W.A.S.P.

Helldorado

1999 - CMC International Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
12/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Dopo la piccola parentesi Industrial proposta nel precedente album, "K.F.D.", uscito due anni prima senza raccogliere tanto successo, gli W.A.S.P. lasciano da parte ogni sperimentazione per ritornare dove tutto ebbe inizio, agli albori della musica moderna, quando nel mondo imperava il verbo del Rock 'n' Roll. Per farlo, chiudono la fabbrica piena di veleni, nubi di polvere e macchinari pericolosi, caricano gli strumenti in auto, una cadillac di colore grigio e dal muso infernale (come si evince dalla bella e accattivante copertina), e fuggono dalla città infestata alla ricerca del luogo idilliaco dove il Rock classico non ha mai smesso di suonare. Per incidere "Helldorado" (Inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi "Hot Rods To Hell"), Blackie Lawless e compagni tornano nel deserto, il loro habitat naturale, percorrendo le lunghe e assolate strade del sud degli Stati Uniti, e facendo tappa in quelle cittadine americane sperdute nel nulla e un po' sospese nel tempo, dove tutti si conoscono e la sera si ritrovano nell'unico locale del paese, dove l'aria è polverosa, le case, in legno, sono modeste e disseminate nei campi, dove la gente vive ancora di agricoltura e allevamento e la domenica mattina si reca in chiesa per la messa. Ascoltando l'album, infatti, si ha la sensazione che il tempo si sia fermato agli anni 50 e l'atmosfera che si respira in poco più di 40 minuti è davvero genuina. Gli W.A.S.P. provengono dal Rock 'n' Roll e, in questo album, vogliono ribadirlo al pubblico, perché è qui che affondano le proprie radici ed è da qui che vogliono ripartire, dopo un evoluzione musicale durata quasi dieci anni. "Helldorado" si presenta appunto come un album dal sapore classico, semplice e diretto, ogni sperimentazione viene allontanata a favore di una compattezza sonora più ruvida e sporca, così come viene ignorata la vena intimista molto presente negli ultimi lavori della band. Ciò che ne esce è un disco per fans, divertente e genuino come solo il Rock di un tempo sapeva essere, un ritorno non proprio ai primi album, ma più precisamente ai primi demo-tapes, dove il suono era davvero ruvido e riproduceva fedelmente l'attitudine e lo spirito del gruppo, senza mega produzioni o suoni laccati. Insomma tanta dedizione e semplice passione per la musica, che fanno del lavoro una sorta di esperimento al contrario, ovvero, dopo una evoluzione stilistica e una maturità concettuale raggiunte nel corso degli anni, il tutto regredisce fino alla stato brado, semplificando la costruzione delle tracce e il significato dei testi, per rendere omaggio al genere che più di ogni altro ha saputo influenzare il mondo dello show-business.

"Drive By" (Guidare Per) è una piccola introduzione eseguita con l'organo che riproduce una melodia inquietante, mentre in sottofondo si sente il motore irrequieto di una macchina che attende di partire per chissà quali lidi. Il tutto è sovrastato da una voce narrane dall'aria solenne che, al pari di un reverendo, sembra minacciare lo sventurato automobilista: "Vuoi andare ora? Guarda che questa non è una gita di piacere e questa non è la vecchia macchina di tuo fratello? Sei pronto? Allora benvenuto all'infern". Poi si sente lo schianto dell'auto, spedita dritta negli inferi per affrontare un viaggio particolarmente cruento. La title-track, come da tradizione, deve tenere alto l'onore dell'intero lavoro, e anche in questa occasione, "Helldorado" (Helldorado) non delude le aspettative. Non appena sul lettore si legge "Traccia numero 2", le casse esplodono facendo schiantare a terra gli strumenti, come un tuono improvviso. Chris Holmes dirige l'orchestra con l'energia della sua chitarra, elaborando un giro semplice ma pieno di grinta, Stet Howland lo segue imperterrito e, in fine, Blackie Lawless irrompe nei panni di Jerry Lee Lewis, intonando le strofe con voce sporca. Questo è fottuto Rock 'n' Roll, lo si capisce nell'immediato, non appena gli strumenti invadono l'ambiente circostante, e la strada per la città di Helldorado ha una corsia preferenziale che ne esalta questo genere di musica. Il Rock è l'inferno e il brano in questione è una cannonata sparata in faccia. Mike Duda, al basso, si percepisce appena ma il suo lavoro risulta comunque importante per impreziosire la sezione ritmica, poi la chitarra di Holmes è di nuovo protagonista nel grande assolo centrale, di vitalità incredibile, e si ripercuote nel finale accompagnando il vocalist in un ritornello che è pura alchimia col testo, intenso e scintillante, nel quale i motori ruggiscono nelle strade deserte e si riprendono le parole dell'introduzione. La musica ci accompagna all'inferno, questa non è una gita di piacere, e la strada che porta a destinazione è costellata di fuochi, fumo, rumori molesti, mostri. Ma a breve la corsa sarà finita e la mitica città di Helldorado sarà una nuova casa per i poveri sventurati. Lawless, dalla carica indomita e dal fascino anni 50, si presenta come un demone minaccioso, o forse come un veggente, o magari come semplice attore teatrale che invita gli automobilisti a prendere parte al suo bizzarro spettacolo. Fatto sta che il pezzo suona davvero bene e lo spirito della band si impossessa immediatamente dell'ascoltatore. "Don't Cry (Just Suck)" (Non Piangere Ma Succhia) presenta ancora una volta il narratore minaccioso che dice al pubblico di non piangere ma di godersi lo spettacolo, poi gli strumenti ruggiscono ancora riproponendo uno Street Metal vecchia maniera e la voce del leader risulta ancora più sporca e rauca rispetto alla traccia precedente. Il ritornello è azzeccato, basato su una melodia che si incolla addosso sin dai primi istanti e che parte appena dopo il primo verso. Qui non si perde tempo, e come il Rock classico, il pezzo in questione è semplice e diretto e ogni cosa è elaborata in una manciata di minuti, comunicando energia allo stato puro. Ancora una volta l'assolo di Holmes è perfetto e non lascia scampo per un brano dal sapore polveroso che comunica goliardia e foga animalesca. Torna il tema della sessualità, tanto caro agli W.A.S.P., Lawless afferma di ottenere ciò che vuole e di essere un perverso, mentre davanti a sé, una donna si dimena piangendo per sfuggire alle sue fauci. "Non ti lascerò andare, sarai la mia puttanella", dice il singer con tono deciso, prima di lanciarsi in una serie di volgarità che non si sentivano dal mitico disco di esordio quindici anni prima. Un elogio al sesso orale dove la povera ragazza è costretta a inginocchiarsi per il piacere malato e perverso dell'uomo. Gli W.A.S.P. animaleschi mancavano da un pezzo, perciò un lavoro come il presente album, non solo è un ritorno a determinate e vecchie sonorità, ma anche a testi sfrontati, ingenui e giovanili che non si leggevano da tanto. Insomma, il gruppo è tornato a scuotere. Un giro di chitarra cafonissimo e pesante dà il via alla canzone più lunga dell'opera, la sulfurea "Damnation Angels" (Angeli Della Dannazione), brano dal gusto country, sabbioso e dal fascino prezioso. Il basso di Duda questa volta è uno dei protagonisti, facendo da colonna portante, la chitarra di Holmes è solenne e cauta in più frangenti e trasmette calura e rocciosità provenienti dal deserto fino a quando si lancia in un solo incredibile, mentre Lawless, in tonalità altissime, sembra rievocare una preghiera, tanto è concentrato e cadenzato. La traccia è un mid-tempo riuscitissimo, probabilmente una delle migliori canzoni all'interno del disco, anche perché riesce ad evocare in modo perfetto le atmosfere scaturite dalle liriche e a differenziarsi dai restati brani molto simili tra loro. Il testo è un'esaltazione del male. Blackie dice di voler essere riconsegnato al male, dove praticamente è nato, perché egli è un peccatore e deve bruciare tra le fiamme. È allievo di Lucifero in persona e, se esiste un vero inferno, allora lui comprerà un biglietto per farci un giro, assieme ai suoi compagni, gli angeli dannati, percorrendo la strada dell'orrore e del terrore, fino a raggiungere le fiamme che tutto divorano. L'auto demoniaca continua a sfrecciare a tutta velocità per i sentieri oscuri, alla ricerca della leggendaria città, gli W.A.S.P. non accennano a fermarsi e tirare il freno a mano, anzi, è proprio con "Dirty Balls" (Palle Proibite) che tornano su lidi selvaggi. Rock 'n' Roll da headbanging furioso dove il solito Holmes fa la parte del leone, il suo giro di chitarra conquista al primo secondo, mostrando un'intesa perfetta con Lawless quando si tratta di mostrare a tutti il lato selvaggio della band. Il pezzo sembra uscito dai meandri degli anni 70, ricorda molto lo stile Motorhead e ha una carica pazzesca. Lo stesso Blackie la descrive nel booklet come un proiettile che mette il sorriso, divertente e fottutamente malata. La sezione ritmica macina che è un piacere e l'assolo di chitarra è ancora una volta brillante ed efficace, anche se tutta la parte strumentale ricalca la più famosa "Blind In Texas", ma è del tutto normale visto il genere trattato, molto canonizzato e che non lascia spazio a sperimentazioni. Il chorus è ripetuto alla nausea ma talmente trascinante che è impossibile ascoltarlo e rimanere fermi. Il testo ovviamente riprende tale irruenza, nel quale Lawless afferma di essere un animale ossessionato dal sesso e che ha in mente solo cose perverse. Partono i soliti insulti alla donna oggetto di turno e in definitiva il testo fa sbellicare dalle risate. Il singer dopotutto aveva ragione, una volta ascoltata questa canzone, difficilmente non si avrà un bel sorriso stampato in volto, tanto la lirica è diretta, grottesca. Va bene così, il Rock è anche questo: sporco, sudato, deviato e la goliardia ingenua del gruppo ritorna dopo anni di assenza. È il giro di boa, "High On The Flames" (Alto Sulla Fiamma) suona molto AC/DC, e porta l'ascoltatore a rivivere gli anni di "Highway To Hell" (non a caso siamo seduti sulla cadillac alla volta della città dell'inferno). Il brano è sensuale e cadenzato, la voce di Lawless si tinge di morbidezza, Holmes e Duda fanno praticamente l'amore con i propri strumenti musicali tanto la passione che esce dalle corde è forte e avvolgente e Howland segue gli altri con occhio vigile, preciso e attendo ai cambi di tempo. Ciò che si respira durante l'ascolto è passione ancestrale e il ritmo è quello di una danza tribale attorno al fuoco. Fuoco con il quale il protagonista della vicenda si è scottato (e che viene esaltato da un ritornello molto evocativo), perché ha vissuto da peccatore ed è stato male per tutta la vita. Ma non ha potuto sottrarsi ai piani del Diavolo, perché la vita è una sola e non c'è tempo da sprecare, avrebbe dovuto imparare a non giocare col fuoco ma adesso non sente più dolore. C'è una festa tra le fiamme dell'inferno e lui ci si fionda senza timore. Giunge come un tornado "Cocaine Cowboy" (Cowboy Della Cocaina), sinuosa speed-song dal ritornello melodico che sembra essere la prosecuzione di "Dirty Balls" e che mette in risalto tutta la sabbia del deserto attraverso riffs sporchi e doppia cassa pulsante. Il vocalist presenta tonalità alte per tutta la durata del brano e raramente si lascia andare a tonalità gravi, l'idea di Blackie Lawless infatti è quella di accantonare brani intimisti e stile vocale struggente, come ci ha abituato fin qui, e di lasciarsi travolgere dalla carica della musica anni 50, quando il Rock spezzò la tradizione, con i suoi ritmi incontrollati e voci acute, incendiando intere generazioni di ragazzi. In questo caso l'artista veste i panni di un cowboy giunto dall'altro mondo, che attraversa il deserto in groppa al suo cavallo, stile Clint Eastwood, spostandosi di città in città secondo i piani del demonio e portando con sé allucinazioni e visioni oniriche dovute all'effetto delle droghe. Il testo, infatti, non è altro che una metafora sulla cocaina, la quale, una volta assunta, entra in circolo scaldando il corpo fino a renderlo rovente, e ci si ritrova a cavalcare come un cowboy sotto il sole cocente, cercando refrigerio in qualcosa che non esiste. Sotto l'effetto degli stupefacenti si ha la sensazione di essere sbattuto di qua e di là sulla schiena di un cavallo scatenato. "Can't Die Tonight" (Non Posso Morire Stanotte) è l'ennesima bordata Hard Rock che sembra provenire direttamente dai solchi di "The Last Command", a mio avviso un grande up-tempo costruito su continui riffs di chitarra dove Chris Holmes ci mette l'anima in un crescendo di assoli da togliere il fiato e che sembra non fermarsi mai. Lawless sembra far fatica a seguire la velocità della musica e si lancia in grida lancinanti ripetute dall'inizio alla fine. Se state cercando una traccia spaccacollo l'avete trovata, adrenalinica nel ritmo e, per alcuni versi, ipnotica, grazie all'infinita ripetizione di un ritornello azzeccato che sale d'intensità col passare dei minuti e velocizzandosi in concomitanza con l'accelerazione della sezione ritmica. Il brano narra di una folle notte alcolica nella quale tutto è concesso, dove un motociclista assetato passa da un bar all'altro con spirito ribelle, ubriacandosi e scatenando risse, ma egli non sente dolore, sembra posseduto da un demone e, in quel momento, si sente immortale. "Stanotte non posso morire, forse vivrò per sempre", afferma orgoglioso prima di buttare giù l'ennesimo sorso e di abbandonarsi alla notte. L'estrema foga goliardica prosegue con "Saturday Night Cockfight" (Le Risse Tra Galli Del Sabato Sera), vero e proprio anthem per un sabato sera da leoni, dove, in un testo brevissimo ma intenso, Lawless esprime il dilemma più grande del momento: "Mi sento bene stasera, devo scopare o lottare". La lirica dunque è incentrata sul classico bullo di periferia che va in giro ubriacandosi, facendo a pugni e conquistando fanciulle, probabilmente una reminiscenza del Blackie Lawless ragazzo. La batteria di Howland esordisce con impeto in un attacco da cardiopalma, poi le chitarre, il basso e la voce si impadroniscono dello stereo e partono le strofe, decise, taglienti, violente. La velocità ancora una volta è il punto di forza di un brano semplice e ridotto all'osso come da tradizione Rock 'n' Roll, basato su uno splendido assolo di chitarra e un chorus d'impatto e gridato a squarciagola da un singer mefistofelico. Duda sforna un grande lavoro, poco protagonista ma molto prezioso. La cadillac a questo punto arriva a destinazione, dopo aver attraversato il deserto a suon di musica, ritmiche spinte e sporche come è giusto che sia, e davanti agli occhi degli sventurati viaggiatori si staglia la mitica città di Helldorado (gioco di parole con El Dorado, leggendario luogo ricco di oro e pietre preziose) ed è la volta di "Hot Rods To Hell (Helldorado Reprise)" (Le Calde Aste Per L'Inferno), traccia gemella della title-track, che ne riprende il ritmo e la base strumentale, differenziandosi veramente di poco e cambiando le parole del testo, per una canzone che mette in risalto tutta l'energia e l'alchimia del gruppo californiano, soprattutto nei ripetuti duelli strumentali nei quali si esaltano le individuali doti tecniche. Gli W.A.S.P. picchiano duro, sparando in faccia all'ascoltatore del sano Rock 'n' Roll d'altri tempi. Blackie Lawless, così come nell'intero disco, urla fino allo sfinimento, senza dare il tempo di respirare, e alza ancor di più il tiro nello splendido e orecchiabile ritornello, esaltazione del suo stato d'animo. La band ha imparato bene la lezione dei miti del Rock anni 50-60 e, come accennavo nella recensione del precedente album, fa come le pare, suonando anacronistica per il 1999, ma l'intento è genuino, segno che i musicisti non hanno dimenticato il proprio passato. Una vera lezione di Rock 'n' Roll alle soglie del nuovo millennio, e se è vero che questa è la musica del diavolo, allora il testo ne ricalca appieno la tradizione, descrivendo un inferno popolato da demoni e spiriti oscuri che hanno venduto l'anima al signore delle tenebre. Hanno pagato tutti un duro prezzo ma adesso è solo divertimento nella terra promessa, nella città di Helldorado, dove ci si può liberare di ogni freno inibitorio, si può scherzare col fuoco, e si può dar vita ad ogni perversione. E in questo luogo gli W.A.S.P.  ci sguazzano.

"Helldorado" è un album divertente ma, come accennato pocanzi, suona anacronistico, anche se ha il pregio di mostrare il vero spirito della band e soprattutto il mondo dal quale è venuta a formarsi. Ovviamente i testi non sono profondi, molto spesso superficiali, e la musica è semplice e poco variegata, perciò il lavoro risente anche dei difetti di un genere "primordiale", tanto che all'epoca vendette poco e non fu molto apprezzato, non solo dalla critica ma anche dai fans più irriducibili, ormai proiettati verso opere più intimiste e cupe. Il ritorno a tematiche scanzonate, leggere e soprattutto espresse in maniera molto colorita e diretta difatti stridono con le vicende narrate in precedenza, quelle di Aaron Steel giusto per fare un esempio, mentre i ritmi ed il sound sono lontani, decisamente lontani dai fasti "emozionali" di "The Headless Children"; il tutto si configura come una regressione non da tutti capita immediatamente. Proprio per questo, paradossalmente "Helldorado", nonostante fosse stato creato per rilanciare alla grande il nome W.A.S.P., si trovò a fronteggiare gli stessi problemi riscontrati da "K.F.D", ovvero scarso interesse suscitato nel pubblico e critiche dai settori specializzati. Diamine, non sarà il migliore della discografia W.A.S.P. ma suona dannatamente bene, soprattutto sparato a tutto volume in macchina, magari il sabato sera prima di uscire. It's only Rock 'n' Roll but i like it!.

 1) Drive By
 2) Helldorado   
 3) Don't Cry (Just Suck)   
 4) Damnation Angels   
 5) Dirty Balls         
 6) High On The Flames   
 7) Cocaine Cowboys   
 8) Can't Die Tonight   
 9) Saturday Night Cockfight   
10) Hot Rods To Hell
(Helldorado Reprise)

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