VERDENA

Il Suicidio Dei Samurai

2004 - Blackout, Universal

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
29/09/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Certo che ne è passato di tempo da quando i Verdena (già "Verbena", come la pianta) cadevano come un fulmine a ciel sereno a scompigliare la fin troppo disciplinata rotazione di MTV, bloccata com'era tra una "Kiss Me" dei Sixpence Non The Ritcher e una "Genie In A Bottle" di Christina Aguilera. Il loro rock, per quanto acerbo e debitore nei confronti della scena grunge di Seattle ormai sull'onda del tramonto, appariva come qualcosa di fresco, genuino e, soprattutto, finalmente libero. Libero di emanciparsi dall'etichetta che il rock italiano sembrava essersi autoimposto e di suonare come cavolo gli pareva, a costo di sembrare esterofilo, ingenuo e un po' copione. I detrattori (o perlomeno quelli meno seri) li accusavano di voler plagiare i tormenti di Kurt Cobain, mentre gli alternativi dell'epoca godevano nell'udire dei chitarroni distorti che parevano non aver la minima intenzione di sfociare nelle derive art-rock di Manuel Agnelli e Cristiano Godano. Era il 1999 ed io ero ancora un pischello di terza media che aveva da poco scoperto i Cranberries e i Blur grazie al Festivalbar, quando per caso mi misi a spulciare il portadischi di mia cugina e notai quella copertina verde(n)acqua, con sopra quella che sembrava una strana statuetta tribale africana e dietro le facce di tre loschi figuri che mi incuriosivano come non mai. Chiesi in prestito il disco a mia cugina e ci feci una bella accoppiata con il Greatest Hits degli Smashing Pumpkins che mio zio mi aveva regalato proprio in quei giorni. Era la fine degli anni '90, l'inizio del terzo millennio, e per la mia fresca mente da tredicenne era la vera scoperta dell'alternative rock. I tre ragazzi ci sapevano fare: si insinuavano nelle tue orecchie con una rabbia giovanile in cui era impossibile non identificarsi, più o meno quanto era impossibile non innamorarsi della bella bassista Roberta Sammarelli (ci siamo passati tutti, beato Samuel dei Subsonica) e delle sue capigliature tanto colorate quanto punk'n'roll, lascito forse del suo passato riot grrrl con le Porno Nuns. Già, ricordavano i Nirvana, ma erano più naif, più spensierati, anche più acerbi per forza di cose, ma non più di te che eri nel pieno della pubertà e dell'acne, per cui nemmeno te ne accorgevi. L'unica cosa che davvero importava era che l'Italia, adesso, aveva anche lei la sua "icona grunge", e ormai bisognava fare i conti con questa innegabile realtà. Era indubbiamente nato qualcosa, ed era qualcosa di grosso (anche se non tutti potevano immaginarlo).

La distruzione delle Torri Gemelle segnò l'inizio di una nuova epoca per il genere umano, e il 2001 fu l'anno di svolta che ci aprì al nuovo millennio e cambiò le carte in tavola nel mondo. "Solo un grande sasso" era già bello che registrato da qualche mese, ma chi ascoltò il secondo album dei Verdena in quel periodo poteva contare su una colonna sonora perfetta per l'apocalisse politica in corso e per le allucinazioni oniriche della generazione Y. I Verdena avevano voluto compiere il grande salto, passare dall'ingenuità giovanile dell'esordio ad una rinnovata complessità stilistica e contenutistica che, probabilmente, avrebbe dovuto scrostare dalla loro cute tanto il marchio dell'adolescenza quanto quello del suono anni '90, che ingiustamente sembrava volerli relegare al ruolo di fenomeno passeggero o poco più. L'operazione riuscì, e ancora oggi "Solo un grande sasso" è considerato uno degli album più belli e apprezzati di tutta la loro discografia. La chitarra acustica lenta e delicata in "La tua fretta" diventa così porta d'accesso per un mondo decisamente più intrigante e ragionato di quello semplice, spiccio e un po' grezzo dell'esordio. I riff di "Spaceman" erano davvero spaziali (e in confronto a quelli di "Ovunque" parevano quasi roba progressive), l'intro di "Cara Pazienza" evolveva il disagio adolescenziale in una sapiente commistione tra l'alternative di scuola USA e le delicate elucubrazioni mentali dei Marlene Kuntz, mentre la straordinaria "Starless" richiamava facilmente alla memoria quei Tool che proprio nello stesso anno imponevano il loro dominio nel mondo del metal con una pietra miliare chiamata "Lateralus". Insomma, un disco decisamente più ambizioso e sopra le righe dell'incazzato e genuino debutto. Ma allora quindi, il terzo album?

Già, il terzo album. Se per la maggior parte delle band questo rappresenta il punto di svolta della carriera, la definizione decisiva del loro stile o più semplicemente la conferma se la loro musica "ci fa o ci è", nel caso dei Verdena ha significato tutte e tre le cose. Parola d'ordine: sintesi. Il tentativo dei fratelli Ferrari all'alba del 2003, una volta rinchiusi nel loro pollaio/studio di registrazione, fatto brainstorming e imbracciati gli strumenti, era quello di rendere chiaro una volta per tutte chi diavolo erano i Verdena e cosa volevano. Come conciliare e "sintetizzare", appunto, quella rabbia adolescenziale e quella spontanea intensità dell'esordio omonimo con le derive progressive, le meditazioni post rock, i sofismi elettrici e le masturbazioni intellettuali di "Solo un grande sasso"? La soluzione consisteva nel ripartire dal concetto basilare di "canzone", tanto esacerbato in "Verdena" quanto abbandonato in "Solo un grande sasso", riproponendo in sostanza una formula già vista nel debutto, ma arricchendola di una nuova fiamma vitale, di una nuova identità, rendendola tanto forte, intensa ed emozionale quando ragionata, curata e perfezionata. In una parola: MATURA. Perché "Il Suicidio dei Samurai", senza girarci troppo attorno, era senza dubbio alcuno il disco della "maturità" per i cari Verdena. Così le chitarre ruggenti di Alberto, al pari delle sue urla belluine, non erano più lanciate a briglia sciolta come i pensieri di un sedicenne in piena crisi ormonale, ma erano ormai la presa di coscienza di un venticinquenne che aveva davanti a sé il disagio della vita vera e del mondo "là fuori". Se i testi già nell'esordio apparivano un insieme di significati messi lì a caso, diventando poi nel secondo album più un pretesto per inserire un determinato verso proprio in quello specifico riff (seppur con una cura e un'eleganza formale che faceva chiudere un occhio sulla ricerca di significato), nel "Suicidio dei Samurai" le loro parole diventano come gli schizzi di vernice sulle tele di Jackson Pollock: un mondo di colori che si amalgamano tra loro alla perfezione e solo apparentemente in un ordine casuale, nascondendo al loro interno diverse interpretazioni e significati che solo gli stati più alterati della coscienza potevano accogliere appieno. Non per ultimo, il definitivo (e meritato) accesso alla fama: "Il Suicidio dei Samurai" fu uno dei dischi più chiacchierati dell'epoca, e ascoltare i Verdena, lungi dal rappresentare l'aderenza a una sottocultura outsider com'era fino a pochi anni prima, significava nel 2004 essere "cool", appartenere alla gente che "ci sta dentro" e capirne davvero di musica in Italia. Forse i Verdena non erano quello che si aspettavano di essere, e forse nemmeno quello che volevano: sapevano di essere delle giovani promesse, ma forse nel '99 era una consapevolezza accompagnata anche dalla sindrome dell'impostore, o quantomeno dalla paura di fallire o dall'incuria verso il futuro, non certo dalla consapevolezza di crescere con il tempo e diventare dei "grandi" di lì a qualche anno. Eppure andò proprio così: il successo arrivò, fu dirompente e i nostri bergamaschi si ritrovarono invitati all'Olimpo, a far compagnia a quei mostri sacri che avevano reso grande la musica rock in Italia. E loro, questo è poco ma sicuro, se lo meritavano.

Logorrea (Esperti all'Opera)

So bene che "Logorrea (Esperti all'Opera)" è una delle canzoni notoriamente più apprezzate di tutto l'album, eppure personalmente non mi ha fatto impazzire. O meglio: non quanto i tre brani successivi. Forse era nelle intenzioni di Alberto e soci quella di partire con un brano che non scoprisse ancora del tutto le carte, lasciandole ben nascoste per dopo, ma che allo stesso permettesse di partire in attacco e di mostrare subito di che pasta è fatto questo terzo album. E in effetti, se questa era l'intenzione, "Logorrea" ci riesce in pieno. Il ritmo è grintoso, e la batteria sincopata di Luca Ferrari si incastra perfettamente con i riff graffianti e spigolosi del fratello Alberto, sbattendo nelle orecchie di chi ascolta questo nuovo sound incredibilmente più acido, granitico e penetrante di quanto non fosse quello dei precedenti due album. Il testo non è da meno, con un attacco alla routine e una dichiarazione di insofferenza per la vita quotidiana che probabilmente sarebbe piaciuta al maestro Cobain ("Gli esperti di moda / Si grattano la gola / Ed è giusto oppure no / Capirne il senso etico? / Ingoio il rospo"), e ci dà del resto un'anticipazione di questo profondo malessere esistenziale che esploderà furioso nelle canzoni a venire. Un brano, insomma, profondamente alternative rock, che non rinnega di un'oncia quanto proposto dai Verdena in passato, ma lo ripropone con una forza nuova e magnetica, attraverso un sound che spreme a fondo il tubicino del rock italiano dei Prozac+ e Marlene, ma sotto l'influenza anglosassone di White Stripes e Blur. Su tutto, però, aleggia la tastiera malata e dissonante di Fidel Fogaroli, che si insinua sotto il tappeto elettrico di Alberto e dona al brano una forza che lo rende inquietante e seducente allo stesso tempo, prima che intervenga un assolo di chitarra a confonderci ancora di più le idee. "Il Suicidio dei Samurai" è un album alternative rock nel suo senso più puro, tanto denso di violenza e malessere grunge quanto di sperimentazione oscura e disturbante: "Logorrea" altro non è che la dichiarazione di intenti perfetta per farci capire con che cosa abbiamo a che fare.

Luna

"Dipingimi distorto come un angelo anormale che cade". Perfetto. Cominciamo bene. Ricordo un articolo su Vice di qualche anno fa chiamato "Semantica dei testi dei Verdena", dove Virginia Ricci tentava di dare una spiegazione ironica alle allucinazioni oniriche di Alberto Ferrari attraverso un'analisi glotto-ontologica, peraltro riuscendoci anche abbastanza bene, e l'inizio di quell'articolo era proprio dedicato ai primi versi di "Luna", seguito dalla faccia perplessa della stessa bassista Roberta Sammarelli e dalla didascalia "Che cazzo avrà detto?". Ecco, non lo sappiamo, ed è questo il bello dei testi di Alberto: "Se odiare è un crimine il prezzo è uguale e fa male" si ricollega alla figura di un angelo caduto, un angelo che odia, un simbolo di innocenza e bellezza perduta, come accade per noi quando l'infanzia e la giovinezza cedono il passo alla vecchiaia, alla corruzione, alle brutture della vita. Non c'è un solo modo di interpretare i testi di Alberto (come dice lui stesso, possono essercene anche 3 o 4, come può non essercene nessuno: "io sono l'hippy che fuma i giorni tuoi", diceva con una foto l'articolo di Vice, potrebbe essere anche "io sono Lippi, cioè Claudio Lippi, che fuma i giorni tuoi"). Ed è anche questo il fascino dei suoi testi e della sua band, fermo restando che il profondo nichilismo di quel "Niente conta!", che Alberto urla in un ritornello costruito alla perfezione, resta una costante nel mood della canzone, dell'album e degli stessi Verdena dell'epoca. A tal proposito, impossibile negare come quell'attimo di nirvaniana memoria, quell'urlo ruvido e belluino di un novello Kurt Cobain della bergamasca, ancora oggi ci fa salire i brividi lungo la schiena e ci ricorda perché "Luna" (non a caso scelto come primo singolo dell'album) sia ancora oggi uno dei brani più rappresentativi della band, nonché più amati dai fan di vecchia data. Complice anche il visionario videoclip, con quegli oggetti che si susseguono a schermo su uno sfondo colorato di tinte e atmosfere sempre diverse, le note di "Luna" ti catturano fin dall'iniziale delicato arpeggio della chitarra di Alberto, tramutato presto in una distorsione figlia del miglior grunge anni '90 e accompagnata dal drumming pressante e dal basso borbottante di Roberta. Il brano scorre dolcemente, avvolge le nostre orecchie prima di esplodere nella furia di un ritornello costruito davvero a regola d'arte, attraverso un sound e una struttura della forma canzone che ricordano da vicino gli Smashing Pumpkins di "Siamese Dream" (anche per il lavoro chitarristico di Alberto, che rimanda un po' a quello di James Iha degli anni d'oro). Così ci accorgiamo definitivamente che i Verdena sono ritornati in parte alle origini, quelle del disco omonimo, ma con le radici della maturità stavolta ben piantate per terra, una rinnovata creatività e un più forte rigore nella composizione, costruendo così uno dei brani che li accompagnerà nei concerti a seguire e in tutta la loro storia. Perfetto anche l'assolo, teso come una corda di violino, nervoso e ispido come le ritmiche che lo sorreggono, e che purtroppo esaurisce la sua corsa troppo presto, forse per quella stessa maturità che impone stavolta ai Verdena di "non strafare" e di "non esagerare", per cui, anche se un po' rammaricati, dobbiamo dargli ragione. Siamo nel 2003 e non c'è più posto, qui, per le ingenuità del '99: meglio un solo assolo più corto di quanto avremmo desiderato, che tanti assoli ripetuti più del necessario. "Luna", in sostanza, è un brano importante e uno dei più rappresentativi di tutto l'album (seppur, a mio parere, non il più bello); indubbiamente una delle primissime canzoni da far ascoltare a chiunque voglia approcciarsi per la prima volta a questa band.

Mina

Ed eccoci arrivati. Il punto focale, il centro nevralgico, la vera "ciccia" dell'album è soprattutto nella terza canzone. Non solo perché "Mina" sia, a parere di chi scrive, il brano più bello e ispirato di tutto "Il Suicidio Dei Samurai", ma anche perché è uno di quei brani rimasti impressi come un marchio di fuoco nella memoria dei fan, uno di quei classici intramontabili che, una volta portati alla luce, diventano per sempre un cavallo di battaglia per la band, soprattutto in sede live. I colpi di batteria all'inizio del brano altro non sono che un'illusione di Luca, che sembra volerci introdurre a un altro brano ritmato e sincopato quando in realtà il tutto viene immediatamente stemperato dall'assolo delicato ed etereo di un Alberto mai così dolce e abbandonato alle spire della propria furente passione. Ci mette poco quell'arpeggio a diventare distorto, avvolgente, tremendamente ipnotico e memore di quell'approccio musicale proprio di "Solo un grande sasso". La voce di Alberto ha un che di sensuale, una vaga sensazione di lascivia che dalle corde vocali si estende alle note della sua chitarra, fino a toccare il basso lento e pulsante di Roberta. La strofa è intensa, commuove e si srotola nelle orecchie come una coperta calda, ma è solo la giusta preparazione per un ritornello tra i più ispirati che la band bergamasca abbia mai composto nella sua carriera. Poetico, elegiaco e dotato di una carica emozionale in grado di travolgerti come un treno in corsa e passare da sopra al tuo corpo inerme. Il dolore psicologico di Alberto, a metà tra un'amara riflessione della maturità e una crisi post-adolescenziale, trafigge il cuore ogni volta che la sua ugola intona "E brucia / E brucia / Con me / l'aria", consapevole della meritata punizione e memore degli errori commessi, errori fatali a cui non è più possibile porre rimedio: "Mina / Ho perso il controllo / E dopo tutto non avrò che pioggia / Che cade con me". Allo stesso modo è intensa la parte finale del brano, con un assolo inquieto che vibra e sembra essere una diramazione dell'animo del musicista, che scuote la sua chitarra come se cercasse di calmare e trattenere il suo dolore e la sua irrequietezza. Così come incredibilmente azzeccata la scelta di terminare il brano con un'ombra di delicatezza, stemperandolo con un flauto sintetico che si spegne un po' alla volta e diventa cenere ardente in memoria delle fiamme vive che bruciavano a più non posso fino a poco tempo prima. Un brano straordinario, che ancora oggi ci emoziona e ci ricorda di cosa erano capaci i Verdena dell'epoca.

Balanite

L'intensità emotiva appena conclusasi con il flauto finale di "Mina" richiederebbe una piccola pausa. E in effetti sembra questo che "Balanite" voglia offrirci, almeno inizialmente. Il brano infatti parte quieto e senza colpi di testa, i tempi si rallentano mentre la ritmica è interamente affidata al basso slabbrato e distorto della Sammarelli che, accompagnata dal ticchettio incessante di Luca, ci apre le porte alle solenni plettrate di Alberto. Quando la sua voce entra in scena, stavolta inaspettatamente armoniosa, melodiosa e senza alcuna traccia di spigolosità, l'atmosfera si è fatta ormai tesa e tutt'intorno si percepisce l'elettricità nell'aria. Il suo arpeggio ha qualcosa di magnetico, di ipnotico, ti attanaglia tra le sue spire come un boa constrictor e, quando ormai ci sei dentro, non te ne accorgi nemmeno. E a quel punto capisci che ti eri sbagliato ed eri stato troppo avventato nel valutare il brano. "Una pausa"? Si certo, come no? Mecojoni. Il plettro di Alberto non fa prigionieri, tira le corde come il miglior Billy Corgan dei primi album, la sua chitarra puzza di zolfo e malessere esistenziale. L'intensità del brano cresce sempre di più, la voce si fa più tesa, più tirata, si inspessisce e si innervosisce, ed è così che ad un certo punto la chitarra tira fuori gli attributi e fa la voce grossa, l'arpeggio si trasforma in un riffing nebbioso e feroce, e sembra che sul palco si siano materializzati i Kyuss che fanno una jam session con i Nirvana e non capisci chi dei due predomina sull'altro. La costruzione del ritornello è raffinata e lasciva come il testo stesso del brano, che parla di una libidine perduta chissà dove (del resto il titolo "medico" del brano lascia poco spazio a fraintendimenti), mentre il cantato di Alberto si fa sempre più carico di una sofferenza alla Soundgarden e la chitarra gli bolle da sotto come una pentola sotto pressione che sta per scoppiare. E alla fine scoppia davvero quando il nostro inizia ad urlare "Prima o poi!", sputando fuori il suo disagio in un modo che renderebbe fiero lo stesso Kurt, mentre il brano lentamente si accascia tra cori elegiaci e un tocco generale di epicità che si spegne nel rigurgito degli amplificatori. "Balanite", senza ombra di dubbio, è un altro tra i brani migliori e più rappresentativi del "Suicidio Dei Samurai". L'album non sarà sempre a questi livelli, intendiamoci: ma la tripletta formata da "Luna", "Mina" e "Balanite" basterebbe da sola a rendere l'idea di quanto i Verdena abbiano lasciato alle spalle il passato da adolescenti incazzati e siano diventati una Band Rock con la B e la R maiuscole.

Phantastica

L'ambita "pausa" (se così vogliamo chiamarla), dopo l'ennesima mazzata emotiva subita con "Balanite", arriva con una la bella e raffinata "Phantastica". Stavolta i Verdena, senza perdere nulla delle loro caratteristiche mostrate nel disco, confezionano un brano relativamente più semplice che è la perfetta "hit indie rock" per stemperare un po' dei toni che stavano diventando emotivamente difficili da sopportare per i nostri cuoricini rockettari. Non che "Phantastica" non emozioni, tutt'altro: anche qui la voce di Alberto è sofferta e ruvida al punto giusto mentre ci parla del suo malessere esistenziale, come anche il muro di chitarre, sorretto dal basso granitico di Roberta e dalle rullate di Luca, ci fa sentire sulle nostre spalle tutto il disagio giovanile della band e i suoi dubbi profondi, il suo incessante interrogarsi sulle proprie colpe, sulla propria identità, sul proprio ruolo nel mondo ("E credo d'essere anormale / Ebbene, non lo so! Mi vedi! Temi! / Credi io ti userò!"). Anche l'espediente usato nel videoclip ufficiale della canzone è interessante, con i quattro musicisti travestiti da scimmie in un modo che mi ha ricordato da vicino i romani MalClango (che però si sono formati ben dopo l'uscita di questo disco, quindi semmai avranno preso loro ispirazione dai Verdena), mentre suonano in un posto buio e malinconico, che puzza di chiuso e di anni '90, e con quelle loro movenze scimmiesche che ricalcano le maschere sui loro volti e sembrano voler farli tornare indietro ad una sorta di libertà di espressione istintiva, ancestrale e animalesca. Certo il livello eccelso delle precedenti tre canzoni è ormai irraggiungibile; ma anche stavolta Alberto sa come emozionarci, come quando decide di tirar fuori uno splendido assolo un po' post rock e un po' Smashing Pumpkins, quando regge la rinnovata lentezza del brano con la sua litania "E sanguina?" e, soprattutto, quando sul finale tira fuori tutta la sua rabbia repressa e urla sul microfono come l'onnipresente maestro Cobain insegna. Un gran bel pezzo rock per un album che non smette mai di stupire.

Elefante

Ed ecco qui un'altra forte influenza che torna a farsi strada prepotente nella musica dei rocker bergamaschi: quella del noise rock newyorkese. La forza dei Sonic Youth potente è in "Elefante", direbbe il maestro jedi Yoda ai giovani padawan Verdena, e a ragione; in effetti c'è da dire gli echi chitarristici di Thurston Moore si avvertono tutti nel palm mute nervoso e roboante di Alberto, che regge l'intero brano dall'inizio alla fine e non ha mai una caduta di tono in tutti i suoi 3 minuti netti di durata. Certo, qualcuno potrebbe trovare il brano un po' monotono, specialmente dopo le bordate emotive ascoltate finora con le precedenti tracce; eppure mi viene da pensare che la posizione del brano proprio alla numero 6 del disco non sia stata scelta a caso. La rocciosa distorsione di Alberto, il basso opprimente di Roberta e il denso tappeto batteristico di Luca sono come un'ascia che taglia strategicamente il disco in due, spostando a sinistra il lato della band più emotivo e ispirato e a destra quello più inquieto e riflessivo. Nasce così quell'immagine che diventerà poi nel tempo una sorta di "mascotte" per i Verdena stessi e simbolo del gruppo Facebook a loro dedicato: quella dell'elefante blu (anzi, "BLUUUUUUU!"), un colore che già il famoso articolo di Vice citato prima indica come un marchio di fabbrica della band e inserisce tra quegli elementi imprescindibili per il suo ironico gioco del "creare un testo alla Verdena". Per quanto quindi qualcuno possa trovare un brano come "Elefante" come un semplice spartiacque tra le de metà dell'album, se non addirittura come un filler o una sorta di interludio per la sostanziale mancanza di climax emotivo, si tratta di una canzone piuttosto importante tanto per il sound quando per l'immaginario lirico dei nostri, che riconfermano tanto l'influenza che hanno avuto dalle sonorità noise quanto dal grunge, e dall'altra la loro ossessione per il colore blu, che come ben sappiamo sarà un elemento ricorrente nei loro testi e verrà anche esplicitato nella canzone "Un blu sincero" che comparirà in "Endkadenz vol. 2" ben 12 anni dopo. Insomma, per essere uno spartiacque, "Elefante" resta un brano iconico, non tanto del "Suicidio dei Samurai" come album, quanto dei Verdena stessi come band.

Glamodrama

Impossibile non notare le influenze degli ultimi Marlene Kuntz non appena le prime note di "Glamodrama" ci avvolgono le orecchie; l'ombra di Cristiano Godano e soci si avverte nell'incedere lento del basso, nella batteria ovattata e saltellante, nell'arpeggio circolare e accennato e, ovviamente, nella voce di Alberto, che stavolta si distende e si fa più dolce, suadente, quasi sussurrata. Perlomeno durante la strofa: non appena il ritornello fa la sua comparsa dopo qualche plettrata, i Verdena ingrossano le distorsioni senza preavviso e ci sputano in faccia la loro rabbia manifesta, proprio come sapevano fare i Marlene più ispirati nel loro sconvolgerti all'improvviso con esplosioni di brutalità sonica inaspettata. Alberto urla "L'ansia divora!" e sembra davvero di avvertirla quell'ansia, quell'acuta tensione emotiva che deflagra con violenza attraverso riff potenti e squilibrati, vagamente disturbanti, che ricordano un po' il grunge di Nirvana e Alice in Chains, ma imbastardito con l'alternative rock di Billy Corgan e con quel malessere di provincia tipico nel sound degli albinesi. Un'esplosione di suoni ed emozioni che poco dopo fa la sua comparsa in versione strumentale, con Alberto che sostituisce alla sua voce un assolo di chitarra tanto ruvido quanto melodico, riuscendo nella difficile impresa di ingentilire i toni e introdurre una nota di tenerezza in mezzo a tutto quel mare di dolore e di overdrive (tanto che i postumi striduli della distorsione riecheggiano persino quando inizia a cantare la strofa successiva). Ma il vero tocco di classe è il finale del brano: arrivato ormai a due terzi dei suoi 6 minuti e mezzo di durata (che lo rendono la track più lunga di tutto il disco), i tempi rallentano all'improvviso, la batteria si riduce a un ticchettio sussurrato, la chitarra accenna appena poche note in minore dal sapore uggioso e tremendamente malinconico, e quando i toni iniziano ad accelerare un pochino ci ritroviamo avvolti da un'atmosfera grigia, sognante e di derivazione post rock, che personalmente mi ha ricordato da vicino le turbe interiori di "Mohole" degli Il Generale Inverno (disco uscito due anni dopo questo, e che non mi meraviglierei abbia preso ispirazione dal malessere verdeniano nella sua composizione). La tastiera di Fidel Fogaroli diventa così la protagonista finale del brano, accompagnata dalla ripetitività della sempre più triste chitarra di Alberto e dalla batteria di Luca che si fa man mano più veloce, ingombrante e passionale, verso una chiusura che è come un tornado emotivo che travolge ogni cosa davanti a sé, facendoci chiudere gli occhi e commuovere ancora una volta davanti alla bellezza e alla potenza della musica. Un altro gran pezzo di rock italiano e, insieme al famoso terzetto a inizio disco, uno dei brani migliori di tutto il disco.

Far Fisa

Tempo di una nuova pausa per riprendere fiato prima del terzetto finale, eppure anche qui Alberto e soci ci stupiscono con il loro talento nel mantenere sempre alta l'attenzione delle nostre orecchie. "Far Fisa" infatti, pur essendo stata concepita probabilmente più come brano di raccordo che non come singolone strappamutande, ha comunque diverse frecce al suo arco. E che frecce. Prima di tutto colpisce qui stile vocale, sempre sofferente certo, ma stavolta ben più trascinato e intimistico. La sua capacità di trascinare gli altri strumenti in un torbido vortice emozionale ricorda nemmeno troppo vagamente l'innata capacità di Matthew Bellamy e dei suoi Muse si mantenere costantemente la tensione verso un climax atteso, sperato, ma che non si raggiunge mai del tutto. L'attacco di Alberto alla mancanza di empatia dell'essere umano moderno colpisce a fondo, tanto più che viene cantato come fosse un sussurro nelle nostre orecchie: "Le innocue verità / Congelano le labbra / La gente è lucida / Non pensa più a niente". Dopodiché si avverte il peso delle atmosfere, sempre avvolgenti, eleganti, pregne di un dolore fine e delicato, che dal richiamo iniziale delle tastiere evolvono, attraverso le crescenti ritmiche del rullante di Luca e il borbottante incedere del basso di Roberta, verso nuvole dense di quei fulmini che sono gli arpeggi acuti e distorti di Alberto, con le sue grida stavolta morbide e mai rabbiose, ma gettate fuori dal petto come se fossero parte dell'atmosfera stessa del brano. Un accenno di assolo come sempre ispirato agli onnipresenti Smashing Pumpkins, ed ecco che ritorna la sua voce a ribadire con potenza quella parola, quel "Niente!" che già con "Luna" aveva messo le carte in tavola sul pessimismo nirvaniano della band di Albino. Ma ciò che più di tutto stupisce e ci fa sorridere soddisfatti è quel cambio di rotta finale, puntuale come un orologio svizzero, quell'evoluzione verso l'atmosfera pura, la delicatezza di un panorama post rock che massaggia le nostre orecchie e dona il meritato riposo al nostro cuore martoriato. Perfetto.

17 Tir Nel Cortile

Si parlava di influenze nella musica dei Verdena. Ebbene, ci sono brani che ne dimostrano alcune più delle altre, e ci sono brani che riescono a miscelarle sapientemente, fino a creare un continuum unico che si incastra alla perfezione con il mood e la filosofia sonica della band. "17 Tir Nel Cortile" è uno di questi. All'inizio pare di ascoltare un folto tappeto di Smashing Pumpkins che si srotola sotto un tavolo di derivazione Afterhours, tanto nella voce interrotta di Alberto quanto nelle atmosfere ovattate e nei rimbombi di chitarra, che riportano alla mente uno scenario urbano fortemente notturno e scarsamente illuminato. In seguito il pezzo prende velocità, evolvendosi in un riff che può ricordare facilmente qualcosa dei Foo Fighters più malinconici e sognanti. Siamo ancora nel campo dell'alternative, la batteria diventa pressante, il basso si ingrossa e la voce si fa più dilatata, di pari passo con l'atmosfera fumosa che pian piano si viene a creare e con il dolore tangibile nelle parole di Alberto ("Ci sono cose che pesano / Ci sono cose che schiacciano / M'abbasso, chilometri in giù"). Diventa così evidente il tributo che i Verdena hanno voluto concedere alle idee del disco precedente, "Solo un grande sasso": il crescendo del brano è una deliziosa quanto subdola armonia che si insinua pian piano nelle orecchie, diventando sempre più emotivamente opprimente, finché Luca non accelera i toni e Alberto lo segue a ruota con un sostrato chitarristico sorprendentemente intenso, quasi che tradisce un'altra forte influenza della band bergamasca: quella del post rock. E non si parla qui di quel post rock italico costruito su intrecci chitarristici taglienti e precisi come quello dei nostri cari Giardini di Mirò, ma di un post rock nebbioso e viscerale, che inizia dalla scuola Mogwai per arrivare a quelle ben più atmosferiche di Mono, Explosion In The Sky e Godspeed You! Black Emperor: decisamente inaspettato per una band come i Verdena. E il brano si chiude così, con un riff che accelera i toni fino a sfociare quasi in una vera e propria valanga psichedelica dal sapore di blackgaze ante-litteram (per quanto possa sembrare assurdo, io in quelle note così sognanti ci ho intravisto persino una carezza alla Alcest). Un tocco di classe che dimostra definitivamente, come se ancora ce ne fosse bisogno, quanto ormai i nostri siano maturati con la loro terza fatica in studio.

40 Secondi Di Niente

Curiosa l'idea di posizionare un brano come "40 Secondi Di Niente" proprio come penultima traccia prima della "mazzata" finale; con il senno di poi, non posso far altro che intravedere questa scelta stilistica in una precisa volontà di farci assaporare la proverbiale "calma prima della tempesta". I toni del brano, nemmeno a farlo apposta, mi rimandano alla mente quel sapore blackgaze alcestiano di cui parlavo precedentemente, ma si tratta sicuramente di una mia "deformazione professionale" dovuta alla mia smodata passione per il capellone di Bagnols-sur-Cèze; resta comunque il fatto che le atmosfere, rispetto a quelle ben più gravose ascoltate nel resto del disco, sono stavolta ben più morbide, soffuse e anche un po' dolciastre. Il colore che accompagna il brano è quel marroncino giallognolo tipico del primo autunno e delle foglie che iniziano a cadere davanti ai nostri piedi, proprio come cadono quelle note di basso e chitarra che ci accarezzano piano e con delicatezza; non per niente Alberto cita esplicitamente l'inizio della stagione malinconica per eccellenza proprio nella strofa del brano, donando al verso un sapore romantico e sognante ("Settembre ci porterà via con sé"), senza però dimenticare l'ombra di quell'ormai noto "Niente" verdeniano che aleggia anche stavolta su tutta la composizione. L'impronta degli Smashing Pumpkins più morbidi scorre languida e seducente, con un appeal di fondo che non disdegna la leggera strizzatina d'occhio agli Afghan Whigs di "Gentlemen", prima di inasprire i toni e farsi leggermente più ruvida nel ritornello, ma sempre in modo pacato, delicato e dal tocco quasi tenero. Il finale, invece, riprende le stesse influenze post rock ascoltate nel brano precedente, rese però stavolta in modo molto più gracile e raffinato, accennando ad un turbinio emotivo che però non si conclude mai del tutto e si guarda bene dallo sfociare nella tormentata sofferenza degli altri brani, restando così sospeso a mezz'aria, come le foglie autunnali di cui parlavamo prima, sorrette da un vento infinito che le preserva dalla ruvidezza del freddo asfalto. Forse si tratta del brano più debole dell'album, perlomeno se confrontato con l'ispirazione dei precedenti; eppure, anche stavolta, le emozioni hanno saputo come colpirci e farci male.

Il Suicidio Del Samurai

Ricordo quel concerto dei Verdena a Roma nel 2016 in cui, di punto in bianco, decisero di suonare una cover nientemeno che dei Melvins, tale "Revolve", e ovviamente il pubblico andrò in brodo di giuggiole. Cosa c'entra questo? Niente, ma il fatto che tra tutte le band possibili abbiano deciso di coverizzare proprio quella che ha dato origine all'intera scena sludge metal altro non è che un segnale di come queste influenze così "estreme" siano sempre state un potente cardine nel più profondo DNA della band di Albino, e quindi anche un perno delle proprie scelte sonore ed espressive. La traccia finale dell'album, ovvero la titletrack "Il Suicidio Del Samurai", è infatti tra le tracce concettualmente più "estreme" che i nostri abbiano mai composto; non tanto nelle sonorità, o nel fatto che possa essere considerata un pezzo metal piuttosto che grunge (anche perché in realtà è semplicemente 100% Verdena e pesca in egual misura da entrambi i generi), quanto per l'aura di negatività di cui è ammantata, sprigionata da ogni singola plettrata di chitarra, dalla voce di Alberto quando canta "Affondo in Nora!" per poi lanciare uno dei suoi urli più ruvidi di sempre, e in generale per quell'atmosfera pesante e opprimente che aleggia sul brano, rendendolo gonfio di una nebbia sonora gravosa e nera come la pece. Lo stesso testo è quanto di più disilluso, nichilista e cinico i Verdena abbiano saputo tirar fuori fino ad allora ("Questa è una doccia che evapora da sé / Questa gioia che ci illude avrà cura di noi"), e le azzeccate spallate di distorsione che rimbombano dopo ogni riff trascinano come una barella una litania stanca, tormentata e tremendamente sofferta, che non può far altro che raschiare il fondo del barile della nostra sfera emotiva, ormai dilaniata dopo essere arrivata al fondo di questo grande, grandissimo album. Un brano di puro rock solenne e mastodontico, che ci schiaccia come un macigno sotto le sue deliranti schitarrate, le sue urla, le sue atmosfere tanto inquietanti quanto dense d'angoscia, e infine la sua profonda sofferenza, che si fa sempre più cupa, sino a impazzire man mano che si avvicina alla parola fine. Come la spada di un samurai in procinto del seppuku, che si avvicina sempre più al suo addome fino a compiere definitivamente il suo destino nel sacro suicidio rituale. Annichilente. 

Conclusioni

Prendete la forma canzone di "Verdena". Agitate per bene, amalgamate e tagliate a fette non troppo sottili. Adagiate le dieci fette in teglia e irrorate di disagio adolescenziale, malessere esistenziale e spleen baudelairiano. Poi prendete i riff più ruvidi e spigolosi di "Solo un grande sasso", montateli a neve e usate quel bel composto morbido e schiumoso per cospargete queste dieci fette di cattiveria matura e ragionata. Mescolate il tutto con un pizzico(ne) di atmosfera post rock, di basso slabbrato, effetti chitarristici dirompenti e graffianti. Guarnite con versi che sembrano usciti direttamente dalla sceneggiatura di un film di David Lynch che medita immerso in un mix di acidi e barbiturici. E infiocchettate poi il tutto dentro una bella scatola chiamata "maturità". Complimenti, avete creato il vostro "Il Suicidio Dei Samurai" fatto in casa.

Il terzo album dei Verdena non è solo un gran bel disco: è soprattutto un disco "importante". È l'album definitivo per la band di Albino, quello che più di ogni altro raggiunge le vette della loro maturità artistica e la rappresentazione più pura della loro arte. L'ingresso pressocché fisso in formazione del tastierista Fidel Fogaroli, la voglia di emanciparsi dalla produzione targata Manuel Agnelli per controllare da sé i propri rigurgiti rock nello storico pollaio, nonché l'ormai raggiunta consapevolezza di avere tra le mani "qualcosa di grosso" ed una vera e propria carriera nel mondo musicale che conta, sono tutti fattori che hanno contribuito a rendere l'album targato 2003 il vero e proprio "disco della consacrazione" per una band che, di fatto, è entrata di diritto nel pantheon dei grandi artisti del rock italiano, si è imposta all'attenzione mediatica per non uscirne più, e soprattutto è rimasta impressa nelle orecchie e nell'immaginario di tanti ragazzi come noi, Millenials della generazione Y, magari nati nelle periferie delle grandi città della Penisola e cresciuti tra gli '80 e i '90 con il mito del grunge e delle camicie di flanella. Certo, lo sappiamo, nel corso degli anni gli spigoli del rock verdeniano si sono levigati sempre di più, la creatività è stata spinta fino all'estremo dei propri limiti, mentre la complessità delle loro composizioni è diventata a mano a mano sempre più cervellotica, intricata ed intellettualoide. Le visioni freak di "Requiem" altro non erano che l'inizio di un percorso evolutivo che ha toccato poi l'apice con il doppio album "WOW" e si è concluso con i ben due volumi della loro opera finale "Endkadenz": raffinati, profondamente sperimentali e ancor più infarciti di elettronica. Ma la domanda da porsi è: la passione, quella cosa che conta più di ogni altra, è forse venuta meno? Da un lato verrebbe da di dire di no: il fatto che i dischi pubblicati dalla seconda metà del decennio in poi siano estremamente curati, riflessivi e attenti anche ai minimi dettagli parrebbe dimostrare quanto i Verdena siano professionali e ci tengano alla perfezione della loro musica. Ma erano davvero questi i Verdena che abbiamo conosciuto sul finire degli anni '90? Era davvero questo lo spirito che animava quei tre ragazzi saltati fuori dal nulla delle campagne bergamasche? O era forse la voglia di spaccare tutto, di urlare al mondo il proprio disagio esistenziale e di emulare (si, diciamolo, non è peccato) le gesta di Kurt, dei Nirvana e di una scena grunge ormai al tramonto che aveva lasciato un solco indelebile nel cuore di milioni di adolescenti e outsider, tanto in America quanto in Europa, e che sembrava avesse ancora molto da dire e da offrire? Non è polemica, affatto, e lo dice uno che ha amato canzoni più moderne come "Nevischio, "Angie" e "Razzi, Arpie, Inferno e Fiamme". È solo voglia di capire cosa ha determinato l'evoluzione di una band, fino a che punto questa è stata salvifica per la sua anima condannata e dove si pone quella linea di demarcazione tra il vecchio e il nuovo che ha marchiato una divisione nella storia dei fratelli Ferrari. Ecco perché non ho remore a dire che, a parere di chi scrive, "Il Suicidio Dei Samurai" è il miglior album in assoluto nella discografia dei Verdena: perché rappresenta proprio quella linea di demarcazione, quello spartiacque tra il passato e il presente che ha segnato per sempre la loro identità, e come un vero e proprio filtro ha racchiuso dentro di sé le due anime più profonde della band: tanto quella incazzata e disagiata di scuola punk/grunge quanto quella delicata e riflessiva figlia delle innovazioni americane e dell'art-rock italiano di quegli anni.

Se un giorno, in sostanza, un alieno arrivasse sulla Terra e mi chiedesse di fargli ascoltare qualcosa per iniziare ad ascoltare e conoscere i Verdena (ma basterebbe anche uno straniero curioso di approcciarsi al rock nostrano contemporaneo), gli farei ascoltare senza remore "Mina", "Balanite" e altri pezzi più o meno iconici da "Il Suicidio Dei Samurai". Perché il terzo album dei bergamaschi, non mi stancherò mai di ripeterlo, è e resterà il più rappresentativo della loro carriera, nonché quello più profondo, spontaneo e vissuto, che riesce senza fatica a coniugare bianco e nero, rabbia emotiva e delicatezza riflessiva, ardore iuvenilis e saggezza senilis. Non lo definirei comunque il loro "capolavoro", perché si tratta pur sempre di un disco imperfetto, poco omogeneo, che alterna l'intensità emotiva di certi momenti notevoli con altri francamente un po' inclini al filler. Eppure, nella sua imperfezione, non solo tocca alcuni dei picchi tra i migliori dell'intera discografia verdeniana, ma dimostra anche un'estetica rock ben precisa che formalizza definitivamente la vera identità della band (che nei due album precedenti sembrava ancora senza bussola, alla ricerca di un proprio io decisivo), nonché una cura maniacale tanto nell'esecuzione quanto negli arrangiamenti e nella produzione. Non farsi venire la pelle d'oca ascoltando quel capolavoro di intensità emotiva chiamato "Mina" è pressocché impossibile quanto è facile bearsi nel suo ritornello languido e sognante, ma non meno coinvolgente è l'ascolto dei riff ipnotici di "Balanite", del climax visionario e potentemente noise di "Luna", delle esplosioni di rabbia adornate da candore post-rock di "Glamodrama", dei versi malinconici di "Phantastica" e di quegli arpeggi distorti pregni di disperazione e decadenza interiore della title track finale. Insomma, per farla breve: "Il Suicidio Dei Samurai" è un disco di spessore e bello denso, uno dei migliori che il rock italiano abbia mai prodotto nella prima metà degli anni 2000. Una perla da riscoprire, tanto per i nostalgici del tramonto grunge quanto per coloro che vogliono seriamente approcciarsi alla discografia dei Verdena e non hanno idea di quale sia il disco migliore da cui cominciare. Un disco distorto, in tutta la sua bellezza. Bellissimo, ma particolare e decadente. "Come un angelo anormale che cade".

1) Logorrea (Esperti all'Opera)
2) Luna
3) Mina
4) Balanite
5) Phantastica
6) Elefante
7) Glamodrama
8) Far Fisa
9) 17 Tir Nel Cortile
10) 40 Secondi Di Niente
11) Il Suicidio Del Samurai