W.A.S.P.

Inside The Electric Circus

1986 - Capitol Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
25/10/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"Benvenuti nella giungla, tra divertimento e giochi, dove puoi avere tutto ciò che desideri", ci sarebbe da dire, poiché è di un circo che andremo a parlare. Un circo dall'alto carico erotico e dal divertimento sfrenato che monta le tende nella Los Angeles di metà anni 80, tra le boulevard di sogni effimeri e di cuori infranti, tra colline scintillanti al sole e vicoli infestati da giovani balordi in vena di fare baldoria. È qui che prende vita la storia degli W.A.S.P.. Prima un disco di esordio feroce e dai connotati horror metal, con testi incentrati su perversioni e impulsi assassini che fomentano gli animi dei rockers degli anni 80 e colpiscono la morale dei benpensanti americani, poi un secondo lavoro efficace, a conferma del talento della band e dei singoli musicisti, sempre dall'animo selvaggio e stradaiolo, ma meno legato a tematiche horror ed erotiche, infine una terza opera, a chiusura di un cerchio. E così, eccoci giunti alla disamina riguardante la terza fatica degli W A.S.P.: Inside The Electric Circus. Blackie Lawless sposta baracca e burattini e, nel luglio del 1986, trasforma lo studio di registrazione in una vera e propria giungla, iniziando a lavorare sui nuovi pezzi, chiudendo così la "trilogia degli eccessi" iniziata con l'omonimo debut-album e proseguita con "The Last Command", appunto. Si accennava a una giungla, perché le coordinate prese dalla band californiana sono le stesse con cui hanno abituato il pubblico fino ad ora, ossia energia incontrollata, parole sporche, chitarre sabbiose e spettacoli live estremi. In una parola: Zoo. È la stessa sensazione che cerca di trasmettere la cover-art, non proprio bellissima ma tipica degli anni 80, che vede il leader massimo dietro le sbarre di una gabbia, con una tutina tigrata e i capelli cotonati da leone (look che fa molto glam), guanti con artigli affilati e chitarra stretta tra le braccia sul cui manico, a caratteri giallo acceso, compare il titolo della sua nuova opera: "Inside The Electric Circus". Questo è il nome dato alla neonata creatura in casa W.A.S.P., che vede la luce il 21 ottobre 1986, dopo una breve gestazione estiva seguita al frenetico tour di "The Last Command" che aveva toccato ogni angolo del pianeta e con concerti spalla a nomi importanti come Iron Maiden e Black Sabbath. Il terzo lavoro rappresenta sempre una prova più importante per un'artista, al quale si chiede maturità stilistica unita ad esperienza ormai acquisita e, almeno secondo il mio umile parere, anche in questo caso l'obiettivo viene centrato in pieno. In realtà, all'epoca del rilascio, l'album viene accolto tiepidamente sia dalla critica e sia dal pubblico, le vendite non decollano e l'LP non va oltre la posizione n. 60 delle classifiche internazionali. Il motivo di tanto insuccesso, almeno rispetto ai lavori precedenti e a detta di alcuni uditori-musicologi-filantropi-sociologi di grande cultura, è l'ammorbidimento del suono e maggiore attenzione alla melodia che lo rende più commerciale, in senso dispregiativo. Non scherziamo! Chiamatele follie degli anni 80, ma non ho mai capito il mistero dietro al quale si celano gli insuccessi commerciali di certi (grandissimi) dischi stroncati da tutti, ai tempi, e rivalutati soltanto dopo svariati anni. È il caso di "State Of Euphoria" degli Anthrax, oppure di "Age Of Consent" dei Virgin Steele, di "Savage Amusement" degli Scorpions e ancora di "Rock The Nations" dei Saxon, o del tanto osteggiato "Fight For The Rock" dei Savatage. Trattasi invece di opere magari più morbide, finite nel calderone dell'airplay verso il quale i discografici spingevano per adeguarsi al mercato, ma sul cui valore ci sarebbe da discutere per giorni interi. Tornando all'album in questione, questo "Inside The Electric Circus" suona in perfetto stile W.A.S.P., confermando, una volta per tutte, la qualità del gruppo.

The Big Welcome - Inside The Electric Circus

Il circo elettrico giunge in città, percorre le strade del paese attirando l'attenzione dei pedoni sparando dagli altoparlanti, posti accanto al tendone, una musichetta gioiosa. Un uomo dà il benvenuto alla gente presentando orgoglioso il programma della serata: una dimensione onirica e la musica come passaporto per un mondo magico dove, al suo interno, alcuni bizzarri animali (a cominciare dal Blackie Lawless felino) animano il tutto. Scorre così il primo pezzo, "The Big Welcome" (Il Grande Benvenuto) che funge da breve introduzione (recitata) alla title-track. "Inside The Electric Circus" (Dentro Il Circo Elettrico), che parte subito a cannone con un ritmo stoppato e cafone della batteria e le chitarre sommesse per creare attesa e atmosfera. Poi le strofe si velocizzano e la voce da carta vetrata del vocalist esordisce spazzando via ogni dubbio: gli W.A.S.P. sono ancora belve fameliche, assetate di riffs pesanti, ritmiche graffianti, acuti tremendi e melodie che stordiscono. Holmes fa il suo dovere alla chitarra, soprattutto nel bel solo, seguito a ruota da Blackie, per la prima volta in veste di chitarrista, mentre il basso pulsa a dovere, merito del nuovo innesto, Johnny Rod, che già aveva dato prove eccellenti con la band di Carmine Appice e Mark Free nei primi due dischi dei King Kobra ("Ready To Strike", 1985 e "Thrill Of A Lifetime", 1986). Il ritornello è talmente bello, rifinito da cori, da spezzare il cuore e i timpani in un colpo solo, merito, come al solito, della penna di Blackie, padrone assoluto sia delle liriche che delle melodie. Il singer ruggisce intonando le note, parla col pubblico presente in sala, nel bizzarro tendone da circo, e le gabbie che contengono strani animali si aprono all'improvviso con un colpo scenografico da far sussultare i cuori e tremare le gambe. Le luci, da soffuse, esplodono con intensità accecando gli sguardi e illuminando i folli protagonisti della serata. Il ritornello mette in risalto la pazzia che imperversa sul palco, i cori assomigliano a grida animalesche e selvagge e il circo è definito "elettrico" a causa del gioco di luci che stordiscono e danno un senso di euforia indotta, come sotto effetti di stupefacenti. L'elettricità fonde gli amplificatori (come nel film "Morte a 33 giri" che accennerò a fine recensione) e, a questo punto, il tendone si trasforma in un manicomio dove tutti urlano e scalciano e dove riecheggiano le seguenti parole: La vita su strada, notte dopo notte, di uno strano mondo che tu dovresti conoscere, e la vita è come un show. "Stai attendo agli animali sciolti", ammonisce Lawless in veste di reverendo e, al contempo, di animale libero.

I Don't Need No Doctor

Terminato l'encomio di benvenuto si prosegue l'assalto con una particolare cover di Ray Charles, "I Don't Need No Doctor" (Non Ho Bisogno Di Dottori), incisa per la prima volta nel 1966 e risuonata da gruppi di varia natura nel corso della storia (ricordo, per esempio, i rifacimenti di Humbe Pie, Nomads, Styx, Chocolate Watch Band). Gli W.A.S.P. la velocizzano rendendola ovviamente più metallica e adatta al loro sound, e devo ammettere che suona davvero bene. Il brano si tinge di Rock 'n' Roll con chitarre stile anni 50 e coretti ululati di tutti i membri della band che accompagnano le varie strofe. La struttura riprende, come appena accennato, le ritmiche del Rock vecchio stile, stravolgendo perciò l'originale di essenza Jazz, ma lasciando la struttura del pezzo molto semplice, poco più di 3 minuti nei quali il ritornello viene ripetuto mille volte con l'intercalare di un paio di strofe e il testo, forse troppo uniforme e ripetitivo, essendo adeguato a canoni vecchi, non la fa di certo brillare. Il protagonista della vicenda è malato, malato d'amore, ha perduto la sua metà e adesso è infelice, i suoi cari gli consigliano di rivolgersi a un dottore, forse per superare la fase di depressione acuta, ma lui non ne ha bisogno, conosce il proprio malessere e ci convive. Emozione, questa è la parolina chiave di cui ha voglia, e non di ricette mediche, di riposo a letto o di liste d'attesa. Dunque viene invocato il fascino di un nuovo amore, come una pozione magica, in grado di farlo tornare a vivere e gioire. Brano vivace ma con un testo tanto semplice quanto amaro. In definitiva, nulla di eclatante ma una canzone piacevole scelta come secondo singolo estratto, corredata da un videoclip supercolorato che vede la band esibirsi sul palco.

9.5. - N.A.S.T.Y.

Come da tradizione W.A.S.P., dopo "B.A.D." e "L.O.V.E.", entrambe presenti sul debut album, è la volta di un altro titolo puntato, "9.5. - N.A.S.T.Y." (9.5. - Sgradevole), primo singolo estratto dal disco, presente in rotazione sui canali musicali e accompagnato da un bel videoclip patinato, simbolo stesso del decennio. Ho sempre apprezzato questo pezzo, dal sapore molto (troppo) americano, perché trasmette una sensazione di piacevole calore sulla pelle. I toni non sono furiosi come nella traccia d'apertura, appaiono poco più pacati, soprattutto nella sezione ritmica, mentre la voce di Lawless graffia come al solito, lanciandosi in grida furiose per tutta la sua durata e senza riprendere fiato. Ci pensa il compagno d'asce Holmes, grazie a un assolo lungo e pungente, a far quadrare le cose, invece la batteria è precisa ma un po' appannata nella sua staticità e, a tratti, rimane l'unico strumento ad accompagnare l'ugola del singer. Il testo è un tributo a una donna immaginaria (l'ennesimo nella carriera della band), dall'aria sensuale e difficile da raggirare persino per un tipo come Blackie Lawless, e dagli occhi di fuoco che impietriscono qualsiasi uomo sulla faccia della terra. Egli la desidera con tutto se stesso, sta diventando pazzo dal desiderio di possedere il suo corpo, ma lei, come suggerisce il titolo, è una donna "abominevole" e spregiudicata, un killer con i tacchi alti che fa strage di cuori dalle 9 alle 5 di notte (ecco spiegato le cifre presenti nel titolo) donando il suo corpo dietro compenso perché è il suo business, ma la sua anima e la sua mente rimangono imperscrutabili e inafferrabili. Per chiunque al mondo.

Restless Gypsy

Probabilmente il mio brano preferito all'interno di questo album porta il nome di "Restless Gypsy" (Zingaro Irrequieto), sensuale pezzo d'arte che, in molti passaggi, richiama la più famosa "Wild Child". Stessa carica emotiva ed erotismo a palate che vengono trasmessi attraverso strofe delicate e intonate con cautela, per poi arrivare a un ritornello che mette i brividi. I pre-chorus alimentano l'atmosfera generale del brano e il bridge cattivissimo prima dell'assolo esalta come non mai, senza tralasciare quell'atmosfera malinconica che pervade l'intero pezzo e che si protrae grazie a una batteria e un basso incisivi fino alla fine. La suddetta malinconia selvaggia si appiccica addosso, sulla pelle sudata per l'arsura estiva, e nemmeno la brezze della sera riesce a spazzarla via. Adoro ogni nota di questa canzone, la quale riesce a trasmettermi desiderio incondizionato di libertà dopo l'ascolto. È proprio questo l'intento del testo, il quale ci racconta di un vagabondo che si muove da una parte all'altra dell'America, col sole cocente del deserto che gli brucia sulla pelle e il vento che gli spettina i capelli. L'uomo è in viaggio perenne, non si ferma mai ed è sempre in corsa alla ricerca dell'anima gemella. Seguendo il suo cuore e cavalcando nella brezza, proveniente da lontano, che sembra portare con sé gli spiriti della libertà. Due cuori selvaggi e vagabondi destinati a stare insieme, e il vento è visto come una zingara affascinante, allegoria di libertà, che li costringe a girare, a spostarsi, a conoscere se stessi e ad amarsi.

Shoot From The Hip

"Shoot From The Hip" (Spara Dall'Anca) ha un riff di chitarra protratto a lungo, mid-tempo dal fascino ancestrale, come una danza tribale attorno al fuoco. La voce di Blackie è bassa, oscura, e si alza nell'intonare il ritornello, come al solito, azzeccato e aizza-folle. Protagonista è il basso di Rod, mentre le chitarre rimangono sommesse per non sporcare il suono della batteria, a questo punto la sensazione di un album più morbido rispetto ai primi due è palese, eppure l'anima degli W.A.S.P. rimane inalterata e il sacro fuco selvaggio che li avvolge tra giochi di luci e fiammate del tendone da circo arde ancora negli strumenti. Stiamo parlando pur sempre di Hard & Heavy, sia chiaro, soltanto un po' meno grezzo rispetto al precedente "The Last Command" e poco più patinato, adeguandosi a più riprese a una produzione (e livello di composizione sonora) tipica dello Sleaze Metal più pulito e radiofonico, tanto di moda al periodo. Leggendo le liriche ci si ritrova proiettati in una di quelle zone al confine col Messico, come già per "Blind In Texas", dove il bandito Lawless gira per la città in versione cacciatore di taglie, con le pistole cariche e pronte a sparare per prendersi ciò che desidera: donne, soldi, macchine veloci. La sua filosofia è "Vivi spericolato e muori giovane" (Che è un po' tutta la filosofia del Rock 'n' Roll), e anche in questo caso non poteva mancare la donna fatale che cattura il cuore di pietra di questo delinquente, sempre incline a infrangere la legge. Blackie la invita a prendere la sua pistola (capito il senso?) e lanciarsi in un duello serrato che non avrà vincitori. La solita dark lady sarà in grado di caricare velocemente l'arma da fuoco e sparare dritto al cuore?

I'm Alive

La puntina del giradischi si impenna e rimane il silenzio, siamo giunti a metà opera ed è tempo di passare al lato B del vinile, la seconda parte fa letteralmente il botto, con un cavallo di battaglia, l'incredibile "I'm Alive" (Sono Vivo), riproposta spesso dal vivo e fascinosa a livelli estremi. Le chitarre sono cavalli da battaglia, riproducono una marcia verso la vittoria sul campo, la batteria e il basso li seguono in sottofondo, schiacciati un po' dalla produzione ovattata e, protagonista assoluta, è la voce del mastermind, di una bellezza evocativa che intona uno dei ritornelli più belli che abbia mai sentito. Blackie Lawless è un genio, questo l'ho sempre pensato, nonostante la sua tecnica vocale e il suo livello di creazione non permettano troppe variazioni, eppure riesce ogni volta a graffiare l'anima dell'ascoltatore attraverso una sensualità innata. Basta sentire i versi di questa canzone per essere proiettati in un mondo astratto, probabilmente un circo fantastico, fatto di note malinconiche ma anche energiche, inoltre c'è l'assolo immaginifico di Holmes a colmare il cuore e a far scattare la platea in piedi per un fragoroso applauso. È una canzone autobiografica, il protagonista della vicenda è di fronte allo specchio e ha un'aria minacciosa, parla a se stesso e si rimprovera, nella lastra di vetro vede riflessa la sua metà oscura, quella che nasconde un mostro dal quale lui cerca di scappare, probabilmente la sua sporca coscienza, covo di perversioni assecondate e di bugie pericolose. Non c'è una cura per la salvezza dell'anima, il suo cuore e la sua testa sono fatti di pietra, non cedono al richiamo delle emozioni, ma la lotta interiore è dura per conquistare il regno dei sentimenti e tornare sulla retta via. Intanto egli è ancora vivo e, giocando l'ultima carta rimastagli, potrebbe essere l'unico sopravvissuto e tornare ad amare. Uno dei tanti testi profondi, riflessivi, usciti dalla penna dell'artista originario di Staten Island e che ogni volta riescono a stregarmi.

Easy Living

La seconda cover dell'album proviene da una delle mie band preferite, i leggendari e purtroppo molto sottovalutati, Uriah Heep, tra i padri dell'Hard che vanno a comporre il quadrato magico assieme a Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, anche se molto spesso ci si dimentica di loro. "Easy Living" (Il Vivere Facile) è tratta dal capolavoro della band inglese, quel "Demons And Wizards" uscito nel 1972 e ancora oggi oggetto di venerazione, tanto è immensa la sua magia musicale, e scritta da uno dei più grandi artisti Rock di sempre, ovvero Ken Hensley, tastierista e deus ex machina degli Heep, il quale collaborerà con gli stessi W.A.S.P. nel seguente "The Headless Children". Gli W.A.S.P. non si allontanano dalla versione originale, già di per sé potente e grintosa, preferendo lasciare tutto come era, le strofe veloci, sezione ritmica fatta di energia elettrica, i coretti (che fanno molto western) nel ritornello e il meraviglioso bridge cantato a squarciagola, anche se l'assolo di chitarra varia di poco e la voce di Lawless è molto più sporca e bassa rispetto a quella del mitico David Byron (RIP), non riuscendo a raggiungere le vette acute e i falsetti di quest'ultimo. Però la veste di questo gioiello gli si addice e gli si cuce addosso alla perfezione, sembrando un prodotto targato Lawless a tutti gli effetti. Non a caso "Easy Living", io stesso, l'ho sempre considerata una composizione moderna per l'epoca e attuale ancora oggi, grazie alle sue ritmiche veloci ma allo stesso tempo ipnotiche. L'unica cosa a mancare nella nuova versione, sono le "onnipresenti" tastiere di sir. Hensley, che danno quel tocco di esoterismo in più, ma la canzone è più che riuscita, inoltre il rifacimento di canzoni famose mette sempre a dura prova gli artisti, figuriamoci il rifacimento di una canzone appartenente al repertorio di una band geniale e che ha fatto da scuola a molti. I testi degli Uriah Heep, sin dall'inizio, sono sempre stati incredibili e molto maturi e anche qui non si fa eccezione: L'esternazione di un amore, affrontata con la profondità di una breve (così come è breve il brano intero, appena 3 minuti) poesia. Il "Vivere semplice" non è altro che la conseguenza dell'amore, quello cercato per le solitarie strade sferzate dal vento, giorno per giorno, in balia di un sentimento di rivalsa che porta il giovane amante al ricerca continua di un'anima solitaria come lui, e con la quale legare le proprie vite, in attesa del giorno felice, dove coronare il sogno più bello. Essere felici insieme, e con la mente sgombra da problemi, vivere in modo semplice appunto.

Sweet Cheetah

"Sweet Cheetah" (Dolce Ghepardo) è un pezzo scritto insieme a Chris Holmes, proseguendo intrepido il percorso affrontato fino ad ora. Hard and Heavy senza fronzoli su cui spiccano la batteria di Riley e i riffs di chitarra screziati e catartici che sembrano attendere prima di sfogarsi in una continua rincorsa, e poi, ancora una volta, la melodia sublime e paradisiaca che ci avvolge tra le sue braccia astratte. A mio avviso una delle migliori tracce dell'album, composta da un testo che ci riporta nell'ambiente circense, dove un particolare animale si sta esibendo, in una tutina a chiazze che fa tornare in mente la copertina del disco. Questa volta Blackie fa la corte a una donna ghepardo, suadente e pericolosa come un felino dagli artigli aguzzi, il suo amore è viscerale e cannibale, il richiamo della carne lo ossessiona, perciò desidera essere letteralmente divorato dal "dolce ghepardo", dagli occhi accesi nella notte e con la pelle maculata. Preda che si trasforma in carnefice in una giungla che l'ha resa selvaggia e imprevedibile, dagli artigli in grado di squarciare corpi e bere il sangue che sgorga dalle ferite, per poi affondare i denti nella carne fredda. Il dolore fa parte dell'amore, è un amore cannibale, e la carne è oggetto di desiderio sessuale. Questi sono gli W.A.S.P., animali che giocano col pericolo e con la seduzione, perciò la traccia li rappresenta perfettamente, così come sono rappresentati da "L.O.V.E. Machine" o da "Wild Child", pezzi che uniscono amore passionale, follia perversa, potenza sonora ed emozionale.

Mantronic

Tocca a "Mantronic" (Cibernetico) proseguire il discorso, con chitarre esplosive che fanno seguito a un delicato arpeggio iniziale che ritorna poi, prima del bridge, forse per dare un tono solenne ma di gravità, con conseguente assolo al fulmicotone. È interessante notare come la batteria dialoga col basso granitico e il suo riff succulento, i quali sanciscono un ritorno a sonorità cadenzate e violente velate di amarezza, rivelando l'anima oscura della band, che non è solo selvaggia e grottesca ma anche crepuscolare. Il testo "futurista" è alla base di tale cupezza sepolcrale, laddove Blackie Lawless si identifica con un cyborg, metà uomo e metà robot, che sanguina ma che non sente dolore, con la pelle d'acciaio e i nervi meccanici. La lirica in realtà è un'efficace analogia della vita stessa del cantante, il quale si sente solo, come una massa magra e affamata perché priva di cibo, e con un cappio attorno al collo per fuggire alla vita, spesso misera. Ha perciò un'anima divisa in due, dove la parte umana è ricca di debolezze, di sentimenti e di ferite, mentre la parte meccanica è forte, insofferente, desiderosa di riscatto. È molto interessante notare un passo che fa parte del bridge finale, nel quale si scrive "Se sbirci oltre la porta, fa attenzione, perché ciò che desideri potrebbe avverarsi", infatti questa frase sarà la base e la colonna portante di un intero lavoro, precisamente il capolavoro assoluto degli W.A.S.P., il mitico concept-album "The Crimson Idol". Evidentemente il buon vecchio Blackie, da questo momento in poi, vaglia diverse vie di espressione, per non incappare nella staticità che molte vittime ha mietuto, indagando su altri lidi sonori che saranno esplorati già dal seguente lavoro.

The King Of Sodom And Gomorrah

L'undicesima traccia rivisita un passo biblico, "The King Of Sodom And Gomorrah" (Il Re Di Sodoma E Gomorra), riproponendo la sofferenza delle popolazioni flagellate da Dio per la loro dedizione ai vizi e alle perversioni. La voce del cantante si fa più graffiante del solito, giusto per affrontare un tema tragico e serioso e recitando dei passi dopo il ritornello, la sezione ritmica che lo accompagna si appesantisce in un ritmo tenuto a freno e mai lasciato correre, forse per dare un tono tragico raccontando l'episodio, non a caso la traccia in questione è probabilmente quella più dura all'interno dell'LP e, allo stesso tempo, più cadenzata. L'assolo di chitarra assume toni arabeschi (trattando delle due città mediorientali distrutte per l'empietà dei loro abitanti) ed è uno degli elementi che colpiscono di più. La band si paragona agli eredi di quelle popolazioni bruciate dal grande incendio divino, perché anche loro sono dediti ai peggiori vizi, sono selvaggi, affamati di sesso, lussuriosi, anime peccatrici e perverse, attirati da ogni tipo di eccesso. La vita per loro è l'inferno percorso su due ruote, cavalcando il vento e andando incontro a un'altra esistenza. Ma vengono mangiati vivi dal destino, perché sono la nuova tribù selvaggia di Sodoma. Animali che si nascondono tra le sabbie del deserto. Dal caldo della California a quello del Texas, e infine a quello del Medioriente, gli W.A.S.P. sono rettili a sangue freddo e in continua cerca di raggi solari.

The Rock Rolls On

Si giunge al termine con quello che è l'emblema stesso della loro filosofia, "The Rock Rolls On" (La Roccia Rotola), dove la musica Rock è immortale, uno stile di vita da seguire fino alla fine dei tempi, e perciò non smette mai di progredire e di reinventarsi. Tematica e struttura del brano sono abbastanza banali, inflazionati, certamente piacevoli ma anche un po' anonimi. La canzone va presa per quello che è, semplicemente uno sfogo Rock 'n' Roll che sottolinea che gli animali sono ancora sul palco per intrattenere il pubblico e, per l'ennesima volta, ci si ritrova sparati a 200 all'ora all'interno di un'auto sportiva che percorre le strade isolate. Mai togliere il piede dall'acceleratore, e sentire le rocce grattare sotto gli pneumatici. La macchina d'acciaio corre a folle velocità senza fermarsi, così come la musica. Come appena accennato, anche la sezione ritmica appare semplice, strofa ritornello assolo al fulmicotone, insomma una composizione-base presa alla lettera dal manuale del Rock classico. Non una traccia fondamentale ma uno sfizioso epitaffio. A questo punto la performance termina, gli animali salutano la platea e tornano dietro il sipario, i riflettori si spengono e il tendone del circo elettrico chiude le porte. La gente si riversa in strada stordita dal volume e ancora accecata dal gioco di luci. Tutti si scrutano in volto per cercare di capire le reazioni più disparate, e tutti, nello stesso momento, si chiedono la stessa cosa. Ci siamo divertiti stasera? Secondo me sì.

Conclusioni

Anche se l'album non vende bene quanto i precedenti, venendo per lo più stroncato dalle testate di mezzo mondo, in particolare il popolare giornalista canadese Martin Popoff ne parla come di un fallimento, Blackie Lawless diventa un'icona del Rock, addirittura contattato (ma sostituito poco prima delle riprese) per recitare la parte dell'antagonista nel simpatico film horror "Morte a 33 giri", diretto da Charles Martin Smith e uscito nelle sale proprio in quel periodo. Se non lo avete mai visto vi consiglio di provvedere al più presto perché la pellicola trasuda anni 80 in ogni singolo fotogramma, inoltre vi è la partecipazione del "reverendo" Ozzy Osbourne e quella di Gene Simmons. Un film horror che parla di musica Heavy, cosa volete di più? Tornando al disco degli W.A.S.P., il terzo lavoro in studio "Inside The Electric Circus" conferma quanto di buono già fatto, con l'unica pecca di un produzione meno incisiva del solito, ma fidatevi di me, se non lo conoscete lasciate stare le critiche sterili e dategli un ascolto, non ve ne pentirete. Si tratta, tra l'altro, di un disco spartiacque e transitorio, perché se da una parte chiude la prima trilogia sleaze metal della formazione californiana, dall'altra parte dà inizio alla seconda fase in carriera, quella che eleva gli W.A.S.P. a icone assolute del metal, facendo fare il balzo definitivo a Blackie Lawless come artista a tutto tondo. Da questo momento in poi nella mente del cantante scatta una vena compositiva ancora più spiccata, forse stufo delle critiche e della censura, e allora si chiude in se stesso, affrontando un processo di introspezione che lo porta, di lì a poco, a una fase più intimista della sua carriera, ponendo maggiore attenzione al songwriting, decisamente più serio e maturo, e a una musicalità più profonda, capace di proiettare la sua band negli anni 90 e di non rimanere schiacciata dall'esplosione del rock di Seattle, che spazzerà via un buon 90% delle band hard&heavy degli anni 80. Ma questa è una storia che avrò modo di raccontare prossimamente. Nella line-up del 1986 troviamo ancora una volta dei cambi, subentrano Steve Riley alla batteria e Johnny Rod, prelevato direttamente dai King Kobra, che allontana inaspettatamente Blackie Lawless dal suo primo amore, il basso, in modo tale che quest'ultimo decida di imbracciare la chitarra ritmica per non rimanere solo e fare compagnia al fido Chris Holmes. Inside The Electric Circus non presenta la ferocia dei due album precedenti, ma a livello compositivo siamo quasi lì, e tanto basta per non snobbarlo più e rimetterlo nel lettore per una nuova ripassata. Il disco resta in classifica per ben 19 settimane, anche se non si spinge mai alle posizione più alte, venendo quasi subito dimenticato dalle radio, non riuscendo a lanciare nella memoria collettiva un solo brano. Io conto almeno tre pezzi in grado di rivaleggiare con le hit più famose del gruppo, perciò non sarei coì severo verso questo lavoro. Insomma, prendete coraggio, lasciatevi sedurre dalla voce profonda del presentatore, il quale vi invita ad accedere nel tendone da circo, mettetevi comodi e godetevi lo spettacolo animalesco che i Nostri metteranno in scena, tra donne seducenti, atti osceni, schitarrate selvagge, tutine appariscenti, animali della giungla e tanta buona musica hard rock.

1) The Big Welcome - Inside The Electric Circus
2) I Don't Need No Doctor
3) 9.5. - N.A.S.T.Y.
4) Restless Gypsy
5) Shoot From The Hip
6) I'm Alive
7) Easy Living
8) Sweet Cheetah
9) Mantronic
10) The King Of Sodom And Gomorrah
11) The Rock Rolls On
correlati