VITAL REMAINS

Let Us Pray

1992 - Deaf Records

A CURA DI
ALBERTO BIFFI
20/01/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il Diavolo ama la libertà. Il Diavolo ama l'arte. Ecco allora che l'Avversario ha sempre accompagnato, tenendo per mano, ogni forma artistica sin dagli albori dell'uomo e coloro che camminavano al suo fianco erano considerati geni (o spesso, al contrario, pazzi), o persone che avevano ricevuto un dono da Dio (quale misunderstand!). Pensate alla pittura: Schongauer, Dürer, Bosch, Teniers, Bruegel, Cranach, Grünewald. Artisti visionari che hanno sempre raffigurato ciò che vedevano... o che forse gli veniva suggerito. Pensate alla musica, alle sinistre leggende che la circondano. E ancora, pensate... pensate al tritono, ovvero l'intervallo di quarta aumentata/eccedente (o quinta diminuita), una delle maggiori dissonanze della scala diatonica, chiamato nel medioevo "diabolus in musica"... sì... come il disco degli Slayer pubblicato il 9 giugno 1998. Arriviamo al rock insomma. Arriviamo all'evoluzione di quella pentatonica suonata da bluesman leggendari come Robert Johnson, il quale alimentò la leggenda (o forse raccontava solo la sua vera storia?) che avesse stretto un patto con il Diavolo, ad un crocicchio, vendendogli l'anima in cambio della possibilità di suonare la chitarra come nessun altro. Musica, chitarre, patti con il demonio. Demonio che è sempre stato presente ad ogni concerto, che ha ascoltato ogni disco. Era in prima fila nei club fumosi di New Orleans, ascoltando il blues nero, ed era in un angolo della sala prove degli Emperor, in Norvegia, ascoltando il nero metallo. Sorrideva quando i The Rolling Stones cantavano della compassione che provavano per lui e si divertiva a trovare i messaggi subliminali nascosti nelle canzoni dei The Beatles. Era alle spalle dei grandi compositori di musica classica ed era il modello preferito dei pittori. Anche coloro che non credono in lui lo usano da sempre per sfidare i benpensanti, coloro che si vestono da pecore per seguire il gregge, lo impugnano come un coltello, come un arma da puntare alla gola. Il rock deve far paura, deve smuovere e scuotere, deve imprimere uno shock che risvegli l'intelligenza sopita e gli atavici istinti. Un tempo era Elvis a scuotere gli ormoni delle adolescenti e l'ammirazione dei giovani maschi e poi... poi tutto avvenne in modo così veloce che da quel crocicchio il Diavolo ci porta a Providence, capitale dello stato del Rhode Island. Che ironia, il "vecchio cornuto" che ci accompagna ad ascoltare una band che nasce in una città che deve il suo nome a Roger Williams, che la chiamò cosi in onore della "Provvidenza Misericordiosa Di Dio". God's Merciful Providence. Geograficamente ci siamo, dobbiamo ora regolare la macchina del tempo: 1988. Arriviamo in tempo per trovare il chitarrista Paul Flynn che insieme a Butch Machado alla seconda chitarra, al cantante Mike Flynn (colui che trovò poi il nome della band), al bassista Tom Supkow e al batterista Chris Dupont formerà una band con il chiaro intento di suonare un metal primitivo, satanicamente influenzato dai prime movers del black metal: Venom, Celtic Frost, Bathory, Sodom e Mercyful Fate. Paul Flynn cambierà poi la formazione, trovando elementi a lui maggiormente affini e con una visione musicale coincidente con la propria. Nel 1989 pubblicano la loro prima demo: 'Reduced To Ashes', seguita da 'Excruciating Pain', l'anno successivo. Queste due promettenti uscite permettono alla band di firmare con la label francese Thrash Records, la quale pubblicherà nel 1991 il singolo 'The Black Mass', chiaro manifesto di intenti concettuali sin dal titolo esplicito. Altra vetrina per il gruppo blackened death metal, e questa volta è la Deaf Records, sussidiaria della Peaceville ad assicurarsi il gruppo, che sotto la sua egida debutterà finalmente con il primo full-length: Let Us Prey. Avete letto "blackened death metal" poche righe digitali sopra. Cos'é? Sottogenere del death metal, si differenzia principalmente per l'aver integrato alcuni elementi musicali e (sopratutto) tematici del black metal. Se avremo così - su strutture tipicamente death - l'utilizzo del tremolo picking, saranno i testi prettamente satanici a rendere il "metallo della morte" ancor più nero ed estremo. Ora abbiamo il "chi", il "dove", il "quando" ed anche il "come". Mancano la posologia e le indicazioni. Per chi è questo 'Let Us Pray'? Qual è il target di questo lavoro? Satanisti? Andiamo... non scherziamo. Blackster? Anche. Deathster? Sopratutto. Insomma i Vital Remains utilizzano l'argomento che da sempre più affascina gli imberbi ascoltatori del metal, già di per sé un genere di rottura, trasgressivo, e ce ne parlano utilizzando la lingua trasversale del metal estremo, dove le leggi non scritte del death metal vengono aggiornate con lo "slang" musicale del black. Parliamo chiaro, un evidente incesto musicale. E noi di Rock And Metal In My Blood, come ne parleremo? Questa volta c'è un evidente problema. I testi di questo distruttivo esordio sono praticamente irreperibili. Abbiamo contattato il mastermind Tony Lazaro e la sua cortese ed immediata risposta è la seguente: "sorry, but our old singer Jeff never wanted to release the lyrics for 'Let Us Pray'! I told him last year that he should for the fans and he said no! Maybe one day he will". Se aggiungiamo che il growl che Jeff Grusling incise per questo epocale debutto non è certo dei più comprensibili, converrete con noi che non possiamo far altro che analizzare insieme a voi, cari lettori, la musica qui proposta, cercando di dipingere le immagini che le note (con il piccolo aiuto dei titoli) ci suggeriscono. Leggete mentre ascoltate le canzoni, poi chiudete gli occhi e immaginate insieme a noi landscape infernali. Sicuramente non andremo lontani dalle intenzioni del singer e autore delle liriche. Ora fate posto al Diavolo, sì... esattamente al vostro fianco. Lo abbiamo detto che lui non si perde un disco, no? Offritegli una birra, una sigaretta. Vedrete che sarà una piacevole compagnia durante i 53 minuti e 13 secondi di 'Let Us Pray'.

War In Paradise

Il disco si apre con una dichiarazione di intenti. War In Paradise (Guerra in Paradiso) è un titolo tanto semplice quanto diretto ed efficace. Vale insomma come un intero testo. La guerra in Paradiso è forse l'argomento maggiormente ricorrente nei testi dei Vital Remains, che vedono la guerra alla cristianità in modo assolutamente letterale. Spesso visualizzano intere schiere di angeli caduti che assediano i cancelli del cielo, armati di lance e di spade. Se a chi scrive venisse concessa una licenza poetica, potremmo aggiungere che è alquanto anacronistico pensare che con tutte le efficaci armi tutt'ora a disposizione, gli angeli e i demoni si sfidino ancora brandendo armi bianche. Pensate... splendidi e decaduti angeli che sfondano le porte del Paradiso con dell'esplosivo C4, penetrando nel "compound" (termine inglese, militare, che indica un edificio o insieme di edifici fortificati. Alterazione della parola malese kampong, che significa "villaggio") in modo tattico, sincronizzato, falcidiando angeli con granate e moderni fucili d'assalto. Ora "guerra in Paradiso" assume un altro significato, vero? L'immagine è completamente diversa. Possiamo tranquillamente asserire che ogni testo dei Vital Remains è atto a umiliare la religione cristiana, i suoi santi e i suoi seguaci, definiti da sempre come dei "deboli" per aver accettato delle bugie senza mai porsi nemmeno una domanda. La traccia posta in apertura è anche quella più lunga, con i suoi 7:44 minuti di pura blasfemia musicale. Siamo ancora ben lontani dalle suite sataniche che i Nostri ci regaleranno in dischi quali 'Dechristianizze' (2003) e 'Icons Of Evil' (2007), ma tutta l'intenzione musicale della band di Providence è qui evidente: arrangiamenti complessi, sali-scendi emozionali, tecnica ancora acerba ma subito messa in prima linea al servizio del demonio e della sua musica. Non si raggiungono mai, negli oltre 7 minuti, velocità parossistiche, ma la composizione si stabilizza su un terremotante mid-tempo dove la doppia cassa di Ace Alonzo (misteriosamente non citato nei credit ufficiali del disco) funge da tappeto di rinforzo, donando quell'onnipresente epicità che sin da ora toccherà ogni brano del gruppo statunitense. Molto bella la voce di Jeff Gruslin, in grado di raggiungere tonalità bassissime e anche di raggelarci con ferali screaming, donando anche alla linea vocale un notevole dinamismo. Forse un cambio di tempo avrebbe dato al brano una spinta in più, qui notevolmente appiattita in favore di un pachidermico mood satanicamente sabbath-iano. Paul Flynn si prodiga in un acerbo assolo che ricalca lo stile del duo King/Hanneman, con un utilizzo esasperato ed esasperante della leva del tremolo e degli armonici artificiali. Anche il finale è un chiaro tributo agli Slayer, con un riffing potente e cadenzato e gli assoli del sopra-citato Flynn che sembrano estrapolati da 'Show No Mercy' (1983). Un pezzo che mostra principalmente pregi e difetti della band. I pregi? La volontà di non scrivere brani eccessivamente semplici, il desiderio di utilizzare la tecnica sposandola con arrangiamenti ricercati e testi mirati. I difetti? Solo ed unicamente il fatto di non avere (per ora) i mezzi per mettere in atto tutte le loro ottime idee. Ma è solo questione di tempo.

Of Pure Unholiness

L'inizio di questo secondo brano è assolutamente debitore ai Morbid Angel, così come non possiamo non accorgerci che Jeff Gruslin ha praticamente consumato i vinili (o le cassette?) dell'Angelo Morboso, cantando e ricantando le linee vocali di David Vincent, cercando di emularne lo splendido growl. Qui ogni passaggio rimanda al gruppo floridiano: i riff di chitarra, le accelerazioni della batteria e gli assoli "sick", malati e "storti" di Paul Flynn, un axeman che evidentemente non aveva ancora trovato la propria voce sullo strumento, appoggiandosi di volta in volta ai mostri sacri che l'hanno chiaramente influenzato e formato musicalmente. Da evidenziare però alcune sue trovate che rendono il tutto fresco e originale, come il contrappuntare alcune parole che Gruslin vomita fuori dalla propria ugola, doppiando quasi la linea vocale del frontman con il proprio strumento. Anche il main riff è degno di nota e in grado di mutare pelle a seconda di come Alonzo lo sospinga con la sua batteria. Basta raddoppiare il tempo sul rullante e spostarsi sul piatto "ride", per rinnovare un riffing tanto roccioso quanto potenzialmente noioso. Quello che ci stupisce è un rallentamento ai limiti del doom che trasuda malvagità e che caratterizza il brano all'interno della tracklist. Of Pure Unholiness (Di Pura Empietà) diverrà "il brano con lo stacco doom", e questo non può che significare che la band ha ottenuto quello che desiderava: l'unicità delle proprie composizioni, sempre ben ragionate e arrangiate, in modo da non appiattire la propria proposta e farla scomparire nel calderone delle nascenti death/black metal band. Il testo? Possiamo solo limitarci ad un titolo colmo..."di pura empietà", e immaginare nuovamente le gesta di un uomo carico di odio contro Dio. Proviamo a pensare ad un uomo che ha perso tutto, l'amore, il lavoro, magari un figlio. Un uomo tradito e che nonostante sia sempre stato un fedele, una pecorella di Dio, non ottiene l'aiuto di nessuno. Nessun dio, nessun santo. Pensiamo al suo cuore che si gonfia di odio iconoclasta. Vogliamo esagerare? Vogliamo continuare con lo scrivere i nostri personalissimi film? Allora torniamo al diavolo dei crocicchi, al blues, a Robert Johnson. Visualizziamo quest'uomo che diventa la perfetta arma del Diavolo nella lotta al cielo. Un uomo al quale donare poteri e forza satanica. Che sia stato lui - nel brano precedente - a guidare la "task force" degli inferi? Concludendo: una canzone strutturalmente più semplice rispetto all'articolata opener, ma forse paradossalmente dotata di maggior identità.

Ceremony of the Seventh Circle

Siamo alla terza traccia di questo disco e veniamo accolti da un tappeto di tastiera e dai suoni di un rito. Forse indiano, forse cajun, la scarsità di informazioni in ogni formato di questo lavoro mortifica non poco la qualità dello stesso, potenzialmente più efficace nei suoi messaggi se resi maggiormente comprensibili. La musica è comunicazione, e questo disco è spesso una frase detta a denti stretti. Comprensibile, ma non chiara. Si palesa forse in modo chiaro il gusto della band di voler evocare immaginari orrorifici e oscuri, attraverso intro che spesso sono semplicemente un collage di suoni mixati insieme. Ecco allora che forse il canto ritualistico che sentiamo sarebbe apparso più realistico ed immersivo se non fosse stato sovrastato dal suono dei grilli (troppo alto) e dalla sopracitata tastiera, qui ovviamente fuori luogo. Il pezzo parte in quarta, evocando nuovamente la band di Trey Azagthoth (vero nome: George Emmanuel III), con quella cattiveria sincera, vera, palpabile. Qui non si seguono le leggi non scritte del death metal, si scrivono. Nuovamente un brano di quasi 7 minuti, lungo, e che mostra tutti i difetti della propria durata, ovvero l'essere a volte eccessivamente ripetitivo. Contestualizziamo il tutto: stiamo parlando del disco d'esordio di una band dalle idee chiare ma dai mezzi ancora non all'altezza; stiamo parlando di un gruppo che vedrà nei continui cambi di line-up la continua ricerca della propria identità; stiamo ascoltando un band che nel corso degli anni maturerà ogni idea qui espressa, affilando la propria musica come una lama atta a decapitare gli angeli. Il main riff, invero piuttosto elementare, è caratterizzato dai pattern di batteria che con la sua doppia cassa segue le plettrate, e il mid tempo su quel si assesta questa Ceremony Of The Seventh Circle (Cerimonia del Settimo Cerchio) è assolutamente inferiore alla sezione veloce e morbidangeliana che ci assalta con nostro masochistico piacere. A questo punto della tracklist avremmo gradito oggettivamente una sferzata di energia primordiale, ignorante, una doccia fredda dopo la magniloquente ed aulica satanica epicità delle canzoni precedenti. Paul Flynn si lancia a rotta di collo nei suoi famigerati assoli, e a questo punto ci sorge il dubbio che questa suo stupro della leva del tremolo non sia esattamente una scelta, ma anche una forzatura imposta dalla sua tecnica ancora acerba. Come i futuri Vital Remains confermeranno, l'inserire partiture melodiche nelle linee di chitarra, accrescerebbe (ed accrescerà) la vena epica del gruppo. Ma torniamo al disco che stiamo ascoltando, fingendo di non sapere cosa accadrà nei dischi successi, perché in fondo lo stupore di poter toccare con mano l'evoluzione di un gruppo è uno dei tanti piaceri della musica. Una cosa che invece non dobbiamo fingere di non sapere è il testo. Come detto non presenti, le liriche di questa traccia non per noi un mistero, in quanto anche il titolo è di difficile interpretazione, non lasciandoci spazio alla fantasia, qui davvero pericolosamente troppo libera e potenzialmente troppo lontana dalla realtà. Non ci è dato sapere cosa sia questa "cerimonia del settimo cerchio", quale sia la sua origine e il suo significato. Se le voci che abbiamo ascoltato nella suggestiva (ma non perfettamente riuscita intro) sono ascrivibili agli indiani americani, potremmo pensare ai Sioux, ai loro "sette rami", ovvero le loro sette e più potenti tribu. Ci troveremmo però troppo lontani dal mood della band, ormai chiara nelle sue tematiche. Possiamo e dobbiamo solo godere di questa intro mistica, atta forse ad avvicinarci al mondo dei morti e ai messaggi che hanno per noi vivi. La sentite questa voce arrivare da quella "tomba incolta"?

Uncultivated Grave

Niente da fare, il modo in cui Jeff Gruslin pronuncia le vocali è assolutamente speculare alla tecnica utilizzata da David Vincent. Non che sia un difetto, sia chiaro. Forse il brano dove Jeff canta meglio in assoluto, lasciando risuonare nel suo ampio petto le note, prima di vomitarle fuori dalla propria gola sospinte dal suo potentissimo diaframma. Un ottimo brano, nuovamente cadenzato ma pregno di death metal, di satanica ispirazione, di riff semplici ma annichilenti. Non mancano le accelerazioni fulminanti, qui utilizzate come arieti per sfondare i cancelli del cielo, per poi far entrare le proprie legioni nere al suono marziale dei loro tempi cadenzati. Oltre sette minuti di brano ci dicono diverse cose: la band non ha certo intenzione di suonare schegge impazzite di metallo nero, ma vuole tutto il tempo per poter dire quello che pensa, quello che sente. La band forse pecca di presunzione. Non dimentichiamo che questo è un disco d'esordio e forse... ripetiamo... forse, se avesse puntato su maggior immediatezza avrebbe guadagnato in spontaneità. I Vital Remains insomma si presentano sin da subito come un combo musicale lungimirante, che non ha paura di rischiare pur di differenziarsi dall'enorme quantità di gruppi death metal che nascevano in quegli anni. Ora, con il senno di poi, dobbiamo riconoscergli la ragione, ma noi non lo sappiamo... questa è la "prima volta" che li ascoltiamo e come tale dobbiamo giudicare l'ascolto. Belli i riff, serrati ma sempre ben incastonati con la sezione ritmica, qui assolutamente atta a valorizzare le chitarre e non a falcidiare in modo indipendente e volgare l'ignaro e indifeso ascoltatore. Bellissimo lo stacco assolutamente debitore verso il riffing maligno di Tony Iommi, con la band tutta impegnata in un rallentamento evocativo e luciferino. Lo stacco successivo punto tutto sul groove, qui una sorta di anticamera o stanza di decompressione prima dell'immancabile (e doverosa) accelerazione. Proprio quando pensiamo di essere ormai lanciati a tutta velocità contro le schiere celesti, il gruppo rallenta nuovamente, donando a questa Uncultivated Grave (Tomba Incolta) un dinamismo eccezionale. Uno dei pezzi meglio arrangiati di questo disco, dove l'alternanza dei ritmi non è mai scontata e prevedibile. Sul finire del brano una lunga coda in fade-out, che in modo circolare rientra nei nostri padiglioni auricolari con un fade-in. Doppia cassa costante e annichilente, chitarre lancinanti e il sinistro suono di un martello che colpisce qualcosa di metallico. Chiodi su una croce? Eppure l'immagine suggerita dal titolo è molto diversa. Pensiamo alle vecchie pellicole della Hammer Film Production, pensiamo ad un cimitero abbandonato, ad una tomba incolta. La croce di pietra avvolta dagli arbusti, la lastra tombale crepata, le date di nascita e di morte ormai quasi illeggibili. Perché? Nessuno più in vita per poter accudire la memoria del morto? O forse un uomo così malvagio da meritare l'oblio? E cosa fece in vita per essere abbandonato anche dopo la propria morte? Riti satanici? Omicidi? Sacrifici rituali? Magari è lo stesso uomo che abbiamo già immaginato in 'Of Pure Unholiness'. Pensate alle suggestioni della musica, stiamo scrivendo virtualmente non solo i testi nella nostra mente, ma anche una sorta di concept. La magia dell'immaginazione, il fascino del metal estremo. I suggerimenti del Diavolo?

Malevolent Invocation

Spazio alle chitarre per l'incipit di Malevolent Invocation, quinto diabolico brano che palesa immediatamente il probabile testo: "invocazione maligna". Come non proseguire allora il nostro personalissimo concept? Forse è l'uomo sepolto in quella tomba abbandonata ad aver fatto questo rito (forse quello del "settimo cerchio"?). Death metal senza fronzoli, senza orpelli, senza inutili voli pindarici atti a rendere il tutto inutilmente magniloquente. A volte non serve la pomposità, e in questo caso la band arriva dritta al sodo. Riff, strofa, ritornello, bridge (o "special") e si riprende. Vero è che la canzone in questo modo viene appiattita e rischia di soffocare tra tutte i brani in arrivo dalla malefica e metallicamente florida Florida, ma è altresi vero che serviva un pezzo immediato, totalmente death, inequivocabilmente debitore verso i maestri del genere. La chitarra sembra sforzarsi nel suonare delle scale di senso compiuto, che non siano maltrattate e abusate dalla leva del tremolo e dai fischi degli armonici artificiali. Splendido il growl del frontman, "gorgogliante" al punto giusto, al punto che sembra quasi abbia una calderone infernale all'interno della propria gola. Anche qui la malignità sincera del gruppo è palese e le sensazioni che proviamo ascoltando questo brano ci rimandano a capolavori come 'Alter Of Madness' (1989) 'The Key' (1990) e 'Blessed Are The Sick' (1991). Citati non a caso, le date di pubblicazione di questi dischi offrono su un piatto d'argento l'indotto pensiero che questo 'Let Us Pray', pubblicato nel 1992 ne sia un degno e naturale successore. Un brano oggettivamente anonimo ma che nel contesto del disco reclama il suo personalissimo posto al sole... o meglio, alla luce fioca (e riflessa) della luna. Ma il Diavolo rappresenta esattamente l'opposto: il ribellarsi a Dio per risplendere di luce propria. I Vital Remains scrivono un brano quindi tra i più trascurabili del lotto, ma che è un tassello imprescindibile di una tracklist splendidamente orchestrata. Immaginiamo quell'uomo maledetto da Dio e che maledice Dio, che invocando il Maligno ottiene i poteri della notte, e al quale vengono affidate orde di demoni. Chi meglio di un uomo schiavo (della religione), ora libero e consapevole, può guidare un'armata contro colui che l'ha soggiogato e ingannato?

Isolated Magik

Altro brano immediato che si assesta intorno ai 5 minuti: Isolated Magik (Magia Isolata). È un pezzo interessante, dotato di una personalità musicale molto forte e debitore verso i maestri Nocturnus. Stop and go da pura tradizione death metal, e per la prima volta in questo seminale 'Let Us Pray' sentiamo utilizzare in modo deciso e decisivo la doppia voce: growl e screaming. Ciò che ci riporta alla band di Mike Browning è però l'utilizzo della tastiera e in particolar modo dell'effetto noto come "choir", coro. Gli accordi di tastiera arrivano a somigliare alle voci umane, il tutto atto a donare al chorus (in questo caso "ritornello") una magniloquenza che qui caratterizzerà decisamente il pezzo. Gli assoli di chitarra non si discostano (e non potrebbero) dalle ormai ovvie capacità tecniche di Flynn, mentre Alonzo ci stupisce traccia dopo traccia, suonando letteralmente la batteria e non limitandosi a percuoterne le pelli. Il rallentamento del ritornello, unito ai rintocchi di una campana e al growl del singer imprime un satanico marchio al pezzo, rendendolo uno dei più riconoscibili ed accessibili all'interno di questo platter. La dualità del brano, ora veloce e seviziato dagli assoli schizoidi e imprevedibili della sei corse, ora lento, epico ed enfatizzato dagli effetti, rende tutto scorrevole e piacevole. Degno di nota il riffi iniziale lasciato suonare al solo basso di Joe Lewis, colonna portante dei Vital Remains per quanto riguarda la loro storia e il loro concept religioso/filosofico, al punto che in futuro occuperà anche (per il solo 'Forever Underground', 1997) il ruolo di cantante. Dal punto di vista musicale forse il brano più death oriented del disco, ma con un mood e un "tiro" glaciale, ai limiti del black metal norvegese. A proposito di black metal, è proprio il già citato Joe Lewis ad esprimersi in diverse interviste a proposito del tanto discusso genere musicale che vide Bathory ed Hellhammer come precursori: "non supporto nessuna di quelle band, per lo più prive di talento. Non farò nomi, non serve, potete sentire anche voi la differenza tra musica e rumore no? Per quanto riguarda i roghi delle chiese questo non ha assolutamente a che fare con la musica e il satanismo. Il satanismo è prima di tutto il rispetto e la valorizzazione di te stesso. Quei roghi sono solo un gara a chi è più stupido e popolare. Una gara tra bambini a chi è più cattivo. Ora sono tutti in prigione". La freddezza con la quale Lewis esprime le sue idee è assolutamente annichilente e portavoce della fierezza satanica e filosofica dei Vital Remains. Di cosa parlerà allora questo pezzo? Di magie atte ad esaltare il proprio "io", di qualcosa di legato alla propria personalità, all'acquisire potere per migliorare se stessi, elevandosi al di sopra del resto del gregge. Come vedremo in futuro nei testi della band, il dominare il nemico, il debole, l'ergersi al di sopra di tutti coloro che aspettano un intervento esterno, senza utilizzare le proprie forze, sarà uno dei centri focali del concetto di satanismo affrontato dal gruppo.

Cult of the Dead

Il culto dei morti è qualcosa di atavico, ancestrale, antico come la vita e appunto... la morte. La nota enciclopedia Treccani  lo descrive nel seguente modo: "Il culto dei morti è l'espressione della pietà che gli esseri umani provano verso i defunti e della speranza in una vita futura. Il culto dei morti si manifesta nei riti funebri, diffusi in tutte le società; nella costruzione di luoghi dei morti come i cimiteri; nella elaborazione di credenze relative al destino dell'anima e all'aldilà; nel modo in cui si conserva la memoria dei defunti". E perché si celebrano i morti? Per il rispetto di quanto hanno fatto in vita? Dell'amore che ci hanno donato? O forse per timore? La paura... il fondamento della religione. Non fare una cosa per paura della punizione, farne altre per ricevere un premio. Una sorta di addestramento cinofilo. Ecco allora che forse si sono sempre tributati i defunti per ingraziarceli, sperando che poi, quando sarà il nostro turno, verremo accolti a braccia aperte al di là dei cancelli. Ipocrisia? Ignoranza? Esistono popolazioni che bruciano i cadaveri, altre che li mangiano, altre ancora che li seppelliscono seduti, in modo che si possano alzare più rapidamente quando il Signore li chiamerà per nome. Diverse culture, ma tutte pensano che al di là della vita continui la vita, che l'energia non venga dispersa ma trasformata. Energia e magia... forse sono la stessa cosa. Il brano inizia con un tripudio di percussioni e corni, ricordando non poco il brano dei Nile intitolato 'Ramses Bringer Of War'. Le chitarre massicce di Tony Lazaro e Paul Flynn vengono sospinte dalla doppia cassa delle batteria mentre la voce di Jeff Gruslin vomita lo sconosciuto e incomprensibile testo nelle nostre orecchie. Il brano è assolutamente, indiscutibilmente e classicamente death metal, con i suoi cambi di tempo e le sue ripartente scagliate dai rocciosi riff. Immancabili gli assoli di chitarra che ci fanno pensare a dei ganci che ci arpionano per poi strapparci la pelle, riportando alla memoria scene di barkeriana memoria. Un pezzo musicalmente abbastanza trascurabile, dal riffing poco ispirato e dalla solita immensa ma derivativa prestazione di Gruslin al microfono, un cantante che oggettivamente avrebbe comunque meritato molto di più. Molto bello il lavoro dei piatti ad opera del (non citato) Ace Alonzo, qui essenziale nel dare dinamicità ad un brano potenzialmente noioso. L'utilizzo dei piatti è da manuale del death metal, con un finale in crescendo dove spostandosi dal charleston al ride riesce a donare al tutto una mood differente. Ovviamente lui non è sufficiente a salvare un pezzo anonimo come questo, che avrebbe giovato di maggiore snellezza e meno logorrea musicale. Oltre sette minuti per una canzone fondamentalmente mediocre come questa sono davvero troppi. Forse un bridge maggiormente caratterizzante avrebbe trasformato completamente questa 'Cult Of The Dead'.

Frozen Terror

Ci avviciniamo alla fine di questo esordio discografico con il penultimo capitolo musicale di questa raccolta: Frozen Terror (Terrore Gelido), forse un titolo troppo generico per permetterci di intuire di cosa parli il testo. Potremmo pensare ad un mostro dormiente nel ghiaccio, un "terrore congelato" pronto ad essere risvegliato dal solito uomo incauto. Sarebbe quindi un landscape quasi cinematografico quello che ci si parerebbe davanti, con non poche reminiscenze di John Carpenter. Oppure potremmo interpretarlo in modo più spiritico e spirituale: uno spirito "congelato" nei ricordi di questa vita, ancorato ai bene materiali e incapace di distaccarsene, che perseguita chi ancora ha la possibilità di goderne. Vedete? Tante, troppe interpretazioni. Il pezzo inizia con una tastiera che nuovamente ci porta a pensare ai Nocturnus, per poi partire con un riffing cadenzato che ci ricorda i migliori Obituary, con un Gruslin più ruggente che mai e che "strascica" parecchio il proprio growl sul finire di ogni parola (forse proprio per emulare il mitico John Tardy (o più probabilmente per riempire meglio gli spazi lasciati dai riff meno serrati e più dilatati). Il brano complessivamente è ben riuscito, la band infatti non lascia tempi morti e sfrutta al meglio gli oltre cinque minuti di durata senza aggiungere inutili orpelli che andrebbero ad appesantire la proposta, ma al contempo dandoci l'impressione che anche solo dieci secondi in meno ci avrebbero lasciato inesauditi. Fondamentalmente questa 'Frozen Terror' è un midtempo roccioso e coinvolgente che di tanto in tanto viene accelerato per migliorare il dinamismo e rendere ancora più potenti i caprini rallentamenti. Ancora nessuna traccia di melodia: il cantato si ostina nel suo growl davvero strappa-applausi e le chitarre sono ancora ben lontane dal volerci proporre linee alle quali potersi aggrappare. Solito discorso per gli assoli. In una vecchissima intervista Kerry King degli Slayer disse: "non capisco questo ostinarsi nel voler mettere melodia negli assoli thrash metal. Li snatura. Il thrash è un genere estremo e quando sentite un assolo degli Slayer sembra che la chitarra stia andando in pezzi". Paul Flynn deve avere questa frase incorniciata sopra il letto, oppure tatuata sulla propria pelle. Un pezzo godibile, perfettamente inserito all'interno di questa titletrack. E ora... il capitolo finale.

Amulet of the Conquering

Amulet of the Conquering: L'amuleto del conquistatore. Qui si può fantasticare per ore. Davvero. Proviamo? Pensate ai conquistatori spagnoli che si avventurano all'interno di una piramide Maya. Pensate a questo comandante, che prosegue fra trappole e maledizioni, vedendo sterminati i propri uomini fino a quando non riesce, coperto di sangue, a sollevare sopra la propria testa un amuleto magico, un oggetto che gli donerà potere e... morte. Oppure immaginiamo un ragazzino, esile, perennemente vessato da prepotenti bulli, che scappando per l'ennesima volta da loro si rifugia nel vecchio negozio di antiquariato di uno scorbutico personaggio. Questo anziano, vedendo la luce della vendetta bruciare negli occhi del ragazzo gli fa dono di un amuleto. E qui potremmo immaginare ed immaginare. Vogliamo restare fedeli al nostro virtuale e alternativo concept album? Forse lo stesso uomo di cui abbiamo già parlato, colui che cerca la vendetta dopo esser stato tradito dal proprio dio, trova questo amuleto in grado di porlo alla guida di una schiera di demoni. Lo ripetiamo: possiamo ipotizzare tutto e nulla finché il buon Gruslin non si deciderà di pubblicare i satanici testi che cantò in questo potentissimo debutto. L'ultimo brano del lotto tiene alta la qualità di 'Let Us Pray', proponendoci un brano strutturalmente molto simile al precedente (e quindi a nostro avviso non posizionato in modo intelligente all'interno della scaletta): un midtempo che fa leva sulla potenza del riffing accoppiato alla batteria, sconquassato da brevi e lancinanti accelerazioni. Curiosa la parte solista di chitarra che quantomeno all'inizio sembra voler disegnare melodie oscure prime di degenerare nella solita carneficine di scale demoniache, leva del tremolo e fischianti armonici artificiali. Sopra le media la prestazione di Alonzo alla batteria, in grado di valorizzare i riff, dandogli potenza ma la contempo lasciandoli sempre in prima fila. Il drummer ha la rara capacità di non sovra-esporsi mai e di non sparire auto-confinandosi a mero metronomo. Alonzo si incastra alla perfezione all'interno delle strutture dei brani, dandogli esattamente quanto serve... e non è cosa da poco.

Conclusioni

Un disco sinceramente non epocale e non da confrontare con gli esordi di band come Morbid Angel, Monstrosity, Nocturnus o Deicide. Perché allora un'introduzione così entusiasta, e il continuo paragonarli a questi mostri sacri? Perché il valore intrinseco di Let Us Pray va molto oltre la mera esecuzione tecnica e uno sterile voto in "composizione". Questo disco è storico, e riesce ad esserlo senza dover uccidere nessuno o bruciare chiese. Questo disco è storico perché senza di esso una leggenda del death metal come i Vital Remains non avrebbe potuto rilasciare il proprio potenziale. Questo disco sono i 30kg di panca che alziamo il primo giorno di palestra: ci lasciano insoddisfatti, ma il dolore muscolare che sentiamo è premonitore di crescita e miglioramento. Premiamo quindi un disco solo perché, con il senno di poi, sappiamo che cresceranno? Assolutamente no, o meglio... non solo per questo. Tralasciando la pessima copertina, scelta obbligata da parte della band per mancanza di tempo e budget, il gruppo ha sin da subito palesato la propria professionalità, la chiarezza delle proprie idee, il desiderio di portarle avanti. L'artwork di 'Let Us Pray'' fu realizzato da  Doug Graham, un artista del Colorado che non venne mai menzionato nei credits (così come il batterista Ace Alonzo). A proposito di del disegnatore, Joe Lewis, bassista e futuro cantante dei Vital Remains disse: "Non siamo mai stati contenti di quella cover. Era una di quelle situazioni in cui era quello che avevamo in quel momento e avevamo finito il tempo". Normale essere insoddisfatti di qualcosa, e ogni musicista, riascoltando il proprio disco ormai inciso, vorrebbe tornare indietro nel tempo per correggere qualcosa... ma non menzionare un collaboratore nei credits vuol dire essere così focalizzati verso la propria affermazione e perfezione da rasentare la spietatezza. Questo erano i Vital Remains, e lo sono tutt'ora. Una band che raramente viene menzionata tra i big del death metal, perennemente recluso in quel limbo tra l'underground e la grandezza. Motivi? Continui ed eccessivi cambi di line-up e (forse) il saper creare delle aspettative che non sempre sono state mantenute e soddisfatte. Resta il fatto che se voleste ascoltare del death metal maligno, votato indiscutibilmente verso la distruzione della concetto di fede e cristianità, non potreste trovare di meglio dei Vital Remains, una band di veri credenti del maligno, perennemente impegnati nell'auto miglioramento personale e collettivo. Sempre a Lewis venne chiesto un chiarimento sulla fede dei membri del gruppo. La sua risposta: "Non mi interessa davvero rispondere della nostra vita personale, perché è molto privato. Tutto quello che posso dire è che siamo ciò che siamo e niente e nessuno cambierà questa cosa! Crediamo in ciò che scegliamo di credere, e questo è tutto". Come non ammirarli? Non usano il satanismo come vetrina, gettandolo in faccia ad influenzabili adolescenti per conquistarne i favori, anzi... non pubblicano nemmeno i testi (mettendo in difficoltà noi poveri redattori!) dimostrandosi coerenti con quanto hanno sempre affermato. Un 7 per la coerenza, allora? Nuovamente dobbiamo rispondere: "non solo". Registrato nel dicembre del 1991 ai Fat Trax Studios di Pawtuchet, Rhode Island, questo 'Let Us Pray' è l'assordante vagito di una band che avrebbe meritato molto di più, di una band che ha visto tra le proprie fila personaggi storici del death metal, di una band che ha sempre calcato i palchi di tutto il mondo con la massima umiltà, portando la propria musica e le proprie idee ai fan del death metal. Una band che in futuro, raggiunta la propria vetta artistica mostrerà di non aver quasi punti deboli. Un patto col Diavolo?

1) War In Paradise
2) Of Pure Unholiness
3) Ceremony of the Seventh Circle
4) Uncultivated Grave
5) Malevolent Invocation
6) Isolated Magik
7) Cult of the Dead
8) Frozen Terror
9) Amulet of the Conquering
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