W.A.S.P.

Still Not Black Enough

1995 - Castle Comunications

A CURA DI
ANDREA CERASI
13/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

A metà decade l'heavy classico attraversa il suo peggior periodo. A questo punto molte band storiche si sciolgono, altre si adattano ai gusti imperanti tra i giovani e altre ancora subiscono un calo vertiginoso di popolarità che le costringe a rivalutare i propri sogni di gloria. Gli W.A.S.P. sono tra i pochi gruppi a passare indenni questo travagliato periodo, certo, le vendite calano e non poco, così come calano gli spettatori ai loro concerti, tanto che da arene stracolme si passa a suonare live nei locali. Eppure la band (o forse sarebbe meglio dire Blackie Lawless, visto che ormai gli W.A.S.P. non sono altro che la sua incarnazione accompagnata da turnisti diversi) non demorde, perciò nel 1995 regala al mondo intero un nuovo lavoro che ci riporta indietro nel tempo, e che cerca di riprendere il discorso interrotto con "Inside The Electric Circus", tralasciando opere concettuali, tematiche sociali e sonorità elaborate. Si torna al vecchio heavy rock di inizio carriera, con brani corti e molto semplici. La parola chiave è "impatto sonoro", costruito sulla base del rock 'n' roll stradaiolo e su ritornelli orecchiabili che si memorizzano al volo. Il risultato sono dieci tracce per un totale di appena 38 minuti. L'intento è chiaro: gli W.A.S.P. suonano un fottuto hard&heavy vecchia maniera, e questo concetto deve essere trasmesso anche alle nuove generazioni. Il 1995 è l'anno zero della musica, tutto viene demolito per poi essere rinnalzato, perché la frattura causata dalla prima metà degli anni 90 è indelebile, un danno irreparabile, ma che costringe il mondo del metallo a rinnovarsi, non a caso è un'epoca importante per la nascita di nuovi generi (Industrial - Gothic - Metalcore - Crossover - Alternative - Nu Metal - New Power - Symphonyc - Postmetal) nati in pochissimi anni. Ecco, è proprio nel mare impetuoso dei neonati sottogeneri e dei grandi movimenti culturali che si inserisce il disco preso in esame, dall'affascinante titolo di "Still Not Black Enough", e che altro non è che un ponte che fa da tramite per l'album più moderno e più "anni 90" della band, quel "Kill Fuck Die" che uscirà due anni più tardi e che sarà oggetto di critiche per alcuni ma anche di venerazione per altri. Ancora non abbastanza nero dicevamo, si perché nonostante un ritorno alle origini, Blacky Lawless trasporta alcune oscure idee estrapolate direttamente dall'ultimo "The Crimson Idol", nel nuovo lavoro, ed è un lavoro incentrato su liriche amare, negative, ciniche, nichiliste, anche se poco articolato a livello strumentale. Il colore nero è il vero protagonista perché è ovunque, in ogni singola nota e in ogni singola parola, ma non nero abbastanza, nero quasi come la mente criptica del singer, mai come in questo caso individualista, artefice di testi, musiche, chitarre, basso, sitar, pianoforte, tastiere e naturalmente voce. Dunque un progetto curato in ogni minimo dettaglio da Lawless stesso (tanto che sarebbe dovuto essere il suo primo disco solista ma che alla fine si è convenuto marchiarlo a nome della band per non creare confusione in un periodo culturale davvero particolare), a cominciare dalla copertina che vede un corvo (uccello dall'iconografia ben precisa) in penombra e dagli occhi di fuoco intento a scrutare l'ignoto, e aiutato dagli altri membri, Stet Howland e Frank Banali, relegati ad avvicendarsi alla batteria, il cui risultato finale è pienamente soddisfacente, anche se, ammettiamolo, l'ombra del precedente capolavoro ne offusca un po' la qualità. D'altronde una volta che si raggiunge la vetta bisogna per forza scendere.

E' proprio la traccia che dà il titolo all'opera ad aprire la nuova fatica di Blackie Lawless, "Still Not Black Enough" (Ancora Non Abbastanza Nero) suona proprio come ci si aspetta da una band come gli W.A.S.P.. La canzone infatti conquista sin dai primi secondi in cui emergono le chitarre per pervadere le nostre orecchie e occupare ogni silenzio, sembrano quasi dei trilli ripetuti che introducono strofe veloci, granitiche, dal punto di vista sonoro anche solari, perciò si discostano dal testo oscuro cui accennerò più tardi. La voce di Lawless non perde un briciolo di grinta, anzi, è proprio la stessa a caricare l'intero brano e a dargli la giusta energia, soprattutto quando si giunge al melodico e ricco ritornello in cui si alzano le tonalità per poi arrivare alla pausa centrale, che sembra un breve passo lirico, quasi sacro e dall'atmosfera funerea, una sorta di prologo utilizzato per dare sfogo al solo di chitarra di una bellezza magnetica. Nella seconda parte si torna su territori Hard, la batteria di Banali non eccede in protagonismo ma si limita a seguire le indicazioni del vocalist e non può che saltare all'orecchio una produzione pulita ma poco pompata, lontana dalla sporcizia dei primi lavori e più patinata, studiata apposta per rendere più mansueti gli strumenti e avvicinarli a un metal più delicato ma non di certo innocuo. Come accennato nell'introduzione, le liriche di questo lavoro sono cupe, e il colore nero sembra catrame che ricopre ogni spiraglio di luce. Ma nero è anche il colore dell'anima immaginata da Lawless, il quale, col cuore intriso di dolore e ricoperto da un'ombra di tristezza, si ritrova all'aria aperta, sotto i raggi di un sole nero e sotto la pioggia battente, intento ad osservare il calare delle tenebre. È la sua condizione interiore ed egli si sente come un demone cieco e nudo nella sua infelicità perché privo di emozioni. Nessun colore scorre nelle sue vene, nessun colore gli fa palpitare il cuore, solo il nero che nasconde le sue paure, e la sua paura più grande è lui stesso, qui subentra il tema del nemico interiore e la lotta contro se stessi. Conoscere davvero se stessi è forse la peggiore delle paure. Ritornano a galla memorie ed emozioni presenti in "The Crimson Idol" e l'ombra di Jonathan Aaron Steel (protagonista del precedente album e suo alter ego) è sempre negli occhi (e allo specchio) dell'artista. Inaspettatamente giunge la leggendaria "Somebody To Love", (Qualcuno D'Amare) cover dei Jefferson Airplane (band molto amata da Blackie) e incisa per il secondo disco, "Surrealistic Pillow", uscito nel lontano 1967. Forse si è scelto di proseguire la scaletta con questa canzone proprio per colmare quel vuoto espresso nella traccia d'apertura, per otturare quel buco nero nato dalla solitudine e dall'insoddisfazione. Fatto sta che il pezzo in questione è vincente e, senza grossi stravolgimenti, suona in pieno stile W.A.S.P.. Blackie Lawless è a proprio agio nel vestire i panni di Grace Slick (cantante donna del J.A. ma con la grinta di un uomo) dietro il microfono. La traccia è veloce, sfrontata e brevissima (meno di 3 minuti), in cui i dialoghi tra batteria, basso e chitarra, si evolvono in modo genuino, senza costrizioni di sorta e senza stravolgimenti. Ogni volta che la band affronta una cover non cerca mai di stravolgerla o di personalizzarla, forse l'intento di Blackie è quello di mostrare al pubblico le sue radici musicali e di rivivere determinati sentimenti attraverso le sonorità dei suoi eroi giovanili. La cosa che colpisce di "Somebody To Love", oltre alla prestazione del mastermind, è la chitarra, suonata dallo stesso, che sembra riprodurre un amplesso sessuale tanta è la passione che si evince dalle note infuocate, una passione fatta di ricordi, di ribellione e Rock psichedelico. Senza parlare di uno dei ritornelli più famosi della storia, ripetuto praticamente in eterno e che trasmette quel retrogusto di libertà e speranza, così come scandito dalle parole di un testo nostalgico. Chi non vorrebbe qualcuno da amare? Domanda schietta, soprattutto quando si giunge al termine della vita e si è soli, oppure quando nel cuore non vi è gioia e si è disperati. Un grido di speranza divina, un amore invocato dopo tante lacrime versate, dunque la domanda è semplice, ma qualcuno saprà mai rispondere? Il testo insomma è chiaro e semplice, eppure tanto riesce a esprimere. A volte bastano poche parole per dire tanto. Torna il nero come protagonista in "Black Forever" (Per Sempre Nero) e indica ancora una volta il colore dell'anima. Non più il rosso cremisi, ma qualcosa di più pesante, il vestito delle ombre e l'unico colore con cui Blackie può dipingere se stesso (così come appare ricoperto di un liquido nero nelle foto all'interno del booklet) sulla tela. E' proprio lui che invoca il nero a tutta voce, quasi fosse una sacra reliquia, tanto da essere venerato come simbolo di morte, o forse di nulla che tutto divora. "Dammi l'oscurità o il riposo, dammi il buio o la morte", ripete la lirica nichilista e gelida al corvo stesso, Blackie Lawless lo interroga con devozione ma anche con timore reverenziale, infatti il corvo nell'iconografia classica è, proprio per i suoi colori scuri e lucenti, l'uccello del malaugurio, oppure è l'animale simbolo del principio e della fine, o ancora preveggente e messaggero delle divinità (vedi Odino). Qualunque sia la sua forma o la sua missione, in questo disco, è un animale sacro, come il colore nero. La parte strumentale è acida e amara, se ne ha subito la sensazione non appena partono le chitarre che sembrano riprendere il trillo dell'inizio, e la voce aspra del singer prende il via intonando versi cattivi e sporchi. Questa volta non è la melodia a guidare il brano, infatti il chorus, anche se incisivo, non è molto melodico e le linee vocali poco armoniose, ma dopotutto, una canzone incentrata sul nero dell'anima non deve essere troppo delicata, perciò questo senso di "principio e fine divorati dal nulla" offre all'ascoltatore tutto lo sporco targato W.A.S.P.. Peccato solo che, giunti alla terza traccia, si abbia già la consapevolezza che l'album sia stato snellito troppo per quanto riguarda la base strumentale, a differenza dei due album precedenti molto più elaborati e decorati con diverse sfumature. La struttura di ogni singolo pezzo risulta alla fine molto lineare, e ogni decoro ridotto all'osso, non a caso la durata media delle canzoni presenti è davvero bassa (circa 3:30 minuti) e ciò crea insoddisfazione, soprattutto alla luce della maturità stilistica raggiunta dalle liriche. "Scared To Death" (Spaventato A Morte) prosegue il discorso espresso fin qui, le chitarre taglienti scalciano assieme alla batteria e, sopra, Blackie sussura parole contornato da cori angelici (o demoniaci) creando un'atmosfera struggente e ricca di pathos fino a raggiungere l'apice espressivo grazie a un ritornello immaginifico e disarmante. Questa volta la melodia torna alla ribalta, anche se a discapito della potenza sonora che vede le chitarre relegate in seconda battuta, anche se l'assolo centrale crea bei momenti. La struttura è molto semplice, le strofe si alternano tra loro senza strappi narrativi ma la suggestione evocata è impressionante e alla fine il brano risulta essere una delle hit dell'album. Il testo è incentrato sulle paure di un uomo paranoico, spaventato da qualsiasi cosa e che non riesce a trovare nascondigli per sfuggire al mondo che lo vuole uccidere. Paura di correre, paura di avere rapporti sessuali, paura di morire, paura di vivere. Non si può esistere in un mondo di paura, e intanto gli uomini nuotano in un mare di pelle e affogano nella carne, non vi è nessun luogo dove essere felici perché l'universo è una prigione e il buio regna sovrano. L'esistenza umana non è altro che una maratona di paura. Blackie domanda, Che senso ha vivere per poi morire? O morire per vivere?, nessuno risponde ma il corvo lo osserva dall'alto, forse lui conosce la risposta, perché è allegoria dell'oscurità della mente umana, una macchina che si nutre della nostra carne e si alimenta di incubi e paure remote. Le stesse paure che hanno costretto al suicidio il protagonista del capolavoro del '92. Non a caso, "Goodbye America" (Arrivederci America) presenta un'introduzione narrata che ricorda qualche passaggio presente in "The Crimson Idol", come se lo spirito di Jonathan Aaron Steel fosse ancora presente, poi dopo un minuto la chitarra si decide a esordire insieme alla voce. Lo spirito di questa song riporta ai primi anni, l'Hard Rock vecchia maniera risalta prepotente in tutta la sua essenza e il ritornello si memorizza alle prime note, inoltre il solo che precede il break (scandito dalla voce di un politico) è breve ma assassino nella sua malvagità. Il brano è l'ennesima frecciatina contro il governo U.S.A., Blackie Lawless ormai ci ha abituati a mandare a quel paese la sua nazione e le leggi che la governano, e non perde occasione anche in questo lavoro per togliersi qualche sassolino dalla scarpa e per farlo veste i panni del suo presidente (all'epoca Bill Clinton anche se l'attacco è generico), il quale dice di amare follemente il suo paese ma sa di essere politicamente scorretto, dice di non credere a ciò che si legge perché tutto è pilotato dagli altri quando è proprio lui a stravolgere le notizie. Un uomo che venera la distruzione di massa e che ozia sulla carestia che investe il popolo, che negozia odio all'ingrosso, che lucra sulle spalle dei poveri cittadini, che stringe mani di altri potenti per strategia per poi fregarli in seguito, che ha imparato l'arte della morte e il genocidio di massa. Addio America si recita con un velo di amarezza, perché ora la nazione è insanguinata e in bilico sulle ginocchia, il sogno americano si è infranto in mille pezzi. Il giro di boa si raggiunge con una ballata delicata e immortale, "Keep Holding On" (Continua Ad Avvicinarti), dal sapore pop e in grado di scalare le classifiche di mezzo mondo, la quale viene introdotta dal suono malinconico di un pianoforte e dalla voce struggente e sensuale di Lawless che sfodera, in alcuni passaggi, un toccante falsetto e una prestazione davvero incredibile. La chitarra acustica culla le note della canzone come una dolce ninnananna che riscalda e scioglie il cuore dell'ascoltatore. Il romanticismo si espande in questo brano semplice, composto da una manciata di strofe brevi e senza cambi di tempo, forse la canzone marcatamente più leggera dell'intera discografia W.A.S.P. ma alla fine quello che conta è il risultato e "Keep Holding On" riesce a rilassare e induce alla riflessione spezzando il ritmo dell'album. La profondità del suono riecheggia nel testo, intriso di nostalgia e tristezza, e che parla di un uomo solo, con mezzo cuore tra le mani. "Avrò il tuo ricordo e il tuo ricordo avrà me, non c'è paradiso per le persone sole e solo il tempo sa se conoscerò la pace mentale. Io continuo a resistere finché non tornerai da me". Ma Blackie continua a stringere l'ombra di un'anima andata via aspettando un ritorno che probabilmente non ci sarà. Come al solito l'amore non fa per lui. Dove non arriva l'irruenza strumentale arrivano le parole di un'artista incredibile che, quando ci si mette, riesce a colpire e intenerire persino il più burbero dei metallari. Dopo la riflessione interiore dai ritmi morbidi ecco che l'irruenza riprende quota con "Rock 'n' Roll To Death" (Rock 'n' Roll Fino Alla Morte), pezzo che sembra provenire direttamente dai mitici anni 50, dove Blackie veste i panni di Little Richard o di Jerry Lee Lewis in un omaggio al genere di musica che lo ha influenzato più di ogni altro e che avrà modo di concretizzare a pieno in un album come "Helldorado". Qui c'è tutta l'essenza della band, il credo dell'artista si esplicita nel grintoso giro di chitarra elettrica e nella ritmica indemoniata, in un duello sonoro vertiginoso tra basso, chitarre e pianoforte. Le liriche ripropongono quanto detto dalla musica, compattate in una valanga di parole vomitate senza fronzoli da una voce adirata e grottesca che mette in risalto la duttilità del cantante. E' il verbo del Rock 'n' Roll quello che Blackie pronuncia, da diffondere in tutto il mondo e oltre, nel quale ribadisce la voglia di ribellione, di casino e l'odio nei confronti del lavoro e della scuola, riprendendo un discorso già affrontato in "School Daze", pezzo presente nel primo omonimo album. Dead or Rock urla il gigante dopo una settimana intera a penare e poi finalmente lo sfogo del venerdì sera per sfondarsi alcolicamente in qualche party e se il Rock dovesse morire anche Blacky esalerebbe il suo ultimo respiro, Give me Rock or Death, ripete oltraggioso come inebriato dall'alcool in un ideologico duello con la società perbenista americana. La carica degli W.A.S.P. è pur sempre innegabile, soprattutto quando tirano fuori il loro lato più animalesco. Dopo l'incendio creato l'orecchio ha bisogno di un po' di riposo, ed ecco che arriva placida la seconda ballata, "Breathe" (Respiro), l'ennesimo gioiello incastonato nella discografia della band, dove, a differenza della precedente "Keep Holding On", i toni si fanno più accesi in un crescendo di pathos da togliere, come evidenziato dal titolo, letteralmente il fiato. Un'apnea di 3 minuti e 44 secondi che suscita le più remote emozioni, roba che sfido chiunque a rimanere impassibile di fronte a cotanta struggente bellezza. L'animo romantico di Lawless suggestiona e crea un mondo tutto suo, dove rivivere i ricordi più lontani in una canzone d'amore appena sbocciato. "Vieni, senti il mio cuore battere nella notte, posa la tua fiamma nel fuoco dei miei occhi, posa il tuo cuore su di me e affidati alle mie braccia. Ti sento dentro di me che respiri". La poesia è innegabile, frutto del genio creativo di un uomo che riesce tranquillamente a scrivere di sesso sfrenato, di suicidio, di soldi e prostitute, di critiche alla società e di amore. Soprattutto quest'ultimo, sempre invocato ma mai conosciuto. E' il Blackie Lawless pensieroso e intellettuale a colpire di più, a partire dalla sua voce che è l'incarnazione della sensualità e che ripercorre i versi in modo delicato, con l'accompagnamento della chitarra acustica e il ritmo sincopato della batteria di Howland. Il ritornello scalda gli animi, poco cambia nella ritmica ma è soltanto la voce che si innalza a preghiera per dare il via al flebile solo. Magari, tra tanta magnificenza, ci scappa anche la lacrimuccia per un'emozione fugace e condensata in sole tre semplici strofe. "I Can't" (Non Posso) irrompe con una chitarra acustica stile Country, si sente l'odore del deserto e della polvere nell'aria, la voce sporca del vocalist si riempie di ruggine per narrare una storia lontana, la ruvidezza viene esaltata alternando tonalità basse e alte che precedono grida lancinanti verso metà canzone, prima ancora che le chitarre e la batteria esplodano, facendo da ponte per l'ultima strofa e velocizzando l'intera base strumentale. Negli ultimi secondi torna la quiete e tutto termina nel silenzio. La traccia ha una struttura lineare e di una semplicità evidente, eppure qui si respira davvero il Country Rock proveniente dall'America più tradizionalista. Il Folk al servizio dell'uomo Lawless per esprimere l'ennesima canzone su se stesso, nello stile più adeguato al genere, così come insegna la musica di Johnny Cash. I sapori dell'antico western prendono vita per esplicitare una lotta interiore portata via dal vento e diffusa nell'etere, che si estende fino alle nostre orecchie, le quali posso percepire il gusto amaro della vita. Blacky non riesce a ridere, non riesce a piangere, dunque vive una stasi emotiva, ma egli non ne conosce il motivo, lui vuole solo urlare per sfogare la frustrazione di esistere in un film dell'orrore. Non riesce a provare niente, nemmeno l'amore, perché è cresciuto senza, e sua madre non gli ha mai insegnato ad amare. Non sente nulla dentro si sé, solo le tenebre che incombono, e ritorna ancora l'iconografia dello specchio di Crimsoniana memoria e il rosso cremisi caldo come il suo sangue. Il Country ha sempre narrato di (dis)avventure personali, rese ancora più accese dall'aria di libertà e più ruvide dal sibilo della sabbia scossa dal vento, in questo ambiente un tipo come Lawless ci sguazza, non è la prima volta che provo questa sensazione ascoltando la sua musica, così lo stesso ascoltando "Wild Child" o "Damnation Angels" o ancora "Raven Heart", ed è una sensazione di disillusione, di amori perduti, di vite ribelli, di sogni infranti, di avventure grottesche e inaspettate. A chiudere il tutto vi è "No Way Out Of Here" (Non C'è Modo Di Uscire Da Qui), attacco di batteria e chitarra che danno inizio alla furia sonora, i cori sono prepotenti nel decorare pre-chorus e chorus, quest'ultimo d'impatto e bello tirato. Il break centrale porta qualche secondo di estasi in un atmosfera angelica per poi dare sfogo all'assolo di chitarra migliore del disco, semplicemente meraviglioso. La stessa atmosfera del break ritorna ancora per qualche secondo facendo da ponte per la ripresa del ritornello sovrainciso sul solo chitarristico, in un miscuglio di melodia, grida, cori e strumenti elettrci. Anche qui troviamo le solite tre strofe e un bridge per una durata totale di 3:40 minuti, insomma nella media dell'album. La forza, in questo caso, è al servizio dell'impatto acustico, dove il tutto è condensato e mixato per una fugace durata. Ma la forza della canzone viene completata dal testo, come al solito eccellente, in cui si riprende il colore cremisi, visto come una nube rossa che ricopre il cielo e dà inizio alla pioggia, evidentemente metafora dallo stato d'animo del protagonista, chiuso in se stesso, impossibilitato a fuggire verso una condizione "soleggiata" ma che è costretto a rimanere nella nebbia che tutto travolge. Non può urlare perché non ha voce, non ha forze, è solo ricoperto dalla nebbia rossa che gli oscura la vista. E si guarda allo specchio, riconoscendo il volto di Johnny Aaron Steel e tracciando una linea immaginaria col disco precedente. Il suo fantasma è sempre in agguato.

"Still Not Black Enough" è concepito come una sorta di prosecuzione di "The Crimson Idol", le atmosfere oscure sono le stesse, le riflessioni su una vita misera anche, anche se, come accennato nell'introduzione, l'album risulta poco articolato rispetto al suo illustre predecessore, ed è quella la pecca più grande. Infatti dal punto di vista melodico è sempre grandioso, Blackie Lawless ha il dono di concepire melodie incredibili e struggenti, e la sua voce arricchisce il tutto, inoltre la parte strumentale è ben amalgamata ai testi e ottimamente suonata, ma manca quel pizzico di coraggio e prepotenza che avrebbero potuto rendere questo lavoro migliore. Si sente che è un'opera concepita dal Blackie solista, senza il supporto della band, e il risultato che ne deriva è la massima espressione del suo animo nero. Lui stesso è come il corvo in copertina, che scruta dall'alto ed è presente in ogni dettaglio.

1) Still Not Black Enough
2) Somebody To Love
(Jefferson Airplane Cover)
3) Black Forever
4) Scared to Death
5) Goodbye America
6) No Way out of Here
7) Keep Holding On
8) Rock and Roll to Death
9) Breathe
10) I Can't

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