VOIVOD

The Wake

2018 - Century Media Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
19/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Parlare dei Voivod significa parlare di un gruppo cardine della scena metallica e del rock duro in generale. Un gruppo capace di giganteggiare per anni e anni con la propria musica, cambiando gradualmente pelle, non adeguandosi alle mode del momento, e capace di partorire solo album ottimi o capolavori assoluti. E' dunque arduo, almeno per il sottoscritto, trattare questo gruppo senza lasciarsi trasportare da un eccessivo entusiasmo (ma per chi si può considerare un vero cultore del metal e della band non vi sono mai parole "eccessivamente" entusiastiche: in realtà sono tutte meritate considerando che si parla di una band unica ed imprescindibile), cosa che comunque tenterò di fare lasciando il più possibile da parte il mio essere fan della band in questione. I Voivod (la cui line up di partenza è composta da Denis "Snake" Belanger alla voce, Denis "Piggy" D'Amour alla chitarra, Michel "Away" Langevin alla batteria e Jean-Yves "Blacky" Thériault al basso), come già specificato, sono stati nel corso della loro lunga e onorata carriera, capace di cambiare pelle a più riprese: dagli esordi rumorosi e scarni di War And Pain e Rrröööaaarrr sono presto evoluti in un thrash più complesso e futuribile (Killing Technology) e quindi a dei parti avanguardistici e nevrotici (i due capolavori Dimension Hatross e Nothingface) per poi arrivare a dischi prima più lineari e melodici (Angel Rat e The Outher Limits), e poi particolarmente estremi e claustrofobici (Negatron e Phobos), complice tra l'altro l'avvicendamento tra il vocalist storico Denis "Snake" Belanger e Eric "E-Force" Forrest, dotato di un ugola più arcigna del suo diretto predecessore. Successivamente abbiamo tre dischi che, pur non annoverabili tra i loro capolavori (Voivod, Katorz, Infini), testimoniano comunque la loro grandezza. Gli ultimi due dischi menzionati, va specificato, escono postumi alla morte del chitarrista e fondatore Denis "Piggy" D'Amour, usando parti di chitarra già registrate da quest'ultimo. La perdita di Piggy è una tragedia di proporzioni immense: la fine dei Voivod sembra ormai certa, ma in realtà le cose prendono un'altra piega, ben più positiva. E' il 2013, ben otto anni dopo la perdita di Denis e quattro dall'ultimo full ufficiale, e i nostri lasciano sbigottiti critica e pubblico dando alle stampe un nuovo capolavoro (e non credo di esagerare), ossia Target Earth, tredicesimo album in studio capace ancora una volta di stupire e spazzare via in un sol colpo qualsiasi infausta previsione sulla loro sorte. Il disco - che vede l'esordio alla chitarra di Daniel "Chewy" Mongrain - è ancora una volta possente, avanguardistico, colmo di quella acida isteria che già era ben palese in alcuni dei loro capolavori assoluti (Nothingface, per dire). L'aria che si respira è futuribile, assolutamente in linea con quanto prodotto in tempi passati e migliori. Il tempo non sembra aver scalfito la loro ispirazione, la loro energia, la loro grinta. Per i Nostri il tempo sembra essersi fermato. O meglio, sembra quasi che i nostri possano veramente piegare il tempo a loro piacimento, quasi avessero una Delorean per attraversare epoche e trasformarle in istanti. Perché arrivare al tredicesimo disco e avere ancora estrema classe e, come ripeto, ispirazione, è una cosa davvero fantascientifica. Ho visto molte band, pur grandi, crollare logorate dal tempo. Gruppi che, nonostante la propria bravura e grinta, si sono persi strada facendo, o sono stati piegati dal business, o hanno perso qualsiasi capacità creativa riducendosi a pallide copie di ciò che erano. Ma i Voivod hanno retto senza colpo ferire. E dopo questo autentico colpo di maestria, i nostri fanno un bel bis con l'ep Post Society del 2016 (in cui si assiste all'ingresso di Dominique "Rocky" Laroche al basso, in sostituzione dello storico Jean-Yves "Blacky" Thériault), contenente tra l'altro la cover di Silver Machine degli Hawkwind (altra band geniale decisamente orientata verso tematiche "space"). Due anni dopo, il 2018, i nostri tornano in scena con un altro capolavoro di incredibile caratura, ossia The Wake, oggetto di questa recensione. Si prosegue sulla falsariga degli ultimissimi parti discografici (Target Earth e Post Society), di cui questo rappresenta in qualche maniera un'ideale prosecuzione. Ancora una volta, infatti, il disco sembra strizzare l'occhio al passato glorioso della band, quello dei vari Dimension Hatross e Nothingface, ma senza citare in nessuna maniera i capolavori storici. Il disco si nutre sicuramente delle stesse atmosfere, è strutturato su passaggi schizoidi, percorre sentieri avanguardistici/futuribili, ma si respira al contempo un'aria diversa. La band si diverte a plasmare a piacimento un background predefinito e rimodellabile, presentando otto tracce fresche, energiche, lontane da qualsiasi digressione/diversificazione rispetto al loro consolidato modus operandi - quello "storico", che come ripeto è identificabile nei vertici della loro prima parte della carriera verso la fine degli anni ottanta - cosa invece riscontrata nella deviazione più "soft" della doppietta "Angel Rat/The Outher Limits" e "hard" del dittico "Negatron/Phobos". Si respira ancora il gusto dell'infinito, dei viaggi verso l'ignoto, di tuffi verso dimensioni non specificate. Ritmiche più dilatate fanno eco a parti più "schizoidi" e acide, destabilizzanti come in tutti i loro pezzi migliori. Ma si avverte anche una maturità che rende il tutto ancora più "elevato". Non è difficile cogliere infatti una consapevolezza artistica decisamente acuita, una ulteriore raffinazione dei loro mezzi e delle loro idee (che già, a scanso di equivoci, erano ampiamente raffinate da tempi immemori) che qui trovano totale concretizzazione in un nuovo innegabile zenith. Con The Wake i Voivod ci trascinano nuovamente in un viaggio immaginifico: il disco, come tutte le loro migliori release, è infatti ben più di una raccolta di tracce riuscite, ma - tanto per ripetermi - un autentico viaggio. Questo andrebbe assaporato avidamente nella sua interezza, più e più volte, per lasciarsi carezzare da ogni singola sfumatura. Per quanto a breve faremo la nostra solita immersione nella consueta track-by-track, in realtà, vivisezioni a parte, è il disco nella sua totalità a funzionare, ad elevarsi allo status di colosso. Per quanto ogni singola traccia sia perfetta, solo gustando il disco in maniera totale è possibile  carpire il suo fascino, e ascoltare svogliatamente qualche traccia non può dare l'idea di quanto sia perfetta questa autentica opus magna. Ma mi sto forse perdendo in digressioni. L'astronave Voivod è pronta per decollare, e i biglietti sono stati fatti. Siete pronti? Partiamo.

Obsolete Beings

Si inizia alla grande con la prima perla del lotto, Obsolete Beings (Esseri Obsoleti), inaugurata da suoni distanti, "alieni", capaci in breve di proiettarci verso ignoti spazi siderali. Tale rumore straniante si ripete a loop, velocizzandosi gradualmente, sino ad essere interrotto da un riffing poderoso, frastornato da un possente inserimento della batteria. In un attimo la chitarra inizia a pennellare scenari più ariosi pur non lesinando in grinta, e prima del minuto subentra anche la voce nasale di Snake che inizia a sciorinare un testo dal carattere introspettivo. Si tratta della condizione umana, della spersonalizzazione dell'uomo, della perdita di qualsiasi valore nell'epoca del consumo ("Tu devi migliorare, anche se è difficile/ E così eccoti qui, gettato nel cestino/ Ed eccoti qui, sbattuto a terra/ E così smetti di esistere."). L'uomo è ridotto esso stesso a oggetto di consumo, blando elemento usa e getta nel mondo della mercificazione. Il futuro imminente vuole una società a catena di montaggio, in cui ogni singola cosa deve essere calcolata e avere proprietà inclini a quelle di un grosso mercato. Non c'è spazio per il sentimento, per i vecchi valori: gli uomini sono trattati alla stregua di robot, parti integranti di un meccanismo che finisce testè per stritolarli. Nel mentre il brano prosegue sulla scorta del riffing già sciorinato in precedenza, possente ed evocativo mentre la batteria imposta ritmi incalzanti. La voce passa tranquillamente da un'impostazione più tranquilla, "soft", a modalità più arcigne (come si può sentire superato il minuto e venti). Il brano si assesta su un pattern abbastanza lineare, sempre incalzante, che rimane pressochè invariato sino all'inserimento di un ottimo solo guitar (ai tre minuti spaccati, capace di rompere la linearità del pezzo e regalarci un frangente di assoluto pregio) e quindi, in maniera decisa, al quarto minuto, ove il brano sembrerebbe finito, ma dopo un brevissimo stop si apre ad un nuovo passaggio "arioso", psichedelico, ben distante dall'irruenza del resto del pezzo. Gli strumenti pennellano scenari narcotici attraverso strani colori, e in breve si finisce fagocitati da atmosfere evanescenti e rarefatte. Primo brano e, neanche a dirlo, primo capolavoro.

The End Of Dormancy

Si continua magistralmente con The End of Dormancy (La Fine Della Dormienza), pezzo che prende il via con un guitar work abbastanza dilatato, screziato dal tamburellare nervoso della batteria. Il contrasto tra l'incedere marziale del drum kit e l'evocatività della chitarra definisce in breve connotati particolarmente ansiogeni. La voce di Snake stavolta si inserisce per trattare temi più classicamente sci-fi: da quanto è possibile ascoltare ci rendiamo conto che l'incipit di partenza - un incontro tra due personaggi non meglio specificati che deve ancora avvenire - funge da preteso per immergersi nei pensieri e nelle considerazioni di uno dei due personaggi. Questi si perde in digressioni riguardo allo spazio siderale, bombardato da segnali e in cui vengono usati scudi magnetici. Quindi, usando proprio la parola chiave che da titolo all'album (Il Risveglio), inizia a constatare che qualcosa sta per emergere dalle profondità marine. Qualcosa di immenso e tremendo. E' il risveglio di quella "cosa" che pur non menzionata riesce ugualmente a destare inquietudine. E la mente favoleggia su qualcosa di immenso, tipo qualcosa di ancestrale e lovecraftiano. Ma non sono rivelati dati esatti per sapere di cosa si tratta (se non qualche accenno alla "molteplicità" di tali minacce, ma solo alla fine), lasciando grande spazio all'immaginazione dell'ascoltatore. Il tutto sembra concludersi con una battaglia tra quelli che reputiamo siano gli umani e quella minaccia misteriosa, che alla fine ha comunque il sopravvento. La missione - distruggere quelle forze avverse, che si rivelano nel finale essere una moltitudine. A seguito della battaglia, perduta dagli umani, il protagonista è testimone della disfatta e medita di andarsene, anche se sa che la cosa è impossibile. Quelle "cose" non faranno fatica a trovarlo e a distruggerlo, così come hanno distrutto gli eserciti mobilitati per fronteggiarle. Nel mentre i ritmi si mantengono "ansiogeni", inquieti, grazie al continuo tamburellare della batteria e un guitar work dal flavour ancestrale sullo sfondo. Verso il minuto la texture assume tonalità più inquietanti e cupe, lasciando da parte il martellamento marziale della prima parte. Al minuto e quarantacinque Snake urla "The Wake!", elemento di primo piano del testo (considerando il risveglio di quelle "cose" prima menzionate) e la chitarra esibisce un riffing davvero pregno di evocatività, dotato di un vago epos. Si ritorna in breve alle tessiture già messe in campo dopo il minuto, quindi cupe, claustrofobiche. A quasi tre minuti un lavoro schizoide di chitarra frastorna e sconvolge la tessitura sonora. Si arriva in breve ad una nuova parte impostata su ritmiche marziali, screziate da eccelsi passaggi di chitarra e da inserimenti vocali "ovattati". Verso i quattro minuti e venti si scivola verso un mid tempo potente arricchito dalla voce irosa del singer inframezzato da un pregevolissimo solo guitar. Un nuovo pattern chitarristico spegne quindi il brano in fade out. Prima del sesto minuto il brano si riapre in maniera molto pacata, solleticato dalla voce sussurrata di Snake, quindi ritorna su ritmi "martellanti", marziali (intorno ai sei minuti e mezza), con la voce di Snake, stavolta in modalità "recitata" più che impostata in un vero e proprio canto. Finale dapprima con un ultima pennellata evocativa di chitarra, quindi impostata sui tamburi - la cosa ricorda vagamente un passaggio dell' "Also Sprach Zarathustra di Strauss - e quindi un rintocco poderoso di gong a sugellare il tutto.

Orb Confusion

Il terzo ottimo brano, Orb Confusion (Confusione Del Globo), si apre con un guitar work gelido e arcigno che, in breve, complice il subentrare del drum kit, si trasforma in una sezione ritmica incalzante. Snake subentra quasi subito, con la sua voce stupendamente nasale, per portarci al cospetto di un testo legato - a quanto sembra - a doppio filo con il precedente. Nel secondo brano qualcosa di inenarrabile e minaccioso si era levato dalle profondità marine distruggendo i vari eserciti che si erano mobilitati per fronteggiarlo/i (e in effetti usare il plurale non è sbagliato, dato che si accenna a una minaccia multipla). Ora assistiamo alla distruzione delle città ad opera di queste minacce sovrannaturali. Il protagonista assiste in preda al panico alla devastazione del suo mondo ad opera di questi "esseri" o queste "forze" destatesi dal loro sonno e ora in piena fase distruttiva. Non può fare nulla se non guardare con sconcerto il suo mondo messo a ferro e fuoco. I media diffondono notizie su quanto sta avvenendo, e lui medita di fuggire, anche se sa che è impossibile. Tornando al lato musicale, il brano si mantiene incalzante senza grandi scossoni, sino al trentesimo secondo, quando la texture - complice un lavoro di chitarra più arioso - si fa meno martellante e ossessiva. Si ritorna comunque in breve alle medesime coordinate di partenza, sino ad un recupero del frangente "arioso" di cui sopra. Verso il minuto e dieci il brano si apre ad una sezione più aperta ed evocativa (dunque qualsiasi velleità dinamica e martellante viene qui accantonata), meno impostata sulla velocità. Un passaggio strumentale verso il minuto e trenta screzia il brano di meccanica acredine sci-fi, e il basso qui la fa da padrone. Si ritorna quindi sulle coordinate portanti del brano, veloci, incalzanti, e quanto sciorinato è memore di patterns già usati in precedenza. Pochi i cambiamenti degni di nota sino ai due minuti e trenta, quando un lavoro di chitarra schizoide pone una cesura con la parte precedente del brano, portandoci verso una parte non particolarmente dinamica ma carica al solito di una certa potenza immaginifica. I nostri usano gli strumenti come pennelli e, si vede chiaramente, amano tratteggiare volta per volta scenari colmi di evocatività. Verso i tre minuti abbiamo una piccola parentesi più veloce, che comunque si rincanala in breve nella parte in mid tempo già esibita un attimo prima. A quasi tre minuti e trenta fa la sua comparsa un ottimo giro di chitarra, che rende il piatto ancor più godereccio. Vesro i tre minuti e cinquanta il brano sembra perdere gradualmente d'intensità, ma nell'arco di poco "decolla" nuovamente trainato da un lavoro strumentale arrembante e dalla classica voce di Snake così particolare e capace di dare tanta soddisfazione all'orecchio dell'ascoltatore. Un brano formidabile, così come tutti gli altri inclusi in questo autentico gioiello senza tempo.

Iconspiracy

Iconspiracy (Cospirazione delle icone) si stacca tematicamente dai due brani precedenti per parlarci ancora una volta di trappole mentali e uomini subordinati da poteri occulti, artefici di subdole cospirazioni. Il preambolo ci porta verso vaste zone desertiche, ove templi d'oro sono innalzati per la guerra. Qui, dietro ai campi magnetici che circondano la torre, armi psicotroniche sono usate per agire sulla mente delle persone. Presto i loro effetti si faranno notare con vigore. Gli uomini saranno ridotti a schiavi sociali. Il tutto sembra poi partire da una sorta di oscuro ciclotrone ("Nel profondo un oscuro tunnel/ Girando intorno a un canale sotterraneo/ Acceleratore machiavellico") controllato da quelli che vengono definiti "i signori del terrore". Una cospirazione di proporzioni globali è in atto e non la si può fermare. Musicalmente il brano inizia in fade in, per portarci subito su un lavoro strumentale meccanico e freddo, in cui presto si inserisce la voce di Snake. Già verso il trentesimo secondo il brano si apre a una parte più evocativa e meno martellante che ha come appendice un egregio lavoro di chitarra dal flavour schizoide. Prima del minuto il brano scivola su binari scattanti, arrembanti, graziati dalla voce sempre gradita di Snake. Il brano si assesta in breve su ritmiche possenti inframezzate verso i due minuti da un nuovo solo guitar. A due minuti e quaranta circa il brano si orienta verso un nuovo passaggio, decisamente più evocativo, screziato brillantemente da un passaggio strumentale dall'innegabile carica immaginifica, quasi fantascientifico nel suo incedere, e comunque colmo di epos. La voce di Snake subentra prima del terzo minuto, adagiandosi su tale pattern e assumendo un'impostazione più pacata consona alla tessitura di fondo. A quasi tre minuti e quaranta prende il via un solo guitar da applausi, bellissimo, ancora una volta pregno di una carica evocativa unica. La voce si reinserisce nel proseguo del solo, mentre in concomitanza gli altri strumenti si dilettano a pennellare passaggi ancora arrembanti ed energici. Intorno ai tre minuti e cinquanta si apre un passaggio strumentale freddo e dal carattere sci-fi, alienante ma estremamente godereccio, e prima dei quattro minuti e venti si ritorna in seno a partiture più dinamiche e aggressive.

Spherical Perspective

Spherical Prospective (Prospettiva Sferica) si fregia di un testo estremamente immaginifico e interpretabile, data la sua natura particolare. Un uomo si rifugia in una foresta, luogo un tempo dove era solito incontrarsi con i suoi "colleghi", e sa che la sua fine è ormai vicina. Questi vuole continuare ad ammirare il cielo sino a che gli occhi non gli sanguineranno. Sa che il mondo sta andando in rovina e ogni appello al buon senso rimane inascoltato ("Tutte queste chiamate non sembrano ascoltate/ Per la causa persa del mondo."), L'uomo ora vuole solo rimanere in silenzio in quel posto che rappresentava qualcosa per lui, e sa che morirà tremendamente ("Ma stasera sarò perduto/ E le mie ossa diventeranno polvere.") anche se non ci è dato sapere come e perché. Si evince che qusti vuole solo rimanere lì, nel verde di quei boschi che prima significavano qualcosa per lui e i suoi conoscenti. Solo, fantasticando, immaginando di volare via. Passando ad ambiti più prettamente musicali, notiamo come il brano prenda il via in fade in, sulla scorta di rumori confusi e lontani, destinati a reiterarsi per circa una cinquantina di secondi. Al termine di questa introduzione atmosferica apre ufficialmente le danze un interessante riffing che assesta il brano su coordinate energiche ma non eccessivamente veloci. La voce subentra di li a poco, con la solita impostazione sprezzante ed aspra. A un minuto e cinquantacinque si apre uno spiraglio più melodico, gestito su un lavoro di chitarra maggiormente evocativo. Superati i due minuti e venti ci si rincanala su coordinate non dissimili da quelle di partenza (la parte sciorinata conseguentemente all'introduzione atmosferica, per capirci) e si prosegue su coordinate abbastanza lineari sino ai tre minuti e quarantacinque, quando un giro di chitarra destabilizzante porta il brano verso binari più irrequieti e poderosi. La tessitura si fa particolarmente schizoide, complice come specificato un lavoro psicotico di chitarra, ma anche un'impostazione vocale inizialmente particolarmente aspra e colma di acredine (destinata comunque a cambiare a breve ritornando su coordinate "standard"). A quasi cinque minuti parte un passaggio strumentale meccanico, "mitragliato" a suon di chitarra/batteria/basso, molto sci-fi nel suo incedere, mentre una ventina di minuti dopo un solo guitar pregevolissimo delizia le nostre orecchie. Appena prima del sesto minuto il brano si fa più calmo, perdendo improvvisamente l'irruenza che lo aveva sin qui caratterizzato, e si punta di nuovo a giocare sulle atmosfere, grazie a ceselli di chitarra ancora pregni di un neanche malcelato gusto fantascientifico. Oltrepassati i sei minuti la chitarra si diletta a pennellare passaggi ricchi di un fascino ancestrale, fuori dal tempo, trasportandoci con la mente verso zone ignote mai viste ne percepite.

Event Horizon

Event Horizon (Orizzonte Degli Eventi), nonostante il titolo altamente immaginifico, non parla di buchi neri, ma di disastro globale e, ancora una volta, della condizione di un uomo schiavizzato, irretito, sottomesso. Si parte in effetti con le considerazioni di un personaggio non specificato che constata come l'innalzarsi delle maree sta facendo sparire i ghiacci sulla terra, e come tutto ciò determini delle mutazioni di massa. I cambiamenti climatici stanno, tra l'altro, risvegliando pericolosi batteri che sembravano sopiti per sempre e che possono mettere a repentaglio la vita terrestre. L'uomo, rivolgendosi ad una seconda persona, domanda se questi sia spaventato, per poi perdersi in digressioni sul fatto che lui (il suo interlocutore), così come molti altri, sono stati sin dalla nascita controllati da un chip posto sotto la loro pelle. Un chip che riferisce ai potenti qualsiasi cosa tu faccia, chi sei, dove vai etc. L'uomo non solo non può lenire un mondo che si sta trasformando (in peggio), ma non può neanche esimersi dalla propria condizione di schiavo. Se l'uomo non può agire in alcuna maniera, se non può fermare i disastri, le guerre, i cambiamenti climatici, è perché la sua mente è controllata. L'uomo è schiavo e sempre lo sarà. Sul piano musicale si evince come la prima parte sia screziata da un giro di chitarra schizoide, decisamente parte del DNA dei nostri, che in breve si stempera in una parte più dilatata (la chitarra ora pennella tessiture più evocative e meno dissonanti) nella quale fa il suo ingresso la voce di Snake. Nel giro di poco comunque si ritorna a quel giro disarmonico già messo in campo nelle primissime battute. Destinato a durare anche stavolta molto poco, lascia di nuovo spazio ad una seconda parte perfettamente in linea con quella ascoltata in precedenza. A un minuto e quindici il brano si apre ad una parte molto più melodica, abbellita ancora dalla voce di Bélanger e resa grande da un apparato strumentale capace di brillare per grandezza. Oltrepassato il minuto e quaranta, pur non lesinando in melodia, i nostri si lanciano in un frangente più grintoso, in cui ancora una volta la chitarra giganteggia per espressività. Si ritorna quindi, verso i due minuti e dieci, a quel giro "schizoide" e dissonante già sentito in partenza e a più riprese nel brano, che riportano la struttura verso passaggi già sentiti in precedenza (varie alternanze già specificate poc'anzi). Il prosieguo si mantiene abbastanza melodico, giostrato su un guitar work come al solito sublime, quello di Chewy che sembra riesca ad essere un valido sostituto del compianto Piggy. Dopo una parte più energica, gestita su tempi medi, abbiamo un ridimensionamento della carica impattante a favore di un frangente inizialmente più calibrato - comunque ansiogeno nel suo incedere - che presto aumenta d'intensità sino al poderoso finale.

Always Moving

Always Moving (sempre in Movimento) ci pone di fronte ad un testo abbastanza criptico, oscuro data la sua non linearità. Un testo che preferisce affidarsi a immaginifici suggerimenti piuttosto che porsi come resoconto di una vicenda o come uno "spaccato" di qualsiasi genere. Lasciandosi dunque andare un po' all'immaginazione possiamo interpretare certi dati alla "nostra maniera": si evince - questo abbastanza chiaramente - che il protagonista sta immaginando la fine di tutto. Una fine non remota ma prossima, che potrebbe concretizzarsi tramite lo scontro tra la sua e un'altra galassia. Immagina - si pensa - di parlare con un elemento dell'altra galassia, e mentre loro parlano la fine si avvicina. Una stella prossima al suo pianeta vortica a velocità furiose (una pulsar? Una stella a neutroni?) e ambedue le galassie, ormai in velocissima collisione, si scontreranno presto tra loro. Ormai la fine è in corso:  quel che c'era prima ora è solo "energia", e il protagonista, annichilito come tutto il resto, ma la cui mente è ancora capace di generare pensieri, si lascia andare a qualche considerazione finale: "Nel regno dei morti tu vivrai per sempre nella mia testa/ Quelli che mi mancano di più/ Saremo insieme perduti nell'ignoto." Musicalmente il brano ha un'inizio veloce, irruento, gestito su un riff particolarmente scattante e davvero estremamente gradevole. In breve questo si stempera in una parte più "evanescente" e soffusa, arricchita dalla voce quasi spettrale del singer, leggermente modulata. Passato il minuto il brano ritorna su binari particolarmente veloci, aggressivi, e la voce di Snake si fa acida, colma di sprezzante livore. A quasi un minuto e trenta il brano torna brevemente ad un frangente soffuso, per aprirsi successivamente in una parte leggermente più energica ma lontana dalla furia assassina di certi passaggi veloci sentiti in precedenza. Una parte comunque gestita su tempi medi e che ancora una volta fa dell'evocatività la sua arma prediletta. A due minuti e cinquanta si scivola verso una parte più marziale, dall'incedere quasi meccanico. Successivamente si fa spazio ad una sezione che invece punta tutto sull'evocatività, merito in primis di un lavoro chitarristico capace di pennellare scenari ariosi e notevolmente immaginifici. A quattro minuti e mezzo il brano cambia faccia nuovamente, tornando a quella sezione agguerrita e deflagrante già sentita nelle prime battute. Questo sino alla fine. Altro brano che è impossibile non annoverare come piccolo capolavoro.

Sonic Mycellium

L'ultima perla del lotto, Sonic Mycellium, si fregia del testo più "stravagante", essendo questo più o meno un collage di parti dei vari brani che compongono il disco (un simile esperimento ci può riportare alla mente, seppur vagamente, la celebre Victory dei Megadeth, che include nel testo i titoli di molti dei più famosi brani della band. Qui la cosa è diversa, dato che sono riportati in maniera più o meno esatta stralci dei testi dei vari brani del disco, ma l'effetto "collage" non è dissimile), e quindi abbiamo (per dire, senza voler fare il noioso lavoro dell'esploratore), una prima parte che inizia testualmente con "This nice spot that I found/ Connected to the ground/ I'm staying here all night/ Staring at the open sky/ Till my eyes... Bleed!" che è esattamente un estratto dal brano Spherical Prospective (la parte in cui il nostro asserisce di voler fissare il cielo sino a che i suoi occhi non sanguineranno), a cui succede una seconda parte che recita "Now, what should I do?/ Where do I go?/How to escape?" che riprende un verso di Orb Confusion. Si continua così con vari pezzi di brani riassemblati in un unico nuovo testo. Un'operazione divinamente geniale, che ancora una volta fa comprendere appieno la creatività dei nostri. Sul piano musicale si ha un'inizio giostrato su tessiture decisamente rarefatte, evanescenti. Tutta la prima parte è impostata su un incedere lento ed evocativo e sulla voce di Snake, particolarmente soffusa. Il brano cambia presto faccia, dando spazio ad una parte più arrembante, veloce, trainata da un riffing aggressivo e da una batteria scattante. Anche la voce di Snake si fa più decisa. Si cambia ancora registro quasi al secondo minuto, tornando ad una parte più soffusa, destinata a durare l'arco di  venti secondi. Abbiamo quindi un nuovo passaggio scattante non dissimile dal precedente. Il brano quindi si stempera in una parte gestita su tempi medi, ancora caratterizzata da un incedere marziale. Proseguendo con il brano si nota un'altro cambio di tempo: questo infatti ben presto si apre ad una nuova sezione veloce caratterizzata da un riffing schizoide e compulsivo. Successivamente tale parte lascia spazio ad un frangente meno arrembante, in cui assume un ruolo di primo piano un giro di chitarra freddo, reiterato diverse volte, nel quale si inserisce la voce di Snake. Un nuovo passaggio chitarristico, dal sapore quasi avveneristico, cede quindi il passo ad una parte ancora una volta scattante (la velocità è imposta più che altro dai rintocchi veloci di batteria, mentre più parco è il lavoro alla chitarra). Oltrepassati i cinque minuti e un quarto si lascia spazio anche a un pregevole giro di chitarra, che in breve ci porta ad un frangente dissonante e disarmonico nel quale si erge tonante la voce di Snake. Oltrepassati i sei minuti ancora una volta si entra in una sezione "evanescente", evocativa, gestita su tempi più lenti. Ancora una sezione "dissonante", quindi si da spazio ad un egregio giro di chitarra che porta dopo poco, di nuovo, il brano, verso un frangente molto evocativo. Per farla breve - arrivato a questo punto sono consapevole di essermi dilungato anche troppo - il brano è decisamente cangiante, poliedrico, in continua strutturazione/destrutturazione, in continuo movimento (tanto per citare i nostri), e non conosce minimamente il concetto di linearità. Un brano simbolo che riassume tutta l'essenza dei migliori Voivod e che mi piace considerare uno dei loro gioielli più riusciti.

Conclusioni

Arriviamo così alla fine di questo viaggio, e siamo estasiati, appagati e addirittura confusi da tanta bellezza. Un simile disco non è, e si sente, opera di normali musicisti, ma di autentici mostri sacri capaci con i loro mezzi di fare letteralmente miracoli. Tutto qui sembra funzionare incredibilmente bene: dalla parte musicale all'inossidabile voce di Snake, sino ai testi, davvero mirabili, la cui ideazione è possibile solo da una mente dotata di raffinatezza innata e superiore. Musicalmente non si può che rimanere ancora una volta esterrefatti di fronte alla bravura dei Nostri: e mentre Michel "Away" Langevin non è più una sorpresa (dato che è dagli anni ottanta che non smette di stupirci con la sua bravura), i due nuovi arrivati Daniel "Chewy" Mongrain e Dominique "Rocky" Laroche si dimostrano davvero musicisti formidabili. E mentre Chewy lo conosciamo da leggermente di più (era già in line up nel precedente Target Earth), questa risulta, dopo l'ottimo ep Post Society, la prima prova di un certo rilievo per Rocky. E ambedue riescono nell'arduo compito di non sfigurare di fronte ai monumentali predecessori, Denis "Piggy" D'Amour e Jean-Yves "Blacky" Thériault (rispettivamente ex chitarra ed ex basso. Tra l'altro avrei potuto dire "riescono nel compito di non far rimpiangere...", ma è impossibile non rimpiangere un gigante musicale come Piggy, andatosene purtroppo troppo presto). Chewy riesce, con i suoi pattern chitarristici - al 100% Voivod - non solo a mantenersi perfettamente ed incredibilmente coerente con la tipologia musicale della band, ma è capace di irrorare, tramite la sua inventiva, la sua ispirazione e le sue capacità, i vari brani di gran classe, riuscendo sempre - e dico sempre - a piazzare patterns di chitarra favolosi nelle strutture articolate dai suoi compagni di gruppo. E Rocky è un'altro fenomeno dotato di classe e bravura, i cui intarsi di basso risultano sempre essenziali nell'economia dei vari brani. Un gruppo nuovamente affiatato, che poteva affossarsi definitivamente dopo la morte di Piggy, e invece, con grinta, coraggio e ancora tanta voglia di fare e ispirazione, ha deciso di andare avanti. L'ispirazione: questa è una componente che non è mai venuta a mancare. Come precedentemente puntualizzato (nell'introduzione) ci sono gruppi che ne hanno una fonte limitata. Magari tirano fuori qualche capolavoro e poi esauriscono tutte le loro cartucce. Ma i nostri no... sono una di quelle poche (pochissime a dire il vero) band con una dose illimitata di ispirazione. Una di quelle band - per quanto ne so io, ossia quello che sto riscontrando - che potrebbe ancora tirar fuori dal cilindro ancora tanti album e non sbagliare un colpo. Perché da War And Pain sino a The Wake sono passati ben trentaquattro anni (trentaquattro! Non sono pochi) e quanto concepito sino ad ora è stato praticamente ineccepibile. Certo, alcuni album sono stati meno apprezzati da alcuni - si prenda la doppietta Negatron/Phobos - ma solo perché quanto messo in campo ha "frastornato" certi ascoltatori: certo che, mettendosi nei panni di "quegli ascoltatori", essendosi abituati ad una crescita continua su certe coordinate, e poi trovarsi con due album come Angel Rat e The Outher Limits (all'epoca anche questi due fecero storcere il naso a qualcuno, che magari pensava che i Voivod sarebbero andti avanti rendendo ancora più complesse e "prog" le loro partiture) prima, e poi due dischi diametralmente opposti come Negatron e Phobos (tra l'altro arricchiti da un'ugola diversa, quella di E-Force, molto più arcigna rispetto a quella di Blacky), è chiaro che abbiano sviluppato una minore propensione ad inserire questi dischi tra i "loro preferiti". Ma per chi scrive non è così. Ogni album è diverso e ogni album è un capolavoro. Tutti belli, incredibilmente riusciti e degni solo di ascolti avidi e ripetuti. Come questo The Wake - per tornare a noi, dopo una lunga ma inevitabile digressione - che ci presenta ancora una volta la perfezione in un accezione ancora differente del termine. Un album che pur non inventando nulla (sono gli "stessi Voivod" di Dimension Hatross e Nothingface pur con una line up per metà diversa) reinventano tutto (quel mood è trattato differentemente, in un ottica diversa, memore del passato ma originalissima). Una perla che, oltre a una parte musicale di rara fattura, può contare su un singer tra i più bravi e caratteristici di tutta la scena, ossia l'inossidabile Blacky. E come tacere poi di un apparato testuale perfetto, incline generalmente a tematiche sci-fi e cospirazioni varie, in cui la scrittura non risulta mai banale, e anzi è sempre (molto) ben fatta, chiara, capace a volte di far anche riflettere (tematiche come quelle inerenti alle "trappole mentali" "certe cospirazioni" possono risultare abbastanza attuali, senza ricadere nella "fantapolitica")? Impossibile. Tutto qui è perfetto. Un'ennesima Prova (con la p maiuscola) di somma bravura da parte di un gruppo che non ha mai smesso di stupire. Un gruppo che speriamo continui sempre a deliziarci con le proprie tematiche avveneristiche. Un gruppo che amiamo ascoltare nelle loro digressioni sul futuro. Ma... in realtà il futuro è ora. Il futuro sono i Voivod.

1) Obsolete Beings
2) The End Of Dormancy
3) Orb Confusion
4) Iconspiracy
5) Spherical Perspective
6) Event Horizon
7) Always Moving
8) Sonic Mycellium
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