest, Quiet Riot, Prince, Twisted Sister, AC/DC, Def Leppard, Black Sabbath, Venom), già incontrata l'anno precedente per le accuse nei confronti del primo singolo "Animal (Fuck Like A Beast)". Per incidere il gioiello in questione, Lawless ingaggia un suo conoscente, Steve Riley, il quale sostituisce Richards dietro le pelli, per il resto la formazione rimane la stessa del primo album, con Chris Holmes e Randy Piper alle chitarre e, ovviamente, il già citato Lawless alle prese con basso e microfono.

Un arpeggio riecheggia nell'aria per poi essere accompagnato da una batteria cauta e da un basso preciso, provenienti direttamente dalle dune impolverate del deserto dove è stato girato il videoclip della canzone, poi la voce suadente di Lawless entra recitando in maniera delicata e sognatrice i versi di "Wild Child" (Ragazzo Selvaggio), probabilmente la migliore traccia del platter, dal fascino incredibilmente evocativo e dal sapore selvaggio, come il titolo stesso dà ad intendere. Il brano è un mid-tempo che trova il suo apice nel meraviglioso ritornello dal sapore pop e nell'assolo poroso di Holmes, accompagnato da giochi sonori che sembrano riprodurre gli spazi vuoti e la libertà di luoghi deserti. Sensualità, deserto, rocce, Harley Davidson parcheggiate su dune, chitarre elettriche, fuoco, uccelli che osservano la situazione dall'alto, "Wild Child" è tutto ciò ed altro ancora, una vero capolavoro messo in apertura a testimoniare il talento di questa band. Le liriche descrivono un personaggio, una specie di sciamano, selvaggio e primitivo, capace di evocare lo spirito del vero amore, quello passionale e ardente, e di sottomettere la donna che si vuole, di ipnotizzarla, di sedurla, di farla fuggire lontano dalla quotidianità. È l'esaltazione dell'amore puro, libero da ogni vincolo, che cavalca il vento, che brucia e risveglia sentimenti ancestrali ed emozioni di libertà, in grado di divorare cuori in cerca di smarrimento. Egli è un bambino selvaggio che si diverte a rapire mente e corpo delle sventurate vittime per poi divenire pura astrazione, come il vento che sibila tra i rami secchi o i granelli di sabbia che si insinuano tra i solchi delle rocce. "Ballcrusher" (Rompipalle) ha un testo simpaticamente irruento così come impetuoso è il suo incedere, costruito su strofe lineari e un ritornello-monito ("Bye Bye Ballcrasher?") ripetitivo ma non troppo melodico, gridato a squarciagola. Lawless affila gli artigli e sfodera una voce al vetriolo mentre manda a quel paese tutte le rompicoglioni del mondo, mentre Riley, il nuovo innesto alla batteria, fa una buona prestazione grazie a un'esecuzione calibrata e decisa. Il brano è un proiettile lanciato a 200 km/h, perfettamente in linea con le migliori produzioni U.S. Power dell'epoca e, lungo tutta la canzone, non si ha il tempo di respirare tanto la sezione ritmica macina e trita note a volontà, senza aver bisogno di un break centrale, e fila via liscia e irrefrenabile come un auto da corsa. Non a caso il testo maschilista che vi si nasconde parla di un'auto che sfreccia per le strade americane con a bordo il rude Blackie e la sua donna, quest'ultima insultata con ogni dispregiativo possibile e immaginabile. Il vocalist la descrive come una puttana bugiarda o come una regina della magia nera dedita al voo-doo, oppure come una donna malvagia, e ancora come una lesbica ninfomane e ubriacona, un essere dagli occhi di fuoco che trasforma l'amore in dolore. L'epiteto di "figlia del marchese De Sade" (libertino, filosofo e autore erotico del XVIII secolo) alla fine calza a pennello. Finita la romanzina e tolti i famosi (e fastidiosi) sassolini nelle scarpe, l'uomo la scarica in pieno deserto abbandonandola nella polvere. Un vero esempio di galanteria moderna. Si prosegue senza sosta con un annuncio alla radio che introduce la bellissima "Fistful Of Diamonds" (Manciata Di Diamanti), crogiolo di irruenza metallica dove le chitarre elettriche la fanno da padrone in un calderone di sentimenti ambiziosi e follie di possessione fantasmagoriche. La sezione ritmica scuote e rapisce grazie a un continuo incrocio di funambolici assoli e la voce del singer, che dà in questo caso la sensazione di frenesia generale, si traveste da demone posseduto, lanciando grida sofferte e sgraziate che straziano l'animo dell'ascoltatore, il quale si ritroverà a cantare senza rendersene conto, tanto il ritornello è trascinante e azzeccato. Giusto a metà si ha una pausa che posticipa un grande assolo di chitarra e allora riemerge la voce sussurrata dello speaker della radio che informa il pubblico di un brutto evento di corruzione. Il testo narra di un uomo superficiale ma ambizioso che certa in tutti i modi di arricchirsi, per lui contano soltanto i soldi e i gioielli, per la serie "una manciata di diamanti è per sempre". Ma egli è consapevole che l'avidità lo porterà alla pazzia e il denaro lo renderà folle. È forse una parte dell'ego smisurato di Lawless a parlare tra le righe, si percepisce quando scrive che vuole diventare un volto famoso e vuole che milioni di persone urlino il suo nome. Ma sa anche che il successo non si ottiene solo con l'ambizione e il talento, ma serve una buona dose di fortuna e un aiuto dalle persone giuste, infatti è "il potere che regola il gioco". La canzone si presenta appunto come perfetta sintesi della società moderna, servitrice del Dio Denaro e manipolatrice di popoli, capace di farsi gli affari propri e calpestare i diritti della povera gente. Solo il potente ha voce in capitolo e i diamanti valgono più di mille parole. Segue a ruota un riff potente e disarmante, fiammata che dà inizio al delirio sonoro di "Jack Action" (Jack In Azione), canzone che sembra una minaccia tanto è cafona nel suo andamento e tanto la voce di Lawless è cattiva e arrogante. Piper e Holmes si alternano in riffs pesantissimi e assoli incrociati infiammati decorando il tutto nell'essenza dell'heavy metal più intransigente, ma è il chorus a colpire di più, solido, rude, a testimonianza che il caro vecchio Blackie è un vero maestro nel creare melodie dalla facile assimilazione ma mascherate da suoni potenti e mefistofelici. La musica stradaiola si adatta perfettamente al tipo di testo, crudo, che parla di Jack, losca figura che ha rapito e ucciso una ragazza e che adesso si nasconde nei quartieri alti per sfuggire alla vendetta del padre della ragazzina, il quale lo sta cercando in preda al delirio e all'ira, con il fucile carico e una pallottola con scritto il suo nome. Il brano è l'esternazione della sofferenza da parte di un padre che perde la figlia, Blackie ne sottolinea il dolore lanciando grida furiose tra una strofa e un'altra, ma il tema della vendetta è protagonista assoluto, laddove un uomo ha una guerra personale da intraprendere ed è giunto il momento della caccia, "Lui è tutto mio e io devo vendicare la mia vita e quella della mia bambina". Il vento tra le colline accompagna, sibilando, un arpeggio oscuro di chitarra, poi l'atmosfera si carica con l'entrata in scena della batteria e del basso e sembra di assistere a una marcia battagliera grazie al suo incedere solenne e, allo stesso tempo, cauto nel pestare l'acceleratore. Versi incantevoli quelli evocati da un Lawless ispirato e un pre-chorus fatto di coretti che mettono i brividi sulla pelle e favolosi, caldi assoli da parte dei chitarristi che si alternano due volte ognuno. Stiamo parlando della mistica e tenebrosa "Widowmaker" (Colui Che Rende Vedove), che segna il giro di boa in un disco fin qui senza cali e che, anzi, aumenta di pathos soprattutto nel bridge atmosferico e catartico che segue un breve solo. Come suggerisce il titolo, tratta di un assassino che non trova pace e che vaga irrefrenabile in un mondo post-apocalittico tra una guerra e l'altra, tra cumuli di macerie e città in rovina con palazzi collassati su se stessi che proiettano ombre minacciose sui passanti. L'odore del dolore riempie i campi desolati e il terreno ingoia i cadaveri dei combattenti e le loro anime. Leggendo il testo mi tornano in mente scene di film futuristici come la trilogia di "Mad Max" (George Miller, 1979), "1997 - Fuga da New York" (John Carpenter, 1981) o "L'ultimo uomo della terra" (Ubaldo Ragona, 1964) ma anche la serie animata del grande "Ken il Guerriero" (Hara & Okamura, 1983), inoltre la copertina del lavoro in questione, con Blacky adirato e in posa minacciosa in una landa desolata, può benissimo rappresentare tutto quello che ho appena accennato. Perciò "Widowmaker" si presta ad essere un po' il simbolo dell'intero album, non a caso è posta a metà scaletta, come un gioiello incastonato su una corona. "Blind In Texas" (Cieco In Texas) è un cavallo di battaglia, primo singolo estratto e riproposto dai nostri praticamente ad ogni concerto, infatti è una canzone molto amata dai fans. Semplice capire il perché di tanto affetto: una fucilata rock 'n' roll in pieno stile anni 50, divertente, semplice, orecchiabile, sfrenata, con assoli davvero ottimi e un Blackie Lawless che indossa, per poco più di 4 minuti, i panni di Jerry Lee Lewis, narrando storie del vecchio west, in Texas, dove l'inferno porta il nome di El Paso, al confine col Messico, cittadina costretta, per ragioni geografiche, a combattere col contrabbando di ogni genere di roba. In questo caso, oggetto di feroci inseguimenti e colluttazioni è il whiskey, e il nostro Blackie dovrà scappare "alla cieca" per tutto il territorio texano senza farsi catturare dai cowboys in divisa. Si respira l'aria polverosa dello stato più meridionale degli U.S.A. e le città citate (Houston, Dallas, Austin, San Antonio, Corpus Christi, Waco) sono come tappe in un gioco di ruolo che vede opposti fuorilegge e poliziotti. La canzone entra nel cervello dell'ascoltatore grazie a un refrain d'impatto e a linee melodiche divertenti, stordendo come un buon bicchiere di whiskey. Ubriachezza e felicità per la canzone più famosa di "The Last Command", la quale sembra omaggiare i grandi nomi dell'Hard n'n Roll e del Boogie Rock come AC/CD, Motorhead, Rose Tattoo o ZZ Top e che è accompagnata anche da un simpatico videoclip in perfetto stile "Spaghetti Western" di tradizione italiana. È tempo di prendere fiato e lasciarsi cullare dalle note erotiche di "Cries In The Night" (Pianti Nella Notte), brano scritto dal mastermind durante l'adolescenza, a 18 anni, originariamente col titolo di "Mr. Cool" e con un ritornello diverso, ma mai inciso prima d'ora, per poi essere riesumato e trasformato in quella che è divenuta l'unica vera ballata del disco in esame. "Cries In The Night" avvolge con le sue ritmiche seducenti, delicate sono le strofe e il ritornello, da cantare fino a farsi esplodere il cervello, è grintoso quanto basta per dare giusta potenza a una traccia dal mood lento, oscuro e dalle malinconiche melodie chitarristiche che trascinano nella desolazione totale, trattando di sogni infranti e lunghi pianti nella notte. Un pezzo di classe, cromato e pomposo in cui a parlare è lo stesso cantante, Canto questa canzone perché i sogni non muoiono mai, anche se è difficile nascondere i dubbi e le sofferenze alle persone che lo circondano, a coloro che gli tirano i capelli e invocano il suo nome, pensando che tutto vada bene e che la vita sia bella per lui, quando in realtà egli afferma che Sta vivendo per perdere e morendo per vincere. Dunque un ritornello amaro per una canzone toccante e dall'anima maledetta che trova il suo apice nel bridge in cui Blacky urla a tutti le sue sofferenze. Si continua l'ascolto tornando su territori più veloci e sporchi con la title-track "The Last Command" (L'Ultimo Ordine), Hard Rock sanguinolento che colpisce sin dai primi secondi con l'esordio delle chitarre polverose evocate direttamente dal deserto e che danno, per l'ennesima volta, la sensazione del calore estivo dell'Arizona o del Texas (una costante dell'opera), dimostrando ancora una volta che gli W.A.S.P. non hanno bisogno di impelagarsi in brani complessi per risultare grandi, gli basta l'essenziale per creare canzoni, come questa, dirette e da cantare con tutta la voce in corpo. La sezione ritmica è precisa nel seguire come segugi da caccia dei versi solari intrecciati con assoli semplici e ritornello energico, per una traccia che parla di libertà conquistata attraverso il combattimento. La vita va vissuta in pieno, non basta accontentarsi e viverla passivamente, bisogna alzarsi, rispondere alla chiamata e lottare. La traccia si palesa come una chiamata alle armi il cui ultimo comando è quello di esprimere se stessi, lontani dalle nebbie dell'ingenuità e della schiavitù e dunque marciare sul mondo come un soldato per liberarci dai soprusi e dalle sofferenze che ci impongono. Bisogna sempre seguire i propri sogni e non lasciarsi mai vinti, l'ultimo ordine impartito, prima della conclusione dell'insegnamento e del rompete le righe, è quello di ascoltare ciò che siamo, per poi alzare la bandiera della libertà e scacciare le tenebre che tutto avvolgono. Della stessa irruenza ma ancora più animalesca è "Running Wild In The Streets" (Correndo Liberi Per Le Strade), questa traccia è accreditata al solito Lawless, che l'ha rimaneggiata in fase di registrazione, ma in realtà trattasi di una canzone composta nel 1984 dai Kick Axe, metal band canadese e autori di tre album di successo, i quali scartano il brano dal loro primo album "Vices" e il loro produttore, Proffer (lo stesso degli W.A.S.P.), dopo averla proposta ad altri suoi adepti, tra cui i Black Sabbath, che rifiutano immediatamente di inciderla, la consegna nelle mani degli W.A.S.P., i quali si divertono a ri-arrangiarla. La traccia incarna la filosofia stessa della band, una giungla sonora rifinita con rumori di sirene della polizia in sottofondo dove svetta su tutti la chitarra di Holmes che si lancia in energici assoli al vetriolo e la batteria di Riley puntuale come al solito, per il brano forse più leggero del disco e con una base che ha una vaga atmosfera elettro-pop anni 80 ma che contribuisce comunque a dare la sensazione di stordimento alcolico o forse di insolazione dovuta ai raggi estivi di un sole cocente. Il testo è corto e semplicissimo ma molto selvaggio, dove Blackie, in qualità di leader assoluto, urla alla folla di riversarsi per le strade della città e scatenare l'inferno, incuranti delle forze dell'ordine che cerano di fermarli, per impadronirsi del quartiere e festeggiare a suon di Hard & Heavy e sublimare, a questo punto, ogni istinto primordiale che gli appartiene. L'opera giunge alla sua conclusione con un'ultima chicca, l'ultimo "impulso sessuale" dal titolo "Sex Drive" (Guida Del Sesso), il pezzo più corto di tutto il lavoro (appena 3 minuti), che si apre a cannone nella migliore tradizione N.W.O.B.H.M. con rullate di piatti e grida perverse che ricordano qualcosa dei Raven o dei Vardis (tra le band più rock&roll dell'ondata). I versi della canzone sono recitati velocemente e il ritornello-coretto sa molto di telefilm anni 70, come sempre Holmes sugli scudi, aggressivo quanto basta nei riffs così come negli assoli. Di cosa può trattare una canzone con un titolo del genere? Ovviamente di sesso, quello più becero e sregolato che si desidera in determinati momenti della notte (o forse in ogni momento della giornata?), quando la voglia ti attanaglia e non ti fa connettere, che ti infuoca l'anima e arde il desiderio di possessione che fa sentire vivo ogni tessuto del corpo, seppur per pochi minuti. Il piacere della carne, lo si ribadisce più volte nelle loro liriche, e gli W.A.S.P. non ne sono mai sazi. Belve fameliche dedite al vizio più remoto che l'umanità possa avere. Antro di indolenza dove un'ossessione atavica viene risvegliata dal profumo intenso della pelle delle donne.

Terminato l'ascolto di "The Last Command" si ha un ghigno sul volto, un sorriso di soddisfazione, perché l'album ripercorre le tappe degli istinti ancestrali, parte integrante del genere umano. La band di Blackie Lawless rafforza perciò il concetto espresso nel disco d'esordio e, a questo punto, sembra quasi impossibile frenare questa corsa al successo. È una grande opera quella che ho appena analizzato, costituita da perle dal valore assoluto che tutti gli amanti dell'Heavy Metal classico dovrebbero possedere. La "trilogia dell'estremo" (come la definisco io) verrà chiusa col seguente album, poi gli W.A.S.P. intraprenderanno una carriera più riflessiva ma sempre e comunque selvaggia. Ma c'è ancora tempo per quello, manca ancora il terzo tassello del puzzle discografico, perciò non rimane che attendere l'arrivo del "Circo Elettrico" con i suoi giochi di luci, parole pesanti, effetti bizzarri e musiche pungenti. Alla prossima recensione.

1) Wild Child
2) Ballcrusher
3) Fistful of Diamonds
4) Jack Action
5) Widowmaker
6) Blind in Texas
7) Cries in The Night
8) The Last Command
9) Running Wild in the Streets
10) Sex Drive

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