W.A.S.P.

Kill Fuck Die

1997 - Raw Power

A CURA DI
ANDREA CERASI
26/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Non è abbastanza nero, si ripeteva Blackie Lawless nel disco precedente, ed ecco l'illuminazione: cambiare strada, percorrere nuovi e inesplorati sentieri andando incontro a soluzioni alternative, possibilmente sempre più oscure, giusto per dare voce ad idee malsane, ossessioni celate ed espressioni di un animo cupo e nostalgico come quello del gigante californiano. A volte, nella carriera di una band, capita di voler provare a sperimentare, spesso per adeguarsi alle mode, oppure semplicemente per vezzo creativo, tanto per sondare territori mai conosciuti prima; "K.F.D.", acromino di "Kill Fuck Die", nasce quindi come prodotto sperimentale in un periodo di grandi sviluppi musicali e nel quale la comunicazione assume connotati diversi. Si capisce che qualcosa è cambiata a partire dalla stramba copertina, dalla grafica sfocata, basata sulla foto di un frigorifero avvolto nella penombra. Si ha quasi paura ad aprire lo sportello e di scrutare al suo interno, quasi nascondesse cose impensabili o quasi fosse posto lì nell'angolo come custode di segreti malati e perversi. L'atmosfera che trasmette è malsana e infestata da spiriti malvagi e, ancora prima di premere play sullo stereo, si avvertono già i contenuti dell'album. Mi verrebbe da pensare: Si! Finalmente questo è abbastanza nero, e la sperimentazione viene attuata costruendo, attorno al classico scheletro sonoro targato W.A.S.P., una corazza Industrial, dalle forme moderne ed uscite direttamente da una fabbrica di periferia. Infatti la sensazione che l'opera trasmette è proprio quella di un capannone industriale in fermento, un po' in decadimento, circondato da rovine di un quartiere di periferia degradato e semideserto, ma al cui interno le macchine da lavoro sono in piena attività e, nell'aria, riecheggiano quei rumori metallici, secchi, fastidiosi e ricchi di scintille dovute allo sfregamento dell'acciaio. I paladini dell'Hard 'n' Heavy che si piegano alla moda? Ci si chiede in giro, e un po' tutti sono sorpresi da questa brusca sterzata, ma capita a tutti, prima o poi, di volersi rinnovare, lo hanno fatto in tanti per evolversi, per scrollarsi di dosso la polvere di un sound stantio e vecchio, poco adatto ai palati esigenti delle nuove generazioni. Molte band riescono a guardare avanti e a reinventarsi continuamente, altre tornano indietro, non riuscendo a trovare un nuovo corso da intraprendere. Gli W.A.S.P., per la prima (e forse unica) volta sperimentano davvero salvo poi, dopo numerose critiche, tornare alle proprie radici musicali sfornando "Helldorado", album dal sapore più che classico. Ma Blackie Lawless è abituato a fare ciò che vuole, "K.F.D." è frutto del suo volere, che non è quello di evolversi o di stare al passo coi tempi, ma soltanto quello di mostrare se stesso e la propria band da un altro punto di vista. Ad essere sincero non ho mai apprezzato l'album in questione, essendo un classicista, perciò negli anni l'ho sempre bistrattato. Per troppi anni purtroppo. Sono stato sciocco a sottovalutare le potenzialità di un'opera del genere, e me ne pento amaramente, almeno fino al ritorno di scintilla in tempi recenti, in cui sono rimasto totalmente soggiogato dal fascino di questi suoni meccanici e urbani, che all'inizio reputavo ostici e complicati nell'assimilazione, ma che poi ho cominciato ad amare, complice il mio avvicinamento a generi di musica più moderni. E l'ho trovato un lavoro coraggioso, interessante, oscurissimo, futuristico, in cui l'anima W.A.S.P. non viene intaccata dalla veste insolita. Blackie Lawless fa ancora una volta centro, richiamando, dopo due album "solitari", i vecchi membri, Chris Holmes alla chitarra e Stet Howland alla batteria e inserendo il nuovo innesto Mike Duda al basso.

Sin dall'attacco delle chitarre zanzarose e moderne di "Kill Fuck Die" (Uccidi Fotti Muori) si capiscono molte cose ed in seguito, dopo qualche secondo, la voce campionata del singer esordisce e dà la conferma che la band osa, proponendo all'ascoltatore qualcosa di inatteso. La sperimentazione fa subito capolino, creando un senso di alienazione che stordisce l'ascoltatore. Questi sono gli W.A.S.P. in versione cibernetica e il loro nuovo sound è prodotto in fabbrica. La batteria esplode seguendo la ritmica imposta dalla chitarra adrenalinica e dal basso pompato come un bodybuilder professionista (merito di Mike Duda) e Stet Howland picchia come un demonio distruggendo letteralmente i piatti. Blackie Lawless sembra posseduto nelle tonalità basse, grazie a una voce distorta, e urla di rabbia in un ritornello d'impatto che, nonostante l'iniziale sconcerto e tolto qualche kg di ruggine industriale, appartiene in tutto e per tutto allo stile della band. Ciò testimonia che sono sempre loro, l'anima e l'istinto è quello di un tempo, giusto qualcosa è celata nella forma laccata e moderna. Tra suoni cibernetici e scintille strumentali dal sapore industriale la canzone si evolve in un vortice frenetico e senza pausa, neppure il bridge che precede l'assolo compatto di Holmes riesce a far respirare. Gli W.A.S.P. sono posseduti da qualcosa di maligno, lo confermano le grida lancinanti di Lawless alla fine di un brano poco articolato ma solido come un macigno. La nuova veste sonora sembra forgiata in una fabbrica dell'orrore, dove ogni strumento musicale è posseduto da qualcosa di spaventoso e in preda al delirio. Il testo è oscurissimo e direttamente inciso con la motosega sulla carne, come fosse un ordine da rispettare, un credo per cui morire, Uccidi Fotti Muori, tre semplici paroline per esprimere l'oscurità che avvolge la mente malata di una persona. E' il protagonista della narrazione a parlare e a lanciare minacce, dicendo che i suoi amici sono tutti sottoterra e che ormai sono diventati demoni dell'inferno. Adesso è lui il carnefice, davanti alla sua vittima che implora pietà, che vorrebbe urlare, piangere, fuggire. Vorrebbe vivere. Ma ad attenderla c'è solo la morte, perché la morte è il contenitore della vita e di ogni azione che si svolge durante l'esistenza. Tutto ciò che si ottiene, alla fine, è il sesso, il dolore e la morte. Direi che con una lirica simile Blackie abbia trovato la tintura esatta per un nero totale. "Take The Addiction" (Prendi La Dose) prosegue il discorso attraverso un'atmosfera plumbea portata avanti dalla chitarra sporca di Chris Holmes e la polvere e la ruggine che si accumulano sulle corde in riffs pesantissimi e acidi che richiamano lo stile Stoner tanto in voga negli anni 90. Lawless ha una voce velenosa e perversa e decora una sezione ritmica dai toni ipnotici che raggiungono l'apice in un chorus catacombale, quasi fosse la preghiera per una messa nera, screziato da rumori metallici di sottofondo che sono messi ben in evidenza quando il cantante abbassa i toni sussurrando e modificando il proprio timbro. Il suono generale è claustrofobico, sembra di soffocare talmente è compatto e astruso e l'ipnosi creata dalla musica suggestiona e angoscia per un trip creato dalla mente e scandito perfettamente da Howland che picchia la batteria con colpi repentini e foga battagliera. L'acre odore di tenebre, di morte, di oscurità iconografica si respira nell'essenza stessa della traccia, non solo nella musica ma soprattutto nel testo, frutto di sogni macabri ed esperienze oniriche. La lirica mette in risalto la dipendenza dalla violenza e gli incubi di un assassino, tormentato da demoni, da lame di rasoio per procurarsi tagli, da droghe per annebbiare gli istinti, poi viene in mente l'interno del booklet e tutto è chiaro, infatti l'artwork è scarno, senza testi o ghirigori, solo una pagina con una foto emblematica: il frigorifero della copertina finalmente aperto, il cui interno è occupato dal cadavere maciullato di qualcuno, incastrato nel vano e con il sangue che goccia sul pavimento. La band vuole scuotere, creare scalpore e nausea, recuperando certi argomenti orrorifici che erano stati accantonati dopo i primi album e i primi violenti spettacoli. A questo punto l'intento è quello di indagare e di far luce sulla parte oscura dell'animo umano, quella parte nascosta, crogiolo di emozioni inespresse, di pensieri celati perché troppo pericolosi. La musica industriale e urbanistica, rifinita da suoni metallici e rumori molesti, aiuta a creare questa ambientazione angosciosa e la cosa che colpisce di più è  la perfetta sintonia degli strumenti, che non solo dialogano tra loro in un vortice macabro e infernale, ma sono meravigliosamente in primo piano e si sentono tutti in maniera limpida grazie a una produzione ottima. "My Tortured Eyes" (I Miei Occhi Torturati) è una pseudo ballata, dalla ritmica cadenzata e con un andamento sensuale, gestita con gran classe dall'attitudine bastarda di Holmes nel creare sempre il giro giusto, mentre il basso di Duda mantiene il controllo totale per una velocità modesta della parte strumentale. I toni sono riflessivi e dal sapore amaro, la batteria è timida e in ombra mentre il vocalist rimane sempre su territori medio-bassi per poi graffiare nel bellissimo ritornello dal fascino gotico. Il break centrale, con conseguente assolo di chitarra, è da indomita carica erotica mista a sofferenza per un amore perduto e il ritmo rilassato, che spezza la violenza e la velocità indemoniata fin qui assorbite, favorisce, attraverso questa pausa ben congegnata, l'assorbimento dell'atmosfera emanata. Insomma un pezzo difficile da dimenticare, quasi un portale per una realtà parallela, che si affaccia su di un mondo dominato dalle ombre di una notte eterna e priva di luci. Lo stesso mondo di cui è schiavo il protagonista, amante tormentato dal dolore e vagabondo in un mondo di tenebre e di miseria. La speranza è una cosa pericolosa e ormai non conta più nulla oltre alla morte. Il suo amore è perduto per sempre ed egli non vuole più vivere. Uccidimi, so che è ciò che vuoi, voglio morire tra le tue braccia, grida Blackie all'entità incarnata in un amore maligno e cannibale, non voglio più vedere con i miei occhi torturati, continua invocando di morire per non rivedere il suo viso. Anche in un album oscuro e apparentemente privo di sentimento l'amore e il dolore vivono a braccetto alternandosi. A mio avviso uno dei pezzi migliori dell'intera discografia W.A.S.P.. Velocità e grinta sono riprese nella seguente "Killahead" (Testa da Assassino), potentissima traccia in cui i suoni della periferia si fanno elaborati e tronfi. Dopo un ronzio di qualche secondo la chitarra irrompe come un tuono seguita a ruota dai piatti e la doppia cassa, poi ancora una volta la voce distorta accompagna e sovrasta il tutto, appoggiandosi su linee melodiche velocissime e brutali. Eppure la sensazione è che sia la classica canzone della band, nonostante il rivestimento siderurgico dietro al quale si nasconde, e lo stile Hard 'n' Heavy riecheggia nell'aria inquinata della città. Gli W.A.S.P. non stravolgono o snaturano il proprio sound, infatti il pezzo, nella sua semplicità strutturale, ricalca la tradizione metallica della vecchia scuola, basta solo abituarsi al contorno sonoro per riconoscere la band e il genere che tanto amiamo. Un disco particolare come questo deve essere ascoltato più volte per essere compreso, ma alla fine tutto torna a galla e diventa familiare, come un qualcosa di perduto e poi ritrovato. La sperimentazione fa parte dell'evoluzione artistica e "Killahead" incarna perfettamente questa voglia di rinnovo stilistico senza però strappare via le radici dalla forma principale. I musicisti sono coraggiosi e hanno un diverso approccio nei confronti degli strumenti, creando percorsi alternativi e aspri che sorprendono e affascinano allo stesso tempo. Il rinnovo è presente anche nelle parole usate nel testo, le quali, oltre a narrare della mente malata di un assassino in preda a un raptus di follia e che sta per uccidere una ragazza, usano termini come sesso hi-tech e macchina cibernetica in un miscuglio si erotismo e violenza in tema col disco, persino usando lo slang americano per stare al passo coi tempi e dare al pubblico qualcosa di più moderno ma di certo non meno sofisticato. Sicuramente il brano più potente all'interno dell'album e che sa risvegliare nell'ascoltatore i più feroci istinti primordiali. La traccia più onirica e dal sapore orientaleggiante porta il nome di "Kill Your Pretty Face" (Uccidi Il Tuo Faccino), la quale inizia in sordina con una batteria appena percepibile e un Blackie sensuale che sussurra dolcemente alternando versi parlati per metà canzone sulla base di un arpeggio monotono e arabesco. Poi la sezione ritmica prende una svolta, la batteria comincia a scalciare ed entra in scena il basso pulsante, a questo punto il singer alza la voce e comincia a lanciare grida strazianti mentre il giro di chitarra utilizzato da Holmes rimane sempre lo stesso, calmo e sognante, allontanandosi perciò dall'ira vocale, per poi cambiare ritmo sul finale scatenando un riff ipnotico e molesto ma fascinoso, che entra fin sotto l'epidermide. La struttura del brano è bizzarra, infatti non si capisce bene la sua costruzione, tanto da far comprendere a fatica come riconoscere strofe, ritornelli e ponti, e per questo suona astratta e ipnotica, quasi da stordire l'ascoltatore, soprattutto quando i toni di tutti gli strumenti si alzano creando una confusione che disorienta. Le liriche sono la prosecuzione della precedente "Killahead", infatti lo stupro, la violenza e l'attrazione carnale sono alla base di questi W.A.S.P. versione horror, paragonando l'omicida a un demonio venuto da chissà dove e con la pelle scarnificata, solo per provocare dolore, perché egli è l'avvocato del diavolo e gode nel difendere i malvagi e incutere timore nei deboli, soprattutto nel sesso femminile, indifeso, debole, innocente, sensuale. Il killer chiede solo un bacio prima di lanciarsi nella furia omicida e di masturbarsi davanti al viso morente della ragazza, Sesso e morte rappresentano l'America, sussurra Lawless prima di mandare tutti a quel paese e descrivendo un pazzo schizzato che soffre di doppia personalità e che lentamente ne perde il controllo, rimanendo posseduto dalla metà oscura e psicopatica. Metà oscura e psicopatica del disco che appartiene di diritto al sesto brano, "Fetus" (Feto), posto esattamente nel mezzo della tracklist, altro non è che un breve interludio di poco più di un minuto, durante il quale si sentono urla e vagiti di un neonato che ha poco di umano, infatti le sue sembrano grida di un essere proveniente da un mondo lontano. Il pianto è reso ancor più inquietante da bisbigli confusi di sottofondo e da synth sinistri che richiamano molti film di fantascienza, quasi a voler dire che il feto in questione sia di natura aliena. Parte a canone "Little Death" (Piccola Morte) con un Lawless indiavolato che sovrasta la batteria possente di Howland, quando entrano le chitarre (sempre sporche e zanzarose) e il basso è il puro delirio per un chorus da pelle d'oca, talmente strano e, allo stesso tempo, orecchiabile. Il fastidio polveroso che si ode in sottofondo pervade l'intero pezzo, trasmettendo l'illusione di una fabbrica in attività e rendendo il brano sporco e accattivante. La voce del singer è costantemente campionata e contornata da cori inquietanti proprio per rendere l'idea della polvere accumulata nell'industria, inoltre i piatti della batteria riproducono i suoni di un martello che colpisce pesantemente un'incudine e gli strumenti a corda sembrano seghe elettriche che tagliano legna e metalli. La fabbrica W.A.S.P. è in piena attività, di giorno ma soprattutto di notte, quando, col favore delle tenebre, l'ebrezza demoniaca ha libero sfogo. Si ha chiara la percezione che la struttura Industrial Metal, esercitata qui dalla band, si allontani dalla classica struttura dell'Heavy classico, in cui le linee melodiche sono la colonna portante dei pezzi e gli strumenti (compresa la voce) risultano puliti nei suoni. "K.F.D." è invece un prodotto metal polveroso, lercio, dalle forme ruvide, ricoperto di ruggine ma, nonostante questo stato di opacità, il risultato è brillante. Il pezzo in questione rievoca, in questo polverone "manifatturiero" che si espande nell'aria, tutta la ferocia umana nel narrare di come sia dolce e piacevole la morte, perché pone fine a una vita miserabile su questo pianeta corrotto. Blackie incarna il figlio del diavolo e invoca il perdono delle tenebre, l'unica entità che lo abbraccia e lo bacia. Solo l'oscurità è un amore immortale. La morte invece è un dono romantico, ma anche un odio perpetuo che aleggia nel mondo. Il genere umano è la morte, lo è sempre stato, perciò non è male uccidere per liberare dall'oppressione di una vita fallimentare. Il testo è aspro e freddo, non vi è sentimento alcuno nel descrivere un mondo perduto nella violenza e nel sangue, perciò la parabola più ovvia è questa: solo la morte libera dal peccato e redime le anime. Uno dei testi più crudi scritti dal combo americano. "U" (Tu) segue quanto detto precedentemente, solo che questa volta il carnefice agisce non per una qualche azione salvifica, di natura morale, religiosa o spirituale, ma per puro divertimento. Lawless osanna ancora una volta l'odio, visto come un dio da venerare e supplicare, sputando paroline oscene contro qualcuno che gli ha spezzato il cuore e che vuole vedere morto. Le menzogne sono al centro dell'attenzione, Come fai a dormire sapendo ciò che sei? Fottiti bugiarda, io morivo per te mentre tu mi tradivi? spero che tu vada all'inferno, decanta il suo animo deluso da un amore perduto. La musica aumenta la tensione e poi la rilassa, attraverso ritmi sincopati, rallentamenti e velocizzazioni continui. La voce alterna tonalità basse, quasi sussurrate ad altre gridate a squarciagola (attraverso urla gutturali distorte e quasi vomitate) nel momento del violento chorus in cui anche gli strumenti esplodono all'unisono. La batteria resta mesta nelle strofe, quasi impercettibile, per poi fare da protagonista in più frangenti lanciandosi in raffiche battagliere alternate ad altre riflessive, ma la punta di diamante è rappresentata dalla chitarra polverosa di Holmes che dirige il tutto con sapienza, accompagnando fedelmente la voce del cantante ed esibendosi in un assolo chirurgico davvero "metallico", nel senso proveniente da un'acciaieria, visto che riproduce un suono bizzarro e gelido. Si prosegue il cammino con la malata "Wicked Love" (Amore Malato), tripudio di elettricità irrequieta, nella quale tutti gli strumenti sono sparati al massimo e che recuperano un suono più classico. In questo caso gli W.A.S.P. sono riconoscibilissimi, la voce di Lawless è, per la prima volta nel disco, pulita, senza campionamenti di sorta, il basso di Duda pompa che è una bellezza, conducendo il gioco, e le chitarre, sporche ma non troppo, sfrecciano come ai vecchi tempi di "The Last Command", il ritornello invece è melodico e possiede una potenza devastante, ottimo come coro da cantare nelle arene. Tutta la sezione ritmica suona alla perfezione, persino gli incroci tra basso e chitarra sembrano duelli che si incastrano e si amalgamano con il sottofondo di una batteria onnipresente e assordante che sembra riprodurre un combattimento tra spadaccini. E di duello tratta la canzone, ovvero di un amore perverso, di un uomo che domina la propria donna, la sottomette e la violenta. Non c'è sentimento, solo freddezza e perversione nell'espletare i propri desideri malsani e gettarli in faccia alla povera malcapitata. L'amore, in questo caso, è una droga che divora l'anima e i sentimenti, riducendo il corpo e la mente allo stato brado, azzerando ogni valore etico e morale. Insomma un ultimo slancio fugace e violento prima di una chiusura particolare, affidata alla traccia più articolata dell'album, della durata di ben 8:26 minuti, nei quali sono racchiuse tutte le tematiche e le varie sfumature presentate fino ad ora. Il compito di "The Horror" (L'Orrore), brano dal titolo eloquente, è proprio quello di illustrare l'oscurità di un disco come "K.F.D.", a cominciare da un arpeggio tenebroso e un po' arabesco, seguito a ruota da un sinistro giro di basso e una batteria che definire inquietante è un eufemismo. Dopo poco il tutto si ferma, poi ricomincia dal basso claustrofobico e la voce di Blackie fa irruzione quieta e puntando su un intonazione che ricorda la tradizione mediorientale. Dopo 3 minuti esplode il ritornello, il vocalist graffia alzando i toni e urlando a tutti dell'orrore che vede, la batteria prende vita e le chitarre soffocano il basso, mai così efficace e ben definito, a metà canzone subentrano le tastiere a mo' di cerimonia e Lawless veste i panni di un prete, parla ripetendo numeroso volte le tre parole che danno titolo all'intera opera (Kill Fuck Die) prima di lanciarsi per la seconda volta nel bellissimo e strano ritornello, anche questo cosparso di effetti per modificare la voce. Nel finale il ritmo aumenta, fino a sostenere un ritmo da cardiopalma. Le liriche non possono non riprendere tale oscurità, che tutto pervade, narrando di un uomo malato di mente. Nel suo cervello infatti vi è un verme rosso che si aggira nel suo corpo percorrendo le vene e scivolando nel sangue. L'uomo lo vede muoversi durante il sonno, come un incubo, o forse un sogno. Quel piccolo essere è incarnazione del male, è un piccolo assassino, un diavolo, un dio infernale, ma il verme, probabilmente, è l'uomo stesso. Il pazzo è l'orrore che vede negli occhi, lui rappresenta il mondo intero, e la morte è l'atto supremo. Uccidi, fotti muori, tutti devono comportarsi così, ma prima, devono inginocchiarsi e bere il suo sangue, rispettando questa cerimonia sacra. "The Horror" è la massima espressione di cinismo, nichilismo, crudeltà, malvagità e freddezza, laddove le tenebre avvolgono l'ascoltatore e gli ottenebrano la mente. Un capolavoro in ogni minima parte e ogni dettaglio riesce a suscitare le emozioni più recondite.

"K.F.D." è un lavoro coraggioso, diciamo un esperimento riuscito pienamente, un mostro meccanico, fatto di acciaio e progettato in ogni sua minima parte. Ogni pezzo che compone questa creatura, ossia le varie tracce, è costruito minuziosamente, ponendo attenzione su suoni e rumori. Ascoltando un disco del genere si ha la sensazione di ascoltare qualcosa di diverso, un progetto ben elaborato e destinato a palati fini, a cominciare da una produzione ottima per esaltare la "sporcizia" del sound moderno. Non sottovalutate il suo potere, come ho fatto io per anni, ma ascoltatelo più volte, cercando di capirlo, dunque entrate con coraggio nella fabbrica e lasciatevi travolgere dai suoi fumi inquinanti e se doveste trovate, posto in qualche angolo in penombra, un frigorifero lercio, macchiato, un po' arrugginito e che emette strani sibili, non abbiate paura di scrutare al suo interno, perché ne vedrete delle belle. Ci sono voluti anni e anni di ascolto ma alla fine ho riconosciuto al disco il valore che merita, perché una volta assimilato, la magia scaturita dalle note di "K.F.D." mi ha rapito, sedotto, posseduto, stringendomi a sé fino a stritolarmi e penetrandomi nel cervello come un virus.

1) Kill Fuck Die
2) Take The Addiction
3) My Tortured Eyes
4) Killahead
5) Kill Your Pretty Face
6) Fetus
7) Little Death
8) U
9) Wicked Love
10) The Horror

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