W.A.S.P.

Dying For The World

2002 - Metal

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dall'11 settembre 2001 il mondo intero è cambiato. L'attentato alle Twin Towers ha creato una frattura, l'ennesima, nel corso della storia, introducendo nel peggiore dei modi il nuovo millennio. Innegabile l'influenza che tale fatto abbia avuto su migliaia di artisti e sulle loro opere. La paura, l'odio e il declino morale, arrivati a questo punto, iniziano ad incidere le menti delle persone e tramutarsi in comunicazione: politica, sociale, intellettuale e, ovviamente, artistica. Il cinema, la letteratura, le arti figurative, la musica, trasfigurano per dare forma al caos di sentimenti venuti a crearsi dopo questa fatidica data. La tragedia umana non poteva non toccare un genere come quello dell'heavy metal (e con heavy metal intendo ogni sfumatura di rock duro), musica sempre attenta alle tematiche sociali e sfoghi generazionali. Immune da tutta questa polemica mediatica non poteva essere Blackie Lawless, musicista eclettico, irruento e selvaggio ma anche intellettuale, sempre attento ai minimi cambiamenti culturali, religiosi e politici, tanto che, senza perdere tempo, decide nell'ottobre 2001, perciò dopo appena un mese dalla caduta delle Torri Gemelle, di entrare in studio di registrazione per dare voce ai propri pensieri in merito ai fatti appena accaduti. La gestazione del nuovo album è breve ma intensa e, dopo appena un anno, esce "Dying For The World", collezione di opinioni, di gelidi sentimenti, di ricordi nostalgici, di frustrazioni, di fraintendimenti, di domande senza risposta, del leader degli W.A.S.P., nato e cresciuto proprio a New York e sconvolto dalla fresca tragedia. All'interno del libretto, infatti, Lawless si abbandona a una dedica commovente nei confronti della sua città natale, scrivendo di aver avuto l'idea per l'album in questione in seguito al primo sopralluogo in quello che è stato battezzato "Ground Zero", all'epoca cumulo di macerie e ferita ancora sanguinante nel cuore di New York. Il musicista ricorda che quando era piccolo, era solito osservare dalla finestra del suo appartamento le sagome di quelle torri svettare in cielo, perciò, ora che non ci sono più, vedere un buco al loro posto aveva suscitato in lui rabbia e incredulità. "Dying For The World" è dunque un lavoro drammatico, oscuro, un vero calderone di rabbia e di acidità sonora, così come testimonia una cover-art espressionista che riproduce un bosco criptico, notturno, illuminato dalle fiamme di un incendio nel quale affogano alcune sagome, ombre (forse le vittime degli attentati?) impiccate agli alberi. La selva infernale è quella che brucia nel cuore di Blackie Lawless, mai come adesso, incazzato col mondo, perciò il disco rappresenta, in ogni sua singola nota, il processo interiore di un'artista ferito nell'animo e un'accusa nei confronti di tutta l'umanità. Dopo "Unholy Terror", schietta accusa alle religioni e al loro potere perverso, ecco che l'ultima fatica targata W.A.S.P. prosegue questo percorso intimidatorio di decostruzione sociale e di presa di coscienza di una società allo sbando. D'altronde la razza umana, a detta della band, è nata per distruggere. Questa è la triste realtà e il disco in questione è definito come una "collezione di tracce assassine".

"Shadow Man" (L'Uomo Ombra) si concentra in una sezione ritmica davvero particolare, dove le chitarre si presentano sin da subito corpose e dal suono sporco e graffiante, sembra di ascoltare gli W.A.S.P. in versione Stoner Metal, se non fosse per un ritornello nel perfetto stile della band, melodico quanto basta per farsi riconoscere. Eppure le strofe sono ruvide, ricche di acidi, come fossero schiacciate da kg di polvere e la voce di Blackie Lawless è bassa e grave, come se non riuscisse a respirare, persino l'assolo del nuovo chitarrista Darrell Roberts (subentrato al posto di Chris Holmes) è vaporoso e odora di zolfo. Frank Banali, alla batteria, pesta come un dannato e Mike Duda, al basso, lo segue convinto, riproponendo molto del sound presente nello sperimentale "K.F.D." di qualche anno prima. I cori guerrieri, che incitano alla foga e posti tra un verso e l'altro, rifiniscono un brano dal sentore tetro e dal gusto amaro. "Shadow Man" è una canzone sperimentale, sorprende al primo ascolto, mettendo in mostra un gruppo affiatato e che sa osare senza snaturarsi. Questi W.A.S.P. sono incavolati neri e all'ascoltatore giunge alle orecchie un groove oscuro, pregno di tensioni e di paure, e un testo che è un'amara riflessione in seguito alla distruzione delle torri americane. Un pezzo dal cuore nero, come espresso dalle liriche intimidatorie rivolte a un uomo cattivo, causa di tanto male, probabilmente il committente dell'attacco a New York, che si nasconde in una crepa dove non filtra luce e che, sprofondando in una notte eterna, prega invano il suo Dio. Ma Lawless è perentorio, "Nessuna grazia" afferma, "Non esiste ritorno per la terra che non c'è, e non esiste il Dio che veneri, perché quel Dio è stato abbandonato in favore del terrore". "L'uomo ombra" è il terrorista che si nasconde per non essere catturato, ma la sua fuga sarà inutile, dalla morte non si fugge e, almeno per lui, le porte del paradiso rimarranno chiuse. "My Wicked Heart" (Il Mio Cuore Perverso) è rabbia assassina e dal sapore più classico, le chitarre fuggono via come cavalli imbizzarriti, la doppia cassa di Banali fiuta e rincorre, mentre il singer è solenne alzando il tiro per una canzone concepita per essere una sorta di preghiera di perdono per la frustrazione e l'ira alla luce dei fatti dell'11 settembre. L'Heavy Metal classico si percepisce in ogni minino particolare, riprendendo un discorso (sonoro) inaugurato con "The Headless Children", nel quale avevamo assistito all'irrobustimento il suono, valicando quella sottilissima linea che rende l'Hard Rock ancora più pesante. Più metallico. La traccia è dinamite, esaltata da un chrous che è una vera bomba melodica, fatta di acciaio e collera, di echi grotteschi e grida tonanti. Un tornado pronto a incendiare cuori e a distruggere tutto al passaggio. Il testo, come accennato pocanzi, è una richiesta di perdono, Blackie Lawless rivela un po' di se stesso, cantando di essere nato libero, di non credere in nessun Dio, nonostante sia cresciuto in una famiglia religiosa, e di essersi perduto nelle tenebre dei ricordi, perché il suo cuore scellerato non è nato per seguire credi e limitazioni. Adesso è intrappolato nelle spire di un serpente, che rappresenta l'ignoto e la confusione, e invoca il perdono del padre per essere stato un cuore selvaggio, per essersi alleato con le tenebre che tutto divorano. Ma la sua natura è quella del ribelle e il suo cuore malvagio sprofonda nell'incredulità e nell'odio verso la razza umana, ed è incapace di perdonare i vigliacchi e gli assassini. In un'intervista tenuta in Norvegia nel 2009, il gigante americano ha ammesso di essersi convertito al cristianesimo, e che il suo scopo è quello di fare da tramite tra Dio e le persone, molti hanno abboccato a tali parole ma la realtà dei fatti è che all'epoca era appena uscito "Babylon", album incentrato sull'Apocalisse, perciò ogni parola scaturita dalla sua bocca era mera pubblicità. Sembra quasi impossibile pensare che un uomo come lui, dopo anni di accuse alla religione e di negazione divina, possa appoggiare un fenomeno mediatico (citando una sua frase contenuta nel concept religioso "Unholy Terror") tanto vile quanto disonesto. "Black Bone Torso" (Busto Di Osso Nero) inizia con le parole del titolo scandite più volte, poi si entra in una fase intimista, dove un arpeggio di chitarra delicato stimola i sensi e fa immergere l'ascoltatore in una radura deserta, il vocalist esordisce assieme alla batteria e al basso e, tutti insieme, procedono con andamento lento e monotono. Sembra una cantilena, un rito pagano di breve durata (2:15 minuti), con la cadenza di una condanna, usato per raffreddare i cuori dopo le sfuriate precedenti. L'atmosfera sembra tranquillizzare gli animi e quietare la rabbia accumulata fin qui, in realtà il testo è un'accusa nei confronti di tutta la chiesa cattolica e soprattutto nei confronti dei preti, visti dall'artista come personaggi surreali e bizzarri e come molestatori di bambini. E' proprio dal punto di vista di un bambino che il brano viene narrato, un fanciullo molestato da un uomo di chiesa, da un folle pervertito che pensa di agire nel nome del Signore, e che si muove in un circo di mostri (la Chiesa) lussuriosi e dissoluti, che venerano un re martire crocifisso in un tempo remoto e morto per questo mondo di idioti. Il titolo dell'album è presente in questo testo sarcastico ed è posto sotto forma di domanda, incredula e surreale, da parte del ragazzo, il quale si chiede imbarazzato "Perché morire per il mondo?". Ed è la domanda che un po' tutti ci poniamo, ma forse la risposta non esiste. "Hell For Eternity" (Inferno Per L'Eternità) recupera la grinta genuina del Rock 'n' Roll ma sembra uno scarto delle sessioni di "Helldorado" e il risultato non è eclatante, infatti la sezione ritmica è molto banale, le chitarre grezze non incidono e la batteria rimane costantemente in penombra, inoltre le linee melodiche rimangono anonime e il ritornello, che è da sempre il punto di forza degli W.A.S.P., questa volta non ha alcun sapore, invece l'assolo centrale di Roberts è acuto e di grande effetto. E' proprio la sua chitarra a salvare un pezzo poco riuscito, soprattutto nella seconda parte, nel quale si lancia in continue evoluzioni e in coraggiosi slanci, ma è troppo poco per la canzone peggiore del disco e, a mio avviso, una delle più insipide tracce della storia della band. Anche se dal punto di vista musicale questa "Hell For Eternity" fa fatica a decollare, resta dignitosa dal punto di vista narrativo, immaginando un Blackie Lawless nei panni di un soldato e col fucile carico e puntato verso la testa del nemico. E' una guerra personale la sua, contro tutti quei cretini e fanatici religiosi che si battono per un Dio che non esiste, e che non fanno altro che male alla povera gente innocente. Il mercenario Lawless si batte per gli innocenti, schiacciati da un regime bigotto e primitivo, pronto a premere il grilletto e spappolare le cervella al terrorista di turno. "Prega il tuo Dio, di qualsiasi Dio si tratti, perché stai per morire ed io ti condanno all'inferno per l'eternità", racconta un testo nel quale è percepibile tutto l'odio nei confronti dei "servi del Signore" e il rammarico per la ferita inferta alla società americana. Il momento riflessivo e toccante arriva a metà disco, quando la chitarra acustica introduce la struggente "Hollowed Ground" (Terreno Consacrato), power-ballad sussurrata da un Blackie Lawless con la voce quasi rotta dal pianto, almeno per la prima strofa che vede tutti gli strumenti sommessi, per poi esplodere dopo quasi due minuti di misticismo in un vortice di sofferenza e malinconia che toccano vette altissime. Il chorus è di impareggiabile poesia e la melodia risuona nei timpani come una cantilena nostalgica, accompagnata da un basso altissimo che sembra riprodurre i battiti di un cuore spezzato e una batteria domata con mestiere che si incastra perfettamente con i riffs e gli assoli, davvero sentiti e passionali, di Roberts, il quale dimostra di essere un degno sostituto di Holmes. Passione e magia per una ballata che toglie letteralmente il fiato, la prima scritta per l'album e dedicata inevitabilmente al terreno raso al suolo e diventato sacro, ribattezzato appunto "Ground Zero". Recatosi sul luogo, Lawless ricorda di aver pianto, e di essersi inginocchiato a pensare, intorno a lui solo silenzio, le macerie ogni tanto scricchiolavano ancora ma la città intera era avvolta da un'aura di silenzio reverenziale, poi era arrivata la pioggia a coprire New York, come se il cielo piangesse per la perdita di migliaia di vite umane. Il brano è il risultato di tale riflessione amara e Blackie afferma di non sapere più dove sia la sua casa. Nessuna redenzione per le anime perse, soltanto una lunga e profonda cicatrice al cuore, non solo suo ma di tutta la civiltà occidentale. La sofferenza viene protratta e tramutata, nella sesta traccia, in pura vendetta, infatti "Revengeance" (Vendetta) suona come una minaccia e un giuramento di castigo. La sezione ritmica, a questo punto, segue una sterzata pazzesca, la velocità, unita alla grinta, diventa protagonista e assume la forma di un proiettile uscito dalla canna della pistola, pronto a infrangersi nel cranio del rivale. Le chitarre ruggiscono come felini nella savana e i piatti della batteria stridono indomiti come sibili di serpenti a sonagli, il mastermind urla come un demonio e vomita parole di vendetta, peccato che la potenza delle strofe non è supportata da un ritornello efficace, perdendo il piglio giusto e risolvendosi in un'anonima lamentela, abbassando la qualità di un pezzo altrimenti buono. Il break centrale, davvero suggestivo, è probabilmente la parte migliore, che vede il vocalist incitare la folla alla guerra prima di lasciare a briglie sciolte la chitarra in un assolo vorace e di sicuro impatto. Il gruppo ce l'ha a morte con "l'uomo della sabbia", cioè con colui che proviene dal deserto, emissario di morte, e dovrà pagare per il dolore causato, ritornare alla sua miseria e invocare il perdono. L'inferno lo attende con i cancelli spalancati, e verrà cacciato come una preda in fuga nella brughiera e la vendetta avrà il suo nome, così come il suo Dio lo accoglierà a braccia aperte e con un proiettile in fronte. L'Armageddon, ossia il giudizio finale, sta per essere scatenato. Blackie Lawless rivela, nelle note del libretto, di aver ascoltato tantissimo l'album "Revolver" dei Beatles durante le registrazioni di "Dying For The World", perciò la traccia che segue è ispirata al fantastico lavoro dei quattro di Liverpool; "Trail Of Tears" (Sentiero Di Lacrime) è, infatti, dedicata a John Lennon e parla di una delle più grandi tragedie americane, ovvero la sottomissione delle tribù degli indiani d'America, della loro schiavitù e della loro costrizione all'interno delle riserve da parte dell'uomo bianco. Blackie, per metà pellerossa, rivela che durante il periodo coloniale, molti uomini della tribù dei Cherokee furono mandati sul fronte per arruolarsi forzatamente con le truppe degli Stati Uniti e costretti a marciare per mezzo paese, con poco cibo e poca acqua, dal Sud Est fino all'Oklahoma, durante il tragitto morirono, di malattie, per carenze alimentari e ovviamente per la guerra, circa 9000 indiani e adesso quel percorso è stato ribattezzato appunto "Sentiero di lacrime". E' interessante il parallelo che fa l'artista tra società vecchia e società contemporanea, accostando i pellerossa sacrificati alle vittime dell'11 settembre (dove i morti furono circa 3000), sacrificati anch'essi per un culto bigotto e vergognoso. E centinaia di pensieri si accumulano nella mente del musicista, chiudendo gli occhi può sentire il lamento del vento frusciare attraverso quel sentiero di lacrime, la notte avvolge tutto e non c'è nessuna luce all'arrivo, perché è difficile pensare al domani, quasi impossibile credere nella resurrezione delle carni attraverso una luce mai osservata prima. E la strada perduta del destino lo allontana da casa, insieme agli spiriti dei sacrificati, delle vittime, e le lacrime non accennano a smettere di scorrere. Un arpeggio sofferto riecheggia nell'aria, la voce ruvida e triste di Lawless intona una cantilena lontana, alza la voce dopo pochi secondi ed entra in gioco la batteria con dei colpetti leggeri a fare da contorno, una pausa strumentale indica che abbiamo passato il primo verso, dunque la batteria si fa più pesante, sembra carica per la lotta, le chitarre e il basso cominciano a graffiare e il tono del singer si alza di qualche nota. E intanto siamo giunti a metà brano, quando Banali comincia a picchiare sui piatti come si deve, ma la sua è una foga controllata, c'è la grinta di una parata, di una solenne cerimonia, ma anche un senso di pacatezza che fluttua nell'aria e ricopre l'intero pezzo. I toni generali non si fanno incendiari ma si susseguono in modalità liturgica rendendo questa "Trail Of Tears" davvero sentita. Una ballata profonda ricca di tristezza e di patimento. "Stone Cold Killer" (Gelido Assassino) è come "un compagno pronto a coprire le spalle e a sparare per uccidere", così è definita da Blackie dedicandola a tutti i soldati americani stanziati in Medio Oriente e pronti a combattere una guerra non voluta. Il suono delle chitarre è zanzaroso, gratta abbastanza da rendere la sensazione di un polverone che investe tutto e accresce in vista di un ritornello da cantare a squarciagola, W.A.S.P. al 100%, che catapulta il pubblico direttamente sul campo di battaglia e sotto una pioggia di proiettili e bombe, poi arriva la pausa che smorza l'ira, ma giusto per qualche istante, prima di riprendere nella seconda parte. La traccia, nella sua semplicità strutturale, unisce l'Heavy Metal classico alla sporcizia, soprattutto per l'utilizzo delle chitarre impastate, dello Stoner anni 90 (come nella traccia d'apertura), il risultato che ne esce è un muro sonoro che si libra nell'etere, solido come un macigno e pesante come un tir. L'ascoltatore è investito da tale corposità musicale ed è proprio la ricerca di questo mix a rendere interessante questa killer song, dal bel ritornello ma dalla struttura scontata, anche se si suderà a freddo per l'atmosfera glaciale che riesce a creare. L'acredine si impossessa interamente del testo, Lawless si impersona in un soldato, e al suo fianco, appare il compagno Johnny (Johnatan Aaron Steel, suo alter ego, presente dai tempi del capolavoro "The Crimson Idol"), insieme si sentono superuomini invincibili e, caricandosi a vicenda, puntano i fucili e fanno una strage di nemici, maledicendoli per il male causato, per il dolore inferto, per l'orrore condiviso. I terroristi dovranno prepararsi a inginocchiarsi e a morire per il loro Dio. La furia strumentale prosegue imperterrita nell'ottima "Rubber Man" (Uomo Di Gomma), mid-tempo sensuale che si snoda in sole due lunghe strofe corpose e belle pesanti, che vedono protagoniste il solido basso di Duda e la voce profonda e incisiva di Lawless, a questo punto la sabbia del deserto fuoriesce dalle casse dello stereo grazie a una sezione ritmica compatta e ben costruita, tanto che il calore del sole mediorientale si percepisce immediatamente e il sudore incomincia a imperlare la fronte. I riffs eseguiti da Roberts assumono una dimensione oscura e si evolvono in degli assoli efficaci e granitici che si alternano a un chorus subdolo e velenoso pienamente riuscito. Velenoso come dimostrano le ciniche liriche, dove si accusa la violenza dei nemici, il loro sadismo e tutto il dolore causato dalle nefandezze dell'uomo, verso i quali la vendetta è poca cosa, perché trattasi di persone bugiarde che controllano tutto e che hanno il potere in mano, legando le coscienze del popolo e sottomettendone la volontà. Si chiude così un lavoro pregno di odio, di rabbia, di riflessioni profonde in seguito ai fatti accaduti. Tanta è la delusione e la tristezza accumulata che la band decide di replicare una traccia presente in scaletta e che forse è la più rappresentativa dell'album, riproponendo, prima di porre la parola "fine" al disco, la toccante "Hollowed Ground (Acoustic Version)" (Terreno Consacrato), in versione acustica, la cui struttura e il ritmo sono gli stessi rispetto all'originale, già di suo basata sulle chitarre acustiche e dal ritmo profondo, anche se manca la presenza della batteria e del basso, comunque la differenza tra le due versioni è poca. Soltanto voce e chitarra che trasmettono dolore acuto e frustrazione in un omaggio a tutte le vittime innocenti del sistema.

"Dying For The World" è un lavoro riuscito, l'ennesimo nella carriera del gruppo, non esente da difetti, come testimoniano i molteplici déjà vu e le autocitazioni. Eppure il tutto ancora funziona, nonostante la breve gestazione che ha portato all'uscita di tale opera dopo appena undici mesi dalla tragedia che sconvolse il mondo. Blackie ha radunato le forze, esprimendo se stesso e il suo pensiero e dalla sua penna sono scaturiti testi, come al solito, eccellenti, sentiti, passionali, struggenti, perciò se da una parte il disco manca di freschezza musicale, risultando anonimo in più punti, dall'altra consegna al pubblico intensi momenti di narrazione. Dalle note dell'album si capisce il disappunto dell'artista, ferito nel profondo del cuore, come se gli avessero strappato l'anima dal corpo, e le sue riflessioni non possono che essere amare e tenebrose, tanto che, come citato in una delle canzoni e come si evince da una nota del booklet, scomoda persino il suo alter ego Johnny e lo esorta a prendere le armi in mano e dare la caccia al nemico venuto da lontano. All'epoca dei fatti tutti ce l'avevano con i terroristi, Blackie Lawless firma una condanna nei confronti di queste persone pazze, sadiche e bigotte, maledicendo l'intera popolazione, ma da allora è trascorso tanto tempo, le ferite, in parte, si sono rimarginate, e molte supposizioni sono state fatte, ma ancora oggi non è stata fatta luce sull'accaduto. Se qualcuno dicesse a Blackie Lawless che la distruzione delle Torri Gemelle è stata un complotto ben architettato della sua tanto odiata America come la prenderebbe? Ma sono solo teorie e, come succede sempre in questi casi, la verità non verrà mai a galla.

1) Shadow Man
2) My Wicked Heart
3) Black Bone Torso
4) Hell for Eternity
5) Hallowed Ground
6) Revengeance
7) Trail of Tears
8) Stone Cold Killers
9) Rubber Man
10) Hallowed Ground 
?(acoustic version)

correlati