URIAH HEEP

Demons And Wizards

1972 - Mercury

A CURA DI
ANDREA CERASI
08/02/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il genio è un valore quasi impossibile da definire, ma quando è nell'aria lo si percepisce, deriva da emozioni, da invenzioni, da idee uniche, originali, difficili da replicare e, in alcuni casi, anche da capire. Se la critica si è più volte schierata contro gli Uriah Heep, non afferrandone i principi della musica proposta, salvo poi fare dietrofront quando ormai il tempo aveva già detto la sua, escludendo la band dallo status che le è sempre spettato, un motivo preciso c'è. Gli Uriah Heep sono stati geniali, di quel genio in grado non solo di inventare cose inedite, ma di modellare i suoni del futuro, che sarebbero stati presi in considerazione quasi due decenni più tardi. Le critiche iniziali hanno precluso alla formidabile band inglese l'ingresso nell'Olimpo dei giganti dell'hard rock, e di conseguenza lo status di leggenda, semplicemente perché non li capiva. Ma gli Uriah Heep leggende lo sono davvero, perché la qualità della loro musica è unica, immensa, sorprendentemente intelligente, geniale e colta, e le loro opere gareggiano per bellezza, e spesso e volentieri vincono a mani basse, con le quelle dei loro colleghi più famosi: Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple, praticamente la triade che ha diffuso nel mondo i profumi dell'hard rock. Ecco, gli Uriah Heep sono da considerarsi la band che chiude il quadrato magico del rock duro degli anni 70, senza i quali molte delle soluzioni adottate in campo heavy metal non sarebbero state prese in considerazione. Progressive, hard rock, psichedelia, sublimi testi alchemici, accenni folkloristici, forse il più grande tastierista dell'epoca, uno dei quattro o cinque vocalist più grandi del decennio, un chitarrista e un bassista magistrali, un batterista di una precisione unica. La magia è servita. Gli Uriah Heep si impongono all'attenzione del pubblico con una serie di capolavori, almeno nella prima parte di carriera, che fanno impallidire i colleghi: "Very 'evy Very 'emble", "Salisbury" e "Look At Yourself" sono autentiche gemme che forgiano un suono preciso e catapultano la band tra i padrini dell'hard rock. Ken Hensley, principale compositore, con le sue tastiere rifinisce ogni brano, proiettando l'ascoltatore in un lontano mondo di fantasia, primitivo, oscuro, tra rituali di magia nera e danze tribali, mentre David Byron, con la sua voce potentissima e tecnica, tra acuti, scale e un vibrato miracoloso, dà vita alle emozioni partorite dai singoli musicisti. È lui il frontman, un vero guru, uno showman fenomenale, e sulle sue corde vocali il gruppo si appoggia, costruendo linee melodiche uniche nella storia della musica rock. Dopo i primi tre capolavori sembrava impossibile poter fare meglio, e invece gli Uriah Heep sorprendono ancora, componendo non solo il loro miglior lavoro, ma una delle più grandi opere della storia, e parliamo di un album assurdo, da dieci e lode, capace di rivaleggiare, e forse vincere, con colossi come "Led Zeppelin IV" o "Master Of Reality". L'ingresso di Gary Thain al basso, a dare man forte al chitarrista Mick Box, e del geniale batterista Lee Kerslake, danno maggiore compattezza alla sezione ritmica, creando una complicità forse mai avuta prima all'interno del combo, dove ogni elemento gode di un proprio spazio e può lavorare in tutta serenità. A questo punto, non uno, bensì due miracoli hanno origine: "Demons And Wizards" e "The Magician's Birthday", pubblicati l'uno di seguito all'altro nel 1972, come facenti parte dello stesso sogno musicale, della stessa scintilla creativa. Due album onnipotenti, dove il misticismo incontra la poesia, dove la psichedelia filtra un hard rock potente, tecnico e sofisticato come fosse un'opera teatrale. Nella musica degli Uriah Heep ci sono tanti ingredienti, e questi due lavori sono solo la punta dell'iceberg, sorretti da una base artistica altrettanto sublime, altrettanto stupenda. Una fiaba ad occhi aperti, che ha prodotto così tanto materiale di qualità, eccelso e sognante, da far accapponare la pelle. La prima incarnazione della band, quella guidata dal vocalist Byron, prima del suo abbandono per un'improbabile carriera solista e, in seguito, la morte per overdose, è una leggenda difficile da spiegare a parole, perché dal debutto del 1970 fino all'ultimo album cantato dallo stregone Byron, l'ottimo "High And Mighty", del 1976, è un susseguirsi di eterni capolavori, pubblicati l'uno di seguito all'altro: "Return To Fantasy", "Wonderworld", "Sweet Freedom", tutti enormi, e tutti, paradossalmente, sottovalutati dalla critica del tempo. "Demons And Wizards" resta l'apice, pubblicato in un anno fondamentale, il 1972 appunto, ricco di grandi opere rock con le quali battersi, e alla fine vende più di tre milioni di copie, sintomo che fa breccia nei cuori degli appassionati, e così anche la critica è costretta a rivedere il proprio giudizio su questa formidabile band.

The Wizard

Ci vuole un bel coraggio per introdurre un disco hard rock con una semi-ballata acustica, eppure i nostri scelgono non solo The Wizard (Il Mago) come brano di apertura, ma persino come primo singolo. Lo stupore del pubblico è ampio, ma allo stesso tempo il pezzo conquista, insinuandosi nei meandri della psiche grazie a un ritmo psichedelico e oscuro, dove le distorsioni della chitarra vengono sostituite, o rappresentate, da un giro acustico alchemico e inquietante. "Lui è stato il mago di mille re, io lo incontrai per caso una notte che vagabondavo. Mi raccontò storie e bevve il mio vino, mentre io e il mio uomo magico ci sentivamo bene" recita Byron con voce angelica, cantando di un viaggiatore che, in cima alla montagna, si imbatte in un profeta stregone, e a lui chiede il segreto della vita. Subito, a suo supporto intervengono gli immancabili cori, che donano al brano un clima demoniaco. È assurdo pensare che in una traccia così scarna e strutturalmente semplice si possa condensare una potenza emotiva assurda, perfetta come introduzione nel mondo fatato degli Heep. "Lui aveva un mantello d'oro ed occhi di fuoco, e quando parlò io sentii un desiderio profondo di liberare il mondo dalla paura e dal dolore, e aiutare la gente a sentirsi libera". La tensione cresce, la chitarra di Mick Box si gonfa, così come la voce di David Byron, che racconta di questa misteriosa e affascinante figura: un profeta, uno stregone, che narra la sua canzone all'avventuriero, davanti al fuoco, come fosse una leggenda di mille anni fa. Uno stacchetto, ed ecco il famosissimo e geniale intermezzo, che ci proietta direttamente nel racconto, per danzare assieme ai diavoli, in un'orgia infernale evocata dalle sinistre grida e dagli acuti di un vocalist fenomenale. "Perché non ascoltiamo le voci dei nostri cuori, perché allora so che scopriremmo di non essere così lontani. Ognuno deve essere felice, e dovrebbe cantare. Conosciamo la gioia della vita, la pace che l'amore può portare". Se la musicalità resta tesa e mistica, il testo rassicura, poiché, tra mille fantasie e misteri da scoprire, alla fine si parla di amore e di felicità, sentimenti cardini dell'animo umano, segreto eterno di vita. Nel loro misticismo esoterico, gli Uriah Heep affrontano comunque tematiche terrestri, puntando dritti al cuore degli ascoltatori. A questo punto Hensley interviene con le sue tastiere, per una coda che somiglia molto a un cerimoniale, accompagnando l'ultima strofa, contornata da cori e da un tappeto tastieristico cupo e avvolgente. "Così parlò il mago nella sua casa di montagna, la visione della sua saggezza vuol dire che non saremo mai soli, ed io sognerò la mia notte magica e un milione di stelle d'argento che mi guidano con la loro luce". Le parole del mago si espandono nell'aria gelida, all'interno di una baita di montagna. L'eremita si è espresso rivelando le sue verità sul mondo, infondendo nel forestiero una nuova consapevolezza. "Il Profeta" di Gibran è il libro che ispira la vicenda, Byron interpreta le sue parole nel migliore dei modi, e così la magia di "Demons And Wizards" ha origine.

Traveller In Time

L'anima hard rock si scatena in Traveller In Time (Viaggiatore Nel Tempo), ma è un effetto illusorio, perché le sfrontate chitarre, dopo un attacco dirompente, si infrangono contro un grasso giro di basso dal sapore funky, ed è qui che Byron interpreta la prima lunga strofa, con tanto di ritornello compreso, passando da una prima parte in falsetto per poi potenziarsi mano a mano che si procede. "Ogni giorno devo guardare il sole per vedere da dove sono arrivato. Ho la sensazione che ci deve essere un tempo preciso per tornare a casa. Sono così stanco di essere qui da solo, ma io sono un viaggiatore nel tempo, e sto cercando di pagare il mio crimine". Le liriche sembrerebbero fantascientifiche, in realtà in molti hanno avuto il dubbio che si stesse parlando di un uomo chiuso in carcere, costretto ad evadere solo con la forza della mente. L'immaginazione del recluso è talmente forte da trasportarlo fuori dalla cella, facendogli assaporare la libertà. Il viaggiatore nel tempo è un poveraccio recluso per un crimine commesso, è solo e disperato, in cerca di assoluzione. Ancora lo stacchetto hard rock, con le chitarre che svettano nell'aria, poi la scena è tutta del basso di Gary Thain. "Se potessi tornare indietro nello stesso modo in cui sono arrivato qui, e rivedere le persone che una volta ho amato, cercherei una risposta migliore. Prima però devo attendere di tornare in libertà, ma non so quando sarà, perché sono solo un uomo con un sacco sulla mente, e lì fuori viaggio nel tempo". La condizione drammatica del recluso viene espressa nell'ultimo periodo, il sacco poggiato sulla testa non sono gli ottenebra la vista, ma gli preclude anche l'immaginazione, stendendo sulle sue fantasie un velo nero, simbolo di destino crudele e di oblio. Kerslake spezza il ritmo, il suo drumming è duro e preciso, e origina un bridge favoloso, ricco di melodia, nel quale il vocalist canta di questo viaggiatore nel tempo, più che altro visto come un eroe che cerca di salvare l'umanità, e infatti recita: "Ho cercato in ogni modo di aiutare l'umanità, trovando un modo di farcela". In che modo abbia cercato di salvare il mondo non è dato sapere, forse diffondendo immagini e fantasia, come fosse un mago, oppure il tutto è un effetto metaforico, e cioè indica colui che si è schierato contro il sistema al fine di liberare i popoli dalla schiavitù di un sistema sociale limitato e limitante. Batteria e basso si prendono la scena e intavolano uno strano momento strumentale, quasi una jam, funestata dai riff fugaci della chitarra elettrica che ci conducono alla conclusione di questa perla.

Easy Livin'

La velocità e la potenza dell'hard & heavy giungono col secondo singolo estratto, la famosissima Easy Livin' (Vivere Sereno), coverizzata decine di volte e da decine di band negli anni. L'istinto selvaggio prende quota sin dall'attacco, tra tastiere, chitarre e batteria che si sfidano in una corsa a perdifiato. "Questa è una cosa che non ho mai conosciuto prima, si chiama vivere sereno. Questo è un posto che non ho mai visto prima, ma ora sono stato perdonato", è curioso notare che, nonostante l'impatto frenetico e dinamico, il brano conservi comunque uno spettro musicale alchemico, merito delle tastiere di Ken Hensley, che rifiniscono la sezione ritmica infondendo un'aura demoniaca. La lo stato demoniaco si smorza di fronte al significato delle parole cantate da Byron, specie nel gustoso refrain: "Vivere sereno, sono stato perdonato da quando tu hai preso il tuo posto nel mio cuore". Si tratta di amore, siamo sempre all'essenza dell'animo umano, il bisogno di amare e di essere ricambiati. Con l'amore le debolezze e le frustrazioni svaniscono all'istante, e allora si ha la carica per andare avanti nella vita. Il fine dell'essere umano è quello di vivere serenamente. "In qualche luogo, lungo la strada solitaria, avevo provato a trovarti, giorno dopo giorno su quella strada ventosa avevo camminato dietro di te". Il protagonista delle liriche ha cercato la persona giusta per tutta l'esistenza, ed ora l'ha finalmente trovata, e più vivere sereno. La sua solitudine è terminata, adesso è in una nuova condizione psichica, e l'aria di serenità è percepibile nel bridge sognante e morbido, con tanto di campane che rintoccano, come una celebrazione di vita e di amore ritrovato. "Aspettando, guardando, desiderando tutta la mia vita lontano, sognando pensando di essere pronto per il mio giorno felice, di vivere finalmente sereno". Il paradiso mentale è finalmente arrivato, dopo averlo desiderato tanto e per tanti anni. È tempo di brindare alla felicità e al benessere. Un minutaggio condensato in soli due minuti e mezzo e un singolo diventato leggendario per il suo significato decisamente positivo. La magia, a volte, ha bisogno di poco per esplodere.

Poet's Justice

Poet's Justice (La Giustizia Del Poeta) è grazia divina e genio incontenibile. Se da una parte troviamo delle strofe gelide, ricche di sfumature, ed energiche, il ritornello ha un cuore morbido, malinconico e poetico che conquista subito. I cori sono predominanti, preparano il terreno per l'ossessività della strofa: "Ali gelide e cieli nuvolosi, girano attorno alla dolcezza dei suoi occhi, e la fantasia è venuta alla vita con sorpresa". È il ritratto dell'amore, un amore giunto in una giornata autunnale, tra cieli grigi e nuvole cariche di pioggia, ma nonostante la tenera descrizione, la voce del prode Byron è tremula, irrequieta, e nel ritornello, un vero capolavoro di armonia e costruzione sonora, capiamo il perché: "La pioggia l'ha spazzato via proprio quando ho pensato che lei potesse rimanere. Il sole è andato via e mi ha lasciato a bocca asciutta, l'amore è arrivato da me e mi ha toccato e baciato a lungo", e così l'amore viene spazzato via col temporale, rubato in un breve istante. Il sole si è eclissato, lasciando solo spazi spettrali e gelo. Ma il sapore di quel meraviglioso bacio ancora è percepibile sulle labbra del protagonista, e non andrà via facilmente. "Il brillio della luna di ottobre, come un rapace me l'ha portato via presto, su di un flusso argenteo ha preso l'amore e mi ha lasciato sognare". L'amore è stato strappato via, durante una notte di ottobre, al chiaro di luna, e l'uomo si è ridestato, stordito, come al risveglio da un bellissimo sogno. Il ritornello cambia parole, chiarendo la drammatica situazione dell'afflitto, in lacrime, disperato: "La metà di me è il tutto di lei, mi piacerebbe completarmi, ma le mie sagge parole falliscono, la giustizia del poeta mi ha portato a questo traguardo". L'amore, in poesia, è sempre un evento tragico; sin dalla notte dei tempi i poeti hanno declamato di amori stroncati e di sofferenze amorose. La poesia è nel dolore, nella drammaticità degli eventi, e allora la giustizia del poeta è nella pena. Box si scatena in un solo fenomenale, distendendosi assieme alle macabre tastiere di Hensley, per poi essere fagocitato dagli immancabili cori che ci riconducono alle linee melodiche dell'apertura. Uno dei brani più grandi mai concepiti, uno di quelli che rappresentano alla perfezione la bellezza estrema dell'hard rock.

Circle Of Hands

La poesia e la sinuosa poetica degli Uriah Heep continua con Circle Of Hands (Il Cerchio Delle Mani), introdotta dalle magiche tastiere di Hensley, in una lunga intro da brividi. Subentra la delicatissima voce di Byron, ed ecco il primo verso: "Cerchio di mani, ripiano di freddi spiriti, cercano la mia terra. Mi sono imbattuto in un nemico, il dolce prezzo dell'amore, e di fronte alla bellezza il male è stato sconfitto". L'atmosfera è romantica, ma anche oscura, e si distende placidamente sui toni delle tastiere, rilassando il corpo e la mente. La bellezza e l'amore hanno vinto sul male, almeno per ora, ma bisogna stare attenti, perché nel domani non v'è certezza. Il nero proviene da un cuore maligno, e giunge all'improvviso, espandendosi dalle tombe dei defunti, perché il male è capace di reincarnarsi sempre, prendendo varie forme, e colpendo di sorpresa. "Un cielo pieno di occhi, una testa piena di bugie, il nero proveniente da un gelido cuore, giù sulle loro tombe, assassinati tutti all'alba, hanno diffuso il loro disprezzo, maledicendo il sole dal quale è sbocciato l'amore". La voce di Byron si intensifica, aprendo la base strumentale per il clamoroso refrain, sommerso da cori, tempestato dal basso di Gary Thain, e delineandosi su una linea melodica eccelsa e piuttosto serena, perché deve infondere speranza e coraggio nell'ascoltatore: "Dobbiamo respingerli o presto pagheremo, e conteremo il prezzo del dolore, sacrificandoci. Il futuro ha un costo, e l'oggi è soltanto il domani di ieri. Domani". È un'esortazione alla lotta, alla resistenza, contro i colpi inferti dal destino nefasto e dal dolore quotidiano. Dobbiamo tutti combattere per un domani migliore, sacrificandoci per un futuro radioso, che comunque ha un prezzo da pagare. Il cerchio delle mani è costituito da tutti noi uomini, che ci teniamo per mano l'uno con l'altro, in una catena indivisibile e robusta. Un canto di pace e di speranza. Il testo si esaurisce prima della metà, dunque si procede con una lunga sezione strumentale, nella quale si intuisce la grande alchimia dei musicisti. Mick Box esegue un assolo suddiviso in due parti, per lasciare spazio ancora una volta all'ingresso del ritornello, e nella seconda parte, accompagnato dal piano di Ken Hensley, ci conduce alla fine con una delicatezza incredibile che ci permette di sognare un domani migliore.

Rainbow Demon

Rainbow Demon (Demone Arcobaleno) attacca in modo inquietante, e subito si procura le immancabili accuse di satanismo da parte della stampa. In questo pezzo si parla del popolare Demone Arcobaleno; questo, secondo la tradizione sciamanica, è simbolo divino che collega cielo, terra e inferno. Quando in cielo vediamo l'arcobaleno, infatti, significa che un demone del paradiso è stato scacciato all'inferno. È un po' come la parabola luciferina, qui trasposta nella cultura sciamanica di molte tribù. "Lì cavalca il demone arcobaleno, su di un cavallo di fuoco cremisi. Ombre nere lo seguono da vicino, sulla scia del suo desiderio". Byron recita con voce grave la prima strofa, facendosi largo su un tappeto di tastiere cupissimo, che assomiglia a una cerimonia religiosa e che prosegue anche nella seconda strofa: "Cavalcando nella nebbia mattutina, nessuno ha osato proseguire, posseduto da una chiamata lontana, ha continuato a cavalcare giorno e notte". Pare di ascoltare una danza tribale, un ballo demoniaco attorno al fuoco per invocare l'apocalisse. Gli strumenti si caricano di effetti psichedelici che ricordano molto i Doors, il basso e la batteria si sfidano in questa danza oscura, misterica, pagana, in attesa che il demone arrivi sulla terra per sottomettere l'uomo. Il ritornello è improvviso, breve e immerso nei cori: "Demone arcobaleno, prendi il tuo cuore e corri, vivi per la tua spada e la tua pistola". Le strane parole fanno un certo effetto, un effetto che ha colpito profondamente la critica dell'epoca, perché aprono a un mondo tetro e pericoloso. Il demone viene invocato, attraverso la danza tribale, gli viene fornito un cuore probabilmente dato in dono a seguito di un sacrificio, e reso vivo. Adesso, egli, spirito divino, può andare in giro per la terra con la sua spada, o la sua pistola, uccidendo e punendo gli impuri. L'interpretazione del vocalist è immensa, il suo vibrato si sposa perfettamente con la narrazione liturgica, dunque giunge Box per un assolo dallo strano effetto che si protrae per tutta la coda finale, accompagnato da cori e dalla ripetizione del magico e inquietante ritornello. Magia e mistero per un brano unico.

All My Life

Il rock n' roll torna prepotente sulle corde del grande Mick Box, che esegue un riff trascinante e sporco, e che condiziona persino il cantato di Byron, in questo caso sporco, veloce e molto anni 50. All My Life (Tutta La Mia Vita) irrompe con fare sbarazzino, compatta, veloce e frizzante. La suddivisione in tre blocchi è efficace e dinamica, e la struttura è alquanto particolare. "Ho buttato uno sguardo ai minuti di oggi, e ho detto che avrei voluto dire qualcosa. Appena seduto ho sentito un calore proveniente dalla sua luce rossa, quindi mi devo muovere rapidamente. Non dovrebbe durare molto". Un uomo ripercorre tutta la sua vita, le tastiere di Hensley sono rintocchi da saloon, allegri e che stemperano l'atmosfera seriosa creata dal vocalist, che riflette sulla sua situazione sentimentale, una situazione rocambolesca, perché descrive una coppia annoiata, passiva, che non ha più nulla da dirsi. O meglio, è la donna che rifiuta l'amore, se ne disinteressa, lo respinge, mettendolo in difficoltà. "Forse anche lei ci sarà? Forse non si muoverà? Vi mette insieme perché lei non dice di no. Non ho mai pensato che stavo cercando moglie, ma penso che lei possa amare il resto della mia vita". Se la musica è dinamica e allegra, almeno apparentemente, il testo è amaro e cinico, e riflette su uno stato comune tra le persone, riscontrabile in molti casi. Si prosegue con il terzo blocco, dove il ritmo procede allo stesso dinamico e grintoso passo: "Ho sposato una sola causa, non ho potuto sposarne due, voglio fare l'amore e devo incarnare voi. Ogni piccola cosa che ho cercato di dire è venuta fuori di testa mia. Doveva essere la dea bendata e lei sarà la mia". La particolarità giunge alla fine, per una coda da brividi che rivela un refrain stranissimo, cantato da un Byron strepitoso, che grida e spara acuti spaccatimpani, evidenziando una tecnica incredibile. "Ti amerò per tutta la vita" ripete il cantante, gridando sempre di più, implorando la sua amata di restare e di capire la delicata situazione sentimentale, per poi essere contornato da cori che lentamente lo vanno a soffocare, chiudendo il tutto.

Paradise

Il giro acustico di Paradise (Paradiso) plagia la mente sin dal primo istante, facendoci dondolare in un mare placido, le cui acque presto ci sommergono, risucchiandoci nei suoi abissi. Le note partorite dalla chitarra sono come delicate onde che si infrangono sulla riva. Lo scenario è sereno, paradisiaco, come suggerito dal titolo del pezzo, e persino la strofa giunge astratta, evocativa e radiosa. "Sento che ci stai provando, anche se nel mio cuore so che stai mentendo, e anche se il tuo amore verso di me sta morendo, io ti vedo piangere". Ancora una storia d'amore amara, che sta per spegnersi, lasciando posto alla solitudine e alla riflessione intima, poi Byron si distanzia dai cori in sottofondo, prendendo il sopravvento al microfono, e recita, sofferente: "Il dolore del tuo cuore segreto ti porta alle lacrime, riempiendo di paure la tua mente e la tua anima". Le tastiere e il basso arrivano timidamente, riproponendo lo stesso clima: "Ora ti tocco dolcemente, infondendoti un po' di speranza per arrivare fino alla fine. Io sono un uomo e devo mantenere le mie promesse, e così vado avanti". L'uomo fa la parte dell'uomo, e cioè cerca di proteggere la propria amata dalle avversità, nonostante questa inizia a cedere, a perdere l'emozione. Questa volta il passaggio, che possiamo definire refrain, anche se non si tratta di ritornello vero e proprio, è più lungo, e anche più vissuto: "Ma il muro del tuo cuore segreto ci mantiene a distanza, io barcollo, sto per cadere, ma tengo il punto. Perché mi hai liberato, lasciandomi qui in lacrime? Dove è l'amore di cui abbiamo tanto parlato? Dove sta il cielo sereno?". L'uomo si dispera, non riesce a farsi una ragione per la perdita del suo amore. La donna lo ha lasciato e se ne è andata via. Box prosegue con il riff, costruendo una ballata acustica amara e disperata in pieno stile Uriah Heep. "Cuori segreti e racconti disperati, in questo modo l'amore non può crescere. Spiega le tue ali, mia anima scacciata, poiché è giunto il momento di andar via". È giunto il momento di andar via, di terminate tutto, inutile aggrapparsi alla speranza che non c'è; l'amore è defunto, spezzato, e allora è meglio accettare il verdetto fatale, farsene una ragione. "Non precipiterò con te, come un angelo caduto, non mi farò ingoiare dalle tue bugie, dovrò trovare il mio sogno, e vivere in paradiso". L'uomo si ribella, apre gli occhi, accetta la sua realtà, e dice addio all'amata. Un brano affascinante, placido e oscuro, una presa di coscienza che travolge un uomo triste e solitario e che mette in luce la grande ispirazione lirica della band.

The Spell

Giungiamo alla suite finale intitolata The Spell (L'Incantesimo), costituita da tre parti, la prima e l'ultima che virano verso un rock n' roll classico, mentre il corpo centrale, lungo e articolato, è un passaggio mistico e poetico, talmente intenso da strappare via l'anima dalle viscere. "Cosa pensi che sia? Pensi che stia sognando? Non sai che io so cosa stai combinando? Chi credi ti abbia dato il diritto, nascosto dalla morte della notte, di prendere il mondo e metterlo sottosopra?" declama Byron con l'accompagnamento di tutta la band, per poi cantare alternando falsetto e voce piena nella seconda strofa: "Sembra che io abbia fatto appena in tempo a utilizzare la ragione e la mia poesia per salvarci dai mali della tua mente. Lancerò il mio incantesimo, assicurandomi di lanciarlo preciso, e accenderò un fuoco ardente solo col mio desiderio. Io ti riempirò di paura, è per questo che sono qui, e non voglio essere trattato come uno stolto". Byron incarna il mago, lo stregone, lo stesso che abbiamo conosciuto nel brano d'apertura, "The Wizard", e in questo senso l'album si riavvolge in una struttura circolare. Ecco il cambio di tempo, inatteso, splendido, che trasforma il rock n roll in una ballata da lacrime poggiata sulle tastiere di Ken. Il mago si presenta per quello che è: egli è oscurità, incanto e natura, e simboleggia il monito lanciato a tutta l'umanità, quello di comportarsi in modo corretto per rispettare il mondo. Mick Box fa l'amore con la chitarra, intonando un assolo suadente, passionale, contornato da cori struggenti che avvolgono i timpani come balsamo. Byron torna al microfono, questa volta delicato e liturgico, ammonendo il comportamento umano. "Ma quando la notte finisce e il giorno ruba la tua maschera, la bontà del sole mattutino riscalderà ciò che hai combinato e ti lascerà al freddo. Io non ho bisogno della luce lunare, tu fai male a fidarti della luce solare, io esisto non solo nelle tempeste, ma nella vita stessa, in tante forme, solo per lasciarti al freddo". La notte avvolge la vita, scansando il giorno e la sua luce, poiché nel buio si cela la verità. Quando tutto sembra finito, gli strumenti riprendono vita ed energia, e ci riportano alla parte finale, dove il rock n' roll torna a galla dagli abissi dell'incanto. "Io ti lascio, adesso, ma tu non mi sconfiggerai, faresti meglio a stare attento quando mi incontrerai di nuovo. Amore e verità mi seguiranno, un esercito portato da ogni angolo del mondo. Non potrai mai rompere l'incantesimo, io invocherò tutti i fuochi dell'inferno, e questo è il mio consiglio, per quello che vale". Il mago ci tiene d'occhio tutti quanti, lanciando i suoi incantesimi, sfidandoci ad affrontare la vita. Le liriche non sono altro che una grande lezione di esistenza, la stessa lezione che lo stregone, davanti al fuoco della sua baita di montagna, ha impartito al viaggiatore all'inizio del disco.

Conclusioni

Raccontare la bellezza, la perfezione assoluta, la complessità, di un disco come "Demons And Wizards" è quasi follia. Bisogna calarsi nei meandri dell'opera, tra i solchi di un Lp che ha fatto scuola, che ha saputo unire l'hard rock con l'esoterismo, anticipando di decenni le correnti più oscure del metal, grazie alle intuizioni geniali del tastierista Ken Hensley, artefice di un suono misterico, ancestrale e pagano, e alla sperimentazione originalissima di cori e contro-cori, che rendono il tutto più inquietante, malinconico, allegorico e spettrale, mai sentita  in ambito hard rock. Assaporare le note di un disco del genere riempie la bocca di mille colori, mille sfumature, mille idee, tra le sfuriate hard rock di "Easy Livin'", lanciato come secondo singolo, diventato famosissimo per le radio di tutto il mondo, le incursioni acustiche di "The Wizard", che introduce l'album in maniera insolita, e "Paradise", tra la poesia regale di perle quali "Poet's Justice", dal ritornello che mette i brividi, e "Circle Of Hands", tra la solennità mistica di "Traveller In Time", l'ipnotismo di "All My Life" e la cupa "Rainbow Demon", il cui titolo e i cori, inquietanti e macabri, valgono alla band inglese l'immancabile accusa di satanismo, fino a chiudere il cerchio con la lunga, immortale e notturna "The Spell", che attacca frizzante e goliardica ma che, dal secondo minuto in poi, si lascia andare a una coda straziante che strappa via l'anima dalle viscere, una delle cose più belle ed emozionanti mai sentite in una canzone. Mick Box alterna chitarre acustiche a quelle elettriche, garantendo originalità e natura alchemica, in una carambola di sentimenti atavici, e non è un caso se i due singoli scelti per promuovere l'album, ossia l'elettrica e veloce "Easy Livin'" e l'acustica e allucinata "The Wizard", dedicata in seguito alla memoria del compianto vocalist, rappresentano le due facce della stessa medaglia. "Demons And Wizards" è lo specchio di un'epoca, e svetta come uno dei maggiori rappresentanti del rock anni 70, ma è anche un lavoro intimo, estremamente variegato e sofisticato, capace di raccontare un mondo lontano migliaia di anni da noi. La forza travolgente degli Uriah Heep e della loro discografia è talmente impressionante che tante metal band hanno preso lezione dalla loro musica e dalle loro invenzioni; chiedete a King Diamond, le cui soluzioni ricalcano spesso e volentieri le tecniche adottate da Hensley, chiedete agli Iron Maiden, che molte volte li hanno citati come loro ispiratori, o a Hansi Kursch dei Blind Guardian, che non a caso ha messo in piedi un progetto parallelo alla band-madre chiamato proprio "Demons & Wizards", o agli W.A.S.P. che hanno coverizzato "Easy Livin'", o ancora ai Virgin Steele, che da loro hanno assimilato la vena teatrale. Ma tante sono le band che hanno preso il suono degli Heep, affascinati dalle loro idee, dalle loro allucinazioni e dal loro complesso simbolismo. Il disco del 1972, il quarto della band, è una di quelle pietre miliari che vengono fuori una sola volta nella vita: la copertina disegnata dall'illustratore Roger Dean, autore anche di altre loro cover, attrae gli sguardi grazie all'utilizzo di colori accesi e a un'immagine che riproduce un mondo fantasy nel quale un mago sparge magia e genialità. Lo stregone diffonde non solo magia, ma visioni notturne, allucinazioni, rituali pagani, poesie crepuscolari, cioè tutte quelle tematiche affrontate nei testi, tra l'altro splendidi e mai banali, elaborati dai musicisti. Byron, senza mai eccedere in virtuosismi, spara acuti strazianti, spesso viene avvolto dai cori demoniaci dal fascino incredibile, diventati un marchio di fabbrica, e ancora dal basso di Thain, potente e spietato, che sempre si insinua come sotto-strato, combattendo quei cori. "Demons And Wizards" è un lavoro fondamentale per la storia della musica, ed è un affresco musicale permeato di suggestioni demoniache, di maghi, di inni carnali, di intermezzi religiosi. Un connubio mai sentito prima, mai prodotto dopo, ma che ha influenzato tutto, o quasi, l'heavy metal. Benché se ne parli poco, almeno rispetto agli altri padrini del primo hard rock, gli Uriah Heep sono stati unici, specie negli anni 70, ma lo sono ancora oggi, dopo quasi cinquanta anni di carriera, perché è unica la loro musica, mai eguagliata da nessun'altra band.

1) The Wizard
2) Traveller In Time
3) Easy Livin'
4) Poet's Justice
5) Circle Of Hands
6) Rainbow Demon
7) All My Life
8) Paradise
9) The Spell