ULVER

Shadows of The Sun

2007 - Jester Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
16/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Siamo nell'anno 2007 quando gli Ulver pubblicano "Shadows of the Sun" in CD con la Jester Records di proprietà dello stesso Rygg, leader della band. Reduci dalla pubblicazione di "Blood Inside" nel 2005 i componenti della band si prendono una piccola pausa di riflessione: Tore Ylvisaker decide di dedicarsi allo studio della composizione classica, rimanendo particolarmente affascinato da Igor Fyodorovich Stravinsky; Kristoffer Rygg e Jørn Henrik Sværen si dedicano alla raccolta di idee ed ispirazioni, anche con delle bevute nel cottage dei genitori di Rygg. Con questo album si torna a fare un passo indietro, verso un sound più minimale: l'esperienza del precedente album è stata liberatoria, visto il limite creativo imposto alle colonne sonore realizzate prima di esso, ma dopo lo sfogo si decide di tornare a sonorità più introspettive. Rygg, nello stesso anno della pubblicazione di "Shadows of the Sun", confesserà (su Unrestrained magazine) che "I'm a diagnosed depressive, and should have been trying to focus on living, but instead I've immersed myself in some isolated, dark and paranoid place. It has no doubt helped make this album what it is, but it's a prison of the mind." (Mi è stata diagnosticata la depressione, ed avrei dovuto provare a concentrarmi sul vivere, ma invece mi sono immerso in un luogo isolato, oscuro e paranoico. Mi ha indubbiamente aiutato a rendere questo album ciò che è, ma è una prigione della mente.) e poi "Sometimes all I see is darkness; it's overpowering. So this record is about venting out a lot of that stuff, the gloom, but it also represents some kind of quiet acceptance. Like this is how the situation is, and you're just gonna have to live with it. Use it for what it's worth." (A volte tutto ciò che vedo è oscurità; è opprimente. Quindi questa registrazione è sfogare un sacco di quella roba, la tristezza, ma rappresenta anche una specie di quieta accettazione. Come dire che così stanno le cose, a tu devi solamente imparare a viverci. Usarla per quel che vale.). Il risultato di questo nuovo lavoro è un ritorno a sonorità più calme, ambientali, con alcune influenze di musica classica da camera; le influenze elettroniche si assottigliano, così come anche gli elementi puramente ritmici diventano di meno e ciò ci fa capire che ci sarà più attenzione alle melodie ed alle atmosfere. Essendo meno necessaria l'elettronica otteniamo che ad occuparsene è Sværen, mentre Ylvisaker metterà a frutto gli studi di composizione dedicandosi alle tastiere e Rygg, reduce da un'esperienza canora molto significativa nel precedente album, si dedica esclusivamente a quella. Il trio si avvale, anche questa volta, di collaborazioni esterne, questa volta gli archi, invece di essere programmati, vengono suonati da Vegard Johnsen, Hans Josef Groh, Dorthe Dreier ed André Orvik; al theremin (uno dei primi strumenti elettronici inventati, usato spesso nelle colonne sonore dei vecchi film) Pamelia Kurstin; Espen Jørgensen alla chitarra in alcuni pezzi; Christian Fennesz per l'effetto shimmer (pesante effetto di chitarra ottenuto miscelando un grande numero di effetti, si ottiene una specie di pad) e Mathias Eick alla tromba. L'idea che ha ispirato l'album, in generale, era quella di fare un album minimale, ispirato alla musica classica ma non necessariamente in stile classico - si preferisce la forma libera e senza limiti - con l'obiettivo di non usare alcuna percussione, obiettivo che poi è stato rivisto col risultato di usarne, ma in modo davvero parsimonioso. Per quanto riguarda i testi, come anticipato, possiamo attenderci qualcosa di intimistico trattato in modo ermetico - anche più del precedente album - con una certa vena poetica. La copertina è particolarmente suggestiva, forse anche la più memorabile nella carriera degli Ulver, e rappresenta un paesaggio di un'alba polverosa nella savana, con un nyala (specie di antilope sudafricana) le cui corna sembrano incastonare il sole come se fosse una gemma. Questa foto naturalistica è tratta da un numero del 1978 del 1978 Natural History Magazine, lascia subito intendere che, come il titolo suggerisce, il sole è protagonista, assieme alla natura, del presente album. Abbiamo avuto modo di notare che anche il secondo album degli Ulver, "Kveldssanger" è stato dedicato, a suo tempo, al sole col mito di Sól, la dea sole norrena; però, in un altro senso, si può affermare che questo è il primo album luminoso e con toni meno oscuri. Lo stesso Rygg afferma, parlando delle influenze presenti nell'album, con una certa ironia "Beach Boys? It's probably the vocal thing, that I am fond of clean-sung, layered, well-produced vocals and harmonies. That's another rarity these days. I wonder, where did all the sunshine pop go?" (Beach Boys? Probabilmente è per via della voce, per il fatto che sono appassionato del cantato pulito, sovrapposto, armonie e voci ben prodotte. Questa è un'altra rarità di questi tempi. Mi chiedo, dov'è andato a finire tutto il pop soleggiato?).

Eos

Dopo questa introduzione passiamo all'ascolto dell'album col primo brano, "Eos", un inizio atmosferico, lento e soave, la preparazione per un evento affascinante. La voce sembra cantare una ninna nanna: il timbro è il risultato di un sussurro delicato, le note sono medio-basse, poi si alza di tonalità. Possiamo sentire ancora il riverbero ed una leggera sovrapposizione di voci, le atmosfere disegnate, anche grazie al violino, hanno un sapore Gothic ed ambientale. E' una pace assoluta, un senso di completezza suggestiva ed affascinante. Melodie dolci e positive, emozionanti, tranquillizzanti, tutto è sereno ed i toni drammatici (tipici di altri lavori degli Ulver) sono lontani, nonostante ci sia una dolce malinconia. ancora nessuna traccia di percussioni di alcun tipo, il violino e gli archi in generale sono i protagonisti ed il brano ha un qualcosa di classico, rimane anche la sensazione che potrebbe trattarsi di una colonna sonora. Al quarto minuto si sente una voce esotica ed una specie di canto armonico, dal sapore mediorientale o hindu, la sperimentazione va avanti ed approfondisce la parte. Parte molto suggestiva, esotica, etnica a tratti, un'immersione fantastica in un mondo selvaggio, incontaminato e pieno di fascino. In questo pezzo la componente elettronica è difficile da individuare, se non del tutto assente, perché i suoni campionati hanno un timbro classico. Il titolo del brano si riferisce alla divinità titanide greca Eos, divinità dell'aurora, sorella di Elios (dio del sole) e Selene (dea della luna); è importante notare come la radice proto-indoeuropea del nome - che testimonia la notevole antichità del culto - abbia portato ad una corrispettiva divinità germanica: ?astre (inglese antico) che ha la stessa radice di East (Est), che indica il punto cardinale dal quale sorge il sole appunto. Il testo è brevissimo, ermetico, composto da associamenti diretti di concetti, si parla di un sole lontano che si muove i cerchi, qualcuno vive qualcuno muore, il sole brucia nell'aria rarefatta della natura e di una cultura; mentre, nel cono oscuro si raccolgono i lupi. Questo pezzo ci descrive uno scenario di una natura, fatta di ciclica nascita e morte, in cui il sole è portatore di vita e quindi di morte; il sole che brucia la natura fungendo da motore per il processo di crescita e deperimento della natura e della cultura locale, un sole che è il centro della vita e della morte e sul quale si basa tutto quello che succede sulla Terra.

All the Love

Il secondo pezzo è "All the Love" (Tutto l'Amore), un inizio con un coro sognante ed evocativo, quando gli archi sono ancora soffusi a parte un violoncello che parzialmente emerge in modo comunque atmosferico; ciò che si crea è uno scenario di pace e serena accettazione della malinconia, ritorna la voce soffusa e delicata; le melodie proposte sono basilari ma d'effetto, c'è molta cura della produzione ma l'inizio del pezzo sembra povero per quanto è semplice. I cori si fanno acuti ed hanno un qualcosa di gregoriano, mentre la voce è un sussurro gentile e dolce, non si sente altro se non l'atmosfera. Arrivati al primo minuto interviene un pianoforte ed una scarna batteria che delinea tempi basilari di accompagnamento e riempimento del sound. Prendendo ritmo il pezzo guadagna diversi punti, variazioni di voce e corali, un leggero crescendo e poi il pezzo prende vita con sonorità vagamente pop, sempre molto leggere ed orecchiabili, un ritmo calmo. Veloci arpeggi paradisiaci, poi una tromba ci sveglia col suo timbro caldo e vibrante, un blues vivace, poi di nuovo il coro ed un pianoforte veramente ispirato che riporta la vena sperimentale prima di scomparire lentamente. La batteria si fa tribale, il pianoforte torna in gioco con sonorità pop, sonorità romantiche ed un rumore come di una porta che si apre sul finale. In questo brano ci sono molte potenzialità, che non vengono sfruttate al massimo: la volontà di fare qualcosa di semplice ha portato ad un risultato semplicistico. Il testo ci spiega di come abbiamo paura delle cose che non comprendiamo: i poteri del bene e del male; il passato ed il futuro del mondo sono pieni della follia di coloro che sono morti invano, lasciando mogli e bambini per amore, tutto ciò che ci rende umani. Questo testo sembra più chiaro del precedente e appare come una condanna alla follia della guerra, vista come l'occasione in cui dei folli vanno a morire invano, abbandonando mogli e figli che invece sono portatori di amore - ciò che ci rende umani - per inseguire obiettivi vani dettati dalla paura, che a sua volta è la conseguenza dell'ignoranza. In questo testo il bene ed il male, visti come le forze contrapposte di una guerra, si comportano come la vita e la morte del testo precedente: ponendosi in un sistema di relativismo, perdono significato e diventano solamente espressione di una visione soggettiva, pertanto limitata ed inconsapevole del disegno universale.

Like Music

Passiamo all'ascolto del successivo "Like Music" (Come musica) che sembra la continuazione del precedente, con un pianoforte ed atmosfera, la voce canta subito ed i toni rimangono ancora calmi ed intimi. Un violoncello, un pianoforte, il risultato appare di stile Gothic neoclassico, poi una lunga fase strumentale con dei fraseggi di pianoforte che rendono più limpida e significativa la melodia che scorre quindi dolcemente. Riprende il cantato pulito, basso e ricco di interpretazione, tutto è lento e soffuso, un'altra nenia delicata; pianoforte e violoncello duettano amabilmente e gli interventi vocali sono parsimoniosi, essenziali, lenti e delicati come per non svegliare l'ascoltatore dal clima onirico in cui è stato proiettato. Un'esecuzione del genere sembra non voler essere rude per non disturbare la natura e l'equilibrio universale. A circa due minuti un'interruzione ed il tema si stravolge assumendo dei toni più cupi e drammatici, merito di archi finemente composti: ciò che appare subito evidente è che il lavoro delle parti degli ospiti non è assolutamente improvvisato, o affrontato all'ultimo minuto - come poteva essere avvenuto, con ogni probabilità, nei precedenti album -  ma piuttosto si incastra in una composizione calcolata. Questo dato ci fa ottenere delle parti più precise, ma frustra un po' tutte quelle caratteristiche genuine che si ottenevano lasciando più spazio agli strumentisti ospiti. Dei rumori striduli di chitarra elettrica, gli strumenti sono discordi e confusi, la seconda parte di questo brano è molto sperimentale. Il tema di questo brano rimane l'amore, anche se l'attenzione si sposta verso l'importanza della musica: il testo inizia chiedendo all'ascoltatore come si veda, nei suoi sogni, e tutto ciò è bello come la musica. Poco dopo si rivolge all'ascoltatore, sempre col tono di un dialogo confidenziale ed introspettivo, dicendo che se c'è qualcosa, come l'amore, che fa male nel proprio intimo, è proprio la musica. Questo testo sembra ricordarci le parole di Rygg circa il suo stato depressivo ed il ruolo che la musica svolge in tale contesto, una sorta di sfogo ma contemporaneamente una dipendenza quasi patologica; in questo caso la musica si atteggia come un amore, magari non corrisposto, che fa soffrire ma, al contempo, che è impossibile da dimenticare o rinunciare.

Vigil

Il quarto brano è "Vigil" (Veglia), l'inizio è un silenzio totale cui segue un lento fade-in che porta dei rumori elettronici ed armonici, poi dei disturbi che ci riportano alla mente "Lyckantropen Themes" ed un pianoforte dolce che si inserisce solo successivamente. La voce non si fa attendere, ma è un sussurro vero è proprio, come un sospiro o un sussurro nella notte, a quel punto la melodia del pianoforte si trasforma ed imita i rintocchi di una campana a morte. Questa veglia dalla struggente delicatezza sembra riportare alla memoria le composizioni di Robert Schumann, non tanto per la brillantezza del fraseggio, quanto piuttosto per l'espressione dolce e malinconica. Ad un minuto la musica prende i toni della musica pianistica camerale, sulla quale si inseriscono archi ed atmosfere elettroniche; la voce si fa più piena ma è comunque soffusa. Un momento strumentale in cui prendono il sopravvento gli archi, specie il violino, poi una parte corale in stile classico e contrappuntistico, un momento molto bello dell'album. Dei rumori ed atmosfere elettroniche, un timido accenno di pianoforte, tutta la seconda parte del pezzo è carica di atmosfera, una crescita sonora in cui l'elettronica finalmente dà qualcosa in più di alcune decorazioni. Il testo passa a delle tematiche legate all'oscurità, inizia con una dedica a tutti coloro che sono abituati a stare nell'oscurità, esorta ad accendere una candela e pronunciare il loro nome a voce alta per farli andare, perché noi li seguiremo quando verrà la nostra ora. Una preghiera per la vita, per cominciare nuovamente; un fiore sboccerà sulla tomba. Si tratta di una veglia funebre dunque, che porta a delle riflessioni né macabre né tristi: è esattamente la serena, forse stoica, accettazione di ciò che significa la vita nel contesto della natura.

Shadows of the Sun

Ora il turno di "Shadows of the Sun" (Ombre del Sole), con dieci secondi di silenzio e poi un'atmosfera elettronica, un'onda di suono armonica e vibrante, quasi rituale e vagamente simile alle atmosfere da musica indiana rilassante, un coro in adorazione e poi la voce, doppiata, una bassa come quelle già descritte, un'altra più acuta e tenorile, cantata in testa. Le due voci corali fanno un lavoro che riporta alla mente i lavori di Simon & Garfunkel (con la celebre Sound of Silence), perché c'è un folk leggero misto a qualcosa di neoclassico e comunque molto sereno. Poi, inaspettata, una batteria accompagna il pianoforte con dei suoni molto pacati, delle spazzolate virtuose e poco invasive, da musica camerale colta, un jazz di classe. Riprende la parte cantata, che prosegue interrotta da qualche effetto sonoro, poi un crescendo di intensità quando la voce si trattiene. Una nuova parte di piano, con l'accompagnamento prezioso della batteria che rimane da sola qualche istante, poi il piano rientra; lo schema si ripete qualche volta e nella pausa la batteria è assistita da rumori e suoni sintetici. L'ultimo minuto è una serie di suoni e rumori che vanno avanti senza uno schema o una melodia riconoscibile, creano delle atmosfere che confondono ma appaiono pur sempre serene ed oniriche come il resto del pezzo. Il testo della titletrack è davvero brevissimo, parla delle ombre, le ombre dei morti (nella visione pagana della religione non esisteva il concetto di anima, quindi si parlava di ombra dei morti, forse c'è un riferimento, ma sarebbe ininfluente) nel silenzio della notte, le ombre ed i tremori (si riferirà agli effetti di luce che, per merito dell'atmosfera, ci fanno apparire il sole come tremolante) del sole.

Let the Children Go

Il sesto brano è "Let the Children Go" (Lasciate Andare i Bambini), l'atmosfera iniziale è paradisiaca e ci sembra di ascoltare un coro degli angeli fatto di voci femminili e bianche, atmosfera sintetizzata e poi degli arpeggi; dei rumori si sentono in lontananza, in fuga. Trilli di pianoforte, i tempi sono veloci, sopraggiunge una voce molto effettata che appare e scompare, poi la voce diventa un duetto. Gli effetti sonori si moltiplicano e la componente elettronica si fa più forte, c'è anche un forte ritmo, gli effetti alla voce sono numerosi e sempre diversi. Questo pezzo funziona davvero molto bene, sublime quando passa agli acuti in falsetto in chiave blues, poi delle percussioni campionate abilmente ed una tromba che regala atmosfere mediorientali mentre il ritmo si fa tribale. A fine brano c'è solo ritmo, un qualcosa di tribale, sciamanico, poi torna la voce, meno effettata e quasi Gothic, mentre effetti sonori elettronici creano atmosfere suggestive; il finale arriva di colpo. L'inizio del testo racconta di come ci teniamo stretti l'un l'altro, nel morto della notte, quando la fine ha inizio. Già questa prima parte descrive un sentimento di paura dell'inevitabile, che non può essere altro che la morte. Prosegue con "When innocence dies / In their eyes / Asking us why / Must they die" (Quando l'innocenza muore / nei loro occhi / che ci chiedono perché / loro debbano morire), una parte straziante in cui pare che siano gli stessi bambini increduli ed imploranti che, perdono la gaia innocenza dei loro occhi e diventano grandi, tristi e rassegnati, rendendosi conto che la morte si avvicina. Se ci pensiamo bene, più siamo adulti, più si avvicina la morte; nei bambini la consapevolezza della morte è quasi nulla, in questo testo si descrive l'innocenza come la convinzione - tristemente errata - che la morte non esista o sia lontanissima, mentre invece accade che, drammaticamente, possa cogliere anche i bambini. Ed un'altra notte trascorre, dopo essa un nuovo giorno, senza i sogni non saremmo niente.

Solitude

Il brano successivo è una cover dei Black Sabbath"Solitude" (Solitudine), arpeggi di chitarra ed una voce ci accolgono, la sonorità rimane molto leggera e pacata ma i toni diventano malinconici. Il brano assume un'atmosfera a metà tra la ballata celtica ed un pezzo country/folk americano. Brevemente interviene una tromba, tra una parte cantata e l'altra, la melodia vocale è riconoscibile ma è cantata nello stesso stile degli altri pezzi di questo album, la rassegnazione unisce tristezza e malinconia. Il giro di chitarra rimane lo stesso ed accompagna la voce che si ripropone in nuove strofe, ripetendo la stessa melodia con altre frasi; ciò che si percepisce è la tristezza, l'abbandonarsi ad essa nonostante nei primi brani si affrontassero le asprezze della vita con stoica accettazione. Al secondo minuto si aggiunge anche un pianoforte alla chitarra, ecco che arriva il ritornello struggente del pezzo ed anche la voce prende più corpo ed intensità mentre scandisce le celebri parole e melodia del brano dei Black Sabbath. Torna in gioco la tromba che aiuta a rendere originale e personale l'interpretazione del brano, che poi si spegne nelle note del pianoforte ed in arpeggi atmosferici. La scelta di questo pezzo e di questa interpretazione, che prende il brano e lo inserisce nel contesto dell'album proprio dopo il pezzo in cui si parla della morte degli innocenti, appare significativo anche sotto un punto di vista musicale: a questo punto serviva un brano che fungesse da passaggio per una fase più triste dell'album, introdotta dal precedente pezzo. Il testo ci mostra una persona che si auto commisera, dicendo che il proprio nome non significa niente e la propria fortuna ancora meno; descrive il proprio futuro come sovrastato da nuvole nere mentre la luce del sole è lontanissima. Questo passaggio, della luce del sole che si allontana, conferisce un significato del tutto particolare a questo testo - per come proiettato nel presente album s'intenda - perché appunto chiarisce il passaggio dalle sonorità più "soleggiate" ed ottimistiche ad altre sonorità, più oscure e pessimistiche. Il testo prosegue descrivendo un abbandono, una lei che se ne va e quindi lui si ritrova in un mondo che è un luogo solitario, in cui piangere e rimuginare nella tristezza della propria casa. La scelta di questo testo sembra suggerire che Rygg senta come proprie alcune di queste sensazioni, che sono le prime conseguenze di uno stato depressivo cui faceva riferimento.

Funebre

L'ottavo pezzo è "Funebre", percussioni orchestrali e poi un pianoforte tristissimo, la voce è ancora quella delicata che abbiamo già ascoltato, questa volta senza effetti per cui è possibile sentire anche il rumore del respiro. Il pianoforte ha una grande intensità, poi un violino duetta con la voce proponendo dei controcanti struggenti. L'atmosfera, le scelte melodiche e l'approccio ricordano Wilhelm Richard Wagner nella Marcia Funebre di Sigfrido, specie nella fase in cui ci sono delle percussioni e spetta al violino solista portare la melodia principale. Gli Ulver però non hanno forti salti di dinamiche e mantengono il pezzo stabile nella malinconia, al centro del pezzo si inseriscono effetti sonori sul violino, sembra una folla di persone che parlano in un'altra dimensione, rumori e suoni lontani, la voce continua a cantare con grande poesia. Poi la voce si sdoppia in un coro, c'è una grande carica emotiva, un accenno di crescendo di archi che si spegne subito, il pezzo cambia veste e diventa ancora più ispirato al romanticismo. Gli studi di composizione di Tore Ylvisaker stanno dando il loro frutti, a questo punto del brano il pezzo fa un salto a dir poco enorme e ci propone un pianoforte moderato, di un romantico strappalacrime, figlio del sommo esponente del genere: Fryderyk Chopin, inventore della ballata per strumenti e prolifico innovatore di stili che riuscì a cavare fuori dal pianoforte, solo, un'intensità di disarmante bellezza tale da sovrastare quello che potrebbe fare un'orchestra intera; in questo caso la similitudine si trova col celebre notturno di Chopin (op. 9 n. 2 in MIb Maggiore, che pare fosse uno dei preferiti dello stesso compositore) molto amato per la sua veste di musica camerale. Un brano, questo, che vale l'intero album, quando il piano duetta con i suoni sintetici avvolgenti, vellutati, ammiccanti e maliziosi, seducenti; poi i rumori che sembrano urla di anime dannate o vento nella lontananza. Il testo è breve e composto di quegli associamenti di pensieri, parla di un cerchio attorno ad una croce, una scalinata verso la terra, un buco nero; questo primo passaggio - la scalinata verso la terra - sembra essere la metafora rappresentativa del sepolcro, appunto una scalinata che accompagna il corpo nel suo viaggio finale verso la parte sotterranea della terra. "A string of music / Hung from a willow / Weeping" (Una corda di musica / appesa ad un salice / piangente), una frase ricca di significati: questa "corda di musica" appesa ad un albero ha tutta l'apparenza di essere un cappio col quale impiccarsi, impiccarsi con la corda della musica è un concetto che rappresenta la struggente sensibilità emotiva che si accompagna ad un artista molto profondo che vive, e rappresenta musicalmente, la propria depressione e disperazione. La scelta di porre il termine piangente in un rigo a parte suggerisce la possibilità che non si riferisca al salice (che quindi non voglia individuare solo il salice piangente) ma voglia essere un aggettivo anche per la musica: la frase si potrebbe leggere anche come "Una corda di musica piangente appesa ad un salice", andando a costruire una metafora sublime che identifica il salice come l'intera produzione musicale di cui una corda, appesa ad un ramo, viene usata per compiere l'ultimo tragico gesto autodistruttivo. Oltre alla legna ed alle ossa in fiamme (una pira funebre, tradizione norrena così come comandata dallo stesso Odino e raccontata nella Saga degli Ynglingar), in memoria di una persona venuta a mancare; un angelo, salutato da un volo di corvi al tramonto, altro significativo riferimento mitologico visto che era considerato di buon auspicio la vista dei corvi ad una pira funebre: Huginn e Muninn, infatti, sono i due corvi sacri di Odino (noto anche, tra le altre decine di nomi, come il Dio Corvo) e si pensa che tutti i corvi siano gli occhi di Odino. Il significato dell'enorme pira funebre stava nell'esigenza di creare una fiamma più alta possibile (pare raggiungesse perfino la temperatura di 1.300°C, capace di sciogliere anche le ossa) per assicurarsi che fosse vista dagli dèi, specie da Odino stesso.

What Happened?

Adesso ascoltiamo l'ultimo brano, "What Happened?" (Che E' Successo?), che inizia con suoni atmosferici e vagamente mediorientali, poi un gravissimo pianoforte in note funeree, dei fiati da marcia funebre mentre si sentono rumori, disturbi di vento. Ritorna l'approccio wagneriano, la voce è triste e lenta, mentre sotto continua ancora la solenne marcia funebre, la voce è bassa e si mischia coi suoni gravi della base. Delle percussioni e sopraggiunge anche un pianoforte, ispirato e delicato, che si mantiene su note più acute e fa da controcanto emergendo dal resto degli strumenti, portando di nuovo l'elemento camerale. I toni rimangono ancora tristissimi, sembra di avvertire delle campane a morte, un crescendo dinamico con un coro ed un quartetto d'archi che incanta con melodie che sembrano suggerire la tanta agognata salvezza, dopo tutta la sofferenza. Siamo in un momento topico, il resto del brano proporrà orchestrazioni malinconiche, sì, ma è tornata finalmente quella dolcezza che ci accompagnava nelle prime parti dell'album. Gli archi hanno il completo controllo del sound, giocano coi silenzi, sfumano molto lentamente accarezzando i sensi dell'ascoltatore ed accomiatandosi lentamente. Gli ultimi due minuti del brano sono di assoluto silenzio. Il testo sembra voler tirare le somme dell'esperienza appena vissuta, è come l'atto finale della tragedia col quale, una volta attraversato il rito di sofferenza, ci si purifica nell'animo consapevoli del fatto che la sofferenza è finita e adesso siamo rinnovati, rinati. D'improvviso il protagonista capisce chi è, è già stato qui prima, dialoga con un'altra persona dicendole che la conosce, sa cos'ha fatto al mondo, la sua faccia nelle sue mani, piange, cosa ci è successo? Questo ultimo testo ermetico parla di una liberazione fatta di musica, le parole sono superflue ed anche senza le parole si percepisce l'efficacia eloquente della musica nel rappresentare questo sentimento di comprensione di quanto avvenuto e purificazione.

Conclusioni

In definitiva questo album, specie nella parte finale, ha saputo estasiarci. Rimane pur sempre una sfida iniziata proponendosi l'obiettivo di non avvalersi delle percussioni e conclusa con l'utilizzarle unicamente nelle parti in cui erano più necessarie. Nelle parti più orchestrali e neoclassiche, che abbiamo apprezzato nel finale, il problema non si avvertiva minimamente; ma nei brani iniziali l'assenza delle percussioni ha avuto un esito parzialmente negativo sui brani, dando quell'impressione di potenzialità non sfruttata. Ciò che emerge in maniera evidente è la grande importanza che gli studi di Ylvisaker hanno assunto in questo lavoro dal lato musicale, mentre dal lato concettuale Rygg, con la propria sensibilità, ha saputo trascinarci ancora una volta in un mondo di emozioni. La componente elettronica, in questa occasione, è stata in larga parte accantonata o comunque usata per dare delle sfumature ai pezzi, la scelta mostra che la voglia di cambiare nel gruppo è ancora viva. Funebre è il brano che porta all'estasi, specie per la facilità con la quale passa dallo stile pomposo e solenne wagneriano, fatto di possenti orchestre; allo stile più delicato ed introspettivo di Chopin, fatto di un pianoforte a vocazione camerale che racchiude, nella sua pura semplicità, tutta quella carica emotiva che, da sola, riesce a sembrare immensa. Se volessimo fare un paragone, non tanto campato in aria come potrebbe sembrare, potremmo dire che lo stile degli Ulver in generale è quello che, come le opere di Stravinsky, hanno la capacità e l'abitudine di associare tra loro gli strumenti più improbabili e di usarli nel modo più insolito possibile per creare dei risultati altrettanto insoliti, insomma una vocazione sperimentale. C'è da dire che, nella musica classica altri compositori, tra gli altri Schoenberg, avevano tentato qualcosa di ardito, ma Stravinsky ha saputo surclassarli: ai tempi nel Musical Times di Londra nel 1913 si disse di lui "La musica di Le Sacre du Printemps oltrepassa ogni descrizione verbale. Dire che è un suono orrendo è un eufemismo. Vi si può certamente riconoscere un ritmo incitante. Ma in pratica non ha nessuna relazione con la musica come la maggior parte di noi la considera.", è la stessa cosa che hanno fatto gli Ulver col Metal (o con la musica moderna in generale) e non sorprende che Ylvisaker sia rimasto così colpito da questo compositore. L'album in questione ci mostra delle tematiche e musicalità più solari, nella prima fase, che poi vengono sostituite da riflessioni ed atmosfere più crepuscolari nella seconda fase; testualmente il brano che colpisce di più, come carica emotiva, è quello che riguarda la morte dei bambini innocenti, che poi prosegue in un crescendo di disperazione fino a culminare nel brano finale. Un album che ci mostra delle occasioni sprecate (il secondo brano) e delle potenzialità sfruttate in modo magistrale (l'ottavo brano), la proposta musicale si può riassumere parlando di un approccio sicuramente ambientale e neoclassico, che non disdegna influenze mediorientali, indianefolk in generale e contaminazioni rumoristiche prese dall'elettronica; in questa cornice si inseriscono delle voci che possono conferire al tutto anche un aspetto Dark/Gothic. Insomma un album che, come gli Ulver ci hanno abituati a comprendere, va ascoltato possedendo una determinata apertura mentale perché, anche in questo album, il Rock ed il Metal non si sentono neanche per un attimo; come avvenuto nelle recensioni passate si precisa che la presenza della band in queste pagine è dovuta al loro ruolo storico nel Metal che li ha resi, e li rende, una realtà molto attenzionata anche da fruitori di Rock e Metal. Un album che, a tratti, ci manda in estasi, mentre a tratti ci fa meravigliare delle occasioni sprecate.

1) Eos
2) All the Love
3) Like Music
4) Vigil
5) Shadows of the Sun
6) Let the Children Go
7) Solitude
8) Funebre
9) What Happened?
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