URIAH HEEP

David Byron Era

1970/1976 - Bronze Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/10/2020
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SV

Introduzione Recensione

Il genio è un valore quasi impossibile da definire, ma quando è nell'aria lo si percepisce, deriva da emozioni, da invenzioni, da idee uniche, originali, difficili da replicare e, in alcuni casi, anche da capire. Se la critica si è più volte schierata contro gli Uriah Heep, non afferrandone i principi della musica proposta, salvo poi fare dietrofront quando ormai il tempo aveva già detto la sua, escludendo la band dallo status che le è sempre spettato, un motivo preciso c'è. Gli Uriah Heep sono stati geniali, di quel genio in grado non solo di inventare cose inedite, ma di modellare i suoni del futuro, che sarebbero stati presi in considerazione quasi due decenni più tardi. Le critiche iniziali hanno precluso alla formidabile band inglese l'ingresso nell'Olimpo dei giganti dell'hard rock, e di conseguenza lo status di leggenda, semplicemente perché non li capiva. Ma gli Uriah Heep leggende lo sono davvero, perché la qualità della loro musica è unica, immensa, sorprendentemente intelligente, geniale e colta, e le loro opere gareggiano per bellezza, e spesso e volentieri vincono a mani basse, con le quelle dei loro colleghi più famosi: Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple, praticamente la triade che ha diffuso nel mondo i profumi dell'hard rock. Ecco, gli Uriah Heep sono da considerarsi la band che chiude il quadrato magico del rock duro degli anni 70, senza i quali molte delle soluzioni adottate in campo heavy metal non sarebbero state prese in considerazione. Progressive, hard rock, psichedelia, sublimi testi alchemici, accenni folkloristici, forse il più grande tastierista dell'epoca, uno dei quattro o cinque vocalist più grandi del decennio, un chitarrista e un bassista magistrali, un batterista di una precisione unica. La magia è servita. Gli Uriah Heep si impongono all'attenzione del pubblico con una serie di capolavori, almeno nella prima parte di carriera, che fanno impallidire i colleghi. I loro album sono autentiche gemme che forgiano un suono preciso e catapultano la band tra i padrini dell'hard rock. Ken Hensley, principale compositore, con le sue tastiere rifinisce ogni brano, proiettando l'ascoltatore in un lontano mondo di fantasia, primitivo, oscuro, tra rituali di magia nera e danze tribali, mentre David Byron, oltre ad essere un raffinato songwriter, con la sua voce potentissima e tecnica dà vita alle emozioni partorite dai singoli musicisti. È lui il frontman, un vero guru, uno showman fenomenale, e sulle sue corde vocali il gruppo si appoggia, costruendo linee melodiche uniche nella storia della musica rock.

Nel 1967 la rivoluzione musicale è in atto, dai meandri dell'arte sta per nascere la forma musicale più dura in assoluto, hard rock, che dal blues e dal rock n' roll trae origine per evolversi e contaminarsi con la neonata psichedelia, il folk e le soluzioni progressive. "Vincebus Erumptum", album di debutto degli americani Blue Cheer, apre un mondo fino ad allora inesplorato. Uscito nel gennaio 1968, questo lavoro anticipa tutti, tanto da essere considerato il primo vagito hard rock della storia. Derivativo del blues, tanto da contenerne alcune cover, ancora non ben direzionato, ma dalle liriche spregiudicate e il sound roccioso, "Vincebus Erumptum" proietta gli ascoltatori in un nuovo universo musicale. Qualche tempo dopo arrivano i dischi di Led Zeppelin e Deep Purple e il mondo non sarà più lo stesso. In un brevissimo lasso di tempo l'hard&heavy conquista una generazione di ragazzi, e tra questi figura un certo Mick Box, abile chitarrista inglese appena maggiorenne che nello stesso periodo si esibisce con la sua band, gli Hogwash, per i locali di Brentwood, sobborgo non troppo lontano da Londra. Al microfono vi è David Garrick, talentuoso vocalist amante del rock, del teatro e di testi esoterici, che sul palco ha un approccio recitativo molto affascinante. Poco dopo, la band cambia componenti e nome, trasformandosi in Spice. Garrick decide di farsi chiamare Byron, come il suo scrittore preferito, il cui stile narrativo, così misterioso e spiritico, lo influenza tantissimo nella stesura delle canzoni. Le cover proposte dal vivo dagli Spice vengono letteralmente stravolte e lasciano a bocca aperta il pubblico. In una serata, in mezzo alla folla c'è anche Gerry Bron, un giovane produttore che si innamora dei ragazzi a tal punto da offrire i propri servigi in qualità di manager. Trascorre qualche mese e grazie ai contatti di Bron la band riesce a firmare un contratto con la Vertigo, branchia della Philips. Durante le prime registrazioni a Londra, nel dicembre 1969, Byron suggerisce il cambio di monicker, riprendendo il nome di un personaggio nel David Copperfield di Dickens, Uriah Heep, decisamente più evocativo e appropriato per le tematiche che i musicisti hanno intenzione di affrontare. Gli Uriah Heep prendono definitivamente vita nel febbraio 1970, quando in formazione entra Ken Hensley, che con le sue tastiere rifinisce il suono della band, dandogli connotati mistici. Con Paul Newton al basso e Nigel Olsson alla batteria, quest'ultimo raccomandato da Elton John, il gruppo inizia a registrare il primo album.

E così inizia il viaggio per un mondo fatato, popolato da personaggi di fantasia, da creature bizzarre, da maghi, streghe e folletti.

Very 'Eavy, Very 'Umble (1970)

"Se questo gruppo sfonderà mi suiciderò. Ascolti le prime note del disco e già sai che sarà di una noia mortale"

Il vocalist David Byron, ricoperto da ragnatele e truccato da cadavere, posa in una delle copertine più inquietanti del periodo. L'artwork, che gioca con strani effetti di luce in una stanza completamente buia, trasmette emozioni profonde, come ansia, orrore e mistero. Un mistero che affonda in un tempo lontano, che evoca rituali arcani, segreti esoterici. Il titolo scelto, così come era stato per il nome stesso dalla band, viene ripreso dalla descrizione che Charles Dickens fa del personaggio di Uriah Heep nel suo romanzo: "grezzo ma umile". Very 'Eavy, Very 'Umble, appunto. Il disco mette in luce il genio creativo degli Uriah Heep, le capacità teatrali dei componenti, l'aspetto magico della musica, la grande tecnica compositiva. Stroncato dalla critica, non capito da molti, il debutto è un flop di vendite. Gli ascoltatori restano spiazzati da un lavoro somigliante a un rituale arcano che fonde psichedelia, hard rock e progressive, e lo fa con rara originalità, flirtando col teatro, con la recitazione, anticipando il metal sinfonico di due decenni. David Byron è un mago che offre spettacoli, la sua posa è liturgica, istruisce gli adepti, il mood generale dell'album è oscuro e intimo, e insieme alle cavalcate hard si avvale di passaggi riflessivi molto delicati. Raffinatezza e potenza uniti in un vincolo di rara bellezza che sarà rivalutato soltanto anni più tardi.

"Avevo solo diciassette anni quando mi sono innamorato della regina dei gitani. Lei mi diceva di stringerla ma suo padre, il capo, diceva che non ero benvenuto nella sua terra". Gypsy è un'apertura fenomenale, l'andamento è pressante e il vibrato di Byron teatrale. Se i versi procedono a velocità moderata ma decisamente hard rock, il lungo passaggio centrale dove basso e tastiere duellano mettono in evidenza la natura progressiva e fortemente psichedelica della canzone. Un ragazzo viaggiatore si ritrova in un villaggio di un paese lontano, dove si innamora di una zingara, figlia e amante del capo tribù che non vede bene la loro relazione. La tensione tra i personaggi è ben evocata dalla nevrosi musicale costruita sui singoli strumenti.

"Quando sono tornato dal mio viaggio per l'oceano, ho cercato di camminare nella tua ombra, alla ricerca di un posto dove nascondermi. Sono solo perché ho dovuto lasciare tutto alle spalle". Walking In Your Shadow ha un piglio sornione, un mid-tempo sensuale che racconta ancora una volta di un viaggio, di un ritorno a casa, e della delusione dell'uomo per essere stato abbandonato dalla propria donna. La casa è immersa nell'ombra, silenziosa, vuota. Restano le ombre di un passato lontano, forse felice, forse ricco di amore. Un brano che canta di solitudine, di un dolore evocato nella melodia dello splendido bridge, dove l'ugola dal vocalist si arricchisce di un vibrato orgoglioso.

"Papà, vieni qui e guarda ciò che ho trovato. È un sentiero sepolto nel terreno. Vieni via, Melinda, entra e chiudi la porta, non è niente, solo un libro illustrato che hanno rilegato prima della guerra". Come Away Melinda è il canto disperato di una bambina e di suo padre, afflitti dalla miseria, circondati dalla guerra. La ballata prosegue su toni malinconici, sfogliando le pagine di un libro illustrato pieno di ricordi. Una vita condensata in un pezzo sublime costruito sul giro di una chitarra acustica e sulle tastiere che timidamente emergono dal sottosuolo. Esplodono i cori angelici che rendono il tutto più tetro ma anche paradisiaco. Di una dolcezza inaudita.

"Appena ti ho visto, bambina, dalle labbra non mi è uscita nemmeno una parola. Ero spaventato perché pensavo che non mi avresti mai amato, ero irrigidito, paralizzato". Lucy Blues ha toni sereni, dato il tema trattato, l'amore di coppia, come da tradizione blues. Il brano, infatti, è un sofisticato rock blues dall'andamento leggiadro, con le tastiere sempre in evidenza che lo rendono molto tradizionalista, quasi jazz, e che rimanda palesemente ai Led Zeppelin anche per il modo di cantare, quasi balbettato, di Byron.

"Cenando con gli Dei della bellezza, su una riva lontana. Degustare frutti di dolcezza indicibile, mai visti prima. Stelle danzanti con voci di cristallo. Un unicorno cavalca in Paradiso". Dreammare è il pezzo che anticipa tutto sound degli Uriah Heep, dagli intrecci potenti e le atmosfere sulfuree. Le liriche sono la colonna portante di tutta la filosofia della band inglese: mondi fatati, metafore ardite, personaggi strambi. Nato da un sogno bizzarro, questo brano dal riffing graffiante racconta di una notte funestata da spettri, demoni insidiosi, "strani ma realistici oggetti". Byron è delirante, meraviglioso interprete di un uomo molestato nel sonno, che si rivolta nel letto in preda a spasmi. Sogni di pace e di serenità che si alternano a quelli terribili di distruzione. Una cantilena ipnotica semplicemente geniale, con i soliti cori che solo gli Heep sanno costruire.

"C'è qualcosa nei tuoi occhi che mi dice che te ne vuoi andare. Qualcosa che stai provando a non mostrare. Mi hai davvero distrutto". Real Turned On è un'altra cavalcata blues, questa volta incentrata sulle incandescenti chitarre di Mick Box, che qui molesta la sua ascia fino a farla sanguinare, tempestando per tutto il tempo il brano attraverso riffi e assoli assordanti che richiamano la tristezza e la delusione del protagonista delle liriche, mollato dalla sua donna e che, afflitto dalla disperazione, affoga i dolori nel vino. "Compro una bottiglia di vino. Bevo un sorto e tutto torna a posto".

"Sei venuta da me con le tue bugie ed io mi sentivo bene. Mi sono preso del tempo è poi ho notato la trasformazione, è stato difficile. Non ne voglio più sapere". I'll Keep On Trying recupera solennità e aspetto teatrale, a cominciare dai cori messi in apertura e che proiettano l'ascoltatore in un mondo cupo e disperato, nel quale urlare della crisi interpersonale che colpisce una giovane coppia. "Ricordo tutto quello che mi circondava, dai lungo e cupo inverno fino al respiro della primavera". Un brano dalla forte componente prog che ammalia, che culla, che trasmette ansia e ampie sensazioni. Il tutto viene gestito dalle tastiere di Hensley che si dipanano lentamente per tutta la durata, mettendo in scena la confusione dell'uomo costretto al perdono perché troppo innamorato.

"Svegliati, aguzza la vista per non fallire più. Alzati e combatti per i tuoi diritti, fino a quando giustizia non prevarrà. Ascolta le interminabili notti e punta al traguardo". Wake Up (Set Your Sights) è il brano più impegnato dell'album, suggerisce un impegno civile attraverso un ritmo molto particolare che flirta col jazz e con lo swing. Un sound originalissimo dove le doti recitative di David Byron raggiungono l'apice, il quale si dimena su grassi giri di basso e su un tappeto tastieristico irriverente. "Una madre grida ma tu esci ed uccidi ancora. I corpi sono sparsi ad ogni angolo del campo". Una perla conclusiva che indaga sulla mostruosità della guerra, ma più che altro sulla violenza umana. Raffinatissima la pacata seconda parte della composizione, davvero sognante, morbidissima, in contrasto con la prima metà.

Salisbury (1971)

"Una miscela di possente heavy metal e di complessità prog rock, troppo sfocato per l'ascoltatore casuale"

Nigel Olsson ritorna nella scuderia di Elton John, deluso anche dalle critiche ricevute per Very 'Eavy.. Very 'Umble, e viene sostituito dal batterista Keith Baker, che resterà in formazione soltanto qualche mese, giusto il tempo per le sessioni del secondo studio-album: Salisbury. Tendenzialmente più progressivo, in questo lavoro Hensley gode di maggior peso, non solo in fase di arrangiamento ma anche per la stesura dei testi. Oltre a Byron e Box, il tastierista si ritaglia il suo spazio, diventando leader, arricchendo il sound del debutto col suo trionfalismo classico. I toni si fanno più distesi e imprevedibili, la title-track è una suite straordinaria che si avvale di un'orchestra di ventiquattro elementi e che mette in luce l'amore di Hensley per la pomposità della musica Wagneriana. Il titolo scelto per il secondo sigillo, un vero capolavoro di hard prog, riprende il nome di un'area militare in Inghilterra, ed ecco perché in copertina figura un carrarmato inglese. I pezzi in scaletta sono soltanto sei, come nella migliore tradizione progressive, ma prima di arrivare alla conclusiva "Salisbury", opera massima della band, il disco viene attraversato da numerose scariche elettriche, da bombe sonore a emozionanti ballate, trovando il fulcro nella folkloristica "Lady In Black", scritta e composta dal tastierista. Sfortunatamente, così come era stato per il debutto, anche questo lavoro non viene capito dalla stampa, confuso dall'amalgama di stili e dalla rivoluzionaria natura degli Uriah Heep.

"Posso intuire dal suo sguardo che devo stare attento, mi fissa come a dire -Prova a muoverti, se osi-, e così devo rimanere seduto e giocare di strategia. Per un po' so che anche lei farà lo stesso". Bird Of Prey è una caccia notturna, il volo spericolato di un rapace che cerca di addentare al volo la preda. Cori e contro-cori si sgretolano di fronte agli strazianti acuti di un Byron spaventoso, mentre tastiere, basso e chitarra corrono veloci, liberi di solcare un cielo pericoloso. La cadenza data dal drumming è nevrotica, specialmente nell'attacco di ogni strofa. Un terremoto metallico davvero pressante per l'epoca. L'uccello in cerca di preda è metafora di libidine, di istinti carnali che si impossessano dell'uomo fino a soffocarlo. L'amore è un gioco di strategia, così il sesso.

"Lasciami camminare da solo, tra le sacre rocce e grosse pietre. Lasciami credere invano che ci sia qualcosa, come la bellezza di ogni singola foglia". The Park è tutta gestita dalle tastiere, per una cantilena che elogia la bellezza del creato. I sospiri di Byron sono gemiti di piacere alla vista di una natura incontaminata, di una delicatezza unica che sposa alla perfezione lo strato di tastiere. Il clima è disteso, paradisiaco, e così la band ci prende per mano per mostrarci un mondo incantata che strega ogni sguardo. "C'è del verde su ogni lama, le cime degli alberi offrono ombra. Un cavallo non sente dolore, i bambini fanno avanti e dietro sulle rocce, il cielo è sgombro da nuvole. Un posto pieno di gioia di amore". Una poesia che nella coda conclusiva fa emergere il suo spirito progressive, in questo contesto la band si lancia in una jam che avvolge i timpani con suoni delicati.

"Lasciami vedere la luce del sole, lasciami sentire la pioggia, lasciami andare ovunque voglia. Voglio sentire l'odore dei fiori, guardare l'alba e ritrovare gli amici che avevo". Time To Live prosegue la scia di positività presente nel brano precedente, il cantato è leggiadro, anche se questa volta la sezione ritmica riprende vigore. Il basso è pulsante come un cuore felice di vivere, la batteria riproduce i passi di un uomo che si incammina verso il suo destino, e che è contento di esistere. Un brano profondo, che ricorda di quanto sia importante la libertà individuale. "Ho trascorso venti anni in una sporca prigione, senza mai vedere la luce del giorno. È stato un inferno, ma era il prezzo che dovevo pagare". La traccia parla di un assassino, arrestato e messo in carcere, che dopo venti anni riacquista la libertà. L'uomo però non è pentito di aver ucciso, non dice il perché, ma dalle sue parole si intuisce che ha compiuto il gesto per un buon motivo, forse per proteggere qualcuno.

"È venuta da me una domenica mattina, i suoi lunghi capelli mossi dal vento invernale. Mi ha trovato mentre stavo camminando nelle tenebre e mi ha salvato dalla distruzione e da una lotta che non avrei mai potuto vincere". Lady In Black è il capolavoro folk cantato da Ken Hensley, una ballata mistica costituita da un unico giro di chitarra spettrale che si ripete per tutta la sua durata senza mai cambiare ritmo. La Signora in Nero, tanto decantata nelle liriche, non rappresenta la Morte, bensì la Vita, perché questa giunge in soccorso di un uomo in guerra, salvandolo dalla distruzione e dal dolore, trascinandolo via dal campo di battaglia. Come divinità, la Vita passa a prendere tutte le persone pure, portandole con sé verso un futuro di libertà. E così la coda finale è un tripudio di cori che inneggiano alla salvezza.

"Tu, che hai portato la luce ai miei occhi. Tu, che mi chiedevi del mi triste travestimento. Ho un amore che non può morire, alta sacerdotessa del mio cuore". High Priestess è una sofisticata canzone rock, ricca di magia, che si avvicina a una specie di rituale d'amore. Sembra di vedere un uomo, in ginocchio nel tempio della sua dea, a pregare di essere ascoltato, stufo di un mondo che non gli appartiene più. "Allora amiamoci in cielo, lasciamo il mondo solitario". Forse si invoca la morte, la bellezza dell'eternità, di un amore celestiale e infinito. Spunta il refrain, d'impatto, che coinvolge i sensi, induce a cantare.

"Ti muovi in silenzio, mi tocchi la con la mano, proprio come la pioggia che accarezza ogni granello di sabbia. Faremo questa cosa, per me e per te". L'album si chiude con l'epopea intitolata Salisbury, suite bellica e pomposa eseguita con l'orchestra. Si tratta della disamina su un amore stroncato, la guerra in questo caso identifica il conflitto interiore di un uomo che è stato lasciato, dal cuore in tumulto e la mente confusa. Tutta la prima parte è un'introduzione progressiva che tanto assomiglia a una colonna sonora per film. Quando prende origine la parte rock, con l'intervento delle chitarre e della batteria, il brano si trasforma con una serie di cambi di tempo spettacolari. La band se la prende comoda, non ha fretta, e così suddivide il brano in varie parti. La melodia è incredibile, così l'utilizzo della strumentazione, orchestra compresa. "Il tuo bacio ora è più morbido, il tuo respiro si sta scaldando, dobbiamo prenderci il nostro tempo, tutto fino all'alba". Il break centrale è da infarto, col basso in primo piano e il ritorno prepotente della sezione orchestrale, poi Box attacca con un assolo che lascia a bocca aperta. Un monumento alla musica.

Look At Yourself (1971)

"È arrivato il momento in cui la band si rende conto di aver trovato davvero la sua solida direzione musicale"

Appena Salisbury viene pubblicato, Baker lascia la band. Per il tour gli Uriah Heep ingaggiano Ian Clark, proveniente dai Cressidra, prog band sotto contratto con la Vertigo. Se il disco non riesce a fare breccia nei cuori dei critici della carta stampata, che gli affibbiano voti bassi e lo accolgono freddamente, il relativo tour è un successo. La band dal vivo è fenomenale e oscura gli Steppenwolf, ai quali deve fare da spalla. Quando rientra in patria, il contratto è in scadenza e va assolutamente rinnovato, il produttore Gerry Bron si mette all'opera e fa firmare i ragazzi con la Bronze. Caratterizzato da potenti linee hard rock che collimano con parentesi progressive, Look At Yourself riprende la lezione del precedente album e la consolida, riuscendo a convincere tutti della proposta, persino i detrattori. I singoli "Look At Yourself" e "July Morning" entrano in classifica, specialmente il secondo, ispirato a un malinconico canto tradizionale bulgaro e accostato da molti a "Stairway To Heaven" dei Led Zeppelin e a "Child In Time" dei Deep Purple per via della sua lunga progressione epica. Se i brani racchiudono tutta la grandezza creativa degli Uriah Heep, l'artwork originale è l'emblema dei contenuti, raffigurante il leitmotiv principale, ovvero l'introspezione. L'idea viene in mente a Mick Box, che chiede alla produzione di stampare in copertina un foglio argentato che, come uno specchio, possa riflettere le immagini, deformandole. L'intento è quello di rendere visibile il nostro Io interiore, e se il nostro aspetto fisico è ben delineato, il nostro animo è indecifrabile. Da questo presupposto Look At Yourself prende origine, mettendo in scena paure ataviche e crisi di identità.

"Hai un amico che ti fissa, non essere spaventato da te stesso, guardati alle spalle, voltati, ma non essere spaventato da te stesso". Look At Yourself è un pezzo hard rock spietato, dal riffing affilatissimo e i sintetizzatori sparati che risultano ossessivi, morbosi, dando la sensazione di alienazione. Al microfono troviamo Hensley, Byron il giorno delle registrazioni stava male, aveva problemi alla gola e perciò si fece da parte, salvo poi tornare in sala di registrazione qualche giorno dopo e inserire i cori, rifinendo l'intero brano, dandogli quel tocco inquietante in più. Una vertigine sonora che punta dritta all'animo umano, che scaraventa in un incubo, per giungere all'ultima fase, davvero delirante.

"La mia immaginazione vola per qualche altro cielo soleggiato, dove mi sento così bene e dove ogni cosa è a posto". I Wanna Be Free è leggiadra, trasmette benessere. Improntata su linee vocali armoniose, questa perla hard rock parla di un uomo che non ha niente, eppure è felice di respirare di esistere, di vivere. È contento di esserci riappropriato del proprio tempo per dedicarsi alle passioni che più lo aggradano. "Il mio tempo è solo mio, e il mio cuore si sente così libero". Dopo l'irrequietezza del brano di apertura, I Wanna Be Free offre un'altra sfumatura caratteriale.

"C'ero in quella mattinata di luglio, alla ricerca dell'amore, con la forza di un nuovo albeggiante giorno e la bellezza del sole". La lunga ed epica July Morning è il capolavoro del disco, dieci minuti di rara intensità, brillanti come il sole mattutino. Le lucenti note del brano sono evidenziate dal tappeto che Hensley riesce a creare, sul quale batteria e basso duellano in un canto liberatorio immortale. Ispirata a un'armonia tradizionale bulgara, questa ballata narra della ricerca, da parte di un uomo, della propria strada. "Al suono del primo uccello canterino, stavo partendo da casa con lo stormo, e la notte alle spalle e una strada da seguire". Ogni giorno è una nuova avventura che va affrontata a testa alta. La fase centrale, ovvero quella più tendente al prog, ricorda i panorami e i luoghi balcanici. C'è malinconia nell'aria, forse anche tensione, il basso è teso, così come la voce del vocalist, che interpreta il viaggio dell'avventuriero. Le tastiere sperimentano i suoni più disparati, accompagnando l'ascoltatore al traguardo.

"Pensavo che nessuno potesse impedirci di condividere il resto della nostra vita. Come uno sciocco credevo che tu fossi sincera, ma con le lacrime agli occhi faccio finta che tu non sia più mia". Tears In My Eyes è un proiettile hard nel quale è presente acredine, rimorso, frustrazione, da parte di un uomo nei confronti della propria donna. Un amore frantumato dalle pretese di lei, un cuore fatto a pezzi, illuso. "È la brutta storia di una donna che abusa di un uomo" grida David Byron alla donna che lo tradito. La poesia della band però fa capolino a metà brano, quando i cori invadono tutto e il sound si ammorbidisce. I cori rappresentano gli echi che bombardano assillanti la testa del protagonista, le chitarre acustiche si presentano in grande spolvero, duellando con quelle elettriche e creano una certa dualità che si rispecchia nella personalità dell'uomo ferito.

"Pensi che l'amore è soltanto dolore, e così più ti ferisce e più tu sorridi. Fallo scomparire quando pensi che sia abbastanza, abbattilo". Shadows Of Grief è un capolavoro di malessere, un'ombra di dolore scandita da una sezione ritmica luciferina, con l'alternanza di tastiere e batteria che crea un effetto straniante. L'atmosfera che si respira in questo brano è malvagia, infernale, tanto che si parla di un uomo che flirta con la pazzia. La band costruisce un pezzo folle, con i suoi sali-scendi, le voci sospirate che mergono dalla foschia come se ci trovassimo di fronte a un rituale magico. È follia messa in musica, arte immortale che si compone di numerosi cambi di tempo e di momenti a se stanti che denotano una forte sperimentazione.

"E così pensi di aver trovato uno stile di vita che possa farti restare sveglio. Bè, amico mio, ascolta ciò che sto per donarti, è un pezzo della tua mente". La delicatezza sulfurea di What Should Be Done colpisce al primo ascolto, una ballata nuvolosa che prende a piene mani dal soul, con i cori gospel in sottofondo e il pianoforte che asseconda la delicata voce di Byron. "Correrai verso i problemi, di sicuro, non puoi vivere dietro una porta chiusa. Devi correre il rischio di essere schernito se vuoi fare ciò che desideri". Il testo è un semplice consigli che un uomo dà al suo amico per farlo uscire dal guscio, per fargli vivere la vita senza paure. Inutile chiudersi in casa, bisogno rischiare e persino fallire, per poi rialzarsi e ricominciare da capo. Siamo in territori mistici, mai gli Heep sono stati così delicati, tanto da abbracciare l'ascoltatore in una nuvola di fumo. Una canzone che fa stare bene.

"Piccolo amoruccio, tu mi fai correre, sei una macchina dell'amore e sai che io sono la tua pistola". Love Machine è tutto ciò che non era What Should Be Done, ovvero istinto primordiale. L'alta carica erotica è data da un testo essenziale, tradizionalmente rock, che parla di eccitamento sessuale, e da una ritmica sfrenata che acchiappa al primo ascolto, inducendo a danzare. "Lei mi diceva che era una perdente, il tipo che sbaglia tutto quanto, ma io ho provato duramente a soddisfare la tua sete. L'unica volta che lei è felice è quando volano i proiettili e ti fa sentire meglio di tutti gli altri". Siamo in territori rock n' roll, puro divertimento, per un brano che scrolla di dosso la tensione accumulata lungo il percorso musicale di Look At Yourself.

Demons And Wizards (1972)

"Un disco cupo, solitario, contemplativo, che esiste in un flusso nebuloso sul lato più mistico del primo heavy metal"

Paul Newton, sentendosi messo da parte, schiacciato dal peso artistico degli altri membri, conclude la sua avventura con la band, al suo posto viene reclutato Gary Thain, bassista venerato in ambito musicale. Mick Box è entusiasta di averlo tra le proprie fila, ma non solo, poiché a lui si unisce anche il geniale batterista Lee Kerslake. Con questa formazione gli Uriah Heep esplodono definitivamente, elevando il proprio genio oltre ogni confine stilistico. L'apice arriva con Demons And Wizards, straordinario affresco fantasy che include tutte le caratteristiche che hanno reso grande la band nel tempo: una copertina fantasy, disegnata da Roger Dean, che esprime la filosofia dei musicisti, e splendide liriche incentrate sulla magia, su mondi indefiniti, su dimensioni lontane. Le creature fantasiose create dai musicisti qui prendono vita in uno dei più grandi album mai realizzati, dove ogni singola nota rasenta la perfezione e ogni testo è pura poesia. "The Wizard" è il primo singolo, un'acustica gemma che incarna il personaggio-icona degli Uriah Heep, ossia il mago, appellativo con quale i compagni chiameranno il vocalist David Byron, talmente istrionico sul palco da stregare la folla, sia con il suo portamento che con la sua voce. "Easy Livin'" è il brano più popolare, un proiettile che lo stesso vocalist esegue magicamente durante i concerti. Gli Uriah Heep trovano un successo a lungo cercato, e dopo tre straordinari capolavori, raggiungono la loro massima espressione, entrando di diritto nella storia del rock.

"Lui è stato il mago di mille re, io lo incontrai casualmente una notte, mentre vagabondavo. Mi raccontò storie e bevve il mio vino". Ci vuole coraggio per introdurre un disco hard rock con una semi-ballata acustica, eppure gli Heep scelgono non solo The Wizard come brano di apertura, ma persino come primo singolo. Il ritmo di questa cantilena acustica è psichedelico e oscuro, si staglia nei meandri della mente dell'ascoltatore grazie a un fraseggio inquietante. Un viaggiatore si ritrova faccia a faccia con uno stregone, mentre scala la montagna, e questo chiede di conoscere il segreto della vita. I cori donano un aspetto demoniaco. "Lui aveva un mantello d'oro e occhi di fuoco, e quando proferì parole sentii il bisogno di liberare il mondo dalla paura e dal dolore". La tensione cresce, la chitarra di Box si gonfia, e così la voce di Byron, che racconta di questa affascinante figura. Se la musicalità resta tesa e mistica, il testo rassicura, poiché, tra mille fantasie e misteri da scoprire, alla fine si parla di amore e di felicità.

"Ogni giorno devo guardare solo per capire da dove sono arrivato. Ci deve essere un tempo preciso per tornare a casa. Sono stanco di restare solo, ma sono un viaggiatore nel tempo e pago il mio crimine". L'anima hard si scatena con Traveller In Time, ma è un effetto illusorio, perché le chitarre sfrontate, dopo un attacco dirompente, si infrangono contro un giro di basso dal sapore funky. Liriche fantascientifiche, ma che potrebbero essere più reali di quel che sembrano, tanto che viene il sospetto che si stia parlando di un uomo chiuso in carcere. L'immaginazione del recluso è potente, tanto che sento il sapore della libertà, di casa. "Se potessi tornare indietro nello stesso modo di come sono arrivato qui, e rivedere le persone che un tempo amavo, cercherei una risposta migliore". Kerslake spezza il ritmo, il suo drumming è duro e preciso, e origina un bridge favoloso, ricco di melodia.

"Questa è una cosa che non ho mai conosciuto prima, si chiama vivere sereno. Questo è un posto che non ho mai visto prima, ma ora sono stato perdonato". È curioso notare che, in Easy Livin', nonostante un impatto frenetico e dinamico, si mantenga uno spettro musicale alchemico, merito delle tastiere di Hensley, che rifiniscono la sezione ritmica infondendo un'aura demoniaca. "Vivere sereno. Sono stato perdonato da quando hai preso il tuo posto nel mio cuore". Si parla di amore, di essere amati, di amare. Grazie all'amore le debolezze svaniscono all'istante e l'animo si rasserena. La solitudine è terminata.

"Ali gelide e cieli nuvolosi, girano attorno alla dolcezza dei suoi occhi, e la è venuta alla vita con sorpresa". Poet's Justice è grazia divina e genio incontenibile. Se da una parte troviamo strofe gelide, ricche di sfumature, ed energiche, il ritornello ha un cuore morbido, malinconico e poetico, nel quale si ritrae l'essenza stessa dell'amore. "La pioggia l'ha spazzato via propri quando ho pensato che lei potesse rimanere. Il sole è andato via e mi ha lasciato a bocca asciutta, l'amore è venuto da me e mi ha toccato e baciato a lungo". Un amore giunto in autunno, portato lì con venti freschi e cielo che promettono pioggia, ma spazzato via in un breve istante. Il sole si è eclissato, lasciando solo spazi spettrali e ghiacciati.

"Cerchio di mani, ripiano di freddi spiriti, cercano la mia terra. Mi sono imbattuto nel nemico, il dolce prezzo dell'amore, e di fronte alla bellezza il male è stato sconfitto". Circle Of Hands è sinuosa poesia, introdotta dalle magiche tastiere in una lunga intro da brividi. L'atmosfera è romantica, ma anche oscura, e si distende placidamente sui toni delle tastiere, rilassando copro e mente. La bellezza e l'amore hanno vinto sul male, almeno per ora. Il nero proveniente da un cuore maligno giunge all'improvviso, espandendosi dalle tombe dei defunti, perché il male si reincarna prendendo varie forme. "Dobbiamo respingerli o presto pagheremo, e conteremo il prezzo del dolore, sacrificandoci. Il futuro ha un costo, e l'oggi è soltanto il domani di ieri". Esortazione alla lotta e alla resistenza, contro i colpi inferti dal destino nefasto e dal dolore quotidiano. Il cerchio delle mani è costruito da tutti noi uomini, mano nella mano, come una catena invisibile. Un canto di pace e di speranza.

"Lì cavalca il demone arcobaleno, su di un cavallo di fuoco cremisi. Ombre nere lo seguono da vicino, sulla scia del suo desiderio". Rainbow Demon attacca in modo inquietante, e subito si procura le immancabili accuse di satanismo da parte della stampa. In questo pezzo si parla del popolare Demone Arcobaleno, che secondo la tradizione sciamanica è simbolo divino che collega cielo, terra e inferno. Quando vediamo l'arcobaleno in cielo, infatti, significa che un demone del paradiso è stato scacciato all'inferno. "Demone arcobaleno, prendi il tuo cuore e corri, vivi per la tua spada e la tua pistola". Byron recita con voce grave, facendosi largo su un tappeto di tastiere cupissimo, somigliante a una cerimonia religiosa. Una danza tribale, un ballo demoniaco attorno al fuoco per invocare l'apocalisse. Gli strumenti si carina di effetti psichedelici, sfidandosi in una ballata oscura e pagana.

"Ho sposato una sola causa, non ho potuto sposarne due, voglio fare l'amore e devo incarnare voi. Ogni piccola cosa che ho cercato di dire è venuta fuori di testa mia". Il rock n' roll torna prepotente sulle corde del grande Mick Box, che esegue un riff trascinante e sporco. All My Life irrompe con fare sbarazzino, compatto, veloce e frizzante. La suddivisione in tre blocchi è efficace e d'impatto. "Doveva essere la dea bendata e lei sarà la mia". Un uomo ripercorre tutta la sua vita, le tastiere di Hensley sono rintocchi da saloon, allegri e che stemperano l'atmosfera seriosa creata dal vocalist, che riflette sulla sua situazione sentimentale. Una coppia annoiata e passiva, descritta in un pezzo veloce, almeno fino alla sezione finale, che rivela un refrain stranissimo, cantato da un Byron strepitoso che grida come un dannato.

"Sento che ci stai provando, anche se nel mi cuore so che stai mentendo, e anche se il tuo amore verso di me sta morendo, io ti vedo piangere". Il giro acustico di Paradise plagia la mente sin dal primo istante, facendoci dondolare in un mare placido, le cui acque presto ci sommergono, risucchiandoci negli abissi di una cupa ballata. Le note della chitarra sono onde che si infrangono sulla riva, lo scenario è sereno e le strofe sono astratte e suggestive. "Il dolore del tuo cuore segreto ti porta alle lacrime, riempiendo di paure la tua mente e la tua anima". Ancora una storia d'amore amara, che sta per spegnersi, lasciando posto alla solitudine e alla riflessione intima.

"Sembra che io abbia fatto appena in tempo a utilizzare la ragione e la mia poesia per salvarci dai mali della tua mente. Lancerò il mio incantesimo e accenderò un fuoco ardente solo col mio desiderio". Si giunge alla fine dell'album con la suite The Spell, costituita da tre parti, la prima e l'ultima che virano verso un rock n' roll classico, mentre il corpo centrale, lungo e articolato, è un passaggio mistico e poetico, talmente intenso da strappare via l'anima dalle viscere. Byron incarna lo stregone, lo stesso che abbiamo conosciuto nel brano di apertura. Il rock poi si trasforma in una ballata poggiata sulle tastiere notturne. "Ma quando la notte finisce e il giorno ruba la tua maschera, la bontà del sole mattutino riscalderà ciò che hai combinato e ti lascerà al freddo, io non esisto solo nelle tempeste, ma nella vita stessa, in tante forme, solo per lasciarti al freddo". Lo stregone incarna la notte, le tenebre, l'incanto e la natura, simboleggia il monito lanciato a tutta l'umanità, quello di comportarsi in modo corretto per rispettare il mondo.

The Magician's Birthday (1972)

"La band era molto concentrata in quel periodo. Volevamo tutti la stessa cosa, volevamo tutti fare gli stessi sacrifici per raggiungere gli obiettivi e siamo stati tutti molto impegnati"

Considerato l'altra faccia della medaglia di Demons And Wizards, The Magician's Birthday è il gemello malvagio, dato l'aspetto luciferino che traspare, basato liberamente su un racconto breve scritto da Hensley. I brani sono tutti introspettivi e con protagonista un uomo caduto nella trappola della depressione, che sogna di mondi lucenti e spensierati. Ancora lo stregone è protagonista del concept, ma questa volta il tutto è intriso di atmosfere più cupe e astratte. Mistico, metallico, uno spettro di colori indefiniti, quasi tutti tendenti al cupo, The Magician's Birthday mette in risalto la grandissima ispirazione del periodo, con i musicisti sommersi di impegni, tra album, concerti e dischi solisti. A questo punto, l'ego di Ken Hensley è troppo vasto per essere contenuto; il tastierista accumula tantissimo materiale che i compagni scartano perché considerato troppo distante dalla visione musicale degli Uriah Heep, e così lo raggruppa nel suo primo lavoro solista, Proud Words On A Dusty Shelf, pubblicato poco tempo dopo. "Sweet Lorraine" è il primo singolo estratto, si tratta del brano neanche troppo semplice, che alterna strofe rock n' roll a esperimenti sonori che ne spezzano continuamente il ritmo, ma comunque adatto ai passaggi in radio, tutto l'opposto della title-track, suite progressiva con connotati epico-fantasy e struttura multistrato in continua mutazione, che vede un'epica battaglia tra umanità e demoni, illustrata dalla splendida copertina rosso sangue, dove un uomo armato di spada fronteggia un pericoloso mostro. Il relativo tour è un successo che culmina nel primo live-album registrato a Birmingham nel gennaio 1973, intitolato semplicemente Uriah Heep Live.

"Un nuovo giorno irrompe, il mattino di un altro giorno senza te, le ore scorrono e non c'è nessuno che mi veda piangere. Nessuno, eccetto l'alba e te". Sunrise è una cantilena acustica con un arrangiamento simile al brano "The Wizard". Tra le sue trame si intuisce un certo misticismo, un mondo magico creato dalle voci multistrato di David Byron, sovraincise, che mettono in luce la sua spaventosa tecnica. Gli acuti in sottofondo sono demoniaci, il mood generale è amaro, eppure il testo è contemplativo, dove un uomo, rimasto solo, passeggia in riva al mare, contemplando l'orizzonte infuocato. "Occhi stanchi che puntano alla riva, in cerca di amore e nient'altro. Ma il mare scorre via e nessuno vede che sto piangendo. Alba, benedici i miei occhi, cogli la mia anima, rendimi grande ancora". La melodia è evocativa, liquida e spumosa come le onde del mare che si adagiano sulla battigia, il refrain spezza con i versi in acustico, esplodendo in un trionfo di grida, riff possenti e tastiere che prendono forma.

"Avevo una donna-ragno e mi piaceva. Lei mi incatenava nella sua tela, mi ha fatto perdere la libertà di realizzarmi, e così le sono stato al fianco". Spider Woman è un breve brano country che racconta di una donna fatale che sottomette il proprio uomo. L'andamento è diretto, il clima frizzante da saloon, e trasmette grinta e foga. Se le liriche abbracciano la filosofia della band, la musica se ne distacca, mostrando un lato inedito. "Le ho raccontato una mia visione ma lei mi ha riso in faccia, così le ho detto di andarsene e di camminare in strada, ma quando mi ha calpestato i piedi ho perso il controllo". Divertente, una canzone che spezza, interposta tra due pezzi simili tra loro.

"Più strano dell'aurora, più cupo della notte, più violento di una tempesta, questa è la delizia dell'uomo". Il tema è la condizione dell'uomo, il sole è divinità benefica che dona salvezza. Come nel brano di apertura, anche in Blind Eye la realizzazione di se stessi è il fulcro delle liriche. Anche l'andamento ricorda "Sunrise", con le chitarre acustiche in primo piano e la voce declamatoria di Byron. "Corro in un logo nel mare aperto, dove ho impegnato la mia vita al sole. È stato bello per un po', potevo ridere, potevo essere sereno, ma un giorno mi sono svegliato e il sole era sparito". Bellissimo il lavoro al basso, che rifinisce il tutto, accompagnato dai fraseggi di chitarra che ricordano una danza antica. Le percussioni si muovono leggiadre, il vocalist è un mago incantatore che tradisce un animo fin troppo terreno, parlando della depressione che si è impossessata di un uomo.

"Ho ascoltato gli echi nel buio, distinte voci del passato, e ho visto lontano nella notte e indugiato nella terra delle tenebre. Sono nato lontano dall'alba, nella foschia, in una notte nuvolosa". Tenebrosa e psichedelica, Echoes In The Dark recupera il lato più oscuro degli Uriah Heep. Hensley sperimenta nuovi suoni, mentre Box incanta con un fraseggio passionale che mette i brividi. Il clima è nostalgico, nel testo un uomo si chiude in se stesso, depresso, e ricorda con rammarico i giorni felici, pieni di luce. "Il giorno delle tenebre arriva per ogni uomo e indugia mentre questo stende la mano, e non può sapere come e quando finirà, finché non scopre che ha un amico". Le tenebre hanno avvolto l'uomo, nato sotto un sotto sfortunato, ma forse qualcuno, un amico, lo aiuterà a uscire, riportandolo alla luce. Il momento migliore arriva con il bridge, dalla melodia stupefacente, quasi una richiesta di aiuto e una speranza per il futuro.

"Fuori sta piovendo, ma questo non è inusuale, eppure il modo in cui mi sento sta diventando usuale. Le nuvole si stanno muovendo lontane dal giorno per arrivare dentro me". Rain è la classica ballata voce e piano, un capolavoro di una delicatezza unica. La voce di Byron si sposa perfettamente con il pianoforte, rendendo il tutto più umido, astratto. La pioggia è metafora di confusione e di depressione. "Ora sta piovendo dentro, c'è un po' di vergogna e mi sta affogando. Un uomo felice dovrebbe fare ciò che vuole, non sprecare tempo. Il mondo è vostro, ma io sono mio". Un paesaggio sfocato, sommerso dall'acqua, non una tempesta, piuttosto una pioggerella fine e delicata che accompagna col suo ticchettio. Ma l'animo dell'uomo è triste, affogato in questa pioggia, perché si sente solo e abbandonato.

"Vorresti prendere questa magica pozione insieme a me, un viaggio cosmico verso un lontano parco-giochi. Dolce Lorraine, che la festa abbia inizio, tu ed io nuoteremo nel mare e sentiremo la brezza". Il singolo Sweet Lorraine è particolare, perché se da una parte melodie e struttura delle strofe sono estremamente semplici, dall'altra gli intermezzi sono psichedelici, merito dei suoni sperimentati dalle tastiere di Hensley. Un rock n' roll dagli effetti alienanti e dal testo ambiguo. "Non c'è tempo, né ricchezza, solo intorno a te la fortuna ti guida ed è sincera". La magia tipica dei testi della band questa volta tratta di un mondo fin troppo reale, così come i personaggi coinvolti. Una coppia in amore che assume la sua pozione magica, un sentimento? Una droga? Tutto può essere, l'importante è che la faccia evadere con la mente, oltre i confini del mare, verso nuovi orizzonti. Una fuga dalla realtà attraverso i sensi.

"Abbiamo raccontato le nostre storie mentre eravamo seduti sotto il cielo assonnato del mattino, con i colori dell'alba che brillavano nei nostri occhi. Uno dopo l'altro con una storia di ieri". Il testo di Tales è un vero capolavoro, una disamina sul senso della vita. Byron si traveste da profeta che ha scoperto il mistero dell'esistenza e sprona gli ascoltatori a non sprecare più tempo. Si tratta di una cantilena acustica contornata da effetti cosmici, così seria e impegnata. I saggi si radunano sotto un cielo appena illuminato dall'alba e raccontano le proprie esperienze. "Così abbiamo imparato a vivere, mentre gli uomini mortali aspettano solo di morire. Come possiamo fare ciò che deve essere fatto in una vita tanto corta". L'immortalità si raggiunge abbracciando la vita in ogni sua esperienza. L'andamento è teso, la bella melodia tradisce comunque un sentore di amarezza, di inquietudine che altro non è che la condizione subordinata del mortale, che al posto di vivere davvero aspetta la morte. Ma in una vita così breve, quante esperienze si possono fare?

"Nel giardino magico qualcuno sta cantando, qualcuno sta danzando, mentre la luna di mezzanotte brilla alta in cielo. Le stelle sono luminose e le sfingi ascoltano in silenzio il racconto magico di vite che il mago ha guidato". Arriva la suite The Magician's Birthday, un'opera immensa, multistrato, perché costruita su diversi blocchi poi assemblati. Qui siamo oltre la sfera prog, dieci minuti di improvvisazione e di repentini cambi di tempo e di scena. Il primo blocco è rock n' roll, c'è euforia nell'aria, tutte le creature presenti in un luogo incantato si preparano per la festa del mago. "Andiamo al compleanno del mago, in una foresta, non così lontano, dove c'è molto da fare e da dire, intanto che ascoltiamo suonare l'orchestra delle orchidee". Il basso di Thain anticipa un passaggio maligno, la cantilena che i personaggi intonano per festeggiare il mago ha un'aria sinistra. Le tastiere sono ipnotiche, l'atmosfera demoniaca. "Dopo mezzanotte guardiamo danzare i fuochi fatui, l'aria si fa gelida e sembra infastidire la fiamma, la musica svanisce, riempita della paura di morire, e così aspettiamo che fiorisca qualcosa di maligno". I cori aumentano la sensazione di spaesamento, ma nonostante ciò la festa prosegue, aspettando la mezzanotte dove si scatenerà l'orrore, che giunge quando la batteria si rafforza e le tastiere emettono inquietanti note. A questo punto cala la notte profonda, tutti smettono di danzare, il ritmo si velocizza. Box esegue un grintoso assolo che si prende tutta la parte centrale. "Combatterò i tuoi incubi col mio sogno, non puoi sfiarmi, dalla mia ho la spada dell'odio e la mia impenetrabile fortezza d'amore". Il duello finale è da cardiopalma, Byron si sdoppia interpretando i due personaggi che si fronteggiano, quelli della copertina, l'umano e il demone, alternando voce piena a falsetto. Intanto la musica sfuma, chiudendo un lavoro magistrale.

Sweet Freedom (1973)

"Appena un anno fa, gli Heep trovarono l'America piena di pazzi minacciosi e tornarono di corsa in Inghilterra sotto shock. Ma un nuovo sguardo agli Stati Uniti ha cambiato le loro menti un tempo torturate"

Nel 1973 gli Uriah Heep hanno già esplorato mondi fantastici e raggiunto finalmente il successo che meritano, la critica fa dietrofront e incomincia a rivalutare i primi lavori. Il pubblico, incoraggiato dai commenti entusiasti dei critici, recupera gli album, in particolare Very 'Eavy.. Very 'Umble e Salisbury, che erano stati flop di vendite, e li riporta in classifica. Il sesto album si intitola Sweet Freedom, in questo contesto la band si distacca dal mood fantasy, abbracciando nuovi stili, pur conservando l'anima esoterica, e puntando su testi più concreti che parlano di sogni, di vite sprecate e di speranze, dove il sole è costante protagonista, incarnazione di libertà. La produzione viene maggiormente curata, anche grazie all'utilizzo di nuove tecnologie, il sound si fa meno incantato e più morbido, dove a trionfare sono il basso di Gary Thain, che qui fa un lavoro magistrale, e le tastiere di Ken Hensley, meno spericolate rispetto al passato, ma altrettanto magnetiche nel formulare un suono misterioso. "Stealin'" è il primo singolo, un successo che entra in classifica e che dimostra il nuovo approccio stilistico, più semplificato e in linea con l'hard rock che va per la maggiore, e così il secondo singolo "Seven Stars", simile nell'attitudine stradaiola. L'album esce in contemporanea con il primo album solista di Hensley, che è costretto a promuovere entrambi i lavori, lavorando senza pausa. Sweet Freedom è un disco meno prog, le cavalcate epiche sono drasticamente ridotte in favore di un impatto mirato, ma non manca certo la magia tipica degli Uriah Heep. Per molti questo è un leggero passo indietro, per altri si tratta invece di un album capace di semplificare e decodificare la bellezza dei due dischi precedenti, senza perdere un briciolo di qualità. Sta di fatto che la band guarda al futuro con ottimismo, e per questo viene fotografata e messa in copertina, davanti a un tramonto rosso fuoco che trasmette speranza per il futuro.

"Sentite cosa sto per fare. Percorro la strada del mistero, appeso alla minaccia di un mondo di fantasia. Una vastità nera che si palesa sul mio viso, sepolta nell'immagine di uno spazio vuoto". Dreamer è una robusta apertura hard rock, differente da tutte le altre opening track della formazione, e si snoda in una struttura semplice, con alternanza di strofa e ritornello orecchiabile. La chitarra di Box è feroce, così il drumming di Kerslake. "Sono di nuovo in piedi, senza dormire, sono di nuovo in strada, a modo mio, per seguire il gruppo, spettando la luce del sole". Il ritornello si impone sulla sezione ritmica, risultando orecchiabile e adatto alla radio. Il tema è quello del sogno, che poi il fulcro di tutto l'album, laddove un uomo, immortalato nel momento più buio della sua vita, si affida ai sogni per evadere dalla realtà, per eludere la tristezza che lo circonda. Sweet Freedom è un disco pieno di luce, il sole, che è nominato in tutti i testi, è metafora stessa di esistenza.

"Accompagnami vero l'acqua, ho bisogno di un posto dove nascondermi. Ho sedotto la figlia dell'allevatore e sicuramento sto ferendo il suo orgoglio. Ci sono mille miglia di deserto tra lui e me". Si apre come una ballata soul, invece Stealin' ben presto si trasforma in un mid-tempo amaro, contornato però da soffici cori. Il brano racconta di un uomo che spreca la vita dietro a donne e alcool, e che non riesce a mantenere il controllo. "Combattere, uccidere, vino e donne mi portano alla fossa. Piangere, correre, nascondersi, non c'è niente da salvare, se non la mia vita. Ho commesso un errore, ho rubato quando avrei dovuto comprare". Un criminale che fa tutto ciò che desidera, ma che comunque è consapevole dei suoi errori. I cori, intonati da tutta la band, rappresentano la voce della sua coscienza, gli danno il tormento, nonostante questo continui imperterrito sul proprio cammino. Adesso è ricercato perché ha violentato una donna, deve mettersi in salvo. Il clima del pezzo è rilassato, quasi sereno, in contrasto con la narrazione.

"Te lo dico ora, ogni cosa andrà per il verso giusto, non ho alcun dubbio. È solo una questione di tempo. Te lo dico io che ho attraversato deserti di disperazione, ora so che quel giorno arriverà". One Day è un rito sciamanico, un rituale antico che procede sontuosamente facendosi largo tra grassi giri di basso e una batteria cadenzata. "Come i tempi sono cambiati, io mi sono adattato, ma non posso cambiare l'amore che ho. Quando torno a casa da te, mi sento lo stesso, è solo un gioco che ho scelto di giocare, ma ricorda che posso perdere in fretta, tanto quanto posso vincere". Un uomo si pente per tutto ciò che combinato, rischiando di perdere l'amore, ma è speranzoso di recuperare il tempo perduto, di riconquistare credibilità. Tanto breve quanto affascinante, la canzone è un gioiello incredibile.

"Se ti giri intorno dimmi cosa vedi, ti piace? A volte ti senti solo, ma ti piace essere libero? Sei sicuro che andrà tutto bene senza i tuoi compagni? Voglio solo che tu sia felice, anche se non sarà più con me". Sweet Freedom è uno dei capolavori del disco, dotato di una melodia che lacera il cuore dell'ascoltatore. Le sommesse tastiere prendono lentamente il sopravvento, assieme al basso, ed esplodono in un inno alla libertà. In mente appare il sole infuocato della copertina, un canto di speranza a seguito di una separazione. "Oh, non è stato solo il mio cuore che hai preso e delicatamente lo hai gettato in mare, anche se è difficile da trovare, le parole che desidero spero siano le mie". Il ritornello è caldo e soffice, un addio sofferto ma comprensivo, per un amore che non si spegne nonostante la separazione. Il bridge ci porta su territori impervi, incupisce il mood generale, ma la band lo contrasta portandolo nella direzione opposta, senza cedere il passo alla disperazione.

"Se avessi del tempo per rivivere la mia vita, non penso mi curerei di cambiare la cosa che ho cercato a lungo, ma vivrei in pace con me stesso, sorriderei e sognerei. Canterei". If I Had The Time è una perla psichedelica che si sviluppa sugli effetti cromati delle tastiere. Dall'animo prog, questo pezzo è di una delicatezza incredibile, tra l'altro costituito da un testo sublime. "Posso avere il mio divertimento con le stelle argentate, posso guardare il sole che cade nel mare, e se si mette a piovere sorrido lo stesso perché la pioggia fa sorridere i fiori". Inutile complicarsi la vita, poiché l'esistenza va presa per quella che è, senza farsi troppi problemi. Raggiungere la pace dei sensi non è cosa semplice, ma ognuno deve trovare il proprio cammino, senza farsi traviare dagli altri. "So cosa significa sentirsi tristi, so che significa quando le cose vanno male, ma di sicuro ho trovato il mio cammino e sono felice di trovarmi qui". Incredibile il lavoro di batteria, che guida tutta la sezione ritmica, scontrandosi con un stranissimo e alienante strato di tastiere che si ripete dall'inizio alla fine.

"Non provare ad essere qualcun altro, ma sii ciò che sei, fai le cose che vuoi fare. Ho sognato sette stelle e sette cose buone che tu sei per me. Sette stelle nuove sono nate, sette che aspettano di morire". Il rock n' roll torna con Seven Stars, la traccia più normale del lotto, che si dipana si un testo metaforico che riprende il numero sacro della religione. Nonostante si tratti di un pezzo rock classico, l'impronta Uriah Heep è ben presente, con gli echi acustici e i cori luciferini che fanno la loro comparsa nel refrain. "L'unica ragione per cui vivo è solo per amarti. Le stagioni cambiano rendo tutto questo reale, perché con la primavera e i cieli puliti l'amore è più lucente e mi inonda gli occhi". Un ottimo brano, dotato di un testo ricco di spunti, per una deliziosa dedica d'amore.

"Sono stati qui per lungo tempo, da che ricordi, in questa città di pagliacci che si vestono, si truccano e girano intorno pensando che sei Greta Garbo". Circus ha un ritmo particolare, dai tratti funky, e che si abbandona a uno stato sereno, con le sue strofe morbide che avvolgono i timpani. Il lavoro di Box è eccezionale, così come l'interpretazione di Byron. "Mi dispiace, miei cari, noi ci siamo solo riposati e abbiamo sorriso dei nostri dolori, ma siete stati voi che mi avete accolto e per questo vi ringrazio. Tutti noi siamo pazzi". La vicenda narra di un uomo accolto in un circo, metafora di mondo, nel quale si muovono strambi personaggi, tutti afflitti dalla stessa sorte. La tristezza fa parte della natura dell'uomo, una tristezza che conduce alla pazzia.

"Un pellegrino all'ombra dell'alba, parte con la foschia mattutina, in questo giorno di benevolenza mandato da Dio. Un pellegrino sorride al mondo e porta gioia col tocco della mano, facendo l'amore e la storia". Pilgrim è la gemma dell'album, per una conclusione da effetto. Eterea, spiritata, emozionante, progressiva, alchemica, Pilgrim è tutto questo ed oltre. Qui, ogni strumento si ritaglia il suo spazio, se all'inizio troviamo il piano di Hensley, subito dopo ecco che fa la sua comparsa il basso di Thain, e così parte il primo blocco, tra cori paradisiaci che mettono i brividi. "L'amore mi aspetta sulla porta posteriore, come un bellissimo atto. La vita è come un mela e l'amore è il nocciolo". Un uomo ha peccato e si è pentito, adesso ha un amore che lo aspetta, ma egli non può cancellare ciò che ha combinato in passato. Ora è in fuga dalla guerra e non può concedersi una vita serena. È costretto a vagabondare. "Battaglie vinte e vittorie brindate erano il suono che ho ascoltato per anni, ma le donne che ho davvero amato mi hanno perduto in tutto questo sangue. Ho pensato a un mondo dove sarei stato re, ma i capi vanno e vengono". La band intona una marcia, qualcosa di stupefacente giunge nella seconda parte, introdotta dall'assolo di Box. Kerslake comincia a dare un ritmo marziale, a indicare il conflitto interiore del personaggio, diviso tra amore e guerra. Quando entra in scena Byron scendono le lacrime, il pezzo si trasforma in una cavalcata epica. "Amore e guerra, non puoi scegliere, sono uniti, e così li ho entrambi persi". Una chiusura straordinaria, un brano immenso e immensamente sinfonico, che avrà un impatto fortissimo sulla scena epic metal degli anni 80.

Wonderworld (1974)

"Tra un minuto sarò così ubriaco che non potrò garantire la mia esibizione sul palco, non posso garantire l'esibizione anche degli altri, perché qui nessuno si sente felice"

Registrato a Monaco, in Germania, il settimo album degli Uriah Heep divide il pubblico. Inspiegabilmente la maggior parte della critica lo stronca, considerandolo sfocato e pieno di tensioni. Il pubblico però è ancora dalla parte della band e lo accoglie calorosamente. Wonderworld resta un magnifico lavoro, contenente tutti gli ingredienti che hanno reso grandi gli Uriah Heep: è un disco magico, dai tratti raffinati, le ricche melodie, i testi sublimi, e la tensione di cui si parla tanto altro non è che potenza sonora e profondità emotiva. Se l'opera mantiene la solita elevatissima qualità, con capolavori quali la title-track, che ha un ritornello che spacca il cuore, la schizofrenica "Suicidal Man", l'onirica "Dreams" o l'emozionante "The Easy Road", tanto breve quanto fantastica, la band inizia ad attraversare un periodo di forte stress. Incomprensioni, litigi, vizi, è nel 1974 che avviene la prima frattura tra i componenti, una frattura che si allargherà col passare del tempo. David Byron arriva in studio ubriaco, le sue performance dal vivo ne risentono fortemente, la band è costretta ad annullare diversi concerti o a farlo esibire in uno stato allucinato, Ken Hensley non si sente a proprio agio a registrare all'estero e intavola discussioni sulla produzione e sui diritti d'autore, mentre Gary Thain si inietta eroina, la maggior parte delle volte non si regge in piedi, in una data in Texas, il 15 settembre 1974, si sente male sul palco e viene ricoverato d'urgenza. Il tour viene posticipato di un mese, ma la dipendenza continua a perseguitare il bassista e a dicembre, dopo un furioso litigio col manager Bron, Thain viene licenziato e il tour definitivamente cancellato. Un anno dopo morirà di overdose nella sua casa di Londra. Un 1974 delirante che ha coinvolto i musicisti e tutti gli addetti ai lavori, e Wonderworld, dalla copertina iconica dove i nostri vengono raffigurati come statue poggiate su blocchi di pietra, risente di tutte queste tensioni, inglobando vari spettri sonori, alternando pacatezza a irruenza, e sta anche qui il suo fascino eterno. Inferno e paradiso, per un mondo fatto di incanti e di incubi.

"Parlavamo liberamente di sogni e di ciò che questi nascondono, ma nel mio mondo delle meraviglie ogni visione notturna è così lucida. Credo e spero che tutte le cose che vedo un giorno potranno portare pace e verità". Wonderworld è un brano epico, ricco di magia, di incanto sonoro. La delicatezza è data dalle tastiere di Hensley e dalla delicata voce di Byron, anche se l'hard rock si libra col ritornello, una vera meraviglia, tra i punti più alti raggiunti dalla band in carriera. "Liberi da questo mondo risvegliato, profondo nel mistero del sonno, la mia mente è libera di vagabondare in un tempo non così lontano da quello che definiamo realtà". Qui ritroviamo tutte le atmosfere care agli Uriah Heep, paesaggio incantati, mondi fantastici, cori paradisiaci. In particolare, ritroviamo il messaggio portante di tutta la musica della band, la cura del mondo, la pace dei sensi, la bellezza del creato. La melodia aleggia morbidamente nell'aria, adagiandosi su di una nuova. "Mr. Wonderworld non aver paura perché i sogni che abbiamo fatto li abbiamo fatti per accendere la luce. Il giorno di una tormenta ti trasporta e ti lascia libero di sorridere e di sentire il cuore pulsare". La natura onirica della traccia cattura nell'immediato, in un capolavoro che trascende le epoche. Bisogna credere ai sogni, bisogna fare sogni luci e potenti per cambiare il mondo, trasformando le tenebre in luce.

"Sono affacciato alla finestra a fissare la mia ombra, non credo a ciò che vedo, tocco ma non provo nulla, mi meraviglio di ciò che penso e non so dove sono stato. Inizio a parlare a me stesso". Suicidal Man è una bomba heavy che tocca un tema delicato. Ancora una volta gli Uriah Heep parlano di depressione, affrontando il tema del suicidio mettendo in musica la storia di un uomo che non riesce più a provare sentimenti. La solitudine del personaggio crea immagini confuse, riff schizofrenici e drumming schiacciante. C'è violenza in questo pezzo dall'andamento ipnotico, anche se le linee vocali utilizzate conservano un sentore luminoso, un poco solare. "Perché non vuoi aiutarmi, dammi una mano, sto per diventare un suicida. Ciò di cui ho bisogno è qualcuno con un piano definito che ho aspettato per tanto tempo". Emerge lo straordinario lavoro di basso, che incornicia acuti psichedelici che subentrano nel ritornello, questo sì inquietante. Grandissimo anche l'assolo di Box, che fa stridere la propria chitarra.

"Senza cura loro spazzano via i nostri sogni per provare a rendere il nostro cammino di loro proprietà. Non dovremmo più circondarci dei loro schemi, è tempo di restare in piedi e dimostrare loro che non siamo soli". The Shadows And The Wind è un inno alla lotta, contro la sottomissione. Uniti, gli uomini comuni possono sopravvivere, infondendo amore in tutte le cose. "Il tempo ci ha cambiati tutti, abbiamo le nostri menti, la vita ci ha insegnato che tutti noi abbiamo l'amore, ed ora è tempo di usarlo". Un canno alla vita, una semi-ballata da brividi che acquista dinamica mano a mano che si procede. Il clima generale è comunque di rilassatezza, le idee melodiche sono come al solito geniali, abbracciano l'ascoltatore, rassicurandolo. "La natura ci ha dato i colori, il giorno e la notte". Bisogna fare buon uso dei sentimenti che la natura ci ha donato, bisogna solo diffonderli saggiamente.

"Siamo stati in strada per più di un anno e abbiamo combinato un sacco di cose mai fatte prima. Ora voglio che tutti ascoltino il mio canto e che possiate dirmi, quando l'avete ascoltato, se sono nel torto". So Tired recupera potenza, ma anche un senso si spaesamento, di stress emotivo e di disperazione. Un uomo stanco di tutto, della vita stessa, che invoca aiuto agli amici. Il mood è frenetico e schizzato, gli strumenti sono impazziti e creano intrecci sonori adrenalinici, nonostante si tratti di un classico brano rock n' roll. "Sono stanco di tutti coloro che mi fissano, così stanco e senza ispirazione. Aiutatemi, vi prego". Le tastiere donano alla traccia quell'aria luciferina di cui gli Uriah Heep sono maestri indiscussi, e ciò trasmette nervosismo e tensione. Il bridge invece comporta pacatezza, una sensazione di serenità in mezzo al delirio, ma dura poco perché la band torna a spingere.

"Se stai cercando un luogo puoi volare insieme a me, e se sei spaventato di quello che ti stai lasciando alle spalle prendi la strada facile. Ma fa attenzione, fratello, perché non troverai mai la pace se non ti sbarazzi dei problemi". Delicatissima e purtroppo di breve durata, The Easy Road è una magnifica perla melodica tutta incentrata su voce e pianoforte e che veicola il solito messaggio ottimista, quello di non arrendersi mai davanti alle avversità, di liberarsi dei problemi per raggiungere la pace dei sensi. "Il tempo è volubile come il cielo in inverno, e due cuori sono sempre meglio di uno. L'amore ha le ali di un angelo infaticabile che ti protegge fino alla fine dei giorni". L'unione fa la forza, ma la vera libertà si ottiene soltanto sbarazzandosi dei problemi. Tutto si supera, basta volerlo. Il senso di serenità che la canzone trasmette è davvero forte, le tastiere sono delicatissime, così i vocalizzi. Un capolavoro che fa innamorare chiunque al primo ascolto.

"Dici che ami trascorrere i giorni, ma io salverò i miei, aspettando il sole nei tuoi occhi per trasformare il fiume in vino". Something Or Nothing è una bomba rock dalla struttura semplice e il testo conciso. Come la traccia precedente, anche questa manda il messaggio di unione, per un amore sano e salvifico. "Mi guardi stranamente adesso, ma troveremo la soluzione nel mezzo della nostra corsa". Il ritmo è vorticoso, un boogie rock vecchio stile, senza grosse pretese, piuttosto divertente, ma suonato con gran gusto.

"Non mi dispiace se mi rubi l'ultimo istante, ma lasciami del tempo e starò bene, non so perché ma so che ne ho bisogno, altrimenti ne morirei". Introdotto da una seducente linea di basso, I Won't Mind è sensualità pura. La chitarra elettrica si snoda in accordi erotici che si muovono sinuosi come il corpo di una donna. Il ritmo è cadenzato, bagnato di blues, e si appiccica sulla pelle sudata come dopo una notte di sesso. "Se piove ancora vorrà dire che volerò verso il sole, perché nulla è stato fatto, sono solo rimasto seduto a guardare, ad aspettare e a meravigliarmi finché non ho deciso di provare a cercare l'oro nel cielo". Il testo riflette i deliri di un uomo stanco di restare solo, pieno di rimpianti, perché ha vissuto una vita passiva e ha perduto tutto. Ma ora è intenzionato a recuperare il tempo sprecato e a puntare dritto il cielo per cercare l'oro. Il sole nella musica della band è sempre metafora di felicità. La coda finale con l'assolo di Box, che fa gemere la sua chitarra, è bellissima.

"Io ho te, tu hai me, noi ci apparteniamo. Luoghi sani, facce calde, tutto quello che abbiamo è andato perduto. False promesse, l'ultimo gelido bacio, tutto sembra così distante ora". We Got We ci riporta su binari gelidi, pieni di amarezza e di frustrazione. Una coppia confusa che ha perso passione, che non riesce più a interagire, ma che comunque sente ancora di amarsi. "Noi siamo noi, e c'è amore nei nostri occhi. Possiamo afferrarlo, stringerlo, se vogliamo". La speranza è quella di recuperare il danno fatto, di ritrovare la leggerezza di un tempo, e con essa un amore profondo. Le tastiere sono la colonna portante di questo brano, che con il basso si prende l'intera scena. Le strofe sono strane, cantate in coro, mentre il ritornello è favoloso. Un pezzo strano, che ha un particolare sound che ricorda una cantilena folk.

"E così danziamo su ali d'argento, sopra minacce dorate, e ascoltiamo il canto degli angeli benedire le nostre teste. E alle porte del paradiso il mio piano umile ha inizio, ma come mi volto per cercarti la mia notte colorata è svanita". Dreams è ancora una gemma onirica, elogio al potere della mente e dell'immaginazione. I sogni fanno parte della natura umana, sono il vero segreto dell'umanità. Nel sogno ogni cosa è bella e poetica, ma appena termina la notte, tutto torna grigio e cupo. Come da tradizione, il pezzo conclusivo è un'epica traccia che ipnotizza per bellezza. Sin dai primi istanti, con le tastiere in evidenza, si possono percepire emozioni profonde. "Sogni che non afferrerò mai, il mio corpo immobile ma i miei occhi rifiutano di addormentarsi, immagini e suoni creati nella mente scacciano via i pensieri". Un capolavoro teatrale, che avrà forte influenza sul rock orchestrale, dall'indole spettrale, dove le tastiere aleggiano come fantasmi e i cori intervengono come diavoli che solcano cieli. L'animo prog qui viene recuperato per una chiusura da effetto, connotata da numerosi cambi di tempo.

Return To Fantasy (1975)

"Le cose, a volte, possono soccombere all'ordinario, ma di solito sono grandiose. Questa notte non ha fatto eccezione. Significa che hanno funzionato come una mazza sul tuo cervello e ogni secondo è stato fantastico"

John Wetton dei King Crimson si unisce agli Uriah Heep, prendendo il posto del povero Thain. Il suo ingresso in formazione rivitalizza i compagni, perduti tra i fumi dell'alcool e delle droghe. Box ne è entusiasta perché vede nella sua figura un artista pieno di idee e con una mente stabile, capace di riportare tutti quanti sulla retta vita. In breve i lavori per il nuovo album si concretizzano: Return To Fantasy, come suggerisce il titolo, viene considerato un ritorno ai temi fantastici e ai suoni alchemici un po' latenti nei due album precedenti. In realtà, la vena rituale resta in superficie e i brani, fatta eccezione di qualche episodio, come la splendida titletrack, le bombe progressive "Devil's Daughter" e "Beautiful Dream", o la geniale ed epica "A Year Or A Day", appaiono diretti, come evidenzia il singolo scelto per promuovere l'album: "Prima Donna", forse la canzone meno riuscita in scaletta. Comunque basta il titolo è la bella illustrazione in copertina a firma di Dave Field, che riprende il tema del singolo, a convincere pubblico e critica di un ritorno alla forma. Il successo è garantito e gli Uriah Heep sfornano l'ennesimo classico da custodire gelosamente. Il tour parte subito dopo la pubblicazione, ma viene funestato da diversi incidenti, come la caduta di Mick Box dal palco durante un'esibizione in Kentucky, il 2 agosto 1985, che gli procura la frattura del polso destro, e una terribile scossa elettrica che colpisce il nuovo bassista Wetton, nel marzo dell'anno seguente, in un live nel Minnesota, facendogli fare la stessa brutta esperienza che era accaduta due anni prima a Gary Thain. Nonostante tutto, dopo i ricoveri in ospedale e il lento recupero di Box, gli Uriah Heep proseguono la loro marcia, portando a termine il lungo tour. Appena tornati in Inghilterra i musicisti si prendono qualche mese di pausa, David Byron esordisce col suo disco solista, "Take No Prisoners", mentre Ken Hensley pubblica il suo secondo lavoro, Eager To Please.

"Chiaro di luna dopo chiaro di luna, fianco a fianco loro ci vedono correre, ma se gettano lo sguardo con attenzione possono osservare il nostro ritorno alla fantasia". Return To Fantasy colpisce per la sua grandezza, per un suono denso e un clima cosmico che riportano alla mente la ballerina in copertina, sospinta da un pianeta sperduto nell'universo. La ritmica del pezzo assomiglia a una danza nel cielo, dove gli strumenti si fondono tra loro aumentando l'attitudine psichedelica. Le tastiere cullano in una dimensione oscura, portandoci per mano nel mondo interiore di ogni uomo. "Puoi comprendere che in ogni uomo c'è un desiderio da svelare, che non è mai troppo definito. Da qualche parte nel profondo c'è un altro essere del quale stai abusando. Una persona da usare". La figura della ballerina è una metafora per indicare i sentimenti che animano l'essere umano, le cui emozioni danzano freneticamente. L'andamento è trascinante, qui siamo di fronte a uno dei migliori brani composti dalla band.

"Ho incontrato una donna, una donna misteriosa, qualcuno le ha detto che ero solo, lei mi versò una birra e poco dopo mi sono ritrovato a casa sua". È la volta di Shady Lady, resoconto di una nottata brava in compagnia di una donna fatale. Rock n' roll diretto e dai tratti felini, che vede duellare chitarra e basso, quasi avvinghiati nel riprodurre l'avventura sessuale di un uomo sedotto dalla donna. "Il mattino dopo la donna mi ha chiesto se volevo restare lì. Mi sono rilassato come un bambino, non sono riuscito a trattenermi dal sorridere". Il ritornello rimbomba in testa e non va più via, molto semplice, come lo stesso testo.

"Non credo nel tuo tipo di affetto, mi stai trascinando nella direzione sbagliata. Non darmi nessuna acqua santa, non avvicinarti, sei la figlia del diavolo". La vena prog riemerge con Devil's Daughter, delirante canzone nella quale il protagonista è attratto dal fascino del maligno, ma allo stesso tempo ne ha timore. Invoca il demonio ma non vuole farsi sottomettere da sua figlia. "Mi porti alla tua cappella, mi mostri il tuo capo. Voglio incontrare il tuo capo. Come trovi il tempo di esistere? Devo trattenermi, devo resistere". Le tastiere simulano una cerimonia sacra, i cori nel ritornello sonio canti liturgici. Il basso di Wetton rifinisce delle strofe liquide, davvero particolari. Ma la natura sperimentale della band arriva nella fase centrale, Hensley si lancia in un assolo di sintetizzatori e Kerslake pesta come un dannato. A questi si aggiunge poi la chitarra elettrica, per un'esperienza alienante che lascia senza fiato. Una cerimonia notturna che si dilunga fino alla fine.

"Naviga lungo il fiume, un sogno così bello che non smette mai. Non toccare nulla finché l'alba non ti sveglierà col suo alito di primavera. Lontano dalla folla, sopra le nuvole, ti mostreremo il limite del giorno". Beautiful Dream è uno dei capolavori nascosti dell'album, e un po' di tutta la produzione degli Uriah Heep. Si apre con effetti sonori stranianti, dando subito una connotazione progressiva. Pura magnificenza e un'atmosfera onirica ricamata sugli acuti infernali di Byron. Ancora una volta ritorna il tema del sogno come liberazione dalla gabbia della vita. In mezzo all'inferno, un trambusto creato dagli strumenti, il ritornello descrive una dimensione di pacatezza. "Ti porteremo a galleggiare in un mare di rugiada mattutina, dove tutti sono uguali e nessuno conosce il tuo nome. Vivi la vita all'estremo, come un sogno bellissimo". Bello, bellissimo come un sogno paradisiaco, cantato in falsetto, interrompendo un andamento frenetico. Ma le tastiere non demordono e ricominciano la loro corsa schizofrenica, piena di effetti alienanti che stordiscono. Byron inizia ad urlare col suo falsetto mefistofelico, anticipando lo stile di King Diamond, che da giovane deve esserne stato sedotto.

"Scenderò a combattere, anche se preferirei riposarmi. Tutte le persone accorrono a vedere, il diavolo è di Chicago, appena saliamo sulla limousine ci seguono, vogliamo partecipare sempre al casino". Prima Donna è un rock n' roll sempliciotto dove sono presenti i sax. Un brano veloce, spensierato, una traccia on the road che procede divertente, da saloon, da ascoltare magari in compagnia di birra e sigari. Il testo racconta dell'ego smisurato di una rockstar, il quale si sente sempre al centro dell'attenzione, perseguitato dai fans, ossessionato di stare sempre in prima pagina sui giornali. Il mood è molto anni 50, scanzonato, leggero, perfetto per le classifiche.

"Ho sempre pensato che la colpa fosse mia, mi dispiace, perché mi facevo dei piani senza metterti in mezzo. Ora è tutto chiaro, comincio a capire che ero l'unico a mettermi in gioco". Il country-blues di Your Turn To Remember è attraente e rilassato, qui si esaminano le colpe di una coppia. Le linee vocali sono pulite, serene, sostenute da cori soul che ammorbidiscono il tutto. "Quando è giunto il tempo di restare insieme, tu hai rifiutato. È stato facile dirmi che mi amavi, ma era troppo tardi per la verità. È il tuo turno di ricordare, il tuo turno di provare dolore". Una buona ballata che evidenzia il lato più raffinato della band inglese.

"È successo ormai da tanto, è stato difficile dire chi avesse torto e chi ragione, ma alla fine sono stato forte. Ci deve essere una resa dei conti che cambi questa città". Showdown è foga sonora, un country selvaggio che assomiglia a una sparatoria nel far west. Come nel singolo "Prima Donna", la band va giù diretta. Un testo essenziale e una sezione ritmica semplice. "La musica esplode come una pistola nella mano, noi ti diamo di più di quanto la tua testa possa chiedere, allora siediti e parla da uomo a uomo". Non un brano memorabile, anzi, ma comunque piacevole all'ascolto.

"Mi sono svegliato con la mente annebbiata, perché il mio amore è andato via. Non ho più nulla da fare, solo sognare di te e di tutto ciò che abbiamo sbagliato. Perché te ne sei andata?". La solenne Why Did You Go è incantevole e nella sua essenzialità trasuda amarezza. Il ritmo si distende calmo come il sorgere del sole, e non a caso il protagonista delle liriche si risveglia dopo un lungo sonno e si rende conto di essere solo. "Quando penso ai bei momenti insieme mi viene da piangere, ora la mia vita è tornata triste. Tutto ciò che desidero è qualcuno, quel qualcuno sei tu. Ti prego, resta qui". Un'implorazione sofferta, una supplica alla donna amata che Byron interpreta con sofferenza, mentre la sua voce è contornata da cori soffici, da campanelli e a da un mistico tappeto di sintetizzatori. Una ballata spettacolare, che tocca il cuore, dalla melodia irresistibile.

"Visto dalla cima di mille miglia, la terra sembra sempre la stessa, sulla quale tutti noi possiamo volare incontro al giorno, senza trovare le cose che cerchiamo". L'epica A Year Or A Day è incarnazione stessa della genialità degli Uriah Heep. In pochi minuti qui sono concentrati tutti i tratti che rendono magica la musica di questi giganti dell'hard rock. Prog ed epicità per un racconto di vita di sublime bellezza. "Un vecchio saggio disse al giovane di mantenere la giovinezza nel cuore. potremmo essere tutti morti in un giorno o un anno, basta un accenno del demonio". Il messaggio di speranza arriva nella seconda strofa, dopo un'introduzione oscura ma quieta che non sembra promettere niente di buono, e invece l'amarezza viene spazzata via dal senso generale del testo. Potremmo estinguerci in breve tempo, per questo mantenere un cuore giovane e pieno di entusiasmo è fondamentale. "Il giovane gridò al vecchio che si vince se si resta in vita, e se tu ti prendi cura del mondo questo riesce a sopravvivere. Lasciamo un mondo di luce ai nostri figli, con amore e pazienza si risolvono i problemi del nostro tempo. Non lasciamo in eredità una vita criminale". I cambi di tempo sono repentini, le linee melodiche sono molteplici, per un pezzo imprevedibile che altro non è che un inno alla vita e al mondo, speranza per un futuro migliore, per una società civile. Immensa, emozionante, A Year Or A Day rappresenta tutto l'immaginario musicale della band.

High And Mighty (1976)

"Il rock n' roll è roba vecchia e stanca. Può essere questa la fine della civiltà come la conosciamo? O ancora peggio, la fine degli Uriah Heep?"

Nel 1976 gli Uriah Heep tornano sul mercato con un nuovo album, l'ultimo del loro periodo classico, High And Mighty, che chiude definitivamente un'era, e lo fa nel peggiore dei modi, con lo split della formazione e portandosi dietro una valanga di critiche. La copertina dove compare una pistola alata che solca il cielo è vista da molti come metafora di suicidio, di autodistruzione, e in effetti qui si conclude il periodo storico della band. Definito dallo stesso Box "meno pesante e più umile", recuperando ironicamente il titolo del loro esordio, il nono disco della band viene accolto freddamente per via di un clima più leggero, con suoni meno heavy e testi meno ispirati improntati su cose comuni, come amori perduti e solitudine, scacciando via l'incanto e la magia, ingredienti stessi della musica degli Heep. La produzione, diversa dagli album precedenti, è curata dai musicisti stessi, costretti ad autoprodursi perché il manager Bron è indaffarato in mille altri progetti e trascura i suoi pupilli. Ciò irrita tantissimo i membri, specialmente Hensley, che con lui ha una dura discussione, mentre Byron è perennemente ubriaco e intraprende velocemente la sua discesa negli abissi delle droghe. Durante i live riesce a gestire con grande professionalità i suoi problemi, ma appena scende dal palco non si pone limiti, diventando persino aggressivo, acuendo le tensioni interne. I compagni non sanno più che fare, la promozione di High And Mighty è povera, John Wetton, stufo di tutto, abbandona la nave, e così etichetta e manager accusano Byron di aver rovinato la stabilità. Lo licenziano, lasciandolo con i suoi problemi di alcolismo. Stroncato da tutti, l'album in realtà resta ottimo, latita la vena prog e il misticismo lirico, ma è comunque composto da grandi pezzi, come l'evocativa "Weep In Silence", l'ipnotica "Misty Eyes", la leggiadra "Footprints In The Snow", l'imprevedibile "Midnight" o la toccante ballata "Confession". Il relativo tour giunge al termine a fatica, dopo la caccia di Byron il leader Mick Box non può far altro che prendersi una pausa e pensare a come portare avanti la sua creatura.

"Ci sono molti cambiamenti nella mia testa, ma questa volta lei sta giocando con la mia mente, facendomi impazzire. Non ho intenzione di guardarmi indietro, lei mi tiene bloccato, ma in un modo o nell'altro lei sarà mia". One Way Or Another è l'unico singolo dell'album, anche se non rientra nemmeno in classifica, snobbato dalle radio. Questa volta Byron si fa da parte e lascia il microfono a Hensley e Wetton, che intonano questo canto d'amore attraverso un gran pezzo hard rock, il più potente in scaletta. La voce di Wetton non è quella di Byron, e si sente, tuttavia il brano ha una natura talmente energica che trascina l'ascoltatore, con le sue tastiere ipnotiche e il basso devastante. "Sto cominciando a pensare che si tratti di un tipo di amore eterno, un amore che vorrò per sempre. Ho sempre saputo che il mio cuore avrebbe guidato la mente, portandola sul suo sentiero. Qual è la cura?". Le chitarre elettriche danzano un ballo fumoso e delirante, un uomo implora la sua amata, desiderando un amore eterno, ma allo stesso tempo sente che sta per impazzire. La coda finale con cori e contro-cori sembra mettere in evidenza la follia che si sta impossessando del giovane.

"Tu che hai pensato che i tuoi occhi non avrebbero mai potuto mentire, la tua vita è diventata un compromesso che ha visto tanti uomini morire e tanti bambini piangere, mentre le loro donne piangevano in silenzio". L'evocativa Weep In Silence reca in sé un sentore di morte, disperata nella sua flessione, la melodia struggente che tocca il cuore. la poetica degli Uriah Heep torna alla ribalta con una ballad notturna di incredibile fascino, costruita sui fraseggi dell'immortale chitarra elettrica di Box e sulle spaziali tastiere di Hensley. "Pensavi di essere saggio, ma era solo un travestimento. Ora troverai un ponte da attraversare per arrivare dall'altra parte, ma ti perderai, lontano dal dolce sapore della vita". Il testo di rimpianti, di un uomo giunto al crepuscolo della sua esistenza, che riflette sul suo vissuto, tra morti, disperazioni e pianti. Probabilmente un soldato tornato dalla guerra. Le linee vocali sono incredibili, ricche di magia, il ritornello spacca il cuore, nella sua celestiale pacatezza.

"Mi mancavano quei piccoli occhi velati. Lei rendeva la mia vita completa, ciò che stavo davvero aspettando, un vero amore come una dolce sorpresa, un gusto delicato". Misty Eyes è il lato B del singolo principale, prende origine come foschia, prendendo lentamente lo slancio dopo una prima parte sussurrata, trasformandosi presto un pezzo rock costruito su chitarre acustiche. "Qualcosa di sconosciuto che gira attorno alla mia vita, anche se non riesco più a mettere i piedi per terra, dopo tutto ciò che ho passato". Il ritornello giunge improvviso, spezzando il ritmo, poggiandosi sulle note delle tastiere. La disperazione dell'uomo si palesa nel ricordo della sua amata, ragazza dagli occhi magnetici, e ora si sente solo, infelice. "Ogni uomo può essere felice, ma il mio tutto era niente, e ciò mi rendeva triste. Ora percorro una strada solitaria, è tempo di raccogliere i semi che ho seminato". Il niente è tutto ciò che egli possiede, ma è consapevole di aver raccolto ciò che ha seminato. La dolce melodia della canzone rispecchia bene le sensazioni provate dal protagonista, più che un dolore acuto e aspro, si avverte un certo rammarico per ciò che non è stato.

"Miglia e miglia di sorrisi che non mi portano da nessuna parte, le opportunità che vedo non fanno che guidarmi al massacro, ma io sarò pronto, sono già in strada e so ciò che mi aspetta". Midnight attacca danzante come un sogno, illusoria e decisamente accattivante. La foga si quieta poco dopo lasciando Byron intonare una cantilena notturna in onore di un uomo caduto in depressione. "Mezzanotte, giorno nel giorno, nessuna fuga, devo rimanere. Mezzanotte, mostrami la strada, dammi qualcosa da fare per aiutarmi ad affrontare il nuovo giorno". I giorni hanno perso senso, la notte è conforto, la luna una guida spirituale e ogni nuova alba è un pericolo ignoto. Qui viene messo in evidenza il grande lavoro di Kerslake, oltre a un senso melodico che sa di miracoloso. "Portami fuori dalle tenebre, nella luce, non ho amici a fianco, qui nella notte. Sono solo triste e dal cuore debole, portami fuori dal buio per un nuovo inizio". Il refrain invece ha un'anima soul, persino solare, che spezza con il mood generale. Midnight è dinamico, cambia continuamente andamento e melodia, e risulta così un gioiello di idee e di invenzioni.

"Non riesco a credere che lo stai dicendo, siamo lontani dal rock n roll. Non credi più nella bontà di ciò che abbiamo suonato, dici che ora non abbiamo più anima". Godibile il rock n' roll di Can't Keep A Good Band Down, che sembra faccia riferimento alla situazione stessa che sta vivendo la band all'epoca, minata dai problemi interni, con Hensley stufo di tutto e Byron dipendente da droghe e alcool. "Giorno dopo giorno, città dopo città, le persone dicono che stiamo facendo la cosa giusta. Suoniamo e spacchiamo, infuochiamo la notte. Non puoi buttare giù una buona band, non puoi fermarla". Il fuoco sacro che anima gli artisti emerge nelle liriche, con una formazione che incendia le notti, esibendosi sul palco e venendo osannata dai fans. Il ritmo è veloce, il ritornello davvero gustoso, un brano semplice che sarebbe stato perfetto come singolo.

"Ti è mai capitato di incontrare quel tipo di donna che vive la sua intera vita dicendo forse, correndo di qua e di la, senza pensare ai problemi sociali". Woman Of The World presenta toni più leggeri e scanzonati, dal ritmo funky, dove la band si lancia in un brano soft rock dal clima ironico. "Sei tu la donna diversa? La donna del mondo che si interessa alle cose? I semi della storia sono stati piantati e la cosa è iniziata con un uomo e una donna, nel giardino della gloria". Si tratta di un elogio alla donna amata, diversa da tutte, unica nella sua essenza. La donna del futuro, interessante, colta, seducente. Il ritornello è particolare, gli acuti e i falsetti di Byron trasmettono un po' di tensione, nonostante la leggerezza del testo.

"Come impronte nella neve che sanno dove il mio cuore sta andando, mi guideranno da te oppure avrò l'ennesimo giorno vuoto". L'evocativa Footprints In The Snow fa stare bene, una danza leggiadra che trasmette poesia e morbidezza. I rintocchi delle tastiere, gli effetti sonori in sottofondo, il giro di chitarra acustica, tutto è così calmo e surreale. "Se mai sei stato innamorato, allora saprai della strada impervia di cui ti parlo. Ricorderai quando il tempo era bello e le volte che sei stato senza amore. Non voglio fare ancora lo stesso errore". Quando arriva il chorus il ritmo incede, trascinando con sé, per una magia rarissima. Pura magnificenza nel raccontare le difficoltà dell'amore, la strada verso l'innamoramento, racchiusa in una cantilena che si appiccica addosso sulla pelle e non va più via.

"Cavalcando la luna nel cielo di mezzanotte, posso vedere l'uomo che mente con gli occhi e le cose reali che vanno male. Prendo il mio tempo e ti concedo il mio ritmo per darti fiducia nel vivere". Can't Stop Singing è stranissimo, un funky tribale cantato in coro, specialmente nel ritornello, che induce fiducia e gioia. Ironico, leggero, non colpisce per bellezza ma per la particolarità del suo arrangiamento. "Ora non sto confessando, non ti sti benedicendo, sto solo provando a dire perché oggi sono felice. Non sto predicando né insegnando, con un orecchio appoggiato a terra ogni giorno ho trovato l'ispirazione per vivere". Un brano che parla del vivere umilmente, di apprezzare ciò che si ha, senza porsi troppi problemi. La felicità si raggiunge con poco, ed è questo quello che conta alla fine. Un messaggio positivo, come tanti prodotti dagli Uriah Heep.

"Ho guardato di qua e di là, in ogni dove, ho cercato addirittura dietro l'aurora, ma tu non eri da nessuna parte. Ho girato intorno, perso come se non fossi mai nato". Make A Little Love è ancora una volta lo sfogo di un ragazzo perduto, depresso e confuso dai risvolti della sua vita. "Volta dopo volta, ho perduto il mio amore per una rima, e la mia ragione sembrava sana abbastanza, ma tu mi butti giù, mi fai correre intorno, tanto che non ce la faccio più". Rock blues molto tradizionale, la cosa più essenziale, che la band suona alla grande, senza grosse pretese, né musicali né liriche, ma che comunque riesce nel suo intento, ovvero quello di realizzare un discreto pezzo tutto da gustare.

"Mi dispiace per le cose che ho fatto, e per le volte che ho sbagliato, cerca di capirmi, i miei progetti sono stati fatti solo per amore". Confession è un capolavoro, una profondissima ballata ricca di malinconia composta da una melodia impossibile da non amare. Voce e pianoforte che toccano il cuore con la loro delicatezza, un refrain cantato nel bellissimo falsetto di David Byron che sa di incanto. "Se il mio cuore non si mostra, è perché non so come dirti che ti amo". Una dedica d'amore splendida, le scuse di uomo che ha imparato dai propri errori e che si confronta con la propria donna. "Ogni giorno tu riempi il mio cuore con un respiro di primavera, ed io cerco l'universo per scovare gioie da portarti". La primavera viene citata numerose volte nella musica della band, poiché è la stagione dell'innamoramento, della giovinezza e della gioia più sincera. Con le confessioni di un uomo innamorato si chiude un album fin troppo criticato, inspiegabilmente considerato poco riuscito, quando in realtà è si pone come l'ennesimo gioiello nella carriera degli Uriah Heep.

Conclusioni

Raccontare la bellezza, la magnificenza, la complessità, degli album degli Uriah Heep, in particolare quelli del periodo Byron, è quasi follia. Bisogna calarsi nei meandri della loro produzione, tra i solchi di dischi che hanno fatto scuola, che hanno saputo unire l'hard rock con l'esoterismo, anticipando di decenni le correnti più oscure del metal, grazie alle intuizioni geniali del tastierista Ken Hensley, artefice di un suono misterico, ancestrale e pagano, e alla sperimentazione originalissima di cori e contro-cori, che hanno reso il tutto più inquietante, malinconico, allegorico e spettrale, una cosa mai sentita in ambito hard rock. Assaporare le note di opere come quelle esaminate riempie la bocca di mille colori, mille sfumature, mille idee, tra sfuriate hard rock e incursioni acustiche, tra poesia regale e solennità mistica, tra ipnotismo e inquietanti e macabre vocalità, che valgono alla band inglese l'immancabile accusa di satanismo. E poi ci sono le intuizioni di un grande chitarrista come Mick Box, che alterna sapientemente chitarre acustiche a quelle elettriche, garantendo originalità e natura alchemica, oppure la precisione millimetrica di Lee Kerslake e Gary Thain, dei veri mostri. La prima produzione degli Uriah Heep è lo specchio di un'epoca, e svetta come uno dei maggiori contributi che il rock degli anni 70 abbia dato, alla pari della produzione di Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath. Ma i dischi del periodo storico della band sono unici davvero, e nessuno si è mai avvicinato alla loro grandezza, perché sono specchi che riflettono aspetti intimi, estremamente variegati e sofisticati, capaci di raccontare mondi lontani migliaia di anni da noi. La forza travolgente degli Uriah Heep e della loro discografia è talmente impressionante che tante metal band hanno preso lezione dalla loro musica e dalle loro invenzioni; chiedete a King Diamond, le cui soluzioni ricalcano spesso e volentieri le tecniche adottate da Hensley, chiedete agli Iron Maiden, che molte volte li hanno citati come loro ispiratori, o a Hansi Kursch dei Blind Guardian, che non a caso ha messo in piedi un progetto parallelo alla band-madre chiamato proprio "Demons & Wizards", o agli W.A.S.P. che hanno coverizzato "Easy Livin'", o ancora ai Virgin Steele, che da loro hanno assimilato la vena teatrale. Ma tante sono le band che hanno preso il suono degli Heep, affascinati dalle loro idee, dalle loro allucinazioni e dal loro complesso simbolismo. La produzione di questi nove sigilli attrae gli sguardi grazie all'utilizzo di colori accesi e immagini che riproducono un mondo fantasy nel quale un mago sparge magia e genialità. Lo stregone diffonde non solo magia, ma visioni notturne, allucinazioni, rituali pagani, poesie crepuscolari, cioè tutte quelle tematiche affrontate nei testi, tra l'altro splendidi e mai banali, elaborati dai musicisti. Byron spara acuti strazianti, spesso viene avvolto dai cori demoniaci dal fascino incredibile, il povero Byron, cantante unico, tra i più grandi della sua era, schiavo dell'alcool e delle droghe, che con la sua cacciata dal gruppo porta definitivamente al tramonto un'epoca irripetibile.

Nemmeno un anno dopo, a seguito dell'uscita di Wetton e di Byron, Mick Box recluta il bassista Trevol Bolder, che aveva collaborato con David Bowie, e dopo numerose audizioni per scegliere un nuovo vocalist, tra cui un certo David Coverdale, viene assunto John Lowton, altro pezzo da novanta prelevato dalla band tedesca Lucifer's Friend, hard rock band dalle tematiche e le ambientazioni simili a quelle elaborate dagli Uriah Heep. Con la nuova formazione inizia anche un nuovo capitolo che darà alla luce tre album di buona fattura, Firefly, Innocent Victim e Fallen Angel, ma la scintilla della genialità è ormai andata esaurita. Il progressive esoterico dell'era Byron, così oscuro, così ancestrale, inevitabilmente si disperde, gli arrangiamenti si fanno più semplici e la magia fa capolino soltanto a tratti. La seconda fase della carriera si caratterizzerà per approcci stilistici diversi, puntando maggiormente sul neonato AOR, entrando pienamente negli anni 80, e su continui cambi di line-up. Per dieci anni gli Uriah Heep sforneranno molteplici album, comunque tutti di qualità, che abbracceranno le coordinate più disparate, e così da Firefly si aprirà un nuovo mondo, meno originale, ma altrettanto affascinante. Conquest sarà l'unico lavoro che cercherà di ritrovare la magia di un tempo, ma fallirà nel compito, distendendosi su toni troppo soft. Quando Ken Hensley uscirà dal gruppo nel 1981 i vecchi Uriah Heep non esisteranno più, Mick Box alimenterà la sua arte con continui cambi in formazione, rinnovandosi di anno in anno, assumendo forme diverse: Abominog sarà il miglior album degli anni 80, possente e ben prodotto, Head First ed Equator, con quest'ultimo molto radiofonico, la band invece affronterà un periodo non proprio felice dal punto di vista delle vendite, e perderà persino credibilità. Ma la caparbietà, il coraggio e la passione per la musica sproneranno Box a ricominciare ancora una volta da capo per portare avanti la propria creatura, e così con Raging Silence, disco del 1989, gli Uriah Heep troveranno di nuovo la stabilità, iniziando un terzo ciclo, il più lungo e compatto in carriera, che dura ancora oggi, col quale recupereranno seguaci e attenzione mediatica. David Byron morirà nel 1985, a soli trentotto anni, per complicazioni dovute dall'alcool.

Quasi cinquanta milioni di copie vendute nel tempo, un'eredità enorme con la quale confrontarsi, una valanga di materiale accumulato e di rara bellezza, musicisti tra i migliori nella storia del rock, album che hanno incendiato intere generazioni di ascoltatori e raccontato decenni di società. La musica degli Uriah Heep accompagna noi incalliti rockers da cinquanta anni, una vera macchina da guerra che non conosce tramonto artistico, ancora oggi ispirata e che non si ferma neanche di fronte alle numerose avversità che l'hanno colpita nel corso dei decenni. Gli Uriah Heep ancora oggi danno lezioni di hard rock a tutti quanti, gli album più recenti lo dimostrano, e ciò è un vero miracolo. Loro sono ancora dei giganti che guardano dall'alto verso il basso il mondo intero, senza temere confronti.



Biografia Uriah Heep. Biografia David Byron.

1) Very 'Eavy, Very 'Umble (1970)
2) Salisbury (1971)
3) Look At Yourself (1971)
4) Demons And Wizards (1972)
5) The Magician's Birthday (1972)
6) Sweet Freedom (1973)
7) Wonderworld (1974)
8) Return To Fantasy (1975)
9) High And Mighty (1976)