VILDHJARTA

Måsstaden

2011 - Century Media

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
18/07/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Esiste una sensazione oscura, d'ansia e di terrore, del tutto nuova, della quale facciamo conoscenza nello stesso momento in cui premiamo il tasto play e ci approcciamo all'ascolto di "Masstaden". Ci troviamo a contemplare i neri alberi della copertina, insieme ai vari abitanti silenti del sinistro villaggio nella fitta foresta, tra castori e scoiattoli, che si nascondono nella nebbia e nell'oscurità, e sembrano osservarci in silenzio, come se fossimo degli ospiti indesiderati nella loro terra. Questa palette notturna dal nero della notte al blu più chiaro della nebbia, dalla quale spunta qualche giallo qua e la delle lanterne tenute da questi tenebrosi osservatori. Un'atmosfera cupa, magica, quasi fiabesca, che vuole avvisarci in partenza; attenzione che da qui non si torna più indietro, quando la nebbia sale e ti abbraccia nella sua gelida morsa, la via del ritorno è totalmente smarrita, "nessuno può salvarti adesso". Nel 2012, dopo una prima demo, "Omnislash", già di per se folle e fuori dagli schemi, e appena dopo aver siglato con la "Century Media Record", irrompono nella scena del Metal estremo con il primo vero full-lenght. Gli svedesi, a livello musicale, si basano sulla base delle strutture tipiche Meshugghiane, inutile negarlo, ma ho letto numerosi articoli che parlano di band copia, basando intere recensioni su questa assunzione, perdendo di vista gran parte degli aspetti interessanti dell'album, oserei dire, perdendo di vista l'album stesso. Che i "Meshuggah" abbiano avuto un'impatto incredibile sulla totalità del Metal odierno è indiscutibile, quell'attenzione alle ritmiche pesanti, ai tempi sincopati, la dobbiamo ovviamente a loro, ma molti gruppi prendono un'ispirazione per evolverla in qualcosa di diverso, di personale, ed è questo il caso dei "Vildhjarta", che hanno addirittura se vogliamo, dato vita a un ulteriore sottogenere, o meglio un tipo di sound abbastanza specifico, che prende a posteriori il nome di Thall, una parola usata da i membri del gruppo per gioco, forse presa dal mondo di "Warcraft", noto videogame della "Blizzard". Fatto sta che i membri e fan del gruppo hanno iniziato a tormentare il web con questa parola ovunque, e alcuni utenti gli hanno addirittura attribuito un'accezione onomatopea in riferimento al tipico suono Djent sulla ottava corda della chitarra. Detto questo, lo stile particolare degli svedesi, che andremo ad analizzare nel dettaglio, fornirà ispirazione a molti gruppi, in primis ai noti "Humanity's last breath", tra l'altro gruppo formato direttamente da una parte dei membri dei "Vildhjarta" stessi. Elemento fondamentale che tiene insieme l'album nella sua interezza è l'utilizzo massiccio della componente Ambient, che nella formula del gruppo, lega, fa da contesto e particolarizza l'intero stile compositivo. Ne deriva un sound mastodontico, fresco, e decisamente "creapy", che ripercorre i sentieri stretti e oscuri della fitta foresta che ci sovrasta. L'altra caratteristica fondamentale è l'uso praticamente costante delle dissonanze, come metodo vero e proprio di scrittura dei riff, che li caratterizza tutti, prendendo l'ispirazione di maestri dell'Avantgarde Death, come Gorguts, Ulcerate e Deathspell Omega. I tre fondatori dei "Vildhjarta" sono Daniel Bergström, Jimmie Åkerström, e Johan Nyberg, rispettivamente due chitarristi e un bassista, che nel 2005 a Hudiksvall, Svezia, formarono il gruppo. Mentre la formazione completa durante la scrittura di "Masstaden" prevede anche la presenza di due voci, Vilhelm Bladin e Daniel Ädel, entrambe rigorosamente "harsh", giocando con una violenza estrema tra timbri più alti e più bassi, alternando e talvolta sovrapponendo linee di growl e scream. La notte è inoltrata, le nuvole, le chiome degli alberi e una densa nebbia coprono le stelle, l'oppressione e l'oscurità sono perfette per iniziare questo viaggio, così apriamo le danze addentrandoci nella tetra cittadina boscosa di "Masstaden".

Shadow

Un arpeggio, apparentemente innocuo, leggero ed etereo nella nebbia, ci culla all'ingresso della foresta dando vita a "Shadow" (ombra), l'atmosfera è tranquilla, ma ecco che facciamo caso a quel riverbero lunghissimo che riempie in parte il cupo silenzio tra una nota e l'altra, e quel netto delay, che sembra lasciarsi una traccia dietro di se, una doppia nota, che galoppando nell'aria insegue la precedente, morendo pochi secondi dopo, e disperdendosi nella cupa oscurità che ci circonda. E proprio quando le note iniziano a sovrapporsi, e a decadere su di esse, un sentimento di ansia e terrore nasce dentro di noi, e completamente in mezzo alla frase, all'improvviso sprofondiamo nell'abisso. Gli alberi neri prendono vita e con dei sorrisi maledetti iniziano ad agitare i rami spogli sopra di noi, mentre le radici sotto il terreno fanno tremare la nostra base d'appoggio. Un vento forte ci travolge, l'infernale riffing Vildhjartiano è iniziato, le chitarre dissonanti sembrano animali squartati che urlano di dolore, mentre i colpi di batteria sono tamburi selvaggi e ancestrali che determinano il nostro battito cardiaco all'interno di questa vicenda violentissima. Il tutto è mastodontico, la scrittura dei riff e delle melodie nascoste è geniale, le dissonanze, costantemente ci feriscono come lame nascoste che nell'oscurità ci aggrediscono da dietro, senza ucciderci; sembriamo destinati ad un'agonia infinita sotto le chiome di questi alberi maligni. "risplendi, sole assente", metaforicamente, la prima frase di Masstaden sembra riferirsi quasi ironicamente, ad una positività inesistente nel mondo, come se si volesse provocare il sole e la luce. "una massiccia notte si è condensata, il cielo è più scuro di quanto non lo sia mai stato, pensi che tutto possa cambiare e tornare a posto, ma tu hai torto, io invece ho ragione". L'oscurità, l'assenza di luce e il buio della notte sono tutte metafore del pensiero di un pessimista, che prova a cambiare la mente di qualcuno che invece la vede in modo diverso. Il pessimista cerca di convertire le persone che vedono del buono nel mondo, che affrontano la vita con ottimismo, verso la sua filosofia; il mondo è malvagio. Bisogna scegliere di soffrire, è inutile cercare di resistere, "non vedrai mai la luce del giorno, nessuno può salvarti adesso".

Dagger

L'ombra diffusa da "Shadow" delinea il territorio su cui cammineremo, avvolti dall'oscurità, è bello figurare "Masstaden" interamente come un'ombra che ci segue ovunque, all'interno della foresta, e che ci impedisce di vedere la luce del sole, proprio come all'interno di una fitta foresta. Inoltre "Shadow" ci lascia con una frase che s'insinua nelle nostre ferite e rimane a fondo; "ora nessuno può salvarti". Un'altro arpeggio con la solita atmosfera Dark Ambient, apre "Dagger" (pugnale). Ancora una volta irrompono i riff, stavolta ancora più dissonanti, sferzate di chitarra sono lame avvelenate, e tentano di pugnalarci ai fianchi, affinché il veleno si sommi alla nostra agonia iniziale. È interessante a livello compositivo e di produzione, come le chitarre Ambient, e talvolta i Synth, creino una costante texture di sfondo, che è sempre presente e non viene mai totalmente coperta dai suoni più aggressivi in primo piano, anzi, talvolta rafforza la potenza di alcune sezioni, andando ad aggiungere layers di suono che vanno ad aumentare la portata di energia, come nella parte conclusiva del brano corrente. Insomma l'Ambient già in questo secondo brano, fa da protagonista, insieme all'aspetto Metal, e ci offre un netto contrasto molto interessante, andando inoltre a differenziare molto l'intero aspetto musicale dei "Vildhjarta" da quello dei "Messhuggah". "Dagger" sembra trattare di un confronto tra due persone, una vicenda intricata di tradimento, falsità, e accuse. Il soggetto principale del brano è questo pugnale dalla lama avvelenata, che viene messo in mezzo a questo confronto diffondendo un sentimento di misticismo e di tensione che accompagna l'intero brano, sorretto dalle dissonanze e dalla ritmica folle.

Eternal Golden Monk

"Eternal Golden Monk" (monaco d'oro eterno) si allaccia direttamente al brano precedente, ed è di fatto il primo brano che entra diretto con i chitarroni distorti che creano un riffing dinamico e seghettato, balzando da note bassissime a stridenti alti metallici, che creano una tensione mozzafiato. Il brano è forse uno dei più intensi, un tripudio di riff e cavalcate schizofreniche di doppia cassa, con le onnipresenti doppie vocals che non ci lasciano un secondo di tregua. Qui facciamo la conoscenza di un personaggio, lo straniero solitario, che potremmo, tentando un'interpretazione, rimandare direttamente a noi, che entriamo come stranieri nell'oscura foresta, ignari di quanto ostili possano essere i bizzarri abitanti verso uno sconosciuto che entra nel loro territorio. Un esiliato, un uomo allontanato dalla sua terra d'origine, considerato appunto improvvisamente uno straniero. Il tema dell'esilio torna più volte all'interno del brano, ed effettivamente sembra un'altra interpretazione plausibile. Capire invece la figura del monaco d'oro eterno risulta più complicato. Riferimenti alla natura e al cambiamento ci portano in ambienti orientali, soprattutto nel finale, in cui i quattro elementi naturali entrano in gioco portando il brano ad una epicità assoluta; quando i venti cambieranno, questo porterà dissonanze nel cielo, scivola come le nuvole e scorri come l'acqua, infuria come il fuoco per tingere tutto di nero, diventa un tutt'uno con il vuoto. Questi versi danno vita alla sezione più interessante e più intensa dell'album; un crescendo mozzafiato sprofonda in un riff che definisce non solo l'intero album, ma anche lo stile, la scrittura, il sound e il genio della formazione svedese; l'estremizzazione delle dissonanze, della non linearità temporale, e soprattutto della capacità di essere così pesanti, in un tempo decisamente lento e mortale. Le lente e crudeli note delle chitarre, danzando nella parte più alta per tonalità della tastiera, si insinuano violentemente nelle nostre orecchie, vogliono farci sanguinare il cervello, e in un secondo spariscono lasciando spazio a note bassissime, sprofondando nell'inferno, con la cassa della batteria che diventa un martello gigante che ci colpisce prepotentemente, e i piatti che come delle campane segnano il tempo che ci resta da vivere, un riff letale.

Benblåst

Come se non bastasse, il riff appena descritto si allaccia direttamente a "Benblåst" (probabilmente è una parola composta, dallo svedese, "ben" significherebbe ossa, e "blåst" dovrebbe essere soffiato, magari polverizzato). Il brano si apre in modo terrificante, dei lenti colpi metallici creano una tensione palpabile, con un effetto Ambient che crea un sottofondo costante, modulato a salire di tonalità portando terrore e follia nell'atmosfera. Altri suoni ci circondano e all'improvviso entrano dirompenti gli altri strumenti, le chitarre ci attaccano con accordi sospesi ed estremamente dissonanti, sorretti da una batteria che sembra prendersi gioco della nostra innocenza tenendoci sulle spine per poi affondarci con un breakdown nel quale subentrano anche le voci, più crudeli che mai. Stavolta sembrano parlarci direttamente gli abitanti della foresta, creature malvagie colpite da una maledizione, forse prima erano persone, forse, colui che venne esiliato, (forse il monaco?) abbatté una punizione su questo popolo, maledicendoli e trasformandoli in creature animali. Dal testo si evince chiaramente la disperazione di queste creature maledette. Dopo quella che potremmo chiamare strofa, il brano diventa strumentale, e si viaggia tra groove, breakdown e le solite dissonanze, tra cambi di tempo illimitati e improbabili, fino ad arrivare all'apice della follia, in cui delle stridule urla, di non si sa quale creatura, riempiono l'ambiente circostante. Dolore, disperazione, follia, avvertiamo tutto direttamente sulla nostra pelle, non vi è salvezza dinnanzi a noi. Le strazianti urla sfociano nell'ultimo breakdown, devastante, ancora più folle, il quale è arricchito da strani rumori ed effetti esterni totalmente estranianti, fischi, colpi, scricchiolii, che non aiutano la quasi inesistente linearità del riff. Colpo di grazia.

Östpeppar

Finalmente la quiete, "Östpeppar" (un'altra parola composta: Pepe Orientale) è il primo intermezzo, in cui l'Ambient è protagonista; le chitarre pizzicate ricche di riverbero riecheggiano nell'aria, in un contesto di suoni d'ambiente che creano la solita tensione, soprattutto nella parte finale, nella quale il silenzio si prende la scena, mentre degli eco lontani si avvicinano, aprendo le porte alle solite chitarre distorte, che con una cavalcata entrano in un riff che assume il ruolo di presentazione del prossimo brano. È interessante come episodi come questo, di quasi due minuti, quasi totalmente di suoni Ambient, riescano a mantenere alta l'attenzione, regalandoci un momento di riflessione, facendo una breve pausa dalle chitarre distorte, e dando un'importanza non trascurabile, all'intero contesto e sfondo di suoni dell'album.

Traces

Il riff esplode in "Traces" (tracce), in modo da non permetterci neanche un secondo di pausa tra questa e la precedente, quasi ogni brano segue il precedente, è un'opera unica, un viaggio da affrontare dall'inizio alla fine. Siamo di fronte ad un brano abbastanza lungo, sei minuti, riusciranno i "Vildhjarta" a variare il songwriting evitando la monotonia? Dopo una classica strofa tra riff e breakdown le atmosfere si distendono, con le chitarre Ambient pizzicate, ancora un classico della loro formula, ma ecco che entrano delle clean vocals, una soluzione estremamente inaspettata. In maniera addirittura melodica questa linea vocale si posa su un tappeto di riff intricatissimi e sul solito sottofondo Ambient. La sezione è avvincente, spezza un po da ciò a cui siamo quasi abituati e offre una nuova chiave di lettura. Il testo ancora una volta non è di facile interpretazione, abbiamo una persona che sembra stia dando un'occhiata al suo passato, è pentito di una sua azione, di qualcosa che ha compiuto ai danni di molti, forse proprio del suo popolo, è il monaco che parla? Può darsi, quello che evinciamo dal testo è che lui ha fatto qualcosa di grosso tradendo molte persone, forse proprio i popolani di "Masstaden" e ha eliminato le tracce che avrebbero condotto a lui, dice di aver previsto la terribile tempesta che inghiottirà il mondo intero. Un'ambivalenza nella sua testa, credo tra pentimento e giustificazione di quello che ha fatto, lo stanno portando alla follia; la pazzia è l'unico modo per evitare la vergogna, ricordandomi che devo soffrire e che devo persistere. L'ambivalenza è evidente in quanto il soggetto spera in un perdono, e cerca di auto convincersi che i motivi che l'hanno spinto a determinate azioni siano più importanti delle conseguenze. Ancora una volta, alla fine del brano, tornano gli elementi naturali in tumulto; le nuvole stanno diventando più cupe, i venti sono più freddi, quando me ne sono andato, io non ci sarò, questo è irreversibile.

Phobon Nika

Ci troviamo in un altro episodio interamente strumentale, che segue direttamente la maestosa "Traces", è "Phobon Nika". Qualche effetto di riverbero su delle percussioni, e ci troviamo immersi nel solito sound Ambient, con le solite chitarre che occupano la scena, districandosi lentamente tra la nebbia. Un arpeggio accenna un tema ripetuto più volte, per poi passare in una sezione in cui torna la batteria effettata; distante e piena di riverbero. Il brano sprofonda improvvisamente in dei riff pesantissimi, nessuna linea vocale, poco meno di un minuto e il brano si chiude su una coda di riverberi, caratteristica che a trecentosessanta gradi contraddistingue il sound dell'intero breve pezzo, evocativo, cauto, ma allo stesso tempo tuttavia profondo e coinvolgente. 

Måsstaden Nationalsång

0 minuti e 46 secondi, di un brano che da solo, cosi brevemente può esprimere il fulcro dello stile dei "Vildhjarta". "Måsstaden Nationalsång" (inno nazionale di Masstaden), è semplicemente un flusso improvviso di riff, senza alcuna presentazione e senza tirarla per le lunghe, un brano più concettuale che musicale, una scelta di struttura totalmente bizzarra e ancora più estraniante, considerato il posizionamento del brano in seguito di un altro molto breve e anch'esso strumentale. Tuttavia proprio il titolo del brano ci suggerisce che "Måsstaden" è questo; nella foresta questi sono i lamenti degli abitanti, micro melodie dissonanti e non convenzionali che ci girano intorno, il tempo non è più una misura lineare, non possiamo affidarci neanche più a ciò che pensavamo di conoscere, siamo persi totalmente, in questa musica crudele, inno di una foresta maledetta, in cui i raggi del sole, non toccano mai il terreno, fermati, catturati, dalle folte chiome dei possenti alberi.

When No One Walks With You

In "When No One Walks With You" (quando nessuno cammina con te), tornano le vocals, cariche delle due strumentali precedenti, ora possono essere ancora più crudeli. Di fatto il brano è parecchio pesante, nonostante una durata ristretta, appena tre minuti, riesce con poche e lunghe sezioni ad essere un flusso costante di devastazione e terrore. È proprio la fluidità del brano a fare la differenza, è un brano compatto e denso, le sezioni si confondono tra loro, mischiando i vari elementi. Continuano gli intrighi e i tradimenti, si parla ancora una volta di un inganno e di una fuga. La vicenda continua a fondarsi su un fraintendimento delle azioni del nostro soggetto, ancora indefinito; "sei stato fuorviato da visioni distorte, sei stato strozzato dai tuoi pensieri prima di esaminare i fatti". Il brano è molto denso, e scorre via in modo abbastanza lineare, in quanto non vi sono nuovi episodi da sottolineare, a parte nella sezione centrale in cui dopo una pausa Ambient, si susseguono una serie di riff eccezionali, nei quali il tempo rallenta, prendendo il solito aspetto Sludge, conferendo una sensazione di pesantezza unica, come se le folte chiome degli alberi si chiudessero sopra di noi iniziando ad opprimerci dall'alto. La fine del brano è dominata da un basso potentissimo, che sostiene e linee di chitarra sulle note più basse, e conduce il brano verso la sua conclusione.

All These Feelings

Il breakdown iniziale di questo brano è una delle maggiori espressioni musicali dei "Vildhjarta", la lentezza, quasi Sludge, con la quale martellate sulla settima corda si alternano a stridule dissonanze che creano malvagie micro melodie, è disarmante. Una dinamicità unica, alla ricerca di una pesantezza estrema che non ci lascia tregua e continua ad infierire durante l'ascolto. Ci troviamo nella seconda metà inoltrata dell'album, e "All These Feelings" (tutti questi sentimenti) ci crolla addosso come una valanga. Peculiarità portante del brano è la sperimentazione sulla struttura, ci troviamo dinnanzi a un brano che raggiunge quasi i 7 minuti, e sembra totalmente ignorare la possibilità di avere una struttura in grado di essere leggermente orecchiabile. Si alternano riff rapidi e fugaci durante le strofe, e sezioni più lente e più marcate, con la solita pesantezza vocale, e l'Ambient, che crea il solito contesto tridimensionale, che continua a dare un enorme supporto alla profondità e alla pesantezza della proposta musicale degli svedesi. I riff e il sound non smettono mai di stupirci, la seconda metà del brano è tutta da godere con una sezione di groove in palm muting, e una sezione molto melodica, che riesce a racchiudere in se un cuore groovy e uno melodico, sfociando nel vero e proprio ultimo riff del brano, in cui un suono esterno, probabilmente campionato, totalmente estraniante, caratterizza il riff e lo rende unico. Continua il dialogo tra due personaggi, uno dei due ammette una sconfitta, capisce che è arrivata la sua ora e che probabilmente dovrà morire, ucciso, forse in qualche modo giustiziato dall'altro. Continua anche la lotta di pensieri del nostro individuo, tra l'auto convinzione di aver agito per una giusta causa. Continuo a sostenere che questo individuo, forse lo "straniero solitario", abbia voluto far ritorno nella foresta per avvertire la popolazione, per illustrare come qualcosa stia arrivando, "preparatevi all'impatto, lasciate che l'oscurità vi prenda e questa sarà la fine".

Nojja

La valanga di riff di "Nojja" segue direttamente il brano precedente, regalandoci nuove sfuriate di puro Djent delle quali non siamo mai saturi, sicuramente non una volta entrati nell'ottica della formula svedese. Un atro brano strumentale, breve, non raggiunge i due minuti, e stavolta non vuole neanche essere un intermezzo ambient. Ancora riff e groove, non ci viene concessa alcuna tregua, non si vede la luce in fondo al tunnel. "Nojja" è un'altra occasione per focalizzarci sulla qualità compositiva del gruppo per quanto riguarda riff che non seguono minimamente un tempo lineare e tuttavia riescono ad avere un senso di groove sensazionale.

Deceit

Siamo in un vortice, gli svedesi sembrano aver perso il controllo, sembrano aver messo da parte anche lo sfondo ambient in funzione di una crudeltà violenta che prende la forma di riff frizzanti e laceranti. "Deceit" (inganno), presenta probabilmente i riff più belli dell'album, è un brano colmo di sperimentazione, nulla è convenzionale al suo interno; la struttura è frastagliata, le chitarre sono impazzite fin dal primo secondo, l'utilizzo delle dissonanze raggiunge l'apice, e gli schemi ritmici sono indecifrabili. "Deceit" ha l'aspetto di un test di sperimentazione, in cui i Vildhjarta mettono in campo tutte le loro competenze per creare Djent del tutto fuori dagli schemi. Il tempo non è un punto di riferimento in quanto ricco di cambi, è diventato un'astrazione illusoria, che in realtà ci conferma il nostro stato di confusione. Anche il concept continua ad essere confuso e ambiguo, ma possiamo capire di trovarci in un momento chiave. Sembra che uno dei due personaggi, forse quello che parla a nome dei popolani di "Masstaden", prenda l'iniziativa e stia per uccidere l' interlocutore con un pugnale. Troviamo molti passaggi in prima persona in cui viene descritta la sensazione della lama che si alza in alto, e punta verso il corpo tremante, riflettendo un colpo di luce abbagliante; trattengo il respiro e proprio mentre lascio la mano, sono bloccato dai riflessi della lama. Attraversando la nuvola scura, arriva una luce penetrante (riferimento alla lama che penetrerà la carne), ma rimango nell'ombra. Inoltre abbiamo un profilo più chiaro di colui che viene incolpato, in quanto il popolano gli dice che quando la verità si scoprirà, vedranno (i popolani) che ha sbagliato, gli dice che non gli ha mai mostrato il suo volto, che è un portatore di falsità e decadenza. "Sembrava sempre che tu avessi delle scuse per giustificare i tuoi mezzi".

The Lone Deranger

"Fai il tuo dovere e incolpami, lascia che queste parole rispondano a ciò che ho fatto, possa il tuo giudizio non essere troppo pesante per me". Ultimo brano, conclusione, e stavolta parla lo straniero solitario, sembra che gli siano concesse le ultime parole prima di essere giustiziato. "The Lone Deranger" (lo straniero solitario), è l'ultimo brano di "Masstaden", e finalmente si apre con la quiete. Chitarre che sembrano addirittura acustiche aprono la scena silenziosamente, insinuandosi tra gli alberi scuri della foresta degli intrighi. Poco più di un minuto di quiete ricca però di tensione e si torna a vorticare sui soliti riff, con le solite vocals che sembrano addirittura aumentare di crudeltà. Le prime battute hanno un effetto sulla voce decisamente straniante e violento, una sorta di distorsione da apparecchio radiofonico, come se le stesse voci fossero registrate da una radio o un megafono. Anche questo è un brano molto lungo, 7 minuti e 27, in cui il riffing tagliente che ormai conosciamo non ci da pace, esso conferma la brutalità e la grandezza di un album pesantissimo. Continuiamo di fatto ad annaspare con il fiatone tra un riff e un altro, totalmente persi in cerca di una luce, o una via di fuga, iniziando ormai a perdere le speranze. Verso la fine il brano tocca addirittura l'epico, con lunghi accordi e quelli che sembrano essere dei cori molto lontani ma molto potenti, che poi improvvisamente si riversano in un'altra sezione di riff estremamente dissonanti, ripetendosi con variazioni, sezioni più calme e altre dissonanze, fino alla conclusione. Lo straniero solitario ammette che al tempo non era a conoscenza della miseria che avrebbe procurato, non desiderava succedesse nulla, non era questo il risultato che sperava, tuttavia rassicura il popolano, del fatto che stasera nessun edificio crollerà, e che anche questo passerà. Quello che evinciamo alla fine del brano, è che lo straniero volta le spalle a Masstaden, e come fece in passato, si allontana nuovamente da essa, con queste parole; Ci sono alcune cose che è meglio non dire a coloro che non hanno mai visto questo posto, dò un'ultimo sguardo indietro e saluto, potresti non vedermi mai più".

Conclusioni

Dopo 51 minuti di ascolto arriva l'arduo momento di tirare le somme e definire un giudizio conclusivo. Per un album complesso e mastodontico come "Masstaden" mi trovo a mio agio andando ad identificare pregi e difetti di quanto ascoltato, cercando di mettere da parte l'affetto personale e la confidenza, data da numerosi ascolti. Il maggior punto a favore dell'album è sicuramente la scelta di una coerenza compositiva; intendo dire che "Masstaden" è uno di quegli album che riesce ad avere un'atmosfera riconoscibile e costante dall'inizio alla fine, il che comporta una totale immersione nella musica, andando a dimenticare di distinguere un brano dall'altro nei primi ascolti, trovandosi in un flusso costante di informazioni musicali e in questo caso direi anche visivi. Positivo o negativo? Qualcuno potrà sicuramente vederlo come un difetto, portando avanti l'opinione che i brani siano monotoni e sia appunto difficile andarli a distinguere. Io credo che in un album come questo, data la pesantezza alla quale punta, l'abilità di fluire in questo modo, con i brani che si susseguono senza pause, senza troppe differenze o stacchi improvvisi, sia un ottimo modus operandi per raggiungere tale risultato. Dunque fluidità e coerenza compositiva, con un'atmosfera, aiutata prepotentemente dall'aspetto Ambient, che ci accompagna in modo oppressivo per tutta la durata dell'ascolto. La pesantezza; Masstaden è un album di Metal estremo, perché si può anche considerarlo Prog, ma qui ci sono talmente tante influenze Hardcore, Death, e Black (non ditemi che l'atmosfera non sia Black), che è evidente quanto la pesantezza e l'aggressività siano altri due obiettivi degli svedesi. L'obiettivo pesantezza è di fatto raggiunto a pieni voti, la scelta delle doppie Harsh vocals, che incastrano, alternano e sovrappongono linee di growl e scream, fa la differenza, insieme a chitarre abissali e l'atmosfera creapy che ci opprime ovunque. Al primo ascolto "Masstaden" potrebbe risultare fin troppo pesante, per chi è debole di stomaco, detto in altre parole, per i meno avvezzi a tali sonorità, soprattutto per quanto riguarda le vocals stesse, sarà ostico arrivare alla fine dell'album. Anche per i più duri tuttavia, per colo che sguazzando nel Metal estremo, nella seconda metà dell'album potrebbero avere qualche difficoltà in quanto, almeno nei primi ascolti, potrebbe sopraggiungere un minimo di monotonia, data dal riproporsi sempre dello stesso tipo di riffinig, e di atmosfere, ma d'altro canto, quale album Black o Death non porta un'omogeneità e una monotonia stilistica di riff? È anche vero che in un album lungo come "Masstaden" questo aspetto risulti più rilevante. Monotonia a parte, che ripeto, svanisce ovviamente con gli ascolti, una volta che si prende confidenza con il sound e con i brani, dobbiamo assolutamente spezzare una lancia a favore dei riff, ma questo l'abbiamo già affrontato nel track by track. Vorrei spendere qualche parola anche per la già citata componente visiva; "Masstaden" è un album ricco di immagine, è un'esperienza visiva all'interno di un paesaggio specifico e ottimamente descritto dalla musica, la forseta la sentiamo sulla pelle e la vediamo intorno a noi, grazie a una componente Ambient sia per quanto riguarda i layer di chitarra di sfondo e synth, sia per i numerosi suoni e rumori che arricchiscono la scena, andando a caratterizzare e a dar vita a riff che risentirebbero dell'assenza di questi elementi. Ne consegue un'esperienza musicale di altissimo livello, tra l'Horror e il dinamismo del Metal, con una presenza stilistica d'impatto, originalità, e tante idee, che hanno dato vita a un movimento musicale che dal 2012 a oggi, ha vissuto numerosi episodi, e nel contemporaneo cavalca l'onda del Metal odierno, investendo e sovrastando numerose produzioni del panorama. I Vildhjarta con Masstaden, debutto e per ora unico full lenght, siedono su un trono di teschi, e in modo spettrale osservano la scena dall'alto, fieri del loro operato, fieri e meritevoli di considerarsi maestri indiscussi, questo è il modo di suonare Djent, certe doti innate sono inimitabili e irraggiungibili.

1) Shadow
2) Dagger
3) Eternal Golden Monk
4) Benblåst
5) Östpeppar
6) Traces
7) Phobon Nika
8) Måsstaden Nationalsång
9) When No One Walks With You
10) All These Feelings
11) Nojja
12) Deceit
13) The Lone Deranger