W.A.S.P.

Golgotha

2015 - Napalm Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
16/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

L'attesa è finita. Dopo sei anni dal rilascio del buon "Babylon" tornano gli W.A.S.P. con il loro quindicesimo album in studio. La pubblicazione di "Golgotha" segue un lunghissimo tour per il trentennale della band chiamato "30 Years Of Thunder Tour", iniziato nel 2012 e conclusosi due anni dopo tra i clamori del pubblico grazie a performances incredibilmente energiche. Le date dal vivo, che hanno incendiato le notti a suon di metallo, non hanno fatto altro che constatare lo stato di eccellente salute in cui versa la band di Blackie Lawless, mentre la registrazione del nuovo materiale, intrapresa dalla primavera del 2011 e terminata soltanto nell'estate del 2015, risulta frammentata a causa di una gestazione molto lunga, tanto che per mettere insieme questa manciata di brani ci sono voluti ben quattro anni durante i quali i membri della band hanno versato sangue per costruire le nove canzoni qui presenti. Inoltre, giusto per frenare i lavori e perdere altro tempo, nel 2013 Blackie si rompe una gamba ed è costretto ad affrontare diversi mesi di riposo forzato. Con il gesso alla gamba destra e impossibilitato a calcare i palcoscenici ha modo di riflettere bene sulla forma che prenderà il nuovo materiale. Il titolo e le note interne al booklet sembrerebbero confermare l'avvenuta conversione del reverendo Lawless, visto che è proprio la religione il tema portante di un disco pregno di atmosfere intime, cupe e profonde, ottimamente illustrate dall'evocativa cover-art firmata da Julia Lewis e che vede appunto il Golgota, che in lingua aramaica significa Calvario, ovvero la collina dove venne prima sepolto Adamo e poi, sotto l'impero romano, fu crocifisso Gesù Cristo. Un titolo impegnativo che ha il privilegio (e il coraggio) di presentare nove delicate composizioni che Blackie Lawless descrive come piccole gemme di sacralità, accostandole (non certo per suoni ma per significato concettuale) persino alle musiche di Johan Sebastian Bach e firmandole con la stessa sigla SDG (Soli Deo Gloria), che significa Solo per la gloria di Dio, frase che il compositore tedesco usava mettere in calce a ogni cantata sacra. "Golgotha" è dunque un lavoro impegnativo che ha coinvolto, sia a livello strumentale che psicologico, tutti i membri della band per un lasso di tempo piuttosto lungo, tanto che ognuno di essi ha dato il proprio contributo alla causa, dipingendo immagini, evocando riflessioni e risvegliando pensieri personali che poi Blackie Lawless, da buon narratore che tutto osserva e tutto coglie, ha catturato e descritto nelle liriche. Gli W.A.S.P. sono tornati in forma smagliante e sono come quel corvo (già presente in "Still Not Black Enough") in copertina che sorvola le croci, nel luogo dove tutti i mali sono cominciati, e ci osserva dall'alto, osserva ognuno di noi e controlla ciò che facciamo per indurci a riflettere, su noi stessi e sulla nostra esistenza, cullandoci sulle note di questa specie di concept religioso. A livello di line-up possiamo notare come quest'ultima annoveri fra le sue fila, oltre naturalmente il mastermind Blackie, Doug Blair alla chitarra solista, Mike Duda al basso e Mike Dupke alle pelli. Mike che, lo ricordiamo, ha di recente abbandonato gli W.A.S.P. per dedicarsi ad altri progetti, lasciando la sua ultima testimonianza da batterista della band di Blackie Lawless proprio fra i solchi di questo nuovo album, che lo vede ancora accreditato come membro del gruppo nonostante la recente dipartita. Particolare degno di nota, l'ultima nota presente nel libretto recita così: "Mentre ascoltate il disco pensate a voi stessi".

Scream

"Scream" (Grido) è il singolo di lancio accompagnato da un lyric video strepitoso con il corvo della copertina protagonista che sorvola le croci sulla collina del calvario. E' la classica cavalcata in stile W.A.S.P. che conquista all'istante grazie all'energia della sezione ritmica e alla voce sempreverde di Lawless. La chitarra di Doug Blair mantiene un fraseggio oscuro costante che assomiglia tantissimo a "Crazy", il brano di apertura di "Babylon", praticamente si tratta della stessa base, persino la batteria di Mike Dupke lo replica alla perfezione dando una forte sensazione di déjà vu. Tuttavia si tratta lo stesso di un pezzo favoloso, la carica resta intatta, le strofe sono trascinanti, quasi disperate, un paio di terzine e parte subito il bellissimo ritornello accompagnato da solenni tastiere suonate dallo stesso Blackie che donano alla canzone una dimensione sacrale. Pre-chorus di grande impatto emotivo che testimonia la ritrovata forma fisica della band. Dopo il secondo refrain, a metà brano i ritmi rallento per diversi secondi, nei quali è possibile ammirare lo strepitoso lavoro di basso di Mike Duda, qui anche in veste di corista nei vari versetti che precedono il ritornello, dunque Blair si lancia in assolo fulmine e sofferto, dal grande virtuosismo e dà il via al bridge, probabilmente la parte migliore della traccia, davvero evocativa e profonda, con un Lawless in stato di grazia e che improvvisa una sorta di preghiera con le tastiere e la batteria di sottofondo. La melodia è strabiliante, colpisce dritta al cuore, poi tornano le note delle chitarre, in una sorta di climax circolare dove si riprende il riffing iniziale e inizia la coda finale con la ripresa del ritornello intonato in diversi modi e ripetuto per tre volte e sovrastato al secondo solo chitarristico pregno di emozione. Un inizio col botto, squisitamente W.A.S.P., e non si può chiedere di meglio. Come accennato nell'incipit tutti i testi del disco sono di natura religiosa, in questo caso Blackie Lawless invoca il perdono, osserva il fumo dell'incenso che si espande nell'aria e inonda l'ambiente, e cerca di convertire il delinquente votato agli Dei della guerra. Quelle stesse divinità di pietra che non ascoltano le preghiere e che sono assenti, quando invece bisognerebbe gridare per farsi sentire, gridare il proprio amore al vento, gridare il proprio nome per destare l'attenzione di Dio, per essere sfamati e allontanati dalle bugie.

Last Runaway

Il reverendo Lawless raduna i fedeli per la messa continuando il sermone con "Last Runaway" (Ultima Fuga), galoppata hard 'n' heavy dalle linee melodiche solari che rivelano un lato più allegro della musica della band, nonostante il testo intimo. Mid-tempo di stampo hard rock classico, accompagnato da chitarre ruggenti, da una batteria scalmanata e dalle immancabile tastiere esoteriche. È un brano particolare perché la sezione ritmica non è propriamente W.A.S.P., essendo legata più che altro a un tipo di glam rock anni 70-80, con strofe allegre e un ritornello diretto e molto melodico, quasi radiofonico. Se non fosse per la presenza delle tastiere direi che il pezzo in questione sia distante anni luce dal concept del disco, eppure in qualche modo, oltre alle liriche religiose, è legato, mantenendo una sorta di purezza e di sacralità di fondo che non stona col resto dei brani. L'aria frizzante sprizza da ogni poro, le linee morbide sulle quali si poggiano le strofe coinvolgono e il refrain è una mazzata dal fresco appeal. Persino il solo di Blair è divertente e intrigante, mentre a metà brano assistiamo a un intermezzo leggiadro e dall'animo oscuro che ci riporta al leitmotiv del disco. Questa parte è solenne, intima, profonda, dominata dalle onnipresenti tastiere e dalle chitarre acustiche, poi la batteria e il basso ridonano energia lanciando la chitarra solista per un solo adrenalinico collegato direttamente a uno splendido bridge, sempre allegro, e infine una coda spensierata che sembra uscita da dischi come "The Last Command" o "Inside The Electric Circus" diretta da ululati e coretti intonati dal vocalist. L'aria scanzonata si rispecchia nel testo, dove un giovane Blackie scopre il potere della religione, si alza un mattino e capisc che qualcosa dentro di sé è cambiata. Si pente per ciò che è stato, per le follie che ha fatto, per le disperazioni subite, affamato di essere qualcuno e in cerca di gloria. Ma la gloria porta anche lamenti e sofferenze, letti di chiodi sui quali dormire e nubi oscure sulle quali riflettere. La terra promessa non si cerca ma si merita, percorrendo le strade orfane della miseria, perciò la fuga dalla notte è inevitabile e si corre incontro al giorno, illuminato e riscaldato da un sole rassicurante. Il tempo scorre implacabile, la vita fugge, bisogna pentirsi di aver vissuto una vita scabrosa e nel peccato e bisogna tornare a casa, nella dimora di Dio. Basta, dunque, una vita in catene e da schiavo, ci si deve liberare del proprio fardello e tentare l'ultima fuga prima di essere inghiottiti dalle tenebre e dai sogni infranti, lasciandosi dietro la propria anima corrotta come un ladro derubato e purificandosi per essere accolti dal Signore. Il cambiamento mentale è dietro l'angolo, se si vuole vivere bene bisogna redimersi e dimenticare il passato da ribelle.

Shotgun

"Shotgun" (Colpo Di Pistola) continua sulla scia della solarità e su una struttura musicale rockeggiante e allegra, tanto che al primo ascolto fa storcere il naso e si potrebbe benissimo pensare che il disco non sia altro che una prosecuzione piuttosto errata (e scanzonata) dei due precedenti album della band, ovvero "Dominator" e "Babylon". Infatti il pezzo in questione non impressiona e molto probabilmente si trova a incarnare l'anello debole dell'opera. Un giro di chitarra solare (che vagamente somiglia a qualcosa degli AC/DC) irrompe dalle casse dello stereo, poi tutti gli strumenti lo seguono a ruota con andamento quieto evidenziando una struttura di stampo hard rock vecchia scuola ma priva di quella freschezza che nel 2015 uno si aspetterebbe. Il riff portante è roba abusata, soprattutto dagli W.A.S.P. di inizio carriera e sembra che sia stato composto per il primo omonimo album della band californiana. I versi sono buoni, non destano scalpori né clamori, si ascoltano tranquillamente per quella che è la canzone più rock 'n' roll di "Golgotha" e che stride col tiro degli altri brani e con la profondità dell'album. Il ritornello è buono ma sentito milioni di volte, nonostante l'ottima performance vocale di Blackie Lawless, in questo caso sensuale come ai tempi della leggendaria "Wild Child". La struttura della traccia è davvero semplice, ridotta ai minimi termini, e comporta una piccola involuzione nel sound del combo americano, laddove si opta per una semplicità imbarazzante e manieristica. La parte migliore risulta essere l'intermezzo dal piglio melodico ma d'impatto, con cori in primo piano, tastiere soffuse e un grande assolo di Blair, mentre Kike Duda si limita a riempire gli spazi con qualche giro di basso. Al quarto minuto l'energia si smorza, il tempo resta sospeso, con una sezione ritmica guidata dalla batteria di Dupke e dalla chitarra che Blair che riproduce il giro iniziale rubandolo direttamente a "Hell Ain't A Bad Place To Be" degli AC/DC e poi si riparte col ritornello terminando con un buon solo chitarristico. Purtroppo non ho apprezzato questa canzone, riffing troppo abusato, melodia appena sufficiente e atmosfera che stona nell'insieme concettuale dell'album. Insomma, uno scivolone bello e buono che non ha motivo di trovarsi in scaletta e che fa abbassare il giudizio complessivo della nuova fatica della band. Ennesimo testo sulla redenzione, dove un uomo è costretto a imbracciare una torcia, un forcone e un fucile per addentrarsi (metaforicamente) nella notte e andare a caccia nel bosco infestato da belve fameliche e malvage (allegoria del nostro tempo), per uccidere la bestia che porta miseria e distruzione del mondo. La bestia è il falso re, colui che dice menzogne e corrompe i deboli e gli affamati, che schiavizza i poveri e li frusta piegando loro la schiena e calpestando loro le teste. Eppure bisogna agire, ucciderlo con un colpo in mezzo agli occhi o tutto sarà perduto e le generazioni future saranno perdute. Basta con le preghiere, si deve agire e sparare.

Miss You

"Miss You"  (Mi Manchi) riporta il disco in alto e da questo momento in poi non ci saranno fortunatamente più cali anzi, da qui si raggiungeranno vette inesplorate. Arpeggio acustico tipico delle power ballad firmate W.A.S.P. ed esordio vocale sofferto e profondo. È il Blackie che tutti noi vogliamo sentire, dalla voce straziata dal dolore e dall'animo nero che intona una cantilena intima da strapparsi il cuore e mangiarselo. La melodia è geniale anche se già ascoltata diverse volte in altre ballate, ma testimonia senz'altro che quest'uomo non ha perso il dono magico di toccare le corde dell'anima arrivando in profondità. Dopo una breve strofa ecco un ritornello immediato, solo voce e chitarra acustica come ai tempi di "The Crimson Idol" ma anche di "The Neon God", dalla bellezza immortale e scandito da una straordinaria interpretazione. A supporto entra in scena la batteria con piccoli battiti e infine il basso nella seconda strofa per accompagnare questa parte inziale che culmina, dopo due minuti, con la ripetizione del chorus dove tutti gli strumenti esplodono all'unisono portando carica sonora ed emozionale al brano. Le tastiere cullano la voce di Lawless, Blair fa degli accordi serrati e acuti fino a smorzare il meraviglioso refrain facendo un assolo passionale, pregno di disperazione, da incorniciare data la prestazione. Siamo a metà e i toni si smorzano ancora con un cambio di tempo inaspettato, gli strumenti si quietano e risale a galla la voce del singer per un intermezzo da brividi sulla pelle nel quale assomiglia più a un sacerdote che a un cantante, si torna impavidi col refrain potenziato dalla sezione ritmica e dai riff impartiti da Blair che vanno a braccetto con la potenza del basso di Duda. Un secondo e illuminante assolo si protrae a lungo, per circa due minuti, fino a raggiungere gli otto intensi minuti di questa ballad capolavoro che si infrangono contro le tastiere per poi smorzarsi nel silenzio. È una dedica d'amore nei confronti di Dio, Blackie Lawless lo invoca, dice che è perduto senza di Lui, il suo mondo si è sgretolato e ora ha bisogno di aiuto, di sentirlo vicino, ma non può gridare perché ha la bocca intorpidita dal pianto. Per troppo tempo si è raccontato solo bugie, nascondendo la verità ma adesso vuole liberarsi di tutte le nefandezze commesse in vita, chiudendo gli occhi, piangendo e pregando nella propria stanza affinché Dio lo ascolti. Vuole tornare a casa, nella dimora del Signore, per vivere una vita migliore. 

Falling Under

Si prosegue con "Falling Under" (Cadere Più Giù), sempre improntata su toni cupi e basata su tastiere quasi esoteriche che introducono e proiettano in un'atmosfera post-apocalittica. Trenta secondi e le chitarre esplodono assieme alla voce caustica di Blackie, è un mid-tempo oscuro e dall'impatto quasi doom, fino allo stupendo e veloce pre-chorus che conquista nell'immediato grazie a una melodia eccellente e dal fascino gotico, ma non è finita qui perché si arriva a un ritornello incredibile e trascinante, cosparso di tristezza e desolazione ma che non dimentica una buona dose di melodia. La sezione ritmica alterna momenti di furia incondizionata ad altri di intimi e rallentati e questa altalena sonora è davvero magica, tutta avvolta nell'oscurità catartica delle atmosfere. Trattasi i un brano dalla sensualità crepuscolare e che si assesta ai vertici della discografia del gruppo, grazie a una potenza intrinseca che avvolge l'ascoltatore con braccia tentacolari ricche pathos. Bridge cambia dimensione accompagnandosi con le tastiere e una buona dose di cori esoterici e dal sapore mistico, poi Blackie torna a intonare il refrain ma lo fa in modo diverso, senza l'accompagnamento delle chitarre ma soltanto del basso e delle tastiere, infine Blair esegue il solito prezioso assolo e riparte la coda con la ripetizione dell'ipnotico chorus che si memorizza subito in mente. Cinque minuti totali di oscurità e disperazione per una composizione crepuscolare e affascinante da tramandare ai posteri. "Falling Under" è una richiesta di aiuto dove le parole usate da Blackie sono sempre le stesse già sentite nelle precedenti tracce, i termini utilizzati sono volutamente ripetitivi per chiarire il concetto e indottrinare il pubblico. Il peccatore si ritrova a viaggiare sulle ali spiegate del Signore, lontano dalla schiavitù e dalla fame, lontano dalla lebbra, dalle malattie, dalla cecità indotta dalle tenebre. Egli sta cadendo cosparso di sangue, sospinto dal vento impetuoso del peccato, ma c'è la mano di Dio che evita l'impatto del corpo sul terreno, perciò risolleva l'uomo col suo soffio delicato, lo eleva sopra le tenebre, lontano dagli inferi, libero dalle catene. La miseria uccide il corpo, lo svuota degli organi interni, strappa via i cuori palpitanti, svuota le vene dove scorre il sangue e annienta l'anima, ma la meraviglia di Dio è dietro l'angolo, solo Lui può ridare la vita al corpo.

Slaves Of The New Order

Qui si giunge all'apice del disco con la trionfale e battagliera "Slaves Of The New Order" (Schiavi Del Nuovo Ordine), arpeggio sognante e cori melodici ad aprire, tastiere e tamburi nel suo incedere, le trascinanti chitarre guidano il ritmo bellicoso grazie a strofe prepotenti e cattive, senza tralasciare l'oscurità di fondo, la melodia emerge nella seconda strofa, il ritmo allenta per poi accelerare nuovamente in fase di refrain, ed è un refrain bellissimo e dalla melodia sopraffina. Il tutto si ripete per due volte fino ad arrivare a metà brano, dunque c'è il primo cambio di tempo che sembrerebbe porre termine alla composizione e invece c'è un limpido e affilato solo di Blair a seguito del quale il riffing si fa serrato, la sezione ritmica di velocizza e riparte un secondo assolo, virtuosissimo e brillante, che si protrae a lungo per tutta la fase centrale. Il tempo cambia ancora e diventa un mid-tempo da strapparsi i capelli tanto è bello e crepuscolare, ritornano in auge i cori per il bridge guidato dalla voce corrosiva di Lawless, arrivano i cori a dar man forte e potenziare la ritmica e si termina con l'ipnotico ritornello. In definitiva ci troviamo di fronte a otto minuti tripartiti, costituiti da tre porzioni musicali differenti che mettono in risalto la versatilità della band, capace di comporre grandi brani brevi ma anche e soprattutto brani lunghi e articolati. Gli spettri di vecchi brani come "Thunderhead", "Chainsaw Charlie" o "The Last Redemption" ritornano in mente dimostrando che gli W.A.S.P. non sono mai cambiati e sono sempre coerenti con se stessi. "Slaves Of The New Order" contiene una feroce critica al mondo intero, a una società che ha ingannato e reso schiavo il proprio popolo, lasciato in preda al panico e alla sofferenza. I re sanguinosi si sono accordati e hanno creato questo nuovo ordine mondiale per sottomettere i poveri, mentre l'umanità ha condannato il profeta ad essere inchiodato alla croce e liberato un ladro (Barabba). Ma è tempo di cambiamento, il tuono si abbatte sulla terra e infrange tutto l'ordine, destabilizzando le regole fin qui applicate, sfidando il diavolo e la sua tentazione. La crocifissione ha rivelato un nuovo mondo, un mondo più libero, un mondo di pace dove i malvagi pagano per i loro peccati.

Eyes Of My Maker

"Eyes Of My Maker" (Gli Occhi Del Mio Creatore) si apre con un'atmosfera intima, proseguendo un percorso già tracciato ma subito si carica con versi potenti e con un andamento violento basato sulla carica della batteria e sul riffing della chitarra, Blackie è grave, profondo e sporco, intona una specie di cantilena velenosa fino al chorus cattivo e pienamente riuscito e melodicamente inedito per la band. la sezione ritmica rallenta fino a sfumare nel silenzio e a metà la traccia cambia pelle, le tastiere emergono in primo piano e la batteria scalcia nervosa, come se si caricasse per esplodere, e invece il ritmo rallenta improvvisamente e c'è un'apertura melodica inaspettata e emotivamente coinvolgente dominata dalla voce di Lawless. Sembrerebbe un piccolo spiraglio di luce, di speranza in questo oscuro mare sonoro, dunque si riprende il bellissimo refrain e infine Blair molesta le corde della sua chitarra cimentandosi in un solo favoloso. Quando sembra che il ritmo stia cambiando di nuovo per poi ripartire violento la canzone sfuma e termina qui lasciando un poco di amaro in bocca, se si fosse evoluta ancora parleremmo di capolavoro assoluto. Tuttavia il brano funzione ed è preziosissimo comunque, scandito da toni sacri e dalla classe dei musicisti. Il testo è abbastanza breve visto che, alla fine, ci sono soltanto un paio di versi, qui l'autore parla ancora una volta di redenzione dai proprio mali, degli errori commessi in gioventù, quando era un ragazzo ribelle e orgoglioso, ma ora tutto è cambiato, è diventato un uomo maturo, adulto, consapevole degli sbagli fatti. Invoca Dio affiché riprenda la sua anima corrotta e la riporti in vita pulita, l'uomo si inginocchia e prega, identificandosi con Eva, allegoria del peccato e della corruzione. È stato maledetto per essere stato ingannato dal serpente e ha pagato, ma è giunto il tempo del perdono, gli occhi del creatore si schiudono e lo liberano dalla cecità nella quale ha vissuto fin ad oggi.

Hero Of The World

"Hero Of The World" (Eroe Del Mondo) è introdotta da un arpeggio acustico che ricorda l'inizi di "The Idol", invece si evolve in maniera differente, non è una ballata come potrebbe sembrare ai primi secondi, visto che il vocalist recita delle strofe più marcate, lente si ma comunque potenti, e il ritornello non fa altro che evidenziare questa energia di fondo, facendo accelerare tutta la sezione ritmica. La struttura è semplice, alterna strofe lente e profonde con l'energia e la velocità del refrain, il quale dispone anche di una bella linea melodica che lo rende orecchiabile. Il riffing portante è lo stesso ascoltato in alcune tracce precedenti, è solo rallentato il ritmo per questo bel mid-tempo, ma l'autocitazione è dietro l'angolo. tuttavia il pezzo funziona, è efficace e coinvolge, le atmosfere sono leggiadre, evidenziate da un solo di Blair più luminoso e meno cupo del solito mentre il resto è dominato dal sapiente basso di Duda, sempre fedele agli ordini impartiti dal mastermind Lawless, qui in veste (cerimoniale) di sacerdote della chiesa cristiana. Cinque minuti che scorrono veloci lasciando una bella sensazione e che preparano il campo per l'ascesa finale con la title-track. Il testo narra di una tempesta imminente che giunge nella notte. E' l'apocalisse, la gente scappa in preda al terrore, molti bambini muoiono nel dolore ma nel caos arriva con passo sicuro e impavido l'eroe tanto atteso. La folla lo acclama con cori gioiosi, l'eroe è giunto da una terra lontana per portare aiuto, intanto le masse continuano a bruciare e a piangere per il mondo perduto, le strade sono affollate di cadaveri per colpa dei re corrotti e dei falsi profeti. La storia si è ripetuta, la tirannia si rigenera ogni secolo e il popolo non ha mai imparato dai proprio errori, ma è giunto l'eroe, misericordioso, a salvare le nostre anime e a vendicare i poveri plagiati dal male. Inizierà un'era di luce, un'epoca nuova.

Golgotha

A chiudere il lavoro ci pensa, come già accennato, la title-track, perciò si hanno grandi pretese da questo brano e in effetti "Golgotha" (Golgota) non delude le aspettative, imponendosi tra le vette del disco. Si parte subito con toni gravi e disperati, da funzione religiosa, Blackie è un prete che predica, recita il sermone e impartisce regole, la sua voce è rotta dal pianto e si crea un momento emozionante che riscalda il cuore. La melodia è brillante, sublime, incredibilmente evocativa e che rivela lo spirito di una ballad capolavoro, una delle migliori nella storia della band. Praticamente il singer fa la parte del leone, trascinando tutti gli strumenti che rimangono costantemente in secondo piano, questo è il momento personale di Lawless e si prende tutto lo spazio necessario. Le chitarre pizzicano le corde in modo leggiadro, non invasivo, e ogni tanto si lanciano in brevissimi assoli, molto passionali e sofferti, il basso di Duda e la batteria di Dupke sono abbastanza quiete e si limitano ad accompagnare i versi pregni di dolore. Il ritornello è indubbiamente il punto di forza, talmente bello da togliere il fiato. Si prosegue così, strofa-ritornello in alternanza fino al quinto minuto, quando Blair esegue un assolo lunghissimo e graffiante, carico di una sensualità che di certo non lascia indifferenti. Questo è l'apice emotivo dell'album che si figura come contenitore di tutte le sensazioni fin qui provate all'interno del concept. Un titolo del genere è per forza di cose allegorico, ricco di sfumature e di immagini, così come la musica anche il testo descrive il dolore di Cristo inchiodato sulla collina. Quella stessa collina da dove riechieggiano i lamenti dell'uomo sotto i colpi del martello che gli conficca i chiodi nelle carni o il dolore provato nell'indossare la corona di spine che gli cingono il capo. Il paradiso è sceso in terra, l'ha oscurata perché il sole è calato e un vento gelido ha soffiato per alleviare i dolori delle ferite. Blackie invoca Gesù, è accanto a lui inchiodato alla croce, ha bisogno del profeta poiché si sente un lebbroso destinato all'oblio. Ha bisogno di un modo per fuggire alla miseria e sente che sta per morire. L'allegoria è potentissima, l'artista prova quello che prova Cristo, anche egli ha le carni lacerate dai chiodi ma prima di morire dice una preghiera d'amore e desidera la liberazione. Le campane risuonano nell'aria e la fine è vicina, ma c'è una speranza per lui?

Conclusioni

La nuova fatica degli W.A.S.P. conferma il talento di questi musicisti, sempre in forma e che raramente sbagliano. "Golgotha" mette in mostra soprattutto il genio assoluto di Blackie Lawless, un'artista che si mette sempre in gioco, si interroga, cresce (e invecchia) non solo anagraficamente ma anche moralmente, esprimendo se stesso sia nei pregi che nei difetti del suo carattere e ponendosi quesiti esistenziali di grande profondità. Le emozioni che un disco con queste tematiche trasmette sono contrastanti, da una parte stridono con le tipiche tematiche rock e possono lasciare sconvolti molti fans (sentire il vocalist gridare e invocare Gesù fa rizzare i capelli, è vero), ma dall'altra parte è impossibile non esserne affascinati. Lawless è talmente carismatico e trascinante che coinvolge l'ascoltatore, e proprio quest'ultimo si ritrova a soffrire con lui e a prendere parte alle vicende narrate. L'album è ottimo, composto da grandi pezzi heavy metal e che non presenta grossi scivoloni, nel quale vengono riprese le tematiche già ascoltate in "Babylon" e amplificate e dotate di maggior potere emotivo. Con questo "Golgotha", gli americani ci consegnano una manciata di brani (dalla quale avrei eliminato la solare "Shotgun" per una questione concettuale) che sembrano una prosecuzione dei due precedenti album. Insomma i soliti avari W.A.S.P. ma che, tra imbarazzanti autocitazioni, tanto mestiere e déjà vu a palate, almeno hanno il pregio di consegnare nove (grandi) pezzi originali evitando di infarcirli con inutili cover come sull'ultimo disco. Certo che dopo sei anni ci si poteva aspettare qualcosa di diverso, magari più di complesso o di più sperimentale, tuttavia la band ci consegna l'ennesimo gradito lavoro condito di cupe atmosfere, eccellenti melodie e songwriting elaborato, che valgono sicuramente di più rispetto alla musica piuttosto stantia e sentita decine di volte in altri loro lavori. E' ovvio che gli W.A.S.P. non hanno più bisogno di dimostrare chi sono, la storia e il successo sono dalla loro parte da ormai tre decadi, ma se continuano così di sorprese e di idee fresche ce ne saranno sempre meno.


1) Scream
2) Last Runaway
3) Shotgun
4) Miss You
5) Falling Under
6) Slaves Of The New Order
7) Eyes Of My Maker
8) Hero Of The World
9) Golgotha
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