W.A.S.P.

Dominator

2007 - Demolition Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
09/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Dopo il rilascio del concept "The Neon God", suddiviso in due parti entrambe uscite nel 2004 e accolto, tra l'altro, freddamente dalla critica a causa di una pessima produzione che ne limitava le potenzialità, Blackie Lawless impiega ben tre anni per la stesura del nuovo lavoro, curandone personalmente la produzione e ponendo un'attenzione minuziosa e maniacale alla resa sonora di tutti gli strumenti. Tre anni di duro lavoro e di riflessioni interiori, strascichi di emozioni nostalgiche e malinconiche elaborate negli ultimi quattro dischi, in un particolare periodo (post-11 settembre 2001) che ne ha inevitabilmente scosso la mente e partorito una serie di domande esistenziali incentrate sulla vita e sulla morte convogliate nel lavoro qui presente. La vena intimista che caratterizzava i precedenti album esplode definitivamente nel nuovo gioiello targato W.A.S.P., ennesimo disco di protesta e che tratta temi davvero delicati sull'essere cittadino americano (e non solo). "Dominator" è un'opera antiamericana, antipolitica, antireligiosa. Anarchica e anticonformista, scaturita dall'odio nei confronti di un mondo misero, avido, putrido, dove i soldi sporchi comandano sulla morale. E' un vero e proprio atto di denuncia che Lawless sputa in faccia ai colpevoli, alla luce dei dati raccolti in seguito alla tragedia delle torri gemelle, dalla protesta dei parenti delle vittime (che ha portato a processo il governo deli U.S.A. per complotto ai danni dei propri cittadini) a tutte quelle informazioni, riguardanti l'intera vicenda, che non sono mai state chiarite, dall'elezione del presidente Bush (dal 2001 al 2009) all'inizio della guerra in Iraq nel 2003. Nella primavera del 2007 la Demolition Records licenzia la nuova fatica della band californiana, ponendo in evidenza, finalmente, una produzione potente che amplifica il suono rendendolo energico e, allo stesso tempo, sporco, evitando perciò di incappare negli errori che hanno purtroppo affossato, non solo i due imponenti "The Neon God", ma anche il precedente e oscuro "Dying For The World". All'interno del booklet, Blackie Lawless esprime qualche nota sull'origine di tale opera, da cosa è scaturita, il perché di un titolo così lapalissiano e i sentimenti che ne hanno accompagnato il processo di scrittura. L'artista afferma di aver iniziato la stesura di "Dominator" con un approccio mentale strano, come se fosse infastidito o infelice dal ruolo ricoperto dall'America dopo l'11 settembre. Il disgusto muove l'intero lavoro e i carnefici di tale disastro devono essere impiccati come monito per le future generazioni, ma l'attacco che Blackie fa nei confronti degli assassini terroristi non è rivolto al popolo musulmano (come poteva essere quello dello sfogo sul disco del 2002 "Dying For The World" nel quale ancora si avevano idee poco chiare sull'accaduto), bensì contro il governo degli Stati Uniti d'America e i potenti che lo guidano, che non hanno fatto altro che raccontare balle al mondo intero, facendo il gioco che gli pareva. Lawless raggiunge la consapevolezza che il suo paese, insieme agli altri suoi alleati, abbia agito per sottomettere le nazioni più deboli e rubare loro ogni ricchezza, perciò una violenza quasi carnale, uno stupro simile a quello che attuano molti uomini sulle donne. Il "Dominatore", in tal caso, rappresenta la nazione dominatrice del mondo, l'imperialismo americano, condannato da Lawless stesso come fucina di menzogne e arroganza, pronta a schiavizzare i paesi deboli. Blackie Lawless esprime, evidenziandolo anche più volte, che non è più orgoglioso di essere americano, perché il governo stesso lo ha deluso, sacrificando i propri cittadini (è probabilmente sicuro che l'attentato alle torri sia stato un complotto ben orchestrato dal governo U.S.A.) per muovere una guerra inutile in medio oriente, usando il potere e i soldi per produrre una guerra depravata, combattendo contro gli interessi dei propri cittadini e abusando dei propri diritti. E' chiaro che "Dominator" sia un album crudo, cattivo, diretto, pregno di odio e di violenza per un mondo corrotto, privo di speranza e ormai agonizzante. Un Blackie ispiratissimo vomita parole di disgusto nei confronti della società in poco più di 40 minuti e costituiti da nove tracce forgiate nel sacro fuoco della vendetta.

"Mercy" (Grazia) irrompe con la potenza delle chitarre di Daug Blair e di Mike Dupke alla batteria, nuovi entrati in casa W.A.S.P. e che mettono subito in mostra il proprio valore. Il ritmo del brano è quello giusto, graffiante e ipnotico, roba da far tornare il sorriso ai vecchi fans della band, l'energia scaturita è sensuale, oscura, potente e brillante, e la produzione, questa volta, è ottima, riuscendo ad esaltare ogni strumento. Il basso duella con i riffs prepotenti dell'ascia, mentre la voce di Lawless domina letteralmente la scena, dirigendo saggiamente la sezione ritmica con gorgheggi e linee melodiche distruttive. L'assolo centrale è breve ma diretto, penetra nel cervello come un virus letale, il ritornello è efficace, eccellente per scuotere l'ascoltatore e destarlo dall'incanto di una falsa realtà. I testi, come accennato in apertura, sono intrisi di veleni, di sporcizia, di delusione, Blackie Lawless è il cantore di una società allo sbaraglio, senza speranza, senza futuro, come evidenzia la cover-art dove la bandiera americana brucia tra le fiamme mentre il teschio di un uomo la guarda ammirata. Il cranio rappresenta il Dominatore, il potente, artefice di morte e distruzione, avido di soldi e di ricchezze, che sta trascinando nel sangue il proprio paese per puro egoismo. Il brano sottolinea la vendetta, dove Blackie si trasforma in vendicatore e raggiunge il potente di turno, per catturarlo e ucciderlo, ma vede nei suoi occhi uno strano sguardo, un bagliore di luce (che ricorda il fungo della bomba atomica in copertina) che gli illumina il volto e che mette in luce persino il suo meschino sorriso. Il cuore del bastardo è nero e pulsa veleno e ipocrisia, ma adesso è giunto il momento di pagare per il male causato. Inutile invocare il perdono, solo l'inferno lo accoglierà a braccia aperte. Un'apertura che è un vero terremoto, e che protrae le sue vibrazioni nella seguente "Long, Long Way To Go" (Il Lungo Lungo Cammino Da Affrontare), superba traccia di grande impatto sonoro e dall'anima battagliera. Un rullo di batteria, distruttivo e fiero, introduce il tutto, il vocalist emerge dal nulla e canta con voce rabbiosa, proveniente dalla regione più remota della coscienza umana, la chitarra affilata lo accompagna in un viaggio oscuro tra le paludi putride e malfamate della società americana e il basso svolge un ottimo lavoro di rifinitura, donando una potenza incredibile all'intero brano. L'energia assassina della canzone viene esaltata dalle strofe acide, prima che da un chorus semplice ma che sa il fatto suo, e supportata da una batteria trionfale, vera dominatrice del pezzo. L'assolo chirurgico di Blair è la ciliegina sulla torta. Davvero terremotante questa cavalcata di soli tre minuti, sorretta anch'essa da un testo bellissimo ma crudo e realista, nel quale il mastermind espone il suo dissenso per la campagna militare in Iraq e indetta dal presidente Bush. Blackie avverte il popolo, dice di non cadere nella trappola del governo, di non credere alle menzogne del presidente, né di credere alla scusa di un Dio che vuole la pace del mondo, perché l'unico Dio che esiste è il petrolio, che tutto governa e tutti schiavizza. La guerra per l'oro nero porterà all' "armageddon", ossia alla fine dei giorni. E tutto per cosa? La strada per la pace è ancora molto lunga, ma intanto il popolo è cieco, sedotto dalle promesse di un potente corrotto, di una società che intona una sanguinosa canzone mentre condanna i propri cittadini. "Take Me Up" (Portami Su) è introdotta da un arpeggio acustico, la malinconia si fa strada, la voce di Blackie è struggente e rotta dal pianto, sembra intonare una preghiera per far cessare tutta questa miseria. Il primo minuto scorre così, prima di essere spazzato via da una rullata potentissima di batteria, le chitarre prendono il sopravvento fino a diventare violente, il basso pompa che è una bellezza e subito parte un ritornello di assoluta magia. La melodia che lo costituisce è semplicemente divina e Lawless fa la parte del leone. Si giunge a metà dove ritorna l'arpeggio acustico di inizio canzone, l'intermezzo si protrae a lungo, l'attesa si affina, la batteria scalcia e infine torna una seconda volta il bellissimo ritornello, dall'atmosfera malinconia e rabbiosa per poi sfumare il tutto nel nulla. Insomma una semi-ballata dotata di fascino e carisma difficile da dimenticare. Lawless si pone alla gente come un reverendo, o addirittura si paragona a Cristo, ricordando la figura di Jesse Slane, il protagonista, manipolatore di menti, del concept "The Neon God", e predicando pace e saggezza. Si rivolge ai giovani americani, dicendo loro di non credere a nulla, di risvegliare le proprie coscienze e ribellarsi da questa condizione, perché ogni cosa sarà immersa nel sangue e nelle bugie. La terra promessa è solo un'illusione perché bisogna costruire un mondo migliore per trovare il vero paradiso, e per farlo, il popolo deve ribellarsi alle promesse dei bastardi che governano e che lucrano sulle loro spalle. La rabbia che avvolge il brano è percepibile in ogni singola parola e Blackie la trasmette cantando in tonalità bassa e adirata. Si prosegue con la meravigliosa "The Burning Man" (L'Uomo Che Brucia), sicuramente una delle hit dell'album, che dimostra di possedere una marcia in più e ricordando a tutti del perché gli W.A.S.P. sono tra i più grandi della scena metal. La traccia poggia su uno scheletro di puro acciaio inossidabile, è lanciata in aria e sparata a 200 chilometri orari, la velocità infatti non accenna a calare ed è il vero punto di forza. L'heavy classico ci riporta direttamente negli anni 80, gli assoli sono fendenti in pieno volto, fanno male tanto sono potenti, la batteria è un rasoio affilato che falcia ogni cosa e il basso è una macchina dall'indomito potere distruttivo. Il singer sfoga tutta la sua frustrazione attraverso una prestazione incredibile, diventando invincibile nell'intonare un ritornello da capogiro. Una furia di quattro minuti che mette in chiaro che la band sa pestare ancora come dannati. Un capolavoro che mantiene ancora più alta la sua qualità grazie a un testo intimista e vendicativo. "L'uomo che brucia" è il corrotto che si arricchisce sulle spalle degli innocenti, ed è proprio a questi ultimi che Blackie si rivolge, gridando al mondo intero di combattere contro i folli bastardi che distruggono il nostro pianeta con le loro menzogne. Inutile fuggire per nascondersi, la vendetta li condannerà all'inferno, saranno strette delle corde attorno ai loro fragili colli e tutti verranno impiccati e bruciati tra le fiamme dell'odio. Il cielo notturno si illuminerà dei loro corpi arsi e finalmente tornerà la luce del giorno. Delle tastiere dal suono profondo introducono "Heaven's Hung In Black" (Il Paradiso E' Sospeso Nel Nero), brano dal titolo ripreso da una frase del presidente Lincoln, che se né uscì così dopo aver appreso le stime del rapporto sulla battaglia di Gettysbury (1863), durante la guerra civile americana, nella quale morirono circa cinquantamila soldati in soli tre giorni. Il ritmo pacato infatti richiama la tragedia avvenuta, trasportata ai giorni nostri, dall'attentato delle Torri Gemelle ai soldati deceduti in guerra. Le dolci corde di chitarra conducono il gioco, fiancheggiate dalle tastiere suonate da Lawless stesso, la batteria e il basso sono cauti, rallentano il tiro dando modo di riflettere sulla narrazione, suscitando un sentimento di malinconia e di sofferenza. La sezione ritmica dunque è crogiolo di dolore e pianto, e si raggiunge l'apice evocativo nello struggente ritornello, di rara bellezza, che sembra cullare le emozioni dell'ascoltatore. L'interpretazione del vocalist è da applausi, essendo pienamente coinvolto nella vicenda narrata e l'acme è raggiunto sul finale dove la batteria accelera e duetta con un lunghissimo assolo di Blair, chiudendo sette minuti di magia per una delle migliori ballate targate W.A.S.P.. Il testo è una preghiera per tutte le vittime della guerra e il paradiso è nero e intasato dalle loro anime. Come 150 anni fa, ancora oggi si piangono i caduti sul campo di battaglia, e sembra che non sia cambiato molto da allora. Si continua a morire per colpa di altri, per colpa di lotte fratricida senza senso e questa è l'amara verità cantata da un Lawless dalla voce rotta dal pianto. Si prosegue sulla stessa scia declamatoria con "Heaven's Blessed" (Il Paradiso Benedetto), altro brano introdotto da un arpeggio sinistro ma che, dopo pochi secondi, prende ritmo accelerando fino a diventare una cavalcata hard 'n' heavy. Sezione ritmica imponente per una canzone dal gusto retrò e con linee melodiche delicate, nonostante la rabbia scaturita dal tema trattato. Pre-chorus ben calibrato e chorus orecchiabilissimo che fa subito presa sull'ascoltatore. Ottima la prestazione di Dupke dietro le pelli e intrecci ben amalgamati tra assoli fulminei di Blair e basso pomposo di Duda. Quello che ne esce fuori è puro rock 'n' roll che potrebbe ricordare gli W.A.S.P. di "Helldorado" o quelli di "The Last Command". Probabilmente la traccia meno brillante del lotto ma comunque riuscita. Blackie Lawless veste i panni di Lazzaro, personaggio che compare nel Vangelo, secondo il quale fu resuscitato da Gesù dopo essere morto per malattia. Prega il Signore, in ginocchio e con gli occhi rivolti al cielo, affinché gli dia ogni cosa desideri, tutti i doni del paradiso per accontentarlo. Trattasi di una feroce critica all'ingordigia umana, desiderosa di ogni bene terreno, pronta a calpestare i diritti degli altri pur di assaporare o di possedere i doni provenienti dall'alto. Ma si cammina in una pozza di sangue, dove ci si bagna i piedi affogandoli in un mare di peccati e di soprusi. Nessuno ha il diritto di essere salvato e resuscitato, nessuno di quelli che governa il mondo, perché ognuno di loro ha le mani macchiate. Lawless è perentorio, l'innocenza ha poco a che vedere col genere umano. "Teacher" (Insegnante) è un pezzo trascinante, una bomba sonora di grande impatto emotivo, costruita su un riff serrato di Blair che costeggia la sporcizia vocale del singer in una vertigine di rock duro e sparato in faccia all'ascoltatore. Struttura semplice ma di eccellente valore, non si respira affatto per tutta la sua durata, ne durante i versi, tantomeno quando parte l'eccezionale ritornello. Il solo di chitarra è brillante e pungente come un lama che squarcia la carne. Il risultato è un brano dai connotati più che classici e perciò di facile presa. Cinque minuti che volano via e che si scagliano contro il potere religioso in gradi di plagiare le menti. La religione è usata come scusa per procurare danno, per sottomettere popoli, per governare paesi. La si usa per creare esseri privi di pensiero o di idee, è un danno enorme inferto alla società che, a quel punto, non crea più uomini ma soltanto automi. E alla fine della lezione cosa si sarà imparato da tutto ciò? Il nulla più totale, perché tali ossessioni, follie, psicopatie, non insegnano niente se non il male che tutto distrugge. È ovviamente un diretto attacco alle religioni estremiste, o sarebbe meglio dire agli estremisti religiosi, o meglio ancora, ai potenti che utilizzano le religioni per inculcare alla gente dottrine estremiste e scellerate. A questo punto del disco torna un tema già affrontato precedentemente con la ripresa della ballad "Heaven's Hung In Black (Reprise)" (Il Paradiso E' Sospeso Nel Nero) dove, ancora una volta, il buon Blackie intona una preghiera accompagnato da solenni tastiere, dal gusto esoterico, mentre in lontananza si sentono le corde di chitarra, appena percettibili, delicate e poetiche. L'atmosfera è tragica e la melodia riprende ovviamente la prima parte ma la rallenta, protraendola senza cambi di tempo, donando al pezzo una maggiore sacralità. Un inno alla libertà concentrato in soli tre minuti di altissimo livello e che sfumano lasciando parecchi interrogativi e riflessioni sul senso della vita. La vena intimista della musica è presente nelle liriche, e la narrazione non può che essere oscura, triste, melodrammatica. La speranza è ormai perduta, non ci sono più angeli in cielo, le loro ali sono state strappate, le nostre città bruciate, le macerie sono nere e insanguinate, ovunque c'è solo morte e distruzione e il paradiso affoga nel nero. La desolazione del testo si riscontra nella musica ridotta ai minimi termini, quasi un brano privo di musica, come se Lawless cantasse a cappella, rivolgendosi a Dio ed espiando i suoi peccati. Davvero toccante. "Deal With The Devil" (Patto Col Diavolo) chiude un grande lavoro, e lo fa nel migliore dei modi, con una scarica di adrenalina dopo la breve parentesi riflessiva. Questo brano presenta gli W.A.S.P. più scanzonati, almeno dal punto di vista musicale, attraverso le note infuocate del rock 'n' roll, linee melodiche semplice, riffs incendiari e incedere da gara ippica. Forse la gioia trasmessa da un pezzo simile stride un po' con la tematica trattata e anche con la profondità generale del disco, eppure la foga animalesca della band doveva primo o poi far capolino in mezzo ai fumi di malinconia e di sentimenti tetri. Certo è che l'incedere è grandioso, una scarica di energia perfetta per scapocciare in auto, facendo attenzione a non premere troppo l'acceleratore, anche se l'impulso è proprio quello di dare gas e divorare la strada. La lirica può essere letta in due modi, da una parte ricorda gli W.A.S.P. animaleschi che si divertono a provocare, perché hanno venduto l'anima al diavolo, dall'altra invece, ed è più attinente al lavoro, parla dei potenti, delle carogne, degli uomini di chiesa, che hanno stretto un patto col demonio per conquistare il mondo intero. Tutti loro raccontano al "Signore del Male" le novità sulla terra, parlano con lui sul da farsi, sul come agire per schiavizzare i popoli, per sottrarre loro ogni bene. Portare l'inferno in terra, questo è l'obiettivo del ristretto gruppo elitario, o forse questo è l'obiettivo del combo californiano, sempre in forma, ispirati e animaleschi da più di trenta anni, che sanno pestare e portare l'inferno direttamente su disco, prima, e sul palco, poi. Insomma una chiusura apprezzabile e perfetta per sintetizzare un album infuocato come "Dominator".

L'album preso in esame recupera vigore, le cavalcate assassine non mancano e gli strumenti, dopo la mezza delusione di "The Neon God", ruggiscono più che mai. La produzione esalta il lavoro della sezione ritmica, proponendo un'opera finalmente all'altezza dei lavori del passato. Non un disco innovativo, infatti gli W.A.S.P. proseguono imperterriti sulla propria strada, senza stravolgere il proprio sound, ma dimostrando di essere ancora ispirati e incazzati col mondo. Nel terzo millennio c'è ancora bisogno di band del genere, lo dimostrano le critiche positive e i consensi che tale album ricevette all'epoca dell'uscita e che continua a ricevere da parte del pubblico, perciò trattasi di un disco non solo bello all'ascolto ma con testi, come al solito, superbi e che inducono alla riflessione. "Dominator" non è solo un prodotto per fans ma è anche per tutti coloro che amano l'acciaio classico, fatto di sfuriate metalliche, suonate alla grande, e di momenti melodici che rischiano di far lacrimare gli occhi tanto sono profondi e toccanti. Personalmente preferisco la band in versione intellettuale piuttosto che in versione scanzonata, proprio perché il mondo ha bisogno di lavori elaborati e che sappiano essere attuali, tanto da comunicare una situazione o lo stato delle cose in un determinato periodo. Non siamo più negli anni 80 e la band, pur non dimenticando le proprie radici "animalesche" e "primitive", è sempre attenta alle giuste tematiche e alla situazione politico-religiosa del paese d'origine, e il risultato è sempre, o quasi, convincente. I dischi degli W.A.S.P. hanno il pregio di rappresentare lo specchio della società e di esprime una propria morale. Anche in territori meno selvaggi, dal punto di vista narrativo ma non certamente musicale, "Dominator" è pura dinamite, riuscendo ad amalgamare la potenza del rock duro con argomenti tanto delicati quanto spaventosi. Perciò, dopo questa lunga analisi, l'unica certezza che resta è che la sega circolare, stemma del gruppo, è ancora affilata e assetata di sangue.

1) Mercy
2) Long, Long Way to Go
3) Take Me Up
4) The Burning Man
5) Heaven's Hung in Black
6) Heaven's Blessed
7) Teacher
8) Heaven's Hung in Black (Reprise)
9) Deal With the Devil

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