ULVER

Perdition City

2000 - Jester Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
03/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Abbiamo già affrontato la storia musicale degli Ulver in queste pagine, abbastanza da sapere che ad ogni nuova uscita ci si può aspettare tutto, ed il contrario di tutto. L'album "Perdition City" (pubblicato dalla Jester Records, di proprietà dello stesso Rygg, nel 2000 in formato CD) rappresenta un ulteriore, ambizioso, passo in avanti compiuto nell'ambito della vena sperimentale che ha da sempre caratterizzato il lavoro della band, o per meglio dire la fantasia di Kristoffer Rygg (in questo album indicato come Trickster G.). Nel precedente album Rygg aveva integrato nella formazione anche un programmatore di suoni, Tore Ylvisaker, che aveva reso possibile percorrere molte strade nuove, a livello sonoro. Evidentemente Rygg è rimasto molto soddisfatto dell'operato di Ylvisaker perché nell'album trattato in questa recensione la formazione è composta solo da loro due: Rygg si occupa di voci, sintetizzatori e batteria; Ylvisaker continua il lavoro di programmazione e si occupa anche di piano e basso. In effetti, a voler essere pignoli, non sono gli unici artefici dei suoni che andremo ad esaminare, infatti Rygg deve ringraziare nientemeno che un'intera città! Ai due infatti viene l'idea di installare dei microfoni sulla finestra dell'appartamento di Ylvisaker, situato al quinto piano di un palazzo, in modo da catturare i suoni della città. L'esperienza elettronica nel precedente album dev'essere stata molto soddisfacente perché questo album è quasi esclusivamente elettronico, si notava un piccolo germe rap nelle voci: ma in questo album possiamo parlare apertamente di trip hop. Molti lettori di queste pagine non saranno familiari con questi generi musicali e dunque una breve spiegazione è d'obbligo: il trip hop è un po' la risposta europea all'hip hop americano, col quale condivide lo stile breakdown delle batterie (o comunque della sezione ritmica in generale), al quale vengono aggiunte anche sfaccettature ambient e massicci inserti di elettronica. Ma questo album non è il tipico album trip hop, con l'ascolto si capirà che non c'è solo questo. Lo stesso Rygg spiega il perché di questa smania di sperimentazione sempre diversa in un'intervista riportata su Blistering.com "We have higher standards that we have to live up to, not exactly commercially or to the audience but to ourselves. We have pretty strict demands on ourselves. It's easy for us to make music but very difficult to make music that we think is interesting. Every record is failure. It's a relative failure. It's always a failure. But you go on when you fail. And there's some comfort in that idea. That kind of getting close to that own space or musical personality but it's still relative failure in our book. In that sense it's a struggle for us to make music. We are our own worst critics." (Abbiamo degli standard sempre più alti da rispettare, non esattamente dal punto di vista commerciale o del pubblico ma per noi stessi. Siamo molto esigenti con noi stessi. Ogni registrazione è un fallimento. Un fallimento relativo. E' sempre un fallimento. Ma vai avanti quando fallisci. E c'è del conforto in quella consapevolezza. Quella specie di avvicinamento al proprio spazio o personalità musicale ma è sempre un fallimento relativo per noi. In quel senso è una fatica per noi fare musica. Noi siamo i nostri peggiori critici). Partecipano a questo album anche dei session: Havard Jørgensen (che fino a questo momento era indicato come componente della band a tutti gli effetti) alla chitarra; Bard Eithun, Ivar H. Johansen e Kare J. Pedersen alla batteria, ognuno in diversi brani; Rolf Erik Nystrøm al sassofono ed infine Øystein Moe al basso in un solo brano. E' importante sapere che l'album è stato anche parzialmente finanziato dal Ministero degli Affari Culturali della Norvegia (Norsk Kassettavgiftsfond), nazione che, per la verità, si è sempre prodigata in favore della Musica.  Il booklet si compone di diverse foto scattate da Bard Torgersen, la foto del retro è stata scattata dallo stesso Rygg, la foto da cui è stata realizzata la copertina è uno scatto di Esben Johansen, la grafica è stata curata da Subtopia. Sono tutte immagini dal sapore documentaristico, però in qualche modo distorte in modo da mostrare l'umanità da un punto di vista dal quale sembra essere inumana, anti-estetica, metafisica al punto che ci si domanda se si stia parlando di una città vera e propria o invece la città sia una metafora di qualcos'altro. La copertina è un rettangolo inscritto nel quadrato bianco che riporta il titolo in alto sotto un codice a barre, mentre in basso riporta un sottotitolo, "Music to an interior film" che ci conferma sul carattere interiore del concept e sul fatto che la città sia la metafora di altro. Al centro della copertina un'immagine duplicata, specchiata al centro con asse verticale, e deformata: ci mostra le vetrate esterne di un palazzo dalle quali è possibile vedere il riflesso del panorama notturno circostante. Anche i colori sono stati modificati, il risultato è qualcosa di surreale. Da notare che, questa volta, gli Ulver rinunciano al logo storico in stile norreno, optano per un qualcosa di molto semplice in stampatello.

Lost in Moments

Iniziamo l'ascolto con "Lost in Moments" (Perso in Momenti) che inizia in modo esplosivo con dei breakdown di suoni campionati e bassi pompati, tutto sintetico, il ritmo è chiaramente hip pop. Poco dopo interviene un piano, anch'esso effettato per entrare bene nell'atmosfera, che propone melodie calme e rilassate, poco dopo ecco che fanno la loro comparsa i rumori ambientali della strada (transito di automobili e chiacchiericcio della gente di passaggio) ed un sassofono molto ispirato che conferisce al pezzo un mood Blues (o comunque un Jazz molto colto, da camera, meditativo), molto rilassato, lento in cui ogni nota si assapora con calma. La voce è un sottofondo quasi impercettibile mentre piano e sassofono duettano, l'atmosfera è vibrante (merito dei suoni di strada) e viva: sembra di essere affacciati sulla terrazza di qualche locale chic a sorseggiare l'aperitivo. La voce continua a scandire parole, è delicata, vellutata ed ha un timbro davvero lontano da quanto ci ha fatto ascoltare Rygg fino ad ora: è un tocco soft e controllato, ricco di emozioni. L'atmosfera, in alcuni momenti, si fa addirittura sensuale; in effetti il sassofono contribuisce molto a questo proposito. La voce è delicata, ricorda un approccio da Jazz colto, mentre un synth di fondo propone frequenze basse che vengono arricchite dal suono del passaggio delle automobili, il piano ed il sax lasciano spazio all'ambiente ed il pezzo si fa più ambientale. Torna in gioco il ritmo sintetico ed un pianoforte, questa volta più caldo e vigoroso, crea melodie basse e coinvolgenti; coi si oppone una melodia acuta del sassofono, a volte tirato altre trillante. Il tocco di classe sperimentale si sente quando viene remixato piano e sassofono e si gioca sul suono distorto dell'acuto di sassofono. Si possono sentire i piatti, altri suoni sintetici ed una voce sussurrata, l'atmosfera adesso è pregna di suoni, una carica avvolge l'ascoltatore da tutti i lati. Questo pezzo ci mostra cosa avrebbero voluto fare nei pezzi interamente elettronici del precedente album che, meno elaborati come suoni e creatività, non raggiungevano questi livelli. Ancora una volta ciò che colpisce è la fantasia: come i ritmi siano mutevoli, progressivi, la sperimentazione è proposta in modalità da spiazzare ed al contempo cullare l'ascoltatore; ciò che si ascolta è rilassante. La melodia passa da uno strumento all'altro, la voce è rara, ma curata nell'esecuzione molto americana del blues. Il finale rievoca alcune atmosfere oscure presenti nei precedenti album, mentre una voce rauca si fa sentire, ma la sorpresa inaspettata è la voce che fa un countdown coi poi segue una parte maestosa in cui melodie sintetiche accompagnano e si mischiano ad un acuto femminile con impostazione lirica (anch'esso sintetico, ma così curato da sembrare vero, specie nel vibrato). Il testo è ermetico, ma carico di significato, mira principalmente a suscitare emozioni senza trasmettere necessariamente un messaggio preciso: esordisce chiedendosi quale sia il significato di questo viaggio. Il viaggio al quale allude potrebbe essere un'esperienza metafisica, ma anche la vita stessa; è una riflessione che chi parla sta facendo parlando a se stesso. Racconta di come lei fosse così presa da ciò che hanno vissuto in questo viaggio, di tutto ciò che hanno visto e tutto ciò di cui hanno parlato, tutti dettagli di momenti che ormai sono passati. Poi il countdown e niente più parole, ma gli acuti di cui prima, che sembrano voler dipingere l'atmosfera di maestoso stupore collegata agli eventi meravigliosi cui accenna il testo. Questo testo è carico di aspettative, introduce la meraviglia ed il senso di dolce malinconia che segue ad una bella esperienza, irripetibile, ormai passata ed è strano che un tema del genere, perfetto per un finale, sia stato inserito proprio in una introduzione.

Porn Piece or the Scars of Cold Kisses

Il secondo pezzo è "Porn Piece or the Scars of Cold Kissesinizia con un pianoforte romantico ed in rumore di una vecchia porta che si chiude, sorprende la qualità dei suoni del pianoforte ed il riverbero carico ma naturale. La melodia è struggente, si ripete e poi una batteria su piatti e rullante, molto effettati in modo da regalare un'atmosfera da sogno; dei suoni sintetici fanno sentire un violoncello e poi altre melodie quasi aliene. Il pezzo si accende e si spegne a tratti, sempre cangiante con la presenza di suoni campionati che sembrano scariche elettriche, o raffiche di vento sul microfono. A quasi tre minuti un rumore sintetico acuto, ritmato e con una melodia che volutamente disturba; c'è cura nei dettagli ed anche i suoni di disturbo entrano in gioco utilizzati con sapienza. Stacco di batteria e silenzio, con atmosfera di sottofondo, a metà il pezzo diventa ambient e tutto quanto scompare; poi una voce, più distinguibile in confronto al precedente, inizia a cantare quasi parlando, le parole sono pronunciate in modo rotondo e calmo; ad accompagnare pianoforte, batteria ed effetti sonori che appaiono e scompaiono in fretta. A volte si sfocia nel pop con dei motivetti accattivanti della voce, figli di un r'n'b vecchio stile. Poi spazio solo al ritmo e suoni campionati che propongono diverse melodie e cambi fino alla fine; tutto è curato ed il sound si compone di molti suoni sovrapposti, senza che da ciò derivi confusione. Il testo, anche in questo caso, è proposto sotto forma di ricordo ed il protagonista racconta di quando camminava per la città (ancora stabile come sfondo del racconto), da una parte all'altra in inverno, come se questo ricordo fosse un vecchio film. Si disegnano ambienti urbani come i sottopassaggi fatti di luci e cemento, il testo è poetico ed il passaggio "I remember some trees which stood black and naked" (Ricordo degli alberi che stavano in piedi neri e spogli) ben rappresenta il senso di desolazione urbana invernale; in questo scenario ricoperto di neve (ricordiamo che si tratta della Norvegia). Il momento più importante del testo, la scena principale e significativa, è racchiusa in questo passaggio: "Been scraped off by the wind alone and on the stairs before I left. One of the girls had surprisingly given me a kiss, stung in the cold long after." (Ero solo, sferzato dal vento, e sulle scale prima di andare via. Una delle ragazze sorprendentemente mi ha dato un bacio, che ha punto nel freddo molto tempo dopo). Questo passaggio, assieme al contesto, ci mostra la natura ermetica e poetica del testo, fatto più che altro di singole emozioni inserite nel contesto di questa città di cui si descrivono i particolari, ma nulla di più; l'immagine del bacio improvviso ed inaspettato, che giunge in prossimità delle scale del sottopassaggio, da una ragazza sconosciuta, e col freddo invernale inizia a pungere dopo del tempo è davvero romantica.

Hallways of Always

Si procede con "Hallways of Always" (Corridoi Eterni), brano strumentale che presenta un'assonanza già nel titolo, che esordisce con dei suoni campionati che sembrano essere ad 8bit (come le suonerie dei vecchi apparecchi per intenderci) che pulsano freneticamente alternandosi in ritmi virtuali, sembrano usciti da un vecchio videogame. Un suggestivo pianoforte si inserisce nel contesto diventando padrone del sound, mentre alcuni effetti sonori continuano a fare le loro frenetiche comparse, poi un basso sintetico che pulsa lento. Il pianoforte ripete ostinato la melodia e le variazioni sono offerte dai suoni che sembrano moltiplicarsi e prendere vita, evolversi come delle creature meccaniche dallo spazio; ad un certo punto un altro pianoforte su note più alte fa un breve scambio; poi altri suoni che sembrano dei raggi laser che sfrecciano di lato all'ascoltatore. La melodia ripetitiva e ritmata è da Psychedelic Trance (evoluzione della Goa Trance, più lenta e con influenze indiane), genere figlio dell'elettronica più tecnica ed ambientale capace di ispirare viaggi mentali. Nella parte finale il pezzo assume dei toni quasi inquietanti. L'ascolto di questo brano fa capire bene come l'alto livello tecnico di Ylvisaker, accompagnato dalla fantasia di Rygg che da poco aveva iniziato a dedicarsi alla programmazione, hanno permesso di creare atmosfere elettroniche che, a differenza del precedente album, non sono mai azzardate e si distinguono per la cura maniacale.

Tomorrow Never Knows

Segue "Tomorrow Never Knows", altro brano strumentale che dura circa otto minuti, si presenta col canto dei grilli, disturbi sonori ed il suono riverberato dei tasti acuti del pianoforte, un crescendo di atmosfere sintetiche, archi malinconici, poi suoni ritmati e campionati da trip hop, il risultato è quasi industrial per la scelta di suoni, ma la distorsione non è eccessiva, anzi. La batteria è complessa e riesce a dare un tocco di umanità in questo ambiente sintetico e disumano, gioca molto sui piatti e sugli stacchi, ritmi sincopati, ma rimane statica per esigenze del brano; altri breakdown, atmosfera oscura e notturna. Gli effetti si alternano ed il pezzo cambia frequentemente forma evolvendosi, si ascoltano effetti sempre diversi, rimane la melodia degli archi campionati, ripetitiva e basilare, un sottofondo al ritmo di suoni e rumori che rimbalza in continuazione. Questa "città della perdizione" sembra essere un luogo in cui si viaggia tramite un trip da allucinogeni, i suoni campionati continuano a rendere atmosfere psy-trance ipnotiche ed assurde, non c'è niente di umano e prevedibile; l'uso continuo dei campanelli ci ricorda le origini indiane della Goa Trance (che prende il nome dall'omonima regione dell'India). I due minuti finali sono una melodia che si ripete immutata con leggere variazioni ai suoni.

The Future Sound of Music

Anche il quinto brano è strumentale, è "The Future Sound of Music" (Il Futuro Suono della musica) che ha un titolo molto presuntuoso, all'apparenza, ma in realtà può intendersi come una volontà di cercare questo sound futuro; piuttosto che la presunzione di averlo trovato. Si sentono dei bip da ospedale, silenzi, altri bipsuoni meccanici e disturbi si susseguono ad intervalli regolari. I rumori meccanici, le piccole pulsazioni si fanno numerosi e frenetici, quando un pianoforte si fa sentire per poco con una melodia malinconica, poi si spegne e ritorna ancora più presente con un riverbero ambientale. Il suono caldo ed avvolgente del pianoforte duetta con questi suoni sintetici veloci, brevi, acuti e quasi alieni; siamo nella sperimentazione che, poco a poco, crea melodie più comprensibili e godibili. Ci troviamo in un trip hop dai toni Blues e progressivi, una musica che a tratti ricorda dei progetti space ambient elettronica più recenti. A metà un coro campionato di quelle che sembrano essere voci bianche crea un momento etereo, poco dopo una rombante scarica meccanica, con suoni aggressivi da industrial, ci mostra un passaggio in cui la tecnologia è un mostro violento, mentre ancora sullo sfondo le voci sintetiche. Il sound è saturo, l'atmosfera carica di suoni ed il volume assordante, confusione, voci robotiche che sembrano pronunciare parole, anche sul finale, ma in realtà sono rumori incomprensibili che sembrano provenire da una qualche razza aliena o intelligenza artificiale. Questo brano ci mostra una proiezione di quella che Rygg pensava potesse essere la musica del futuro (oppure una semplice provocazione), fatta sempre più di campionamenti e sempre meno di umanità.

We Are the Dead

Il sesto brano è "We Are the Dead" (Noi Siamo i Morti) che inizia con un ambient industrial nel quale è possibile percepire anche dei suoni che somigliano al cinguettare dei passeri all'alba, una breve parte corale sintetica da dark ambient fa da sottofondo ad una voce che sembra venire dall'oltretomba. Questo pezzo sin dall'inizio ci mostra come la natura eclettica degli Ulver sia impossibile da imbrigliare in uno o pochi generi: perché anche nel contesto di un solo album (fatta forse eccezione per il terzo album) riescono a diversificare in maniera notevole la loro proposta. La voce parla, bassa e rauca, pronunciando lentamente le parole mentre l'atmosfera dark si fa mistica, come se si trattasse di un qualche culto proibito. Alcuni rumori di radio e di apparecchi in fase di sintonizzazione. La voce è poetica, controllata, quasi da film, l'interpretazione è notevole: da cinema. Sul finale continuano a ripetersi i cori dei dannati, una litania infinita e lontana, straziante, sulla quale si inseriscono vicini rumori di apparecchi elettronici e vento. Il testo parla di voci spettrali nella radio notturna, quando non si riesce a dormire, che fuoriescono dal lucente occhio rosso (forse la luce spia della radio). Voci che parlano e parlano di niente, vuote ed impersonali. Queste pare che siano le voci degli spiriti registrate nella cassetta, questo passaggio del testo fa riferimento alla pratica, diffusa nel mondo dei cacciatori di fantasmi, che consiste nel lasciare un registratore piuttosto potente in una zona che si presume infestata, registrare ed amplificare le frequenze sonore per poi interpretare le frasi che si nasconderebbero nei rumori di sottofondo. Spesso accade che queste frasi, che alcuni presumono di sentire parlino anche in lingue straniere (forse quando nemmeno la fantasia più fervida ce la fa ad inventarsi il significato di alcuni rumori?), ciò si rappresenta in questo passaggio del testo: "On the tape filled with buzz and cosmic noise you can hear their remote voices form German words; they say: Wir sind die Toten, which is true, whoever they might be." (Nella cassetta piena di ronzii e rumore cosmico si può sentire la loro voce remota formare parole Tedesche; loro dicono: Noi siamo i morti, che è vero, chiunque possano essere); il testo si conclude dicendo che anche nella morte non c'è silenzio.

Dead City Centres

La settima è "Dead City Centres", inizia con suoni ambientali della città, alcuni suoni robotici ed effettati pesantemente, molta atmosfera, suoni di feedback di chitarra, poi suoni acutissimi che sembrano cigolii, rumori che potrebbero essere di passi strusciati, che si fanno sempre più vicini. Ancora suoni ambientali e sintetici che sembrano essere alieni, una chitarra in clean fa sentire accordi ed arpeggi dissonanti, passaggi di automobili che si confondono col gracchiare dei corvi. L'atmosfera è inquietante, strana. Atmosfere Jazz si creano con chitarra, basso e batteria; gli effetti e l'atmosfera ambientale combinati al calore Jazz, suoni sintetici si sovrappongono a quelli degli strumenti, un pianoforte ed un sassofono appena percettibili, poi voci e suoni lontani; c'è una piacevole confusione, l'ispirazione è tanta. Una voce si muove nel surround, da un lato all'altro, in un'atmosfera da cinema anni '60 sembra recitare un trailer di un film thriller ed avventuroso, mentre delle trombe squillano melodie da Broadway. Poi si torna ad un Blues caldo e languido, con pianoforte e tromba squillante sullo sfondo, poi si passa a rumori di possibili macchinari automatici, per un minuto fino alla fine. Il testo inizia con questo tassista infernale che dice "You're taking a ride to the underworld where death lurks in dark corners and trouble is never far away" (Stai facendo una corsa verso il mondo sotterraneo dove la morte si cela in angoli bui ed il pericolo non è mai troppo lontano), con quel modo di parlare che ricordava il trailer cinematografico. Si parla anche di gang criminali che governano le strade per mezzo della paura e violenza, killer solitari a caccia delle loro prede per strada ed altre forze oscure che popolano questo scenario urbano pieno di pericoli. In questo mondo solo quelli grossi, oppure quelli svegli, sopravvivono; bisogna continuare a muoversi e stare all'erta perché un piccolo sbaglio può essere fatale. Viene dipinto l'underworld come un mondo figlio di un immaginario cyberpunk, fatto di città che la notte cambiano forma e vengono popolate da gang spietate che vivono secondo altre regole, dove la legge non conta.

Catalept

Il brano seguente è il breve strumentale "Catalept(Catalettico), è introdotto dal suono incalzante di archi, sembra quasi una colonna sonora di un film d'azione sulla quale sono stati inseriti dei suoni di batteria campionata. Il pezzo crea suspense e si ripete, il ritmo è meccanico e rigido, suoni sintetici e ritmi incalzanti, ripetitivi, ipnotici; a volte rumori ambientali si inseriscono per offrire delle variazioni. Il pezzo crea uno stato di tensione, ci si aspetta che stia per succedere qualcosa di brutto da un momento all'altro. Il brano finisce presto, durando circa due minuti, e rappresenta uno stato emotivo sicuramente problematico. La catalessi è un disturbo psico-motorio che si manifesta come una particolare rigidità alle articolazioni terminali, con parziale perdita di sensibilità delle stesse; questo disturbo può insorgere anche in caso di shock particolarmente intensi, oppure a seguito di un continuato disturbo schizofrenico (o per altre cause), e questa atmosfera carica di suspense sembra suggerire che la causa sia stata proprio una di queste. Forse si voleva dare un'idea delle possibili conseguenze cui può sottoporre un regime di vita frenetico e pericoloso come quello descritto nel pezzo precedente; forse si voleva rappresentare una conseguenza della vita in questa città della perdizione.

Nowhere / Catastrophe

A chiudere l'album abbiamo "Nowhere / Catastrophe" (Da Nessuna Parte / Catastrofe) col suo inizio quasi da r'n'b, molto distorto, su cui ci sono due voci a metà tra blues e progressive, con dei leggeri tocchi Avant-Garde dati dall'acidità del timbro; un pezzo cantato vero e proprio come pochissimi dell'album. Il sound è molto aperto per via della ricchezza sonora data da rumori di sottofondo, effetti ambientali ed il suono del pianoforte in primo piano; la voce a volte si sdoppia e duetta con una sovraincisione. L'atmofera si fa industrial (per il tipo di suoni), ma rimane elettronica di base (come ritmica e scelte melodiche), effetti pesanti e sempre diversi sulle voci che eseguono melodie dal sapore pop con un'attitudine che però va al di là. Le melodie sintetiche hanno qualcosa di Avant-Garde, durante il ritornello vocale; un basso melodico e pulito si sente raramente. Il pezzo sembra allegro, quasi festoso e liberatorio. Il finale ci fa sentire un pianoforte Jazz, con un leggero sottofondo ambientale e disturbi, poi è la volta di un assolo chitarristico che inizia con un fischio di sottofondo per prendere più corpo, mentre il pianoforte da camera accompagna, arrivando così al finale. Il testo inizia in seconda persona, racconta di un fluttuare nell'aria in una stanza ricolma di suoni, scintillanti glissando, crepitanti pizzicato, turbolenti bassi sintetici creano questo mix di emozioni. Si parla però di un universo vuoto, senza pianeti, fatto solo di nuvole polvere cosmica generata da esplosioni musicali - in questo c'è un riferimento alla teoria del big bang che, consistendo in un'esplosione catastrofica di portata inimmaginabile, generò questa nuvola di detriti incandescenti che, col tempo e con le collisioni provocate dal magnetismo statico, diede origine all'universo - e la sensazione è una via di mezzo tra paura e piacere. In una frazione di tempo incalcolabile, tutte le stanze spariscono e ci si trova proiettati nel nulla, tutto di sé evapora e si smaterializza: "And your last thought is that you have become a noise, a thin, nameless noise among all the others howling in the empty dark room" (Ed il tuo ultimo pensiero è che sei diventato un rumore, un sottile, rumore senza nome in mezzo a tutti gli altri che ululano nella vuota stanza oscura). Il riferimento alla stanza oscura sembra voler indicare l'universo, dunque le più stanze che si distruggono e polverizzandosi si ritrovano tutte in una stanza sola e tutto quanto perde senso e si mischia; tutti gli atomi che formavano i mondi diventano la stessa polvere, la stessa materia con la quale un giorno si formeranno altri mondi. Questo finale mostra una piacevole arrendevolezza all'inevitabile, una stoica consapevolezza dell'insignificanza della vita umana, pur nella sua straordinarietà, se paragonata al disegno universale.

Conclusioni

Traendo le conclusioni non si può fare altro che osservare che ci troviamo di fronte ad un album che non ha nulla di nemmeno lontanamente Metal o Rock, consistendo in un ambizioso mix che partendo da una base elettronica vuole mettere insieme elementi di trip hop ed ambient, con influenze che passano dall'industrial al r'n'b. La portata sperimentale e gli obiettivi ambiziosi trovano riscontro nelle tracce di questo album che, con la durata che supera i cinquanta minuti, riesce a non stancare nonostante proponga pezzi che per la maggior parte sono strumentali. La scommessa di Rygg si concretizza piacevolmente, ma ciò che va considerato prima di approcciarsi a questo ascolto è che, si ribadisce, tutto ciò non ha niente di Metal ed anzi viaggia nel mondo dell'elettronica che ha poco in comune col Metal ed il Rock che popola le recensioni di queste pagine. Una premessa del genere è obbligatoria per far capire che questo album si rivolge solo a coloro i quali, tra di voi, apprezzano l'elettronica o la psy-trance. Per dare una valutazione a questo album si dovrebbe essere cultori di quelle sonorità, ma non sarebbe coerente con questa pagina e quindi tenterò di avvicinarmici ricordando che se ne sta discutendo in un sito che parla di Rock e Metal: devo concludere ammettendo che questo album è capace di aprire molte porte nei nostri gusti musicali, che un album del genere non l'avremmo mai ascoltato se non ci fosse stato il nome Ulver a spingerci; si tenga conto quindi che la valutazione vale solo per chi è avvezzo alle sperimentazioni spinte o alle sonorità elettroniche o trance. E' un lavoro molto buono, ben curato e complessivamente interpretato alla grande. Il concept ci mostra un mondo urbano (dannatamente lontano dai mondi mitologici della trilogia!) pieno di pericoli, ci presenta un viaggio che può essere letto da diversi punti di vista: iniziando dagli spunti malinconici e romantici della prima parte (la scena del bacio rimane impressa in mente), arrivando a finire con le sonorità più meccaniche della seconda parte (la radio degli spiriti). Un posto molto importante nel sound è sicuramente del pianoforte, vero protagonista melodico, il sassofono - specie nel primo pezzo - è stato provvidenziale e ci ha regalato molto; tutti i suoni campionati e sintetizzati in generale, innumerevoli, hanno dipinto un quadro urbano fatto di metallo ma anche di vita umana, per quanto depravata. Il concept ha creato tutto un mondo quasi metafisico, facendocelo amare, per poi distruggercelo davanti agli occhi sul finale. Un album capace di regalare emozioni a chi, avvezzo a sonorità lontane dal Metal e vicine all'elettronica, è pronto ad apprezzarle.

1) Lost in Moments
2) Porn Piece or the Scars of Cold Kisses
3) Hallways of Always
4) Tomorrow Never Knows
5) The Future Sound of Music
6) We Are the Dead
7) Dead City Centres
8) Catalept
9) Nowhere / Catastrophe
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