UNREDEEMED

Amygdala

2015 - Buil2Kill Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
13/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il decidere di orientare la propria proposta musicale verso un qualcosa di imprevedibile e frutto di più "collisioni" fra generi è sempre un rischio che vale la pena correre. Perché un rischio, dite? Beh.. la risposta è presto fornita. Occorre una buona dose di preparazione, sensibilità ed orecchio per tener saldamente legate fra di loro varie esperienze, che altrimenti "fuse" in maniera inesperta potrebbero dar vita unicamente ad un caos privo di senso o logica. Viceversa, quando si crea la giusta sinergia e si può contare, all'interno di un gruppo, sulla passione e sulle capacità più pure e genuine.. allora il discorso cambia notevolmente. Il risultato finale è un qualcosa di nuovo, di coinvolgente, di sorprendente: lontano dagli stereotipi, lontano dalla convenzione e soprattutto lontano dal "già visto / sentito". Poche sono le band che riescono effettivamente in questa impresa, troppe sono quelle che pretendono di riuscirci, infinite quelle che hanno rinunciato dopo un primo tentativo andato a male. Qualche volta, però, capita pure di imbattersi nel cosiddetto "ago nel pagliaio".. e nell'esteso panorama del Metal, tutto è possibile! Eccoci dunque, quest'oggi, a parlare degli Unredeemed, realtà tutta italiana, esordiente in questo 2015 ma al suo interno racchiudente anni ed anni di esperienza in più settori. La genesi degli Unredeemed passa infatti attraverso le varie esperienze artistico musicali di ogni singolo componente del gruppo; ognuno di loro è infatti indissolubilmente legato a molte altre realtà del Metal tricolore, gruppi disparati e variegati, alla base dei Nostri vi è dunque una forte poliedricità di interessi musicali e la capacità di adattarsi a più contesti grazie all'esperienza maturata in più campi. Cominciamo dall'inizio: gli Unredeemed nascono dalle ceneri di un'altra band sempre dedita ad un death / thrash metal violento e privo di fronzoli o compromessi, i possenti Deformachine, gruppo a sua volta legato (grazie al membro fondatore Emilio Cornaglia, chitarrista) ad una band a dir poco leggendaria del panorama estremo italiano. Parliamo dei sempiterni, unici e grandissimi Mortuary Drape, band con la quale Emilio collaborò a lungo prima di fondare, nel 2000, i Deformachine per l'appunto. La nuova realtà propone, come già detto, un death / thrash metal dal piglio accattivante e violento, subito vengono chiamati a partecipare al progetto altri due membri che di seguito rivedremo negli Unredeemed: parliamo dell'altro chitarrista Roberto Giuliano (già membro di gruppi come Sex Overdrive e Point Of View) e del batterista Federico Pennazzato, proprio durante l'esperienza con i Deformachine anche membro di band molto importanti come i Secret Sphere (Prog. Melodic Power Metal). Il trio è vincente, presto la line-up viene completata ed i Deformachine, prima dello split definitivo avvenuto nel 2011 riescono a donare alle stampe una demo ("+G", datata 2002) ed un full length, "Over G" (2006, la cui line-up prevedeva anche Matteo Rey al basso e Oscar Timo alla voce), presto bissati da un'ultima demo datata 2009 (questa volta, il ruolo di bassista fu appannaggio dotale di Carme, mentre alle vocals troviamo Davide) che di fatto conclude l'esperienza in studio della band. I Deformachine, dunque, cessano ogni attività allo scoccare del 2011; non dobbiamo compiere un balzo temporale di chissà quanto tempo, comunque, per ritrovare il nostro trio in piena attività,  rimaniamo nello stesso anno ed assistiamo subitamente alla nascita degli Unredeemed, gruppo dedito sempre ad un genere estremo (death / thrash metal per nulla scontato o prevedibile!) e sempre sorretto da Emilio, Roberto e Federico. Proprio quest'ultimo, nel corso di questa nuova avventura, avrà modo di offrire i suoi servigi di ottimo drummer anche a due band importantissime per la storia del Metal italiano: nel 2012, assumendo l'identità di Bozo Wolff, è stato reclutato nientemeno che dal leggendario Steve Sylvester come nuovo batterista dei redivivi Death SS, e sempre nello stesso anno ha potuto accasarsi anche presso gli storici Morgana, band capitanata dalla cantante Roberta Delaude. Il trio cerca subito di completare la line-up e validissimi nuovi compagni d'avventura vengono trovati in Glenn Strange (bassista noto per la sua ormai decennale presenza nei Death SS) e nel cantante Giovanni Matteo Gliozzo (alias "GMG"), anch'egli nome molto noto della scena underground. Intensa anche l'attività live conseguente al concretizzarsi del progetto, che porta gli Unredeemed a condividere il palcoscenico in compagnia di grandi nomi come Soulfly ed Arch Enemy, formazioni assai importanti del Metal dei nostri giorni. Dopo queste vicissitudini giungiamo, dunque, ai giorni nostri ed al parto di questa formazione, "Amygdala("mastered by Mike Spreitzer from Devildriver, come possiamo leggere nel booklet), lavoro imprevedibile e poliedrico che segna l'esordio discografico ufficiale del nostro gruppo di death / thrashers. Già osservando la copertina (la radiografia di un cranio, tutti gli organi interni sono ben visibili) possiamo già ipotizzare che tipo di prodotto abbiamo fra le mani: tecnicamente parlando, l'amigdala (detta anche "corpo amigdaloideo") è una parte del cervello atta a gestire le emozioni, in particolar modo la paura. Informazioni che, unite alla descrizione che i nostri danno della loro musica (cit. "riff devastanti, ritmo frenetico e basso spaccaossa"), ci fanno comprendere quanto in questo senso la lezione estrema sia esplicata a dovere. I nostri "cattivi maestri" vogliono dunque allontanarci dallo stato di "redenzione" e farci capire quanto sia soddisfacente considerarsi degli irredenti. Irredenti dediti ad una delle forme più "crudeli" di metallo pesante. Or dunque, senza indugiare, appropinquiamoci all'ascolto di questo viaggio nella violenza sonora. In alto gli scudi and.. Let's Play!

Veniamo immediatamente accolti dalla possente "Drinking with The Devil", che beneficia di un ottimo lavoro chitarristico e di un riffing a metà fra la scuola svedese e l'aggressività tutta a stelle e strisce. Emilio e Roberto si presentano immediatamente come una coppia d'asce d'eccezione, abilissimi dispensatori di riff duri come il marmo ed ineluttabili come la morte, che molto debbono a personalità come gli Entombed, giusto per fare un nome, tanto la componente scandinava è chiara udendo queste rapidissime sequenze di note. Riff serrati e cupi, "neri", oscuri, il tutto unito ad una ritmica a dir poco eccezionale (sia Glenn che Federico dimostrano immediatamente il loro valore, facendo capire qual è il potenziale espresso con i loro strumenti e rassicurando il resto della band: non ci sarà MAI modo di scivolare fuori tempo!) che più che scandire semplicemente il tempo, si fa sentire e si lascia apprezzare per capacità espressiva e per personalità. Non un semplice "tupa tupa", insomma, anzi; un vero e proprio impreziosire in maniera generale il discorso musica, concedendo ad Emilio e Roberto, oltre che una solida base sulla quale esprimersi, anche un ottimo espediente per rendere le loro note ancor più corpose ed efficaci. Particolarmente apprezzabile, in questo senso, un brevissimo frangente che si estende per circa cinque secondi (00:15 - 00:21) nel quale possiamo udire la ritmica ribollire letteralmente, con le chitarre dei nostri ansiose di far sentire le loro crudeli urla. Il brano scorre veloce e cadenzato allo stesso tempo, la voce di GMG non è esattamente come quella di Chris Barnes ma comunque risulta cattiva al punto giusto, distaccandosi da un growl troppo gutturale per cercare maggiore "acidità" nelle soluzioni vocali; prova riuscita, sicuramente questa volontà di espressione ha donato ai nostri la voce giusta a questo particolare tipo di genere musicale scelto. Possiamo udire anche una voce "sussurrata" quasi, e bassissima, prima che una letale mitragliata di rullante da parte di Federico ci introduca verso il punto decisamente più cadenzato e ricco di groove dell'intero pezzo. Minuto 1:11, ascoltiamo con attenzione cosa ne seguirà: parlavamo ad inizio analisi di U.S.A., dunque di una componente "stars and stripes" che si lascia udire sia in questo momento che nell'impianto generale della canzone, la quale si, risulta swedish death per molti versi (non comunque troppo da cadere nella trappola delle "copie") ma al contempo è dotata di quel groove tipico della musica estrema d'oltreoceano, quella dei giorni più "nostri" più che degli anni ruggenti di Slayer e Possessed. Doveroso, in questo senso, citare dei giganti come i Pantera, che magari non avranno influenzato "troppo" gli Unredeemed, tuttavia sono in qualche modo presenti fra le varie "derivazioni" per via di un sound che suona più moderno che old school, data anche una produzione curata al punto giusto che mantiene il tutto su binari più moderni che altro. Un perfetto compromesso fra un death più tendente alla "nera" melodia ed un assalto estremo tipicamente made in U.S.A., novità e tradizione che si fondono e coesistono magistralmente. Arriva il momento dell'assolo, in seguito, senza dubbio ricco di melodia e molto orecchiabile, ma non troppo da "snaturare" il concetto alla base della proposta musicale dei nostri. Ascoltiamo queste note e perdiamoci letteralmente in questo carrilon infernale, ritrovando il gusto per l'inquietitudine che la musica può effettivamente suscitare. Ritorna subito dopo la cadenza malvagia a metà strada fra la Svezia degli Entombed e l'America dei Pantera, il pezzo tutto sembra proseguire in discesa totale tanta è l'aria di ineluttabilità che percepiamo ascoltando questo frangente. Tutto deve finire, non c'è speranza, stiamo per accasarci verso l'ultima meta del nostro viaggio.. gli Unredeemed sceglieranno quando e come fermarsi, per il resto non possiamo far altro che rimanere in questo treno lanciato a velocità folle, che ha intenzione di schiantarsi da un momento all'altro. Si conclude qui la prima traccia, ricca di atmosfera e senza dubbio veloce ed arrabbiata al punto giusto. Come inizio, proprio niente male! Le parole, poi, sembrano essere decisamente cariche di significato e molto dense: "quante volte hai bevuto assieme al Diavolo l'amaro succo della tua Vita?", a quanto sembra l'argomento principale è quello dei demoni interiori. Come tutti sappiamo, la nostra anima non tende solo al bene, tutt'altro, non poche volte siamo tentati "dall'altra parte", ovvero la nostra metà oscura, quella che per l'appunto cerca in tutti i modi di portarci dalla sua parte approfittando dei nostri momenti più difficili. Un cedimento, una sorta di senso di noia e tristezza.. niente va come deve, i problemi ci mangiano vivi e noi, persi all'interno di un buco nero, non possiamo far altro che ascoltare maligne e perfide melodie, danzando con i nostri Demoni, in quei momenti unici esseri a capirci fino in fondo. E' lì che la proposta del Malvagio giunge forte e chiara: "lasciami essere il Diavolo sulla tua spalla, lascia che ti conduca sulla via della vittoria!". Quando una persona non ha nulla da perdere, è facilissimo lasciarsi tentare dalla "magia nera", potente e facile da controllare, capace di farci ottenere tutto e subito; magari arriviamo a sentirci colpevoli nonostante la nostra conclamata innocenza, magari qualche silenzio di troppo fa sorgere in noi alcune assurde paure / paranoie.. siamo realmente i protagonisti del film altrimenti chiamato Vita? Siamo realmente noi stessi, o qualche regista / aguzzino ci manovra con l'intento di renderci suoi schiavi, servitori a nostra volta della paura e del dolore? Ebbene.. bevendo dalla coppa che il Diavolo ci porge, otterremo tutte le risposte. Dimentichiamoci dell'angelo sull'altra spalla ed ascoltiamo unicamente lui, il Principe delle Tenebre, l'unico in grado di comprendere fino in fondo il nostro stato d'animo e l'unico in grado di fornirci le armi per vincere la nostra guerra. "Cedere non è mai un'opzione, per le menti dei vincenti!": non scoraggiamoci, dunque, dinnanzi alle difficoltà della vita.. con "Lui" di fianco, nessuno oserà mai più torcerci un capello. Un riff dallo splendido sapore Death 'n' Roll apre immediatamente la seconda traccia, "Lack of Luck", riff che mantiene la sua splendida caratterizzazione anche se il contesto arriva ad essere estremizzato in maniera notevole dalla batteria di Federico, il quale inizialmente sembra assecondare i compagni ma in seguito appesantisce il tutto adottando un tipo di ritmica più smaccatamente death metal, dispensando colpi precisi e tonanti quanto saette. Alla fine, anche il nostro, seguito da un Glenn sugli scudi quant'altri mai, decide di conformarsi al resto dei colleghi sfoggiando un drumming versatile e molto tecnico, passando da unaritmica Death ad una più " 'n' Roll", dando vita ad un frangente che strizza l'occhio sicuramente anche a band italiane di spicco del genere, come i romani Southern Drinkstruction, o parlando di Maestri esteri, gli americani Six Feet Under. Dopo questo momento il tutto ritorna più marcatamente Death (con una vena "evocativa", però, non male) ed il gruppo riprende a pestare durissimo tralasciando cadenze particolari, anzi assistiamo ad un incupimento generale del suono che se vogliamo diviene ancora più oscuro e pericoloso: Emilio e Roberto riescono meravigliosamente a tessere una trama che ha del malvagio intrinseco, dimostrandosi abilissimi nello spaziare fra più soluzioni, dall'estremo senza quartiere agli assalti più ragionati, passando per le cadenze "assassine" ma comunque più accattivanti. Giungiamo al secondo minuto, il gruppo ritorna ad adottare uno stile più " 'n' Roll" e subito dopo si ritorna in qualche modo a porre il tutto come un qualcosa filtrato attraverso l'esperienza dei Pantera, date le cadenze adottate da tutte e tre le asce, Glenn compreso (gran cesellatore di riff e grande personalità, va sottolineato!). Arrivati al minuto 2:48 si ricomincia di nuovo a pestare durissimo, siamo dinnanzi al momento più intenso della track: giunge nuovamente alle nostre orecchie quel Death evocativo già udito in precedenza, e mentre una delle chitarre è intenta a scandire il riff portante l'altra si lascia andare a delle urla paragonabili solamente a quelle di una Banshee o di una Mandragola. Tanto è il pathos che non riusciamo proprio a stare indifferenti, lo splendido lavoro al microfono di GMG riesce a farci capire cosa veramente è il Male fatto musica, arriva il momento dell'assolo, ancor più piacevole del precedente e subitamente si riprendono i vecchi stilemi estremi. Verso la conclusione, la definitiva detonazione dell'ordigno; in un impeto di violenza rasentante il Black Metal, la batteria di Federico cede alle lusinghe del blast beat, le chitarre esasperano velocità e capacità d'aggredire, Glenn diviene ancora più crudele mentre GMG non fatica certo a dire la sua.. una conclusione che si schianta con l'accennare del riff iniziale, giusto qualche secondo, anche questa track ci abbandona ancora scossi e letteralmente sottomessi a cotanta potenza. La generale rabbia udita lungo questa track trova riscontro anche e soprattutto nelle liriche qui presenti, vere e proprie dichiarazioni di guerra lanciate da un protagonista "stremato" dalla sua realtà. "Avanti, brutto figlio di puttana!! Chi ti credi di essere?? Tu vali zero, sei niente per me!" - "..è finito il tuo gioco, non vedi quanto sono alte le fiamme?" - "Fare il figo non ti salverà dall'annegare in un mare di merda", frasi molto probabilmente rivolte ad un particolare tipo di interlocutore, una persona falsa ed assai infida, dedita sicuramente alla "nobile" ed assai comune arte del voltafaccia. Quante volte, nel corso della nostra vita, ci siamo trovati davanti persone del genere? L'Amicizia è un sentimento da trattare quasi al pari del denaro: più ne abbiamo più siamo felici, ma più ne spendiamo, meno ce ne resta in tasca. Chi troppo spende, purtroppo, spesso e volentieri si ritrova solo, privo di amici sinceri, accerchiato da "merce" che ormai ha adempiuto ai suoi doveri "transazionali"; molti falsi amici, dopo aver ricevuto di tutto e di più, decidono che è arrivato il momento di trovare un nuovo "pollo" da spennare e dunque ci lasciano lì, soli, in balia della tristezza, traditi ed umiliati. La ruota gira, comunque, e la Vita sa bene, comunque, chi investire e chi no: farla franca è impossibile, prima o poi anche i peggiori aguzzini dovranno fare i conti con loro stessi e sarà allora che si troveranno a subire, sulla loro pelle, la rabbia del tradito.. la peggiore, a parer di chi scrive. La Vendetta è un piatto che può essere servito freddo come caldo, tutto dipende da quanto il cosiddetto "karma" impiega nel fare il suo lavoro. Sarà allora, quando chi ha vissuto all'insegna della meschinità capirà realmente cosa significa non poter far altro che annegare in un mare di "merda", che giustizia sarà fatta. Confidare, aspettare e sperare, ed anche se il presente risulta essere quanto di più negativo ci sia, anche se ad andare avanti sarà chi non vale meno di un centesimo.. beh, non perdiamo le speranze. Chi ha sbagliato, pagherà, e di certo non in maniera superficiale. ANZI. Precisi colpi di rullante danno il via alla terza traccia, "The Art of War", che parte spedita e forte di un'andatura ancor più " 'n' Roll" delle precedenti. La potenza del Death è sempre evidente anche se quest'ultimo è notevolmente "sporcato" di Thrash, proprio per rendere questo inizio di brano maggiormente diretto e fruibile di un assalto carico di Blast Beat e riff sferraglianti, tanto per dire. Il risultato è comunque ottimo ed assistiamo ad un'esecuzione pressoché ottima, il risultato finale suona molto più moderno che old school e soprattutto di più facile assimilazione, parlando per chi non è proprio a digiuno ma quasi di generi più estremi. Rapido giro di tamburi da parte di Federico ed una sinistra melodia fa capolino, giusto il tempo che ci vuole a lanciare GMG che subito arriva ad impreziosire la track con la sua voce graffiante e potente. Rimane l'andatura " 'n' Roll", tuttavia quest'ultima viene leggerissimamente messa da parte verso il secondo 00:57, in cui il contesto torna più smaccatamente Death, strizzando leggerissimamente l'occhio agli Amon Amarth e dando vita ad un momento evocativo e carico di tensione emotiva, ottimo intermezzo che spiana la strada nuovamente ai riff cadenzati sentiti in apertura. In seguito, accelerazione improvvisa: ritorna la melodia sentita nei primissimi secondi, quest'ultima diviene l'assoluta colonna portante di questa porzione di brano; la batteria di Federico pesta duro, le chitarre prendono spunto nuovamente da realtà melodeath come In Flames ed i già citati Amon Amarth. Se ci fosse un growl alla Joan Hegg potremmo quasi dirci di trovarci proprio in un brano dei vichinghi svedesi.. eppure, tutto mantiene comunque una certa distanza da quel mondo, non assorbendolo appieno vista comunque l'attitudine smaccatamente thrash dei nostri, che non manca di manifestarsi. Un brano che risulta non propriamente lineare e ricco di gradevolissime sorprese, ben costruito per farci rendere acconto della poliedricità dei Nostri musicisti. Particolari cori a supporto di GMG rendono il tutto ancora più claustrofobico, giungiamo al minuto 2:08, le chitarre di Emilio e Roberto divengono più marziali e precise, dando vita ad un riff "stoppato" e subito riaccennato, quasi "ad intermittenza", sempre coadiuvati dallo splendido lavoro di Glenn, una bassista-carro armato che non perde un colpo che fosse uno. Minuto 2:37, nuova sorpresa sonora: una melodia mesta e melanconica, delicata e decadente, giunge alle nostre orecchie come un raggio di sole che spazza via plumbee nubi temporalesche. La voce diviene maggiormente sussurrata, una soluzione che modernizza ancor di più il sound dei nostri.. finché non ritorna l'esplosione di melodeath, un vero e proprio "dramma in punta di plettro", tanto queste note sono splendidamente dure e melodiche, taglienti come rasoi eppure imponenti come il volo di un'aquila reale. Un momento solista realmente degno di questo nome che rende ancora il tutto più melodico, un vortice di ineluttabilità nel quale siamo totalmente persi; i nostri sensi vengono obnubilati da cotanta magnificenza, uno dei picchi dell'intero disco, degna conclusione di una traccia memorabile, da ascoltare e riascoltare. Di guerra si parla, questa volta, anche se non di guerra "fisica", con mitragliatori e fucili. Una guerra, tuttavia, di pari passo mietitrice di vittime innocenti ed alquanto letale a sua volta.. una sorta di guerra che tutti i giorni intraprendiamo contro noi stessi ed il Mondo, quel crudele mondo che cerca di distruggerci con ogni mezzo a sua disposizione, dal più corretto al più scorretto, dal più prevedibile al più imprevedibile; ogni alba è una nuova guerra, ogni tramonto il riposo d'un guerriero.. ogni giorno, una guerra senza quartiere, che forse solo avanti negli anni potrà cessare per liberarci finalmente dalla pesante oppressione del conflitto intrapreso contro il Tutto. I nostri nemici ci guardano, bisbigliano ridacchiando fra di loro.. ci sorridono come se nulla fosse e sono pronti a colpirci. Potremmo anche cedere al loro invito di unirci alla comitiva e stare in allegria, anche se notiamo la falsità di quei modi accomodanti e di tutta quella gentilezza. "Una pugnalata si cela dietro i loro sorrisi", lo sappiamo e per questo non ci immischieremo mai nei loro affari.. anzi, partiremo all'attacco, consci del nostro cuore incorruttibile e privo di timore. Dopo tutto, "la gloria alberga nel cuore degli audaci, la paura dimora nel cuore dei codardi": nessuno si aspetta un contrattacco, se ci si mostra decisi a scendere in campo i vigliacchi scapperanno a gambe levate come tanti piccioni spaventati, svolazzando alla rinfusa, alla ricerca di un rifugio sicuro. "Un uomo saggio sa perfettamente cosa gli si pare di fronte", dobbiamo unicamente imparare a rendere il nostro un occhio "clinico", capace di distinguere la sincerità dalla menzogna, e di conseguenza rendere noi capaci di sfoderare le armi quando sarà il momento necessario. Il Mondo è crudele, prima lo si impara e prima saremo in grado di farci valere come un vero uomo dovrebbe sempre fare. Testa alta, spalle robuste, schiena dritta e passo deciso.. i nemici non ci fermeranno, e a quanti si parranno dinnanzi a noi con l'intenzione di farci del male, noi risponderemo con la forza dei nostri colpi. Che guerra sia, siamo in trincea e pronti a dar fondo a tutte le nostre energie. Inizio più lento e ragionato per la quarta track, "The Stone", che sin da subito punta su lunghe note di chitarra adatte a creare un'atmosfera melodica ed al contempo oscura, che incuta timore in un ascoltatore che sino ad adesso può dire d'aver allenato il suo orecchio ad accogliere varie sonorità, non c'è che dire. Il tonante vibrare dei tamburi di Federico è un piacevolissimo arricchimento, espediente che rende il tutto ancora più drammatico (per dirla alla Stephen King, "i tamburi del destino") grazie a precisi giri di tom e al battere incessante di una grancassa che praticamente non sbaglierebbe nemmeno sotto la più incombente delle pressioni. Secondo 00:19, la musica cambia (letteralmente!), le chitarre di Emilio e Roberto sono ora intente ad emettere note molto più brevi e serrate, donando al brano un'andatura quasi marziale e militareggiante; una marcia, un battere che i Nostri seguono con sommo rigore sino al secondo 00:29, in cui una cadenza meno "stoica" fa capolino, scandendo il tempo in maniera molto diversa che da in precedenza. Si instaura un groove eccezionale, fino ad un'accelerazione improvvisa che ci conduce verso lidi molto più thrasheggianti, resi tali anche dalla voce bestialferina di GMG, ottimo singer e sicuramente adattissimo a questo contesto così poliedrico e per nulla imprevedibile. C'è nuovamente spazio per accenni di nera melodia, udiamo in tutto questo distintamente il basso di Glenn (vero e proprio valore aggiunto) e subito dopo si riparte con l'assalto senza quartiere, mitigato in seguito da alcune cadenze più grooveggianti. Pezzo che sfocia in nuovi espedienti "Death 'n' Roll" al minuto 2:22, dopo un rapidissimo giro di tamburi. "Death 'n' Roll" non abbandonato del tutto, unito in seguito alla componente groove.. il risultato è una rabbia primordiale, non filtrata, un'esplosione musicale degna di nota come non se ne sentivano da tempo. Difficile da descrivere quanto stiamo udendo, si può solo alzare le mani e riconoscere che questi ragazzi (complice anche una produzione pressappoco perfetta) stanno costruendo un qualcosa di notevole, a metà strada fra la vecchia scuola Death / Thrash e gli accorgimenti sonori del "tempio" melodeath svedese, passando per il groove di gruppi come Pantera ed Exhorder (questi ultimi "eroi silenziosi", da non tralasciare mai). A dominare, nell'ultima parte del brano, è il gusto per la melodia tipico dell'estremo scandinavo: un tripudio di drammaticità musicale che ci lascia interdetti e ci fa nuovamente apprezzare l'abilità tecnica e compositiva di tutti i musicisti coinvolti in questo progetto. Del resto stiamo parlando di gente navigata e di grande esperienza, aspettarsi un prodotto degno del loro nome era realmente il minimo sindacale, come si suol dire. Questa volta ci troviamo dinnanzi ad un testo assai drammatico e fortemente pessimista, cronistoria di un uomo che, a quanto sembra, ha perso ogni speranza riposta nei suoi sogni ed ha abbandonato definitivamente la volontà di essere felice. Un testo che sembra la schiacciante (e perentoria) analisi di una vita buttata nel nulla, passata in panchina, a veder gli altri giocare. "Io sono il Clown che non sorride.. sono il gioco che tu non giocherai, sono la parola che non pronuncerai.. sono la pietra che il costruttore non ha utilizzato": la metafora della costruzione vista come un'insieme di unità compattate per dar vita ad un Tutto è quanto meno indicativa dello stato d'animo del protagonista di questo brano, che si sente come un qualcosa di dimenticato ed inutile, come un peso, come tutto ciò che è destinato a rimanere nell'ombra e a non uscire mai da determinati confini. Le altre pietre sono lì, unite, assieme ed in compagnia, pronte ad essere ognuna parte di un gran castello.. mentre il Nostro è semplicemente tagliato fuori dai giochi, scartato ed umiliato.. in una parola, inutile. Uno stato d'animo che pesa quanto un macigno, che ci porta all'annullamento totale di noi stessi e ci getta dritti dritti nelle fauci della depressione, pronti per essere mangiati vivi. L'oscurità domina, nella buia stanza della della nostra Anima. Nessun sorriso amichevole, nessuna mano tesa per aiutarci, nemmeno qualcuno volenteroso di dirci "addio". Niente, confinati ai margini, privi di speranze e fiducia nel domani.. siamo la pietra che non verrà usata, è bene spegnere sul nascere il sorgere di illusioni inutili e condannarsi, una volta e per sempre, ad una vita nella "seconda fascia", quella in cui nessuno ci noterà mai. Arriviamo al giro di boa con il sopraggiungere della quinta traccia, "Burning City", la quale si fregia di un inizio a dir poco al fulmicotone. Un riff di chiara matrice Thrash arriva impetuoso come un falco e tutta la strumentazione si adegua allo stile, presentandoci un insieme perfetto ed indissolubile, c'è nuovamente spazio per un estremizzazione del sound dettata dalle pelli di Federico, il quale riesce a far vibrare la sua batteria con la stessa intensità di un terremoto. Si indugia quasi nel blast beat, il tempo torna più cadenzato e maggiormente Thrash oriented, rapidi giri di tamburi e presto si aggiunge alle asce anche il basso di Glenn, che rende il tutto ancor più corposo e "gigante", nel vero senso della parola. L'apporto dell'esperto bassista si sta rivelando fondamentale per la buona riuscita del progetto, lo dimostra il fatto che una buonissima percentuale dell'aggressività sino ad ora mostrata è sicuramente merito di Mr. Strange, che del resto può senza dubbio far leva sulla sua militanza in un gruppo estremo come i Death SS. Estremi si, ma anche loro tesi verso un tipo di poliedricità sonora e sperimentazione musicale. Tornando nello specifico alla traccia, notiamo come lo stile si mantenga lineare fino al minuto 1:07. Andatura thrasheggiante sporcata di Death, in seguito è proprio la componente "melo" ad esplodere presentandoci addirittura un'alternanza niente male fra lo stile estremo di GMG ed una voce pulita. Un momento senza dubbio da brividi, che spezza il contesto, prima che quest'ultimo riassuma connotati "guerreschi" e corrosivi, a suon di riff spacca ossa ed una batteria intenta letteralmente a far vibrare le pareti di casa nostra. L'esplosione melodica e l'alternanza fra voce estrema / clean vocals è destinata comunque a ripresentarsi, voci che sono sempre intente ad esprimersi sul tessuto sonoro creato da Emilio e Roberto, i quali riescono a raggiungere picchi di espressività melodica mai sentiti fino ad ora in tutto il corso del disco. Particolarità che si ripresenta soprattutto nel momento solista. Un brano anomalo, atipico, che presenta come già detto quella modernità "stars and stripes" che però, questa volta, non ci fa pensare ai Pantera. Dovessimo fare un altro nome di grandi innovatori degli anni '90 / 2000, si potrebbe senza paura affermare che c'è molto di un complesso come gli Slipknot, in questa "Burning City": naturalmente i due gruppi non sono totalmente paragonabili per via di molte differenze che li separano.. tuttavia, la melodia struggente alternata ad un contesto massiccio e splendidamente arrabbiato non può non farci pensare ai "cattivi" di Des Moines. La forte componente old school comunque mitiga le influenze più moderne, confezionandoci un prodotto più ancorato a stilemi "storici" che troppo orientati verso il presente / futuro, il che non è certo un male, anzi. Ogni gruppo ha il suo stile e l'importante è non cadere mai nella trappola dell'imitazione smodata. Gli Unredeemed ci stanno mostrando cosa significhi suonare col cuore e gli attributi, il loro sound contiene molti rimandi ma nessuno di questi viene imposto all'ascoltatore, che si ritrova immerso in uno splendido mix di personalità e di eclettismo. Una metà di disco che non ha conosciuto cali, ottimo lavoro fino ad ora! Di nuovo di guerra si parla nelle lyrics, in maniera non poi così figurata come avvenuto in "The Art of War"; questa volta vengono usate nitide immagini di un conflitto a fuoco, diapositive che ci mostrano un mondo totalmente allo sbaraglio, ove ormai non esistono più regole atte a garantire sicurezza e stabilità. Questo conflitto ha imbarbarito totalmente la popolazione tramutando tutti in assassini, "il chaos è il nostro pane quotidiano" ed è solo il più forte a sopravvivere, in un tripudio di sangue in cui i deboli annegano. Il silenzio è rotto dal rumore incessante delle bombe, ognuno è intento a distruggere qualsiasi cosa si trovi sulla sua strada, solo la Morte ormai potrà salvarci da un mondo preso e rovesciato senza appello. "Un sole maledetto brilla su di noi", i tempi non sono fra i più felici, ci si mette anche la pioggia acida a corrodere la nostra pelle.. un vero e proprio Inferno destinato a non cessare mai, almeno fin quando la razza umana non si sarà auto estinta a suon di guerre fratricide. Non sembra, tutta via, trattarsi di un testo deciso a condannare gli orrori della guerra. Il brano sembra ancora una volta servirsi di certe immagini per parlarci di un dramma molto più interiore e figurato: questo mondo devastato è il figlio dei tempi in cui viviamo, in cui l'egoismo ed il menefreghismo sono effettivamente i nuovi "valori" e dove tutto viene ribaltato in nome di una morale distorta ed imposta dai poteri forti, che ci vogliono schiavi ed in perenne lotta gli uni contro gli altri. Conflitti scatenati da sciocche divisioni (completamente nulle, dinnanzi alle grandi analogie!) scaturite da idee politiche e non, discordanti; aggiungiamo il peso di una Vita sempre più ingestibile, aggiungiamo il timore di non riuscire in quel che vorremmo fare, la rabbia, la frustrazione.. ed ecco che otterremo il "sole maledetto" che imperterrito lancia i suoi raggi tossici contro di noi, coadiuvato da una pioggia acida che letteralmente ci priva della nostra essenza materiale e spirituale. Giungiamo alla seconda metà del disco e subito la sesta traccia, "No Name Maddox", si fa largo nelle nostre orecchie con la sua intro a dir poco anomala, ma di grande effetto. Riusciamo ad udire delle parole leggermente "ovattate", subito dopo le delicate note di "Look at Your Game, Girl" di Charles Manson giungono avvolgenti, donando all'insieme un'atmosfera singolare ed a dir poco "straniante". Alla canzone si sovrappongono delle voci, fra le quali una dominante, molto probabilmente appartenente al famoso Charlie, intenta a recitare una sorta di mantra che lo zio Jess era solito ripetere al piccolo Manson, in gioventù: "Noi non ci arrenderemo mai, siamo ancora ribelli e lo saremo sino alla fine dei nostri giorni. Io non concepisco nessuna di queste dannate scuole Yankee.. non andare a scuola, figliolo!!". Una frase altisonante e forte, dettata dall'astio che lo zio Jess provava nei riguardi del sistema scolastico americano, per lui insignificante ed anzi dannoso per lo sviluppo e la coltivazione della naturale curiosità dei giovani. Il tutto si esaurisce comunque dopo un minuto abbondante, e se nel mentre siamo riusciti ad udire i colpi della batteria di Federico che preannunciavano il sopraggiungere della track vera e propria, è nell'attacco di un riff di chiara derivazione groove a donarci l'effettiva song nella sua interezza. La scuola Pantera torna chiaramente e prepotentemente in auge anche se la componente bestiale del Thrash / Death si fa sentire sempre nitida e chiara.. giungiamo ad una calma apparente, e subito prorompe dagli amplificatori la special guest di quesa "No Name Maddox".. giù il cappello per il grande Steve Sylvester, master mind e voce malvagia / vampiresca dei Death SS, che con il suo cantato denso di pathos, ruvido ed istrionico, dona alla traccia tutta un che di misterioso, di "arcano". Proprio in virtù del suo stile canoro, quando la track torna su binari più aggressivi sembra proprio di trovarci a tu per tu con un brano della band di Steve (vista e considerata la presenza di Federico / Bozo Wolff e di Glen Strange) e l'esperienza dei Death SS è chiaramente riscontrabile in questo stile sempre pesante ma scorrevole, di matrice Heavy, sempre e comunque appesantito dalle velleità estreme dei nostri Unredeemed. Sopraggiunge anche l'effettivo singer del gruppo, e l'alternanza Sylvester / GMG risulta sicuramente uno dei picchi di questa "No Name Maddox". Due stili diversi ma complementari, che mantengono la track in bilico fra il "mistero" e la potenza, fra una sorta di assalto "esoterico" ed una guerra priva di bandiere o di quartiere. Minuto 3:16, lo stile cambia ancora e sembra quasi di trovarsi dinnanzi ad un brano rasentante (molto alla leggera) il Black Metal, se non fosse per la produzione per nulla lo - fi che in qualche modo ci riporta all'interno del discorso vero e proprio non facendoci allontanare più di troppo. Emilio e Roberto possono dare prova della loro bravura e capacità di spaziare, grandi protagonisti Federico e Glenn che continuano a mostrarsi nella loro interezza di musicisti, in un tripudio di voci sussurrate e melanconiche.. giungiamo ad una "falsa" conclusione, e subito si riprende il riff aggressivo udito agli inizi del brano, Steve torna minaccioso per declamare gli ultimi versi e la track può chiudersi così, lasciandoci ad un'altra registrazione, tratta da un'intervista sempre rivolta a Charles Manson, il quale è intento a declamare uno dei suoi aforismi più famosi:  Reporter: "Cosa vedi, quando guardi dentro te stesso?" - Manson: "Quando guardo dentro me stesso? Beh.. vedo tutto! Tutto ciò che ho.. il buono, il cattivo, il malvagio.. vedo tutto nella sua interezza" - Reporter: "E quanta malvagità c'è?" - Manson: "Tanta quanta ne vedi tu". Brano singolare e senza dubbio più che coinvolgente, perfetto biglietto da visita per questa seconda metà di disco. Addentrandoci all'interno del testo, notiamo come i tanti riferimenti al Charlie mondialpopolare non siano certo popolari, dato che la canzone stessa è ispirata al pazzo più famoso d'America. A partire dal titolo, chiaro riferimento alla sua biografia: il suo primo nome, difatti, fu proprio "senzanome Maddox", dato che sua madre, l'allora sedicenne Kathleen Maddox, lo concepì a seguito di un rapporto non protetto. Solo in seguito il nostro acquisirà la sua definitiva identità di Charles Manson, quando la genitrice si ritrovò sentimentalmente legata ad un uomo, William Manson. Le parole del testo trattano di seguito la delirante esperienza di quest'uomo, cresciuto nel degrado più totale e divenuto, nel corso degli anni, uno dei criminali più famosi della storia: le sue aspirazioni di musicista prontamente stroncate sul nascere, la sua visione del mondo, la sua lucida follia e le sue teorie sulla vita ne hanno fatto un ciarlatano per molti ed un guru per altri. Abbondano anche riferimenti al celeberrimo omicidio di Sharon Tate e le conseguenti attività terroristiche della "Famiglia di Manson", ovvero la comunità agli ordini del Santone, intenta a fare tutto ciò che l'oscuro guru comandava loro. Furono i suoi adepti, infatti, ad uccidere la celebre attrice moglie del regista Roman Polansky, massacrandola a coltellate e scrivendo strani messaggi in codice in vari luoghi della casa (come "pig" sulla porta, o "Helter Skelter" sullo specchio del bagno, celebre pezzo dei Beatles ma per Manson chiaro messaggio di un apocalisse imminente). Gli ultimi versi sembrano descrivere appieno il pensiero di tutti circa la figura di Charles: "Guardami dal basso e ti sembrerò un folle, guardami dall'alto, ti sembrerò un dio.. guardami in faccia, vedrai te stesso. Io non sono nessuno. Te stesso". Frase emblematica del "Manson Pensiero", che mantiene acceso l'eterno dibattito che da sempre si è scatenato attorno a quest'ambigua figura. Pazzo? Assassino? Santone? Profeta? Ai posteri l'ardua sentenza. Certo è che la voce di Steve Sylvester ha reso magnificamente giustizia al tema trattato, donando alle parole una carica emotiva non indifferente. La settima traccia, "New World (DIS)Order" rinuncia decisamente agli espedienti della track precedente, aprendosi con un riff di chiara matrice thrash death, meravigliosamente scandito e presentato. Track che può vantare un'altra presenza d'eccezione, quella di Papa Satana, basso / voce dei blackster GoddoG. La batteria di Federico dona al tutto una cadenza particolare, ma un preciso battere di charleston lascia che la componente thrash prenda il sopravvento, facendo partire in quarta il brano e rendendolo molto più scorrevole che "devastante" come la tradizione Death imporrebbe. Non che quest'ultima sia tagliata fuori, sia chiaro, ma in prima battuta l'andatura thrash sembra essere preferita, almeno fin quando Federico non serra i ritmi ri-estremizzando tutto il contesto. GMG tiene splendidamente botta, Glenn è la garanzia delle garanzie, ed in tutto questo non si può stimare la potenza policroma degli strumenti di Roberto ed Emilio, veri e propri mattatori di un brano che si divide benissimo fra cieco estremo ed assalti ben più ragionati e grooveggianti, se vogliamo. Merito di una sezione ritmica, lo ricordiamo, che non è solamente all'altezza della situazione ma anzi assurge a vero e proprio asso nella manica dei nostri. Il brano, fra le sue alternanze, risulta essere assai lineare e perfettamente scorrevole, piacevole da udire e splendidamente coinvolgente. Fa venir voglia di muoversi, di pogare, di buttarsi nel moshpit senza troppi pensieri e di scatenare il collo mettendone a dura prova i muscoli. Momento splendidamente duro al minuto al minuto 2:26, ne consegue un ritmo più aspro e tirato, sul quale tutti riescono ad esprimere la loro cattiveria Death nel migliore dei modi. Cattiveria diradata dal sopraggiungere di un momento solista delle asce che fa dell'orecchiabilità il suo punto forte, dando vita a dei momenti di pura suggestione melodica che stemperano il clima squisitamente oppressivo della track qui presente. Si ritorna verso lidi più estremi con il sopraggiungere dell'ultima parte del brano, in cui il titolo del brano viene scandito praticamente mediante urlando minacciose, con tutta la band che tinge nuovamente il suo sound di ineluttabilità per accompagnarci alla fine definitiva. Un altro esplosivo detonato ed un'altra buona prova consegnata a noi ascoltatori, sempre più soddisfatti. Le lyrics questa volta donano un alone di forte protesta al testo di questo brano, che si configura a tutto campo come un'aspra critica al moderno sistema di governo, non solo italiano ma mondiale. Partiamo dal titolo, evidente gioco di parole che quasi crea un "movimento" che si oppone al famigerato "Nuovo Ordine Mondiale", ovvero una sorta di "setta", formata da uomini potenti con in mano il destino dell'umanità. I Nostri danno dunque vita al "Nuovo DISordine Mondiale", che si configura come un movimento antitetico all' "N.W.O." e decide di distruggere il Sistema di cose dal quale i cittadini di tutto il mondo sono oppressi e seviziati. "Come puoi dire che è tutto ok, mentre rubi ciò che mi appartiene?", con questa domanda si apre il testo, una domanda direttamente rivolta ai politici del mondo, i quali non fanno altro che promettere miglioramenti e ricchezza per tutti, mentre noi, poveri lavoratori, ci vediamo derubare dei nostri sudati guadagni mediante tasse sempre più alte ed imposte ad hoc per colmare i debiti che i politicanti creano, sperperando il denaro per i loro biechi interessi. "Nuovo Ordine Mondiale", "Illuminati" e teorie del complotto varie.. a nessuno importa più nulla, siamo arcistufi di subire vessazioni continue e punizioni ingiuste inflitteci con il sorriso sulle labbra. Il "Nuovo DISordine Mondiale" è finalmente nato, nessun politico è più al sicuro e nessuno potrà più permettersi di fare bello e cattivo tempo, giocando con le nostre vite o agendo a proprio esclusivo interessere. I governi saranno rovesciati, questo bieco sistema di finta democrazia verrà spazzato via ed a regnare sarà unicamente il Caos, contrapposto all'Ordine (fasullo) che determinati politicanti vorrebbero imporci a suon di paroloni e discorsi pre-confezionati, atti unicamente a confonderci le idee ed a distrarci dalle vere problematiche. Un riff che sa di modernità apre l'ottava traccia, "Questions", brano nel quale la chitarra, inizialmente, sembra quasi ricalcare il lavoro svolto da band come i Saliva (quest'inizio mi ha riportato alla mente diversi loro brani, fra cui la celeberrima "I Walk Alone") od i Black Label Society, dato che è sicuramente percepibile anche un tanto di scuola "Zakk Wylde". Presto, tuttavia, questo espediente viene tralasciato per far spazio ad una "nuova" partenza ben più decisa: la ritmica diventa più esasperata e le chitarre danno vita a riff ben più serrati e meno ariosi, la voce rimane sussurrata ed aspetta prima di esplodere definitivamente, lasciando agli strumenti il tempo di potersi far ammirare nella loro interezza. Sembra che la band decida di adottare una struttura a climax, aumentando progressivamente di intensità e dando vita in seguito ad una splendida traccia assai lineare, ove la voce di GMG può finalmente troneggiare rivelando la sua bestialità ritrovata. Alcuni elementi riescono ancora a rimandarci all'alternative metal americano, la melodia non è usatissima ma quel poco di presenza c'è e si fa sicuramente sentire ed apprezzare. Un brano che si configura come apprezzabilissimo a prescindere dai gusti, che suona diretto e sincero e che risulta essere anche più coinvolgente d'altri. Sarebbe sicuramente un ottimo singolo di lancio, "Questions" è una di quelle papabili "hit" in grado di colpire l'attenzione di più ascoltatori e fungere da richiamo per tutto il resto delle tracks del disco; un invito ad avvicinarsi ed a scoprire le meraviglie presenti in questo scrigno estremo. Il tutto si esaspera verso il minuto 3:32, nel quale la canzone beneficia di riff ben più duri e precisi, salvo poi ripartire alla grande con lo schema già analizzato. La track fila liscia come l'olio fino alla sua conclusione, ri-mostrandoci un'attitudine alla Black Label Society e chiudendosi magnificamente, con gli strumenti che sfumano piano piano verso la chiusura totale. Per quanto riguarda le lyrics, in questo testo troviamo quasi una rabbia simile a quella espressa da Edward Norton nel suo celeberrimo monologo tratto dal film di Spike Lee "La 25a Ora". In quel dialogo con se stesso, Norton inveiva contro tutto e tutti, sfogando la sua rabbia contro uno specchio.. e lo stesso fa il  Protagonista di questa canzone, che nella prima strofa si ritrova a maledire l'intero mondo, non facendo nessuna distinzione. Egli è stanco e disgustato dal comportamento umano, il suo odio non ha né razza né religione; l'ipocrisia ("più letale di una dose di eroina"), i falsi sorrisi, i comportamenti scorretti.. eppure, nessuno si accorge di quanto in basso stia cadendo la razza umana. "Sono l'unico figlio di puttana che riesce a capirlo??", si chiede il Protagonsita, perso in un mondo dove la vanità ha ormai surclassato la capacità di giudizio obbiettivo e sincero, smarrito in un presente ove conta unicamente star zitti e non esporsi mai troppo, per non creare "problemi" e soprattutto assicurarsi una vita "tranquilla e dignitosa", all'insegna del servilismo e della paura magari d'esser licenziati o di non avere nessuno con cui uscire al Sabato sera. Un mondo dal quale tenta di allontanarsi chiunque riesca a vederci chiaro, proprio perché, come da titolo, è la capacità di porci delle domande a renderci realmente liberi ed indipendenti. C'è chi accetta senza remore o proteste, c'è chi invece si pone il fatidico "perché", cercando di ideare un proprio pensiero non condizionato o condizionabile da alcunché. Chiaramente, un mondo come il nostro, questa grandissima virtù viene vista come una vera e propria pestilenza / maledizione, e si cerca addirittura di "guarire" chiunque ne sia "afflitto". Meglio essere considerati ammalati in un mondo di sani, tuttavia, piuttosto che conformarsi al perbenismo borghese, svendendo la propria dignità per trenta denari, in cambio praticamente del nulla. La penultima traccia dell'album, "Cleaning Out My Grave", si apre come la precedente sfruttando un sound che, come il resto della track, rimanda molto alla modernità più che alla old school . Proseguendo nell'ascolto, notiamo ancora come l'influenza di Zakk Wylde sia ben definita e chiara, tanta è la cadenza utilizzata e tanto il sound cerchi di assumere quei tratti tipici di un certo Hard 'n' Roll. D'improvviso, tutto cambia: sprizzi di melodia in alcuni riff ed al secondo 00:51 si ritorna a pestare durissimo, adattando gli stilemi swedish delle ultime due decadi, già uditi nel corso dell'album. Al solito è la batteria di Federico a dettare meravigliosamente i cambi, e l'assalto estremo dura un considerevole numero di secondi, fino a giungere al minuto 1:34, istante in cui la cadenza "BLS" torna a farsi udire in tutta la sua magnificenza capacità di coinvolgere. Tutto sembra continuare definitivamente su questo stile, sino al minuto 2:34, in cui la voce torna nuovamente bassa ed effettata e le chitarre rallentano progressivamente, facendo scemare il clima di tensione sin qui accumulato. Il sound si mantiene quindi su ritmi blandi, il preciso dettare i tempi di basso e batteria è perfettamente e distintamente udibile, le asce sembrano aver perso un po' di mordente e, forse, il momento qui ricamato non è fra i più esaltanti dell'album. Le cose migliorano sensibilmente quando Roberto ed Emilio tornano a sfruttare la loro capacità evocativa, tingendo il sound di quella maestosa decadenza espressiva già udita nel corso di tutto il disco. Il momento solista re-innalza sicuramente il livello della traccia che forse un po' paga il "rallentamento" udito in precedenza. Alla fin fine, però, è solo questione di mera pignoleria. Non sarà fra le migliori del lotto, ma "Cleaning Out My Grave" è un brano che comunque funziona ed arriva diretto quel tanto che basta per lasciarsi ascoltare ed apprezzare. Le lyrics tornano ad incentrarsi su una sorta di dramma esistenziale, e seppur risultino sufficientemente criptiche, possiamo comunque capire a grandi linee quale sia il problema che in quest'occasione affligge il nostro protagonista. Sembra quasi che per quest'uomo sia giunta l'ora definitiva: egli realizza quanto ormai sia difficile combattere e prendere di petto la vita com'era solito fare in precedenza, sembra quasi che la stanchezza sia ormai sovrana totale della sua anima, quell'anima in cui troneggiava fiero uno spirito guerresco. "Ogni giorno muoriamo un po' ", come diceva Seneca, e nelle lyrics è presente una citazione simile a quella dell'arcinoto Lucio Anneo, in quanto il tempo che passa comincia a pesare sulla vita di chi, a conti fatti, ha ormai ceduto il passo alla Noia e alla tristezza. C'è ancora una remota possibilità di essere salvati? Dovremmo forse intraprendere un'ultima e durissima guerra contro noi stessi? Difficile a dirsi, sembra che non ne valga assolutamente la pena e che tutto giochi terribilmente a nostro sfavore. Siamo catapultati in una spirale di rassegnazione, le nostre forze non saranno mai necessarie nemmeno solo per arginare l'avanzare del Destino. "Ora che la fine è giunta, i miei occhi non scorgono futuro", triste sentenza emessa dal protagonista che, (quasi) serenamente e privo di rabbia accetta quello che è il suo destino. Ormai è troppo tardi per opporsi al volere della Morte, è bene soccombere a testa (comunque non troppo) bassa ed accettare che questo, alla fine, è la ruota della Vita. Ci avviamo a malincuore alla conclusione del disco avvicinandoci all'ultima traccia, "Unreedemed I Am", nomen omen e manifesto programmatico della band. Ad aprire le danze una melodia oscura ed intrisa quasi di lacrime, madida di pianto ed assai melanconica, subito spazzata via dal sopraggiungere della potenza trascinante dei nostri, i quali decidono di adottare nuovamente uno stile estremo molto simile a quello di Dimebag e soci, in quella che sembra ad orecchio essere una delle track più sentite e valide dell'intero lavoro. Il ritmo viene estremizzato salendo i gradini del climax "quattro a quattro", l'atmosfera diviene improvvisamente e decisamente pesantissima, la batteria di Federico sembra quasi esplodere sotto i possenti colpi del drummer ed al momento 1:06 abbiamo un assalto Death Metal in piena regola, da restarci secchi tanta è la potenza espressa. Si continua di gran carriera a macinare riff ed al minuto 1:27 c'è addirittura spazio per un momento rimandante al Black Metal di band come Dimmu Borgir (se GMG avesse adottato uno scream "puro", sarebbe quasi risultato simile al ben noto Shagrath). Ritorna la brutalità del Death Metal, in seguito, in tutto il suo splendore - terrore, riuscendo a spazzar via quanto di atmosferico era stato creato con un nuovo momento "barely Black Metal". In un'alternanza caotica e continua di stilemi c'è da perdersi letteralmente, ma questo non è da interpretarsi come una critica, anzi. C'è molta carne al fuoco, questo è vero.. ma l'appetito è inestinguibile e cerchiamo furiosamente di cibarci di tutto ciò che i nostri macellai hanno da offrirci. Ora picchiatori ora creatori d'atmosfere, gli Unredeemed riescono a confezionare, arrivati all'ultimo istante, quella che è la traccia migliore di tutto il disco nonché, forse, la perfetta summa di quel che è il loro stile. Poliedricità, espedienti musicali variegati che coesistono perfettamente in un sound tenuto legato stretto da abilità tecnico - compositive invidiabili, tanta passione per il Metal e soprattutto capacità di esprimersi superando le barriere ed i pregiudizi. Questi, signori, sono gli Unredeemed di "Unredeemed I Am", che ci mostrano quanto si possa arrivare lontano con la tenacia e la determinazione. La nera melodia ascoltata in precedenza chiude quest'ultima fatica, facendoci venir voglia di riascoltare tutto daccapo, immediatamente, senza prenderci neanche un minuto di riposo. Ricordandosi della potenza della musica appena udita, possiamo notare come il testo voglia essere "forte" di pari passo, presentandoci una figura che stoicamente accetta di affrontare tutto e tutti non lasciandosi intimorire da niente e nessuno. Si fa leva sulla Rabbia, un sentimento in grado di donarci la forza necessaria a smuovere montagne, se questo fosse effettivamente necessario. Riusciamo, dominando le eruzioni distruttive di quest'ultima, ad ottenere nuovi poteri e nuovo vigore, siamo pronti per far vedere al mondo chi siamo. E cosa siamo, il nostro Essere privo di contaminazioni o condizionamenti, proprio perché "saremo sempre sbagliati agli occhi caritatevoli di Dio". Un modo universale per dire che non importa cosa si è, comunque qualcuno troverà dei difetti e parlerà, ci andrà contro per il solo gusto di farlo.. essendo coscienti di tutto ciò, tanto vale essere noi stessi senza censure, senza assecondare i rimproveri di nessuno, chiunque esso sia. E mai, MAI pentirsi di questa scelta.. siamo o non siamo degli Irredenti? Lasciamo le penitenze e le punizioni ai cuori pavidi e "timorosi di Dio", noi abbiamo scelto. Vivremo secondo le nostre regole, non chiederemo mai scusa a nessuno, non dovremmo mai pentirci di ciò che siamo e soprattutto non rimetteremo mai i nostri debiti, proprio perché debiti non ne abbiamo! Do what Thou Wilt, diceva Crowley.. ebbene, facciamo ciò che ci sentiamo di fare, fregandocene altamente dei giudizi lapidari e della "moralità" ipocrita dei nostri tempi. Rispetteremo i nostri nemici.. ma non li temeremo MAI!

Giunti alla fine di questo viaggio così esaltante, senza dubbio sorge in noi una piacevole sensazione di appagamento.. anche se, ripeto, il primo impulso è quello di andarci a risentire TUTTO il disco, per carpirne meglio i riferimenti e per emozionarci ancora, a ritmo di questi dieci pezzi che mai stancano e mai si rendono "prevedibili" o peggio ancora "scontati". La forza di un album come "Amygdala" è da ricercarsi in due fattori ben precisi. Punto primo: la preparazione e l'ottima tecnica dei musicisti coinvolti in questo progetto. Raramente capita di sentire giovani batteristi preparati come Federico, un artista poliedrico e capace di adattarsi alle situazioni più disparate; dai generi ibridi come questo all'Heavy più tradizionale, passando per il Progressive e alle esperienze in veri e propri colossi come i Death SS ed i Morgana. Emilio e Roberto, poi, hanno ampiamente dimostrato di poter dare voce alle loro chitarre in mille ed uno modi, passando da un genere all'altro con la stessa naturalezza con la quale ci si cambia una maglietta. Glenn è il secondo "profeta" del ritmo, che con il suo basso riesce a dotare il tutto di quella proverbiale "marcia in più", rendendo tutti i pezzi "pieni" e meravigliosamente aggressivi ed espressivi. Dulcis in fundo, la voce di GMG che non perde un colpo ed è preziosa, in quanto riesce comunque a risultare un collante fra più generi fra di loro differenti. Una costante che non perde un colpo ed aumenta la già massiccia dose di aggressività di cui tutto "Amygdala" è permeato. Passando al fattore due, quest'ultimo è da ricercarsi, come abbiamo detto, nella forte espressività della quale ogni pezzo è "portatore sano".. perché essere musicisti molto tecnici è un conto, esprimere qualcosa facendo emozionare l'ascoltatore è decisamente un altro. Sembra quasi che gli Unredeemed vogliano comunicarci quanto determinati argomenti citati nei testi stiano molto a cuore ad ogni singolo membro, ed in virtù di ciò.. nasce il sound che tanto ci cattura! Un fattore da non trascurare MAI, questo disco è una proverbiale bomba proprio perché riesce a raggruppare le nostre energie facendole saltare definitivamente in aria, aiutandoci a sfogare tutta quella rabbia repressa che altrimenti rischierebbe di implodere facendo danni su danni. Un musicista che crede in ciò che fa e riversa la sua vita nelle sue note non è mai da sottovalutare, qualsiasi sia il risultato finale. Se aggiungiamo il fatto che "Amygdala" è pure suonato benissimo oltre che con trasporto, allora il risultato finale è uno solo: questo disco va ACQUISTATO, e sentito da chiunque abbia la volontà di buttare all'aria la propria rabbia ascoltandosi del Metal potente. Pochi gruppi riescono a coinvolgere in questo senso, si pensi ai veterani Slipknot, già citati nel corso dell'articolo.. e mi auguro vivamente che questi nostri ragazzi possano avere una chance anche all'estero, ove il Metal tutto è sicuramente più apprezzato che qui. Dal canto mio, posso solo ritenermi orgoglioso della presenza di questa formazione sul suolo italico, ed auguro ai nostri di bissare questo successo a suon di album anche migliori. I presupposti ci sono, sta a loro, adesso, rimettersi in gioco e dimostrarci che "Amygdala" è a conti fatti l'inizio di un qualche cosa di molto, molto bello e valido.

1) Drinking With the Devil
2) Lack of Luck
3) The Art of War
4) The Stone
5) Burning City
6) No Name Maddox
7) New World (DIS)order
8) Questions
9) Cleaning Out My Grave
10) Unredeemed I Am