ULVER

Blood Inside

2005 - Jester Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
12/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Rygg e soci arrivano all'ottavo album nel 2005, l'album del quale trattiamo nella presente è "Blood Inside" pubblicato in formato CD dalla Jester Records dello stesso Rygg e, in contemporanea, dalla "Profound Lore Records" in formato vinile. Abbiamo già avuto modo di notare, nelle precedenti recensioni - presenti in queste pagine - che l'unico elemento costante negli Ulver è proprio quello di non avere nulla di costante! Partendo dalla cosiddetta "trilogia pagana" in cui il gruppo sperimenta diversi tipi di commistione tra Black Metal e Folk, arrivando poi alla fase elettronica culminata con "Perdition City" per poi approdare nel mondo del cinema con due colonne sonore. L'esperienza sembra avere segnato il trio in modo particolare, lo stesso Rygg commenta (Terrorizer Magazine May 2005) "While we did get into the film industry, our illusions of how fun and easy it would be to score motion pictures were downed pretty fast as soon as we got more acquainted with those people and their working methods. Now, having been a somewhat voiceless and underlying stratum in other people's visions for a while, we just felt like we had to put up a big fat wall of sound this time around." (Quando siamo entrati nell'industria cinematografica, le nostre illusioni su quanto fosse facile e divertente fare basi musicali per dei video sono affondate piuttosto velocemente appena ci siamo ambientati con quella gente ed i loro metodi di lavoro. Adesso, essendo stati uno strato di sottofondo senza voce nelle visioni di altre persone per un periodo, abbiamo semplicemente sentito che questa volta dovevamo tirare fuori un bel grasso muro sonoro.). Insomma non si può parlare di una versa inversione di marcia, perché comunque si è fatto tesoro dell'esperienza nel mondo cinematografico anche grazie al contatto con compositori classici, però sicuramente si parla di un ritorno alle origini quantomeno per un elemento: la destinazione di colonna sonora richiedeva dei pezzi che potessero stare da sottofondo e quindi parzialmente costituivano un limite, con questo nuovo album, invece, il limite viene eliminato ed i pezzi possono assumere una dimensione a pieno sound. Lo stesso Rygg dice di aver ripreso, con gli altri, delle idee che risalgono a "Perdition City" anche per quanto riguarda i temi, così come si riprende la pratica di avvalersi di musicisti session all'interno dell'album. La formazione si compone ancora del trio Kristoffer Rygg, affiancato da Tore Ylvisaker e Jørn Henrik Sværen, tutti alla programmazione; però vede la collaborazione di artisti quali: Carl-Michael Eide (un grande ritorno visto che aveva suonato la batteria nei demo degli Ulver dieci anni prima, già membro di diversi gruppi tra cui Aura Noir) alla batteria nel brano 9; Jeff Gauthier al violino nella traccia 8; Maja Solveig Kjelstrup Ratkje coro nella traccia 8; Andreas Mjøs al vibrafono (simile allo xilofono) in due brani; l'americano Michael Joseph Keneally alla chitarra in due brani (adesso suona con Satriani); Knut Aalefjaer alle percussioni per tre brani; Bosse (non si trova nulla sul suo conto) alla chitarra nella seconda traccia ed infine il ritorno di Håvard Jørgensen, che ha suonato la chitarra in pianta Ulver nei primi quattro album e poi è stato via via chiamato per delle partecipazioni. Il tema principale dell'album, manco a dirlo, ruota attorno al sangue e - benché in alcuni casi la promozione dell'album abbia comportato foto in stile Carcass - possiamo immediatamente escludere tematiche prettamente splatter e gore. E' un concetto piuttosto ermetico costruito su delle parole chiave ad associazione immediata, come cuore (pare che il titolo dovesse essere "The Heart Album" e poi è stato scartato perché ritenuto troppo pretenzioso) sangue, rosso, bellezza, vita, morte, ospedale? insomma associazioni immediate e solo parzialmente razionali. La copertina ci mostra una grafica in stile barocco imperiale, c'è una corona stilizzata con dei motivi damascati vegetali, rosso su sfondo bianco, mentre al centro dell'immagine c'è la croce rossa; ancora una volta è vistoso il codice a barra che fede la sua apparizione proprio in Perdition City. Gli Ulver questa volta puntano ad una grafica pur sempre essenziale, ma questa volta più comprensibile e, se vogliamo, appariscente.

Dressed in Black

Iniziamo l'ascolto con "Dressed in Black" (Vestiti di Nero) che, dal principio, ci fa pensare agli ascolti minimali di "Lyckantropen Themes", ma allo stesso tempo riesce ad essere molto differente per via di una produzione decisamente più curata: nella colonna sonora citata la produzione era altrettanto minimale quanto la musica, questo non è il caso di "Blood Inside". Si sente un'onda bitonale, dai toni futuristici ed inquietanti, sulla quale gradualmente si inseriscono dei suoni elettronici che fanno pensare a degli apparecchi futuristici, su questo sound, poi, un pianoforte nello stile già apprezzato in "Perdition City": molto lento e romantico, il pianoforte è diventato un elemento caratteristico imprescindibile degli Ulver. Le note sono futuristiche e malinconiche allo stesso tempo, ad un minuto e mezzo una sorpresa imprevedibile: la voce di Rygg si fa calda, bassa e canta lentamente con un approccio Dark/Gothic. C'è molta intensità, si aggiungono cori soffusi, il sound è pienissimo di suoni diversi che convergono tutti al centro provenendo da mondi diversissimi: un pianoforte, suoni sintetici, ritmi umoristici ed anche una voce bassa e calda che duetta con un coro acuto in falsetto. Un brano che ignora tutte le regole musicali, ci porta in un mondo fatto di possibilità nuove, il risultato è poetico e trascinante. Gli Ulver hanno saputo fare tesoro delle esperienze con "Svidd neger" (il film di cui il precedente album è colonna sonora) perché hanno reso musicalmente il senso dell'assurdo, finalmente, con questo pezzo. Dalla metà in poi le melodie di pianoforte si fanno incalzando ed è un'accelerazione di melodia che insegue l'ascoltatore, sul finale prendono campo i ritmi ed i rumori che progressivamente conquistano il centro dell'attenzione facendosi sempre più intensi e numerosi. Il pezzo giunge al finale in una serie di esplosioni fatta di piatti, rumori, pianoforte, suoni sintetici ripetitivi ed ossessivi; brano impegnativo in cui il gruppo dà pieno sfogo alle proprie potenzialità senza avere il limite di dover creare un "sottofondo". Il testo è breve, ermetico, anche in questo deriva lo stile da "Perdition City", si tratta di frasi che esprimono emozioni e percezioni apparentemente sconnesse tra loro, sembrano quegli associamenti di concetti che si fanno nel gioco del "dimmi la prima cosa che ti viene in mente se ti dico?": il risultato è qualcosa di immediato, umano e fuori dagli schemi. Vengono proposte delle domande dal carattere esistenziale quale "Is the light of the light / Monumental / Or something?" (La luce della luce è / monumentale / o qualcosa?) o come "Is a vampire / In the mirror / Eternal?" (E' un vampiro / nello specchio / eterno?), frasi del genere non sembrano trovare risposta perché è difficile persino capire quale sia la domanda; il testo si conclude con l'affermazione - che spiega il titolo - secondo la quale come l'inferno noi siamo tutti vestiti di nero ed abbiamo scavato la nostra fossa molto tempo fa. Un primo pezzo luttuoso che, come del resto avvenne anche in "Perdition City" inizia l'album coi toni della tragedia; lo stile è efficace perché la scrittura poetica, a tratti difficile da seguire e con poco senso, rende bene le atmosfere assurde e surreali che si dipingono con la musica.

For the Love of God

Il secondo brano è "For the Love of God" (Per l'amore di Dio) che inizia con una fuga di pianoforte che sparisce immediatamente sostituita da un rumore che sembra il motore di un aereo lontano che si avvicina e si allontana velocemente, subito interviene un coro che ha un'atmosfera sacrale e lascia intendere che ci sia qualcosa di misterico in gioco, è un coro atmosferico perché non pronuncia parole e rimane in sottofondo. L'atmosfera è carica di attesa, il sound è volutamente scarno e lasciato a questo rumore di sottofondo che varia, non si ripete mai uguale, mentre c'è questo coro mistico con prevalenza di voci femminili, sintetico, che continua ad incantare. Dunque il brano prende ritmo grazie alla batteria, mentre ancora i cori si sentono in sottofondo, e si aggiunge anche un delicato pianoforte, i toni sembrano quasi tipici del Gothic (ancora una volta questa impressione) e si nota con piacere come il gruppo funzioni anche in questo tipo di sonorità. Pianoforte e batteria, specie i piatti, continuano ad accompagnare le voci e quindi ci sorprende ancora una volta una voce in stile Dark/Gothic, le melodie in questo caso sono molto più orecchiabili e durante il cantato cessano i rumori, la sorpresa continua con un crescendo strumentale che poi porta ad un ritornello cantato, con tanto di coro di rafforzamento. Quello che si ascolta è un Gothic Metal, e l'idea si rafforza nel momento in cui interviene anche una chitarra, poco distorta, che poi inizia un assolo in stile Rock/Metal ed altrettanto orecchiabile. Le sperimentazioni sono relegate unicamente alla tipologia di suoni usati, perché le melodie invece anche molto semplici ed orecchiabili. Viene riproposto il ritornello, cantato sempre con una voce Dark che poi passa in falsetto sulle note più acute, poi una variazione corale del ritornello e finale sui piatti. In definitiva sorprende di aver ascoltato questo pezzo: se il precedente comunque era più sperimentale, ermetico e dai toni Avant-Garde, questo secondo pezzo era un qualcosa col sapore di una hit Dark/Gothic dal "ritornellone" orecchiabile, per gli appassionati delle sperimentazioni degli Ulver potrebbe essere una scelta dolente, ma sono sicuro che sapranno interpretarla nel modo migliore, anche perché sono riusciti a fare, ancora una volta, qualcosa che non ci si aspettava da loro! Il testo in questo caso è più corposo, c'è anche un evidente riferimento all'Apocalisse biblica perché viene citato un drago rosso a sette teste che, con le fiamme, induce gli angeli a suonare le trombe; scende in basso più veloce della luce e dell'oscurità. Poi questo passaggio: "Blood of the god word / Spoken in tongues / That we may see the end / Of the babel tower" (Sangue della parola di dio / pronunciata nelle lingue / che possano vedere la fine / della torre di Babele) ci fionda nel noto episodio della Genesi in cui Dio punisce l'arroganza dell'uomo - che voleva costruire una torre altissima per ergersi all'altezza di Dio e stava unito, nonostante Dio gli avesse ordinato di disperdesi - distruggendo la torre e disperdendo l'uomo facendogli avere lingue diverse di modo che non si potesse unire. In questo caso il richiamo di questo episodio citando "il sangue della parola di dio" può voler indicare come la divinità, specie nell'Antico Testamento, si è resa protagonista di numerosi episodi violenti e sanguinari, che dunque questa parole è pregna di sangue degli uomini. Il testo si conclude con un'affermazione sprezzante sul "fottuto paradiso", che ci fa convincere ancora di più dell'interpretazione precedentemente offerta.

Christmas

Passiamo quindi all'ascolto del terzo brano con l'improbabile titolo "Christmas" (Natale), inizia con dei suoni cadenzati che sembrano provenire dai campanellini di una slitta, un'armonia orchestrale con gli archi rimane in sottofondo rispetto ai campanelli festosi che diventano sempre di più e con altri timbri, una festa. Poco dopo il pezzo si trasforma, prende una ritmica Dark con la batteria in due tempi, una voce nello stesso stile che si mantiene sui toni alti al limite del falsetto; il pezzo così prende vita, le orchestre si fanno potenti duettando con questa voce durante le pause. La parte cantata è volutamente discorde rispetto alla parte orchestrale, le percussioni restano ancora in primo piano e stordiscono mentre una voce è proposta con un'eco surreale che la fa apparire ancora più strana e "fuori luogo". Non la tipica musica natalizia insomma: al secondo minuto un profluvio di percussioni e di fiati d'orchestra, l'atmosfera è intrisa di surreale magnificenza, le parti orchestrali sono vive ed azzeccate, alternate a rumori, i falsetti vibrati mostrano tecnica e personalità anche alla voce. Bello notare come le voci siano due e si intreccino in modi inaspettati, un'evoluzione di quanto fatto coi cori nei primi due album, numerosi acuti in falsetto, ben eseguiti e da pelle d'oca. Nell'orchestra sintetica i fiati sono al primo posto, corni e tromboni; nella seconda metà orchestra e suoni "alieni" si mischiano, interviene anche una chitarra fortemente effettata che rappresenta un punto d'incontro tra umano ed artificiale. Un crescendo di cori acuti, con campanelli ed altri rumori, una litania ipnotica e maestosa, ritmi sempre più forti, poi il finale coi campanelli. Il testo è tratto da un omonimo poema di Fernando António Nogueira Pessoa, basti sapere che parliamo di un poeta semisconosciuto del '900 noto anche per l'affiliazione a ordini massonici di ispirazione templare, studi cabalistici, affiliazione ai rosacroce; un episodio significativo è stato quello di aver scritto ad  Aleister Crowley perché nelle sue opere aveva trovato alcuni errori, questo ne fu talmente impressionato che volle incontrarlo di persona e mantenne stretti rapporti in futuro. Insomma non possiamo aspettarci la tipica poesia natalizia: inizia dicendo un dio è nato ed altri muoiono, continua sostenendo che in realtà non è cambiato nulla ma solo la facciata esterna dello stesso imperscrutabile mistero. Prosegue affermando che c'è una conoscenza cieca a lavoro su campi inutili, perché una fede folle sta vivendo il sogno della propria liturgia non rendendosi conto che "dio" è solo una parola, un mero suono privo di significato, senza cercare di penetrare in quelli che sono i misteri più importanti. Insomma un pezzo di un poema che ci ricorda l'inutilità e superficialità, se vogliamo, della liturgia commemorativa di un mero evento vuoto e privo di significato se non viene penetrato attraverso i sensi che solo una consapevolezza misterica possono conferire.

Blinded by Blood

Il quarto brano è "Blinded by Blood" (Accecato dal Sangue), siamo accolti da sonorità orchestrali di sottofondo, lente e malinconiche, mentre si riescono a sentire anche i campanelli già apprezzati nel precedente brano, quando un piano sintetico, ossessivo nel ripetere la stessa melodia, e dei rumori appaiono nel sound. Una parte che ricorda i lavori fatti per le colonne sonore, dei cori femminili dal carattere quasi sacrale intervengono e disegnano atmosfere mistiche, poi una voce maschile solista che si esprime in un canto assimilabile al Gospel: inaspettato e tremendamente efficace nell'atmosfera mistica, una voce bassa, calda ed accogliente che vibra e glissa. I suoni orchestrali si fanno più maestosi, complice il vibrafono, mentre la voce assume un timbro nero che è a metà tra Blues e Gospel. La voce cambia, riprende i toni Dark e lo fa in modo struggente con alto riverbero e parti grattate in modo molto espressivo, l'atmosfera è ancora data dalle orchestre, voci si sovrappongono tra loro; poi ancora cori e campanelli, altre voci sognanti. Il risultato è sublime, si passa agli acuti in falsetto, è impossibile non farsi trascinare dalle atmosfere così maestose e sublimi, l'alternanza di cori mistici e questa struggente voce dà un risultato molto coinvolgente che regala emozioni. Atmosfere oniriche, il pezzo cambia di continuo riproponendo la stessa atmosfera, con gli stessi tempi ma con scelte melodiche sempre diverse: non c'è una strofa uguale all'altra. Il finale è un insieme di suoni che dipingono un'atmosfera di sogno, poi un carillon. Il testo è composto da otto brevissime strofe da tre righi, altrettanto brevi, ciascuna; comincia con "You are / From the heart / Of it all" (Tu provieni / dal cuore / di tutto quanto) e così continua in associamenti che hanno la parvenza di una ninna nanna, una descrizione in cui una madre descrive il proprio piccino cullandolo. Assume un significato più riconoscibile con le frasi "You become / From the two / The thousands. / My little one / From the earth / It all ends" (Diventate / da due / diecimila. / Piccolo mio / dalla terra / tutto ha una fine), nelle quali sembra che l'entità creatrice dell'uomo e dell'universo stia dedicando una nenia ai propri piccoli che, partendo da due, si sono moltiplicati e continuano a morire e ad avere una fine tutti i giorni, così come previsto dall'ordine cosmico universale.

It Is Not Sound

Si prosegue nell'ascolto con "It Is Not Sound" (Non è il Suono), con dei rumori elettronici, poi degli archi stoppati, uno stacco di batteria ed il tempo si fa più incalzante, atmosfere orchestrali si mischiano ai rumori. Un coro dolce ed evocativo mentre gli archi portano il ritmo, atmosfere molto forti, poi un crescendo ed un acuto in falsetto ed il ritmo si ravviva. Rumore e chiasso si intensificano e la componente elettronica è più forte, occupa completamente mentre la voce si lancia in cori intrecciati, acuti in falsetto ed a volte rockeggianti e graffiati. Ciò che si sente è indubbiamente Avant-Garde, l'intervento della chitarra elettrica inserisce una vaga componente Metal al tutto, mentre una melodia dal timbro sintetico e futurista esegue il tema veloce della Toccata e Fuga in RE minore di Bach, al quale pare si ispiri tutto il pezzo. Mentre la toccata e fuga prosegue sintetica, mantiene tutta la propria magnificenza, per poi diventare orchestrale nel finale, con alcuni rumori in sottofondo. Il testo è ermetico e di difficile interpretazione, inizia dicendo che nessuno capirà di cosa si tratta, 33 anni, qualcosa che nessuno capirà, la promessa di una vita che si ripete ancora e ancora. Forse il riferimento può essere nuovamente biblico e riferirsi alla figura di Gesù Cristo e la promessa, della sua venuta e sacrificio, del culto cristiano. Di difficile interpretazione e molto breve questo testo presenta unicamente degli spunti, che possono avere interpretazione solo se ci si spinge con la fantasia e si analizza in modo analogico nell'impianto sistematico dell'album che, comunque, non offre molti appigli interpretativi considerando che anche gli altri testi sono piuttosto ermetici e poco chiari; cosa che comunque non crea disappunto, ma anzi può affascinare.

The Truth

Passiamo a "The Truth" (La Verità), inizio Dark con una batteria rutilante, prima uno stacco poi una specie di tribale sul quale si inserisce una melodia malinconica ma pur sempre brillante, ancora acuti in falsetto (che ormai sono la caratteristica innovativa del presente album), suoni elettronici e diversi campionati elettronici. Un suono sintetico che ricorda una chitarra si impone, in una parte più atmosferica, poi una nuova esplosione melodica, in questo pezzo il ritmo è incessante, veloce e tribale, numerosi effetti concorrono avvicendandosi nella creazione di un muro sonoro imponente. Il predominio è ritmico, poi parti lente ed atmosferiche prima di una nuova esplosione ritmica che si calma nelle parti vocali per permettere di apprezzarle. Il pezzo ha molti stop'n'go che aumentano l'intensità e la stranezza di quanto proposto. Il risultato è simpatico ed a tratti demenziale con dei rumori che sembrano delle voci di bambini acute, grottesche, inquietanti, che vengono pannate da un lato all'altro delle orecchie. Il testo ci parla dei non meglio precisati "due" che sfogliano le pagine dello stesso libro, che non significa nulla per loro (ancora torna questo concetto dell'assenza di significato), e se uno sfoglia la pagina in avanti, l'altro la sfoglia di nuovo indietro - questo potrebbe far pensare alla cieca ricerca di conoscenza che non porta ad alcun risultato perché un'azione contraddice/annulla l'altra - e, conclude il testo, ciò è la verità che loro conoscono dentro se stessi, percependo il vuoto dentro di sé, perché nel libro non c'è scritto niente, ed il libro è il loro cuore. Vengono descritte persone quindi prive di cuore, di sentimenti ed emozioni, che sfogliano le pagine del proprio cuore per trovarvi il nulla e vivono nella superficialità la loro esistenza fatta di gesti meccanici, inutili e privi di vero significato.

In the Red

Il settimo brano è "In the Red" (Nel Rosso), un inizio esplosivo, ritmico ed orchestrale ripropone gli archi con prevalenza di violoncello e contrabbasso, come timbrica rotonda e sonora sulle note gravi, il dolce suono del vibrafono contribuisce a rendere metafisica l'atmosfera, una batteria molto presente gioca sui piatti. Interviene la voce, lenta, acuta ma non in falsetto, che duetta con un'altra voce di Rygg, grave e sfiatata in un sussurro intimo, poi duetta con un falsetto. Brano anch'esso molto ritmo, atmosfere Darkwave, gli elementi elettronici si fondono alla perfezione coi suoni orchestrali sintetici. L'ispirazione, in generale, è neoclassica come timbriche ed anche, parzialmente, come scelte melodiche che poi vengono installate in ritmi complessi che trasformano tutti in senso Avant-Garde, merito dei tempi sincopati e delle pause ad effetto che, coi riverberi che rendono il clima più etereo, danno anche un tocco atmosferico aggiuntivo. A sorpresa un rumoroso intervento trip hop nella seconda parte con trombe ed altri ottoni, ritmiche da jazz anni '50 in quella che sembra essere una potenziale colonna sonora di un James Bond o la musica di un qualche locale di Broadway in cui ci si scatena sulla pista da ballo, il suono sfuma fino alla fine. Il testo propone altre associazioni immediate, un fiume di pensieri parzialmente connessi tra loro che scorre contro l'ascoltatore: un corpo momentaneamente messo in vita, che prosegue nella luce, nell'oscurità, poi entra in gioco l'ambrosia - il mitologico cibo o bevanda degli dèi che rende immortali, a volte intesa anche come panacea per tutti i mali - del quale il corpo ha bisogno per salvarsi, un cuore che viene asportato per un momento, le porte dell'ospedale che si aprono e poi tutto diventa bianco. Questo pezzo ci vuole calare nella situazione di incoscienza dovuta forse ad un come, un infarto o qualcosa del genere che ci porta ad essere incoscienti e, magari, parzialmente senzienti in un angolo recondito della nostra mente che ragiona tramite associamenti basilari ed arcaici.

Your Call

Si continua l'ascolto con "Your Call" (La tua Chiamata), un violino inaugura il brano in toni drammatici, poi diventano due ed il secondo violino traccia delle melodie sempre molto acute partendo dalla nota principale data dal primo. Un sottofondo ritmico si fa sempre più forte e ci propone un'orchestra di accompagnamento, con essa anche un rumore ritmico e ripetitivo che sembra provenire da un qualche apparecchio elettronico che gira a vuoto; l'atmosfera si fa più pesante e cresce di colpo, poi porta ad una voce in stile basso e Gothic, veloci virtuosismi di pianoforte, che si alternano a suonerie di cellulare. Voci in falsetto che duettano con la principale, quello che sentiamo sono delle voci che duettano su una base musicale fatta da ringtones di cellulare, veloci glissando di pianoforte acuti (che somigliano alle suonerie), una forte base orchestrale ed un romantico violino. Malinconico, romantico e struggente, dei rumori forti di passi, una nuova ondata di darkwave neoclassico e la voce continua con dei suoni ritmici che sembrano scariche di mitragliatrice, poi appare una voce corale femminile in questo scenario surreale, che senza pronunciare parole incanta con melodie ripetitive ed oniriche. Siamo nella sperimentazione pura, il risultato è un caos sublime e maestoso, il violino si distorce, con delle suonerie incessanti di telefono, poi torna classico ed incalzante, aumenta di intensità drammatica man mano che il ritmo rallenta. Momenti di poesia, suspense, assurdità, il finale è dato dalle suonerie che continuano a suonare da sole. Il testo inizia chiedendosi chi sia a trattenerti la mano mentre, nell'oscurità, parli coi morti e nessuno risponde al telefono che continua a suonare; qualcuno sta morendo quando si accende la luce rossa, con nessuno con cui parlare, tranne coloro che vengono trasportati lungo i corridoi, persone "Open in the end / End in the open" (Aperte nella fine / finiscono nell'aperto), un modo poetico e straordinario per definire la sensazione di assoluta solitudine in un corridoio di un ospedale, mentre i telefoni continuano a suonare incessantemente, la luce rossa della sala che avvisa la presenza di un "codice rosso" appunto, di qualcuno che sta per morire e va salvato, mentre le persone che vengono accompagnate precipitosamente per il corridoio non hanno nessuno con cui parlare. Uno scenario di desolante solitudine, di necessità di quell'ambrosia di cui parlava il precedente brano, per mettere fine alle sofferenza, per aver salva la vita, in un contesto così frenetico e così tristemente solitario.

Operator

Siamo giunti al nono ed ultimo brano, "Operator" (Operatore), che inizia con la risposta di un'operatrice del centralino delle emergenze, appunto, e poi immediatamente un'orchestra fortissima che conquista di prepotenza la scena, immediatamente, proponendo un misto di neoclassico ed elettronico rumoristico e chiassoso, misto sul quale si inserisce una voce delicata e poetica in falsetto, che duetta con se stessa in alcuni passaggi. Sublime disperazione, il pezzo è incalzante, doloroso ed insistente fa pensare ad un'emergenza con ritmi frenetici, un assolo devastante, veloce e contrario a qualsiasi logica, una batteria martellante ed esplosiva sui piatti. I toni a metà pezzo sembrano calmarsi ma il ritmico si riaccende, è una corsa disperata contro il tempo, una feroce agonia straziante, parti di piano veloci con scale vorticose, la voce diventa altrettanto disperata, graffiante, forte. Poi il ritmo si distende, si sentono delle voci che sembrano provenire da un telefono o da un canale di comunicazione interno, la voce si fa più triste, un'orchestra esplode in virtuosismi a raffica, velocità e confusione tremenda, ritmiche che si sovrappongono in modo incessante, frenesia al massimo. Il finale ripropone un vibrafono che scompare gradualmente per lasciare solo il silenzio. Il testo è un misto di frasi sconnesse, una richiesta di aiuto alla polizia, non funziona niente, tutto sta per finire e serve aiuto immediato. Corpi privi di vita tutti attorno, il mondo scompare e diventa sempre più bianco, la verità è un ospedale, sii paziente e mantieniti in fila. Un'orda di disperati in fila per ottenere la salvezza all'ospedale insomma, una frenesia per poter ricevere le cure e le voci rispondono fredde e burocratiche per cercare di mantenere l'ordine nonostante lo stato di emergenza; uno squarcio di un mondo di disperazione, di folli corse contro il tempo e disperati tentativi di salvezza che avvengono incessantemente ogni giorno, con grande sfinimento di pazienti ed operatori. Con questa atmosfera di folle caos l'album giunge al termine.

Conclusioni

Il lavoro che abbiamo appena finito di ascoltare rappresenta quello che potrebbe essere definito un ritorno al passato, affrontato con le competenze acquisite nel presente: la voglia di tornare a "Perdition City" non si traduce in un trip hop, anzi diventa una ricerca musicale che si fa forte delle influenze neoclassiche acquisite con "Svidd Neger", ottenendo un risultato che finalmente si avvale anche delle voci soliste e che può avere più personalità. Il concept che viene scelto deriva da associamenti immediati di concetti quali sangue, rosso, vita, ospedale e via dicendo: continua a mantenersi ermetico ed affronta anche tematiche dal valore mistico/religioso. Abbiamo quindi una prima parte dell'album che si mantiene più sul mistico mentre la seconda parte affronta le tematiche ospedaliere facendo delle riflessioni sulla vita e sulla morte. Unico neo dell'album, se vogliamo, è un secondo pezzo che strizza un po' troppo l'occhio a risultati più orecchiabili e che in un certo senso stona con tutto quello che sentiamo nel resto dell'album, eppure - anche grazie a quel pezzo - si riesce ad entrare in questa nuova dimensione in modo piacevole e facilmente comprensibile; potrebbe anche essere visto come un trampolino di lancio verso sonorità ancora più complesse. Il genere proposto rimane fortemente elettronico ma si avvale delle competenze neoclassiche acquisite col precedente album e le propone con un mix in stile Dark/Gothic neoclassico. Un elemento di gran pregio è sicuramente la prestazione vocale che ci mostra un Rygg sempre all'altezza in tutte le occasioni, regala melodie in falsetto eseguito con maestria ed apparente facilità. Un album che, pur avendo qualche vago spunto Avant-Garde Metal, si allontana ancora troppo alle sonorità tipiche del Rock e del Metal e quindi rimane, come molti altri album degli Ulver, un ascolto cui avvicinarsi solo se si possiede quell'apertura mentale capace di permettere di apprezzarlo, potrebbe rivelarsi un ascolto interessante anche per coloro che ruotano nel mondo del Gothic Metal e non disdegnano la sperimentazione. Un album degno di nota, ci ripresenta un gruppo che si conferma nella propria eccelsa qualità, un passo indietro effettuato a ragion veduta e senza perdere ciò che si è conquistato con gli sforzi nel mondo della cinematografia.

1) Dressed in Black
2) For the Love of God
3) Christmas
4) Blinded by Blood
5) It Is Not Sound
6) The Truth
7) In the Red
8) Your Call
9) Operator
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