W.A.S.P.

Babylon

2009 - Demolition Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
26/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

"Babylon" esce nel febbraio del 2009, due anni dopo il grande ritorno con "Dominator", nel quale gli W.A.S.P. si scagliavano contro il governo americano attraverso una serie di brani energici e diretti. Blackie Lawless decide di proseguire sulla stessa strada, ponendosi prima di tutto una domanda che sembra rievocare i dubbi esistenziali di Jesse, protagonista del concept-album "The Neon God": Chi sono io e in cosa consiste la mia vita?. L'obiettivo di un'artista è quello di mettere se stesso nell'opera che produce, dunque mettersi a nudo davanti al pubblico, essere sincero con questi e comunicare la propria visione del mondo, cercando di creare una reazione e magari una rivoluzione. L'intento di un disco come "Babylon", dunque, è quello di raccontare la realtà che si sta vivendo, questa volta si parla di una profonda crisi economica, scoppiata da pochi mesi e che ha messo in ginocchio l'intero sistema finanziario occidentale. "Stiamo morendo sotto un mare di pazzia", suonavano gli W.A.S.P. in "The Headless Children", dopo venti anni precisi decantano ancora di un mondo alla deriva, simbolo che niente è cambiato e che, molto probabilmente, è addirittura degenerato. Il disco in questione è costituito da immagini sacre ma anche profane, di citazioni storiche e fantasiose, di evocazioni celestiali ma anche (e soprattutto) infernali, un vero e proprio elogio al sacro libro delle "Rivelazioni" (che è l'ultimo libro della Bibbia, attribuito all'apostolo Giovanni e scritto alla fine del I secolo dopo Cristo), che lo stesso Lawless, da bravo scolaretto, ha ripassato spulciando e appropriandosi di diversi capitoli interessanti per metterli direttamente in musica, complice la sua presunta conversione religiosa, tanto che in un'intervista a una webzine norvegese ha dichiarato, poco prima dell'uscita del disco preso in esame, di vergognarsi un po' del suo passato e di non voler più suonare dal vivo alcuni pezzi scandalosi, come "Animal (Fuck Like A Beast)" o "Mean Man", ritenuti diseducativi per i giovani. "Babylon" è dunque figlio di questa conversione spirituale ed è perciò condizionata da un'evoluzione interiore, influenzata da una nuova visione del mondo. Quello che ne esce fuori, a questo punto, è un'opera dalle tematiche profonde, manifestazioni di un'epoca scossa dal terrorismo, dalla crisi economica, dalla piaga della disoccupazione, dalle paure di un futuro incerto, e dalle menzogne dei politici, paragonati appunto a dei predicatori biblici che plagiano le menti dei cittadini. I quattro cavalieri dell'Apocalisse, citati nel bellissimo lavoro del 1989, ritornano, oltre che nella meravigliosa copertina realizzata da Christoph Schinzel (autore di alcune cover-art di Anvil, Count Raven e Vicious Rumors) in quello che, almeno per ora, rimane l'ultimo capitolo discografico targato W.A.S.P., solcando i cieli e mettendo a ferro e fuoco una terra misera e violentata dall'avidità e dalla follia umana. Blackie Lawless è ancora una volta il cantore di tale guerra, di un presente infelice e afflitto da continue sciagure che ne minano inevitabilmente la stabilità. Quello che ci troviamo ad esaminare è dunque un prodotto che ricalca in pieno le linee guida e le atmosfere evocate, e già analizzate, nel precedente lavoro, costituiti entrambi da nove feroci tracce per un durata complessiva esigua, appena 40 minuti di purissimo heavy metal prodotto in modo perfetto e sparato in faccia all'ascoltatore. La sensazione suscitata dopo l'ascolto è che questo "Babylon" sia, in tutto e per tutto, il fratello gemello di "Dominator", ma procediamo con ordine attraverso l'analisi dei singoli brani.

Un grintoso arpeggio di chitarra, dei potenti colpi di batteria e parte "Crazy" (Folle), malefica speed song dove ritroviamo gli W.A.S.P. più scatenati e violenti, sulla scia di brani come la storia "Wild Child" o la più recente "Mercy". La sezione ritmica si evolve creando un muro di suono compatto e roccioso, come si esige da una opening-track, il ritornello è orecchiabilissimo e conquista subito, colpendo dritto sui denti dopo pochi secondi dall'inizio. Ci si inizia a scaldare, l'atmosfera si surriscalda, la voce di Lawless fa da guida, dimostrandosi più pulita del solito, rendendo il pezzo molto melodico e sensuale, Mike Duda glorifica il tutto tramite giri di basso belli corposi e l'assolo di Doug Blair incide con disinvoltura sulla qualità di una traccia pungente e ben architettata, molto semplice nella struttura ma sicuramente riuscita. Un hard 'n' heavy davvero avvincente, e che si snoda su un testo più convenzionale per il genere rock 'n' roll (e che, apparentemente, non ha nulla a che spartire col tema dell'apocalisse), dove si parla di un amore rifiutato, della paura di amare e di lasciarsi andare alle "follie" dei sentimenti. In questo caso non vi è nessuna critica sociale, soltanto la paura irrazionale di appartenere a qualcun altro. "Crazy" è una canzone sulla solitudine, sull'individualità dell'essere, su una passione travolgente descritta come una debolezza insana, perché l'amore è una menzogna per mascherare la solitudine. Un inno all'individualità che è forse un messaggio rivolto all'ascoltatore e che può essere concepito come un consiglio: Non credete alle bugie di chi dice di amarvi, continuate per la vostra strada e credete in voi stessi, perché solo voi siete padroni del vostro destino, forse questo è il significato nascosto del testo, che denota subito un Blackie Lawless dalla lingua tagliente, dalla mente sveglia, dalle parole velenose. Blackie è ancora adirato col mondo, pronto a mandare tutti quel paese, a scaricare il proprio odio contro tutti perché, almeno secondo la tradizione W.A.S.P., è cosa buona e giusta. La musica della band deve essere così. In "Live To Die Another Day" (Vivi Per Morire Un Altro Giorno) il mastemind prolunga la sua vena nichilista, contenente un senso di distacco dalla società, di menefreghismo e di pessimismo cosmico. Eppure è un brano dalle citazioni religiose, che tratta di reincarnazione, di uomini morti diventati demoni dell'inferno, sotto le direttive del Diavolo, e poi rimandati sulla terra per rinascere come persone dannate. Un viaggio nelle paludi dell'inferno, accanto ai satiri che intonano una marcia funebre, ma che godono nel vedere una terra messa a ferro e fuoco. La brevità della vita è il punto focale, non solo del brano in questione, ma dell'intero album, e Blackie Lawless è il profeta che narra di un'apocalisse imminente. Un solare attacco di chitarra e un basso pomposo introducono questo pezzo dal gusto hard rock melodico, che sembra provenire dal repertorio anni 80, dove le linee melodiche solari e quasi festaiole stridono con la durezza delle liriche. Ma le strofe si incollano sulla pelle, decorate dalla batteria di Mike Dupke e, soprattutto, da un Mike Duda in stato di grazia. Inoltre il vocalist alterna vocalizzi leggeri con acuti sporchi, trasmettendo un senso di spensieratezza, come a voler indicare che la resurrezione deve essere motivo di libertà e gioia, nonché scusa per fare ciò che si vuole in vita. In definitiva si tratta di una traccia dalla struttura semplice e dal sapore retrò, che ha il pregio di unire la carica della vecchia scuola con le sonorità di una produzione moderna. Giunge con irruenza la traccia simbolo del disco, "Babylon's Burning" (Babilonia Sta Bruciando), ed è un piacere per le orecchie. Una cavalcata perfetta in tutto, dall'attacco battagliero di batteria che sembra voglia scatenare l'inferno in terra, ai riffs di chitarra, fieri e solenni, che rievocano scene belliche di antica memoria, fino ad arrivare alla voce scatenata di Lawless, portatrice del seme del male piantato nel mondo. Il basso costruisce una solida muraglia, dove si scontrano le note dell'ascia di Blair in un susseguirsi di assoli, continue accelerazioni e rallentamenti che vanno di pari passo con i piatti di Dupke. Cinque minuti di pura adrenalina, un up-tempo impostato su un'unica direzione, quella dell'heavy classico, e sublimato il tutto in un testo apocalittico, nel quale un veggente ha il presagio di morte e di distruzione causato dal peccato generato dall'uomo. In un momento di delirio infatti, egli sente dei rumori provenire dal cielo notturno, nel quale si staglia la sagoma di una luna rosso sangue e dalla quale vengono scagliati dei lampi. La luce è talmente forte che acceca e subito l'uomo ha la terribile visione dell'apocalisse. Schiavi tenuti in catene, comandati da spiriti blasfemi, che li fanno inginocchiare per picchiarli e umiliarli, una puttana intanto viene violentata e sacrificata e il suo sangue donato alla Bestia, in procinto di risvegliarsi dal suo lungo letargo. Babilonia (città sacra della Mesopotamia, attuale Iraq, costruita migliaia di anni fa per onorare gli Dei) sta bruciando, il fuoco divora ogni cosa e quattro cadaverici cavalieri (come nella copertina) giungono a cavallo per cantare di un mondo finito, per spezzare i sette sigilli (Il sette è il numero di Dio, il numero sacro, e i sigilli che, secondo la tradizione religiosa, legavano il "Libro dell'Apocalisse" erano appunto sette) e onorare il Diavolo invocando il suo numero, il 666. A questo punto Blackie cita letteralmente un passo dal "Libro delle Rivelazioni", quando la Bestia esce dal mare e si adagia sulla sabbia, con dieci corna e sette teste, e comincia a parlare, la sua voce raggiunge tutti gli angoli della terra, in modo tale che chiunque possa sentire ciò che ha da dire. Assolutamente la miglior canzone, splendida, scelta persino come singolo di lancio e accompagnata da un bel videoclip, il primo dai tempi di "Still Not Black Enough", quando in tv passava il video di "Black Forever". Era il 1995. Si prosegue con "Burn" (Ardi), tratta dall'omonimo album del 1974 dei Deep Purple, brano troppo inflazionato e coverizzato da centinaia di band, per questo trovo che sia stata una pessima scelta metterla in scaletta. Il risultato è tuttavia piacevole, gli W.A.S.P. dimostrano di aver appreso le lezioni impartite dai padri dell'hard rock e omaggiano i loro maestri sfoderando una prestazione, come al solito, di grande impatto emotivo. Ma "Burn" non è solo un omaggio al gruppo di Blackmore e Coverdale, perché le liriche tracciano un ponte immaginario con quanto narrato fino ad ora, tanto che il tema è sempre quello dell'estinzione. Il profeta Lawless narra di attimi di terrore, di paure concrete, di cieli rossi e di sacrifici. Una donna è condannata al rogo, sta bruciando, tra urla e dolori, e tra la folla c'è chi lancia insulti alla povera vittima e chi lancia preghiere affinché la propria anima sia salva grazie a questo sacrificio. La dannata, a questo punto, maledice tutti, sputa contro il popolo e dice loro che non c'è più tempo, non si torna più indietro, è troppo tardi per il perdono. Una strega, figlia dello sperma del Demonio, bruciata nel violento rogo medievale come monito contro i peccatori, per impaurire il popolo. Una delle tante bugie raccontate dagli uomini di chiesa, autori, molto spesso, delle più atroci violenze e stermini, ma è anche un attacco alla società di oggi, sempre pronta a prendersela con i deboli o con i personaggi scomodi. Un grande testo per un pezzo che ormai è storia del rock, prodotto (Ben 35 anni prima) da una band leggendaria e qui omaggiata da un'altra band leggendaria, che poco stravolge della struttura originaria. L'intro è di quelli da pelle d'oca, con batteria, chitarre e tastiere, peccato che l'effetto sia smorzato da un senso si stanchezza nel sentire una canzone così celebre, ma Blackie sa il fatto suo e la interpreta nel migliore dei modi, con la sua voce calda, che poco ha a che spartire, solo dal punto di vista timbrico ma di certo non da quello dell'energia, con il grande Coverdale, perché forse "Burn" è un pezzo che si adatta bene a qualsiasi voce "sporca", nonostante non sia proprio di facilissima interpretazione, perciò, anche in questo caso, la riuscita è assicurata. La struttura è la stessa, le strofe anche, la sezione ritmica poco cambia in tutta la durata, tagliando soltanto la seconda parte (e anche la migliore) del meraviglioso assolo di Blackmore, diminuendo così il minutaggio di qualche secondo. A mio avviso una di quelle canzoni talmente conosciute che si ascoltano una volta soltanto o che addirittura rischiano di essere skippate durante la contemplazione del platter, e ciò non è un bene visto che il minutaggio di questo "Babylon" è già esiguo di suo. Avrei preferito un pezzo originale invece di una cover, peraltro risalente al periodo di "Dominator" e scartata in seguito dalla track-list. Il giro di boa è affidato a un momento solenne, "Into The Fire" (Nel Fuoco) è il titolo della ballad alla quale è affidata la metabolizzazione del disco, tramite questo brano, infatti, l'ascoltatore ha la possibilità di immergersi e di perdersi nella profondità del lavoro. Sembra ricalcare non solo le atmosfere ma anche le linee melodiche di "Heaven's Hung In Black", traccia gemella presente nell'album di due anni prima, basata tutta sulla voce evocativa di Lawless e sulle tastiere suonate dallo stesso, fino all'esplosione sonora nel chorus, dove subentrano le chitarre a rafforzare il tutto. L'atmosfera scaturita è davvero incredibile, raggiunge l'acme durante l'assolo di Blair che sembra faccia l'amore con la sei corde per tutta la seconda parte, duettando col vocalist in uno scambio dialettico emozionante e che mette in luce il senso di cupezza di un testo assai funesto, dove ritorna ancora una volta il tema del fuoco. E' un pezzo incentrato sul desiderio di realizzarsi, di diventare qualcuno, vendere l'anima al Diavolo in cambio di popolarità, il fuco che arde è quello del desiderio, del sacrificio, del dolore. Gettarsi tra le fiamme per stringere un patto col Demonio, lasciarsi andare all'amore, alla lussuria, e gridare per farsi sentire da tutti. E' ovviamente un attacco diretto nei confronti dei potenti, dei politici, degli uomini di chiesa, che non si fanno problemi a calpestare tutto e tutti pur di raggiungere gli obiettivi prefissati. Il "Desiderio" è figlio del Diavolo, la debolezza più grande del genere umano. La traccia più intimista del lotto. "Thunder Red" (Fulmine Rosso) recupera vigore dopo la parentesi riflessiva, ed è una bomba hard 'n' heavy che irrompe con cattiveria. Il pezzo è costituito da diversi cambi di tempo dettati dalla batteria di Dupke, che finalmente può scatenarsi a dovere e sfidare a duello la chitarra elettrica di un Blair ispirato come non mai. Duda infoltisce il muro di suono rendendolo corposo grazie a dei giri di basso belli pomposi che danno la sensazione che dei tuoni stiano abbattendosi sulle casse dello stereo, mentre Blackie intona strofe di puro rock 'n' roll incandescente e che hanno il pregio di esaltare il pubblico (del sano headbanging non fa mai male), recuperando, in una qual maniera, l'atteggiamento genuino delle prime due tracce ("Crazy" e "Live To Die Another Day") pur non avendone lo stesso appeal e perdendosi in un ritornello un po' sottotono e sentito un milione di volte affossando una traccia dalla carica indomita che sarebbe potuta diventare, per la band, un classico dal vivo. Una creatura è nata da una preghiera pagana, come un tuono che si schianta a terra, creando il panico tra la gente, molti si nascondono, nascondono i propri figli da questa "furia rossa" e corrono ai ripari, caricando le armi o nascondendosi, ma la Bestia è assetata di sangue e di anime da deturpare. Il tuono genera poi quattro figli, i cavalieri dell'apocalisse, pronti a travolgere tutto nella polvere ed è uno scontro tra uomini e dei, ma il tutto è già scritto, nulla può il mortale contro il destino. Il pianeta è un ammasso di fiamme, bruciato e tramutato in inferno, così come sottolinea la seguente "Seas Of Fire" (Mari Di Fuoco), nel cui titolo si rende esplicito il riferimento al sacro fuoco divino. Attacco terremotante con una batteria pesantissima che scalcia dalla foga e le note azzeccate e adrenaliniche della chitarra elettrica, poi Lawless esordisce come un demone affamato, intonando delle strofe dal fascino atavico, la carica aumenta col passare dei secondi attraverso un bridge esaltante, con cori da stadio e un ritornello al cardiopalma. Il ritmo rallenta fino quasi a fermarsi, è il momento di respirare prima dell'ennesimo assolo geniale di Blair. Seconda parte ed ecco il ritorno della batteria martellante di Dupke, pronta a scatenare l'inferno musicale che tutti attendono ansiosamente. Una delle migliori tracce non solo dell'album ma credo di tutta la discografia W.A.S.P.. Sezione ritmica che incute timore, tanto è tirata e battagliera, e non può non stamparsi un sorriso in volto davanti a cotanta bellezza. Le liriche sono costruite su due strofe alternate a due semplici bridge che trattano di devastazione, della fine dei tempi. Il narratore si rivolge alla compagna, le dice di svegliarsi e alzarsi dal letto, bisogna scappare. Uno stormo imperversa solcando i cieli e le fiamme scendono dall'alto per divorare ogni cosa. Ma non c'è scampo, troppo tardi, la forza maligna tutto conquista e tutto schiavizza, insinuandosi nella mente delle persone per farle inginocchiare. L'unico modo per liberarsi è interiorizzare il male, capirlo, affrontarlo e infine espellerlo, ma non è un percorso semplice, tantomeno breve. La libertà è il pensiero autonomo e individuale, non quello inculcato dalle religioni usate per sottomettere e plagiare i popoli. La Bestia che viene dal cielo non è altro che la dottrina religiosa pronta a diffondersi come un virus letale. "Godless Run" (Corsa Atea) richiama, in un certo senso, la riflessione esternata in "Into The Fire", si tratta, infatti, della seconda ballata intimista e struggente del disco, posta in dirittura di arrivo prima dell'ultima scossa metallica. Tastiere cerimoniali e voce profetica che si dipanano in sei minuti da brivido, scortati da una batteria che picchia con cautela, per non rovinare l'incanto, inserti di chitarra elettrica che pungono a dovere e un basso che più monolitico non si può. Blair si lancia in un assolo da togliere il fiato, ed è il momento delle lacrime, della passione, scanditi dalle note sublimi della sua chitarra, capaci di ricreare un mondo in declino e una società allo sbaraglio. Lawless è assolutamente perfetto nel ruolo di "reverendo dell'apocalisse" e la sua interpretazione raggiunge livelli di drammaticità mai visti. Dal punto di vista musicale un lento elettrico poco complicato e abbastanza lineare nel suo incedere ma che conserva un'epicità formidabile. Le liriche si risolvono in una invocazione della pace divina, di una tregua a tutta questa follia che sta facendo sprofondare il mondo. E' una preghiera per Dio, perché Lui (e tutto ciò che rappresenta) è sinonimo di salvezza, Blackie si inginocchia e lo invoca, con gli occhi puntati al cielo, perché ha capito che la sua corsa atea lo ha portato verso le rovine di un'epoca destinata a terminare. Adesso è tempo di cambiare, abbracciare il Dio, non della religione, ma quello interiore, in grado di farci rialzare nonostante le difficoltà. "Godless Run" è un inno alla libertà, all'orgoglio, alla forza di risollevarsi e affrontare la vita. E' un grido di speranza nei confronti dell'umanità, sentito nel profondo del cuore, una ballata commovente ma con un messaggio positivo. Una seconda cover chiude il lavoro, "Promised Land" (La Terra Promessa), di uno dei padri del rock 'n' roll, il leggendario Chuck Berry, che la incise nel 1964 parlando, nel testo, di se stesso e del suo percorso, per raggiungere la fama, attraverso i paesi dell'America, partendo da Norfolk (Virginia) fino alla terra promessa, la California, luogo di sogni e speranze artistiche. Nel testo sono citate tante cittadine statunitensi nelle quali il giovane e povero Chuck aveva fatto tappa, importanti dal punto di vista musicale perché erano, almeno negli anni 50-60, le città che offrivano la possibilità di esibirsi e di farsi conoscere. Un viaggio "on the road" sulle note del rock 'n' roll più selvaggio, passando per posti come la Carolina, Atlanta, Georgia, Alabama, superando il Mississipi fino a New Orleans, poi in Louisiana, Houston, fino ad arrivare a Los Angeles, dove realizzare il sogno più grande. La nuova versione è ovviamente più metallica, le chitarre sparate danno più energia ma la veste classica del brano è pur sempre riconoscibile nella tipica ritmica anni 50, di cui i nostri si rendono portavoci anche nel nuovo millennio. I quattro membri si trovano a proprio agio con la vecchia scuola, Blackie incarna e omaggia il suo mentore nel migliore dei modi, sfoderando una performance trascinante, ma anche gli altri sono brillanti nel proporre una sezione ritmica tanto semplice quanto divertente. Blackie Lawless non ha mai tenuto nascosto l'amore per Chuck Berry, che rappresenta uno dei suoi miti assoluti, dal quale prendere spunto e fonte inesauribile di ispirazione. Erano anni che il vocalist cercava di inserire questa cover in un album e finalmente trova il pretesto per farlo, forse per raggiungere un minutaggio adeguato, altrimenti troppo esiguo, anche se è l'unica canzone di "Babylon" fuori tema e che spezza quella trama sonora creata fino a questo momento. Anche dal punto di musicale, tale brano stride con quanto narrato nell'album, risultando fin troppo allegro e lontano dalle atmosfere religiose e post-apocalittiche evocate nelle tracce precedenti. Tuttavia "Promised Land" versione W.A.S.P. è piacevole, e non poteva essere altrimenti, visto che la band si muove nel proprio ambiente naturale, sguazzando nel rock 'n' roll più incontaminato, già presente in una miriade di loro canzoni e sempre omaggiato. Dopotutto gli W.A.S.P. provengono da questi territori, trovo che sia sempre giusto ribadire le proprie radici e non dimenticare mai il passato, ma bisogna ammettere che una simile cover stona parecchio in un contesto del genere, per giunta posta alla fine di una disco profondo e che avrebbe meritato un finale più consono.

Anche l'ultima fatica W.A.S.P. riesce ad appagare i fans più incalliti, nonostante qualche inevitabile déjà vu e qualche caduta di tono, in particolar modo l'inserimento di due cover non proprio esaltanti e fin troppo riciclate, grazie alle quali si raggiunge un track-list composta da nove brani per una durata totale di appena 40 minuti, anche se la band non ci ha mai abituati a opere lunghissime, rimanendo legata alla tradizione del rock classico che impone di registrare album brevi e d'impatto. Molto spesso penso sia la cosa migliore, piuttosto che inserire riempitivi inutili solo per allungare il brodo, ma questa volta la band esagera risultando, probabilmente, fin troppo avara e dando l'impressione che Lawless e soci abbiamo fatto il proprio compitino tanto per accontentare i seguaci in attesa di un nuovo capito. Molti vociferano che "Babylon" sia composto da scarti di "Dominator" e, dati alla mano, non si fa fatica a crederlo, comunque l'obiettivo è centrato ancora una volta, proponendo al pubblico canzoni di elevato valore e dal forte impatto emotivo, che riescono a nascondere le pecche presenti nel dischetto ottico. Gli ingredienti che hanno reso famosa la band ci sono tutti, racchiusi in una manciata di brani vincenti che dimostrano che la vena creativa è ancora lontana dall'esaurirsi, certo l'originalità spesso viene a mancare, la sperimentazione pure, ci si adagia più che altro su strutture già rodate e consolidate, ma sono dell'avviso che gli W.A.S.P. non hanno più bisogno di dimostrare nulla, la loro grandezza è ormai nota a tutti, perciò posso capire che non abbiano voglia di complicarsi la vita ma, allo stesso tempo, spero che nel prossimo disco, in uscita nel 2015, trovino il coraggio di proporre qualcosa di diverso, tanto per non fossilizzarsi su di un genere di cui oramai sono divenuti maestri. Comunque sia il tempo darà le sue risposte, a noi non resta che attendere.

1) Crazy
2) Live to Die Another Day
3) Babylon's Burning
4) Burn (Deep Purple cover)
5) Into the Fire
6) Thunder Red
7) Seas on Fire
8) Godless Sun
9) Promised Land 
(Chuck Berry Cover)

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