ULVER

Bergtatt, et Eeventyr i 5 Capitler

1995 - Head Not Found

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
20/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Gli Ulver sono una poliedrica band norvegese che, nata nel 1993, ci regala ancora ai giorni nostri album sempre differenti e che continuano a sorprendere. Ci sono stati diversi cambi di genere musicale, passando dal Folk Black Metal al semplice Folk, o Avant-Garde Black Metal, o anche Ambient Avant-Garde, senza contare anche i numerosi cambi di line-up.. in questa occasione, comunque, tratteremo del loro primo album: "Bergtatt - Et Eeventyr i 5 Capitler" del 1995. Questo primo album, del quale ci accingiamo a disquisire, è da molti considerato uno dei migliori album del Black Metal in generale. "Bergtatt - Et Eeventyr i 5 Capitler" vede alla voce Kristoffer Rygg, in arte Garm (almeno per questo album, come voleva la tradizione Black Metal norvegese i nomi d'arte erano quasi un must), che rimarrà una presenza stabile nel gruppo fino ad oggi, sebbene con ruoli diversi nel tempo; attualmente collabora anche coi Sunn O))), altro nome importante per i generi più avanguardistici, coi quali gli Ulver hanno pubblicato, in comune, l'album "Terrestrials" nel 2014. Troviamo poi Erik Olivier Lancelot alla batteria, col nome d'arte AiwarikiaR, il quale seguirà la band fino al quarto album del 1998; attualmente non è impegnato in nessun progetto rilevante. Al basso Hugh Stephen James Mingay, in arte Skoll, che partecipa al primo, terzo e quarto album della band; ha trovato spazio negli Arcturus, noto pilastro dell'Avant-Garde Black Metal, gruppo che ha seguito dall'inizio fino ad ora. Alla chitarra Torbjørn Pedersen, in arte Aismal, che dopo aver suonato nel primo e terzo album degli Ulver torna nell'ombra. Håvard Jørgensen, altro chitarrista (nel 1992 suona nel demo "All Evil" dei Satyricon) seguirà la band dal primo al quarto album per poi dedicarsi ad altri progetti che non hanno nulla a che vedere col Metal. Partecipano anche Steinar Sverd Johnsen al pianoforte e Lill Katherine Stensrud con flauto e voce. Il nome della band, in norvegese, si traduce con "lupi" ed è in pieno stile Black Metal norvegese, già col demo "Vargnatt" del 1993 ribadiscono il loro interesse per i lupi (varg ed ulv sono sinonimi, lo stesso Tolkien si ispira al termine varg per dare un nome alla creatura fantastica, molto simile al lupo, nota come warg) ed in generale per le atmosfere misteriose e selvagge della foresta. La copertina, dipinto olio su tela realizzato dall'artista Tanya Stene (che realizzerà molte copertine, poi diventate culto, nel panorama Black Metal) è emblematica in tal senso: una foresta buia realizzata con diverse tonalità di viola. L'atmosfera resa è quasi spettrale, la scelta del viola come colore principale non era affatto scontata ed anzi si pone in contrasto con quelli che erano i canoni del Black Metal, nonostante ciò riusciva a rendere alla perfezione il senso della selvaggia natura della foresta impenetrabile vista sia come mistero che come pericolo. Non viene riportato il titolo dell'album ma solamente il logo della band, semplice ed a caratteri maiuscoli con uno stile curvilineo che riprende la scrittura tradizionale scandinava. Questo interesse per la tradizione mostrato nella copertina è in perfetto accordo col concept dell'album che si ispira ad una leggenda norvegese in cui una ragazzina si perde in una foresta; i testi sono scritti in norvegese antico, il riksmal ("lingua del regno", notare la somiglianza tra rik e rígh, termine gaelico col quale si indicava il "re" in Scozia ed Irlanda) prima che questa lingua venisse trasformata in bokmal ("lingua del libro", in questo caso è più facile notare la somiglianza tra bok e book). Il disco è stato inoltre pubblicato dalla "Head not Found" e si tratta della quinta pubblicazione per questa etichetta storica - l'album ha codice di catalogo HNF 005 - che pochissimo tempo dopo pubblicava il primo demo degli Emperor in versione vinile. Nel 1995, dunque, si faceva la storia del Metal; dopo queste brevi necessarie premesse è ora di passare all'ascolto di "Bergtatt - Et Eeventyr i 5 Capitler" che, con più di 30 minuti e cinque brani, intesi come i capitoli di un'unica storia, racconta questa appassionante leggenda norvegese tramite dei brani che, a loro volta, diventeranno un'altra leggenda.

Capitel I: I Troldskog faren vild

L'album inizia con "Capitel I: I Troldskog faren vild" ("Capitolo I: Sperduta nella foresta dei Troll"), a questo punto la fanciulla inizia il suo vagare, sereno, nella foresta. Il brano inizia con uno stacco di batteria sui tom, glaciale, così come dalla migliore tradizione norvegese il suono della batteria ricorda quello del primo album degli Immortal ("Diabolical Fullmoon Mysticism" del 1992) che ha costruito un nuovo equilibrio nel sound Black Metal con una batteria, appunto, "gelida" in quanto il rullante ed i tom si concentrano su frequenze medio-alte e dunque risultano essere più incisivi e meno "caldi" poi nel riverbero finale, la cassa ha finalità più atmosferiche. Dopo il breve stacco si aggiungono le chitarre e basso, gli strumenti sono piuttosto melodici rispetto agli standard del Black Metal dell'epoca, i suoni sono anche molto curati e già questo mostra l'evidente approccio melodico (figlio della stessa scintilla che ha ispirato i contemporanei Emperor), le melodie sono avvolgenti e richiamano un sound tipicamente scandinavo. Colpisce, in positivo, il suono del basso che è molto caldo e, così, riesce a distinguersi perfettamente dalle due chitarre ed al contempo staccarsi dalla batteria che invece, come anzidetto, predilige le frequenze medio-alte ed oltretutto gioca molto sui piatti. Ciò che complessivamente emerge da questo primi secondi è un sound curato in cui ogni strumento ha il suo preciso spazio e le frequenze sono assegnate in modo da permettere che ogni strumento possa emergere senza coprire gli altri; spesso nel Black Metal il basso "scompare", in questo lavoro non avviene. Il risultato si è ottenuto grazie all'intuizione ed allo stile ricercato nel quale ogni cosa ha un suo posto ed ogni cosa è essenziale. Ciò che spiazza è la voce, a ventidue secondi dall'inizio, che è esattamente la cosa che ci si aspetterebbe di meno da un pezzo Black Metal: una voce completamente clean, serena, con un riverbero tale da farle assumere un tono a metà tra il corale (viene in mente il canto gregoriano o pastorale) e l'etereo. La voce è assolutamente predominante rispetto al resto, l'approccio è atmosferico e l'effetto riverbero (usato ed abusato nel Black Metal) in questo caso ottiene l'effetto opposto: conferisce alla voce un qualcosa di magico che ben si presta al concetto di saga nordica tra il mitologico ed il fantastico. Colpisce la serenità del cantato, ricco di armonici, che occupa tutto lo spazio del sound quando si fa sentire mentre, quando svanisce, lascia spazio alle chitarre che (come fossero anch'esse una voce sola ottenuta dal miscuglio di tanti armonici) si muovono all'unisono nel disegnare dei "canti" di risposta che, pur conservando un incedere ed un'asprezza tipicamente Black Metal, riescono comunque ad esprimere romanticismo. Tra una strofa e l'altra lo stacco di batteria sembra il rombo di tuoni che, con l'eco, si fa sempre più distante; è evidente l'intento atmosferico, seppure embrionale, in questo pezzo. L'approccio vocale rimane molto posato, si riescono a distinguere due voci, all'unisono, che si comportano proprio come le chitarre ma delineano melodie in modo dolce. Questo tipo di canto, con risultato che a noi ricorderebbe il canto gregoriano, in realtà è molto vicino a quello che è il canto corale armonico islandese (non dimentichiamo l'enorme vicinanza culturale, in epoca medievale, tra Norvegia ed Islanda, quella "terra di ghiaccio" che ne era una vera e propria "colonia" per certi versi); questa soluzione è più compatibile sia con la tradizione proposta dal gruppo, ma anche col suo nome "lupi": infatti in questi cori islandesi (spesso associati all'immaginario vichingo) i cantori si dispongono a cerchio, rivolti verso l'interno (come se fossero tutti attorno al fuoco) e cantano guardandosi tra loro. Quest'ultimo particolare è molto importante se si pensa che la disposizione corale della nostra tradizione è rivolta verso l'esterno proprio perché i coristi intendono, come fossero un unicum, proiettare il canto verso l'ascoltatore; il coro disposto a cerchio, invece, presenta un piccolo gruppo di individui che mantiene la propria soggettività (anche musicalmente, producendo un armonico diverso a seconda delle proprie caratteristiche vocali, andando ad arricchire la melodia fondamentale) e che canta con uno spirito più intimistico: è un qualcosa fatto dal gruppo per il gruppo stesso.. questo immaginario effettivamente evoca un po' la visione del "branco" di lupi. Verso il finale gli strumenti prendono più vita e c'è un assolo, vagamente Heavy, di chitarra; una parte strumentale cadenzata che conserva l'incedere folk scandinavo in levare, una cavalcata che sfuma piano piano. Questo spirito intimistico permea il brano anche dal punto di vista lirico: il testo, come anticipato, racconta di come questa fanciulla, Pige (che significa "ragazzina"), si perde nella foresta. In realtà è la foresta stessa che, come se fosse un essere senziente, inganna questa ragazzina al fine di farla smarrire, la strofa iniziale infatti racconta di come il sentiero di ritorno a casa della fanciulla venga ricoperto di neve (in realtà si ricopre di neve autonomamente come se avesse vita propria), il tappeto nevoso si amplia in modo da coprire il sentiero e nascondere la via di casa, l'unico punto di riferimento che questa avesse; continua con un'esclamazione "Om hun bare kunde / Folge Stiernernes Baner / Ey hun skulde vildfare / Blandt disse morcke Graner" ("O se solo potesse / seguire le tracce degli astri / lei non si sarebbe persa / in mezzo a questi oscuri abeti"). La metrica in versi rende il senso epico di questo racconto mitologico che inizia coi toni oscuri (gotici diremmo oggi) tipici della tradizione scandinava/germanica (attualmente conosciamo le note fiabe dei fratelli Grimm che racchiudono un po' questo senso del macabro ed in cui i protagonisti sono spesso giovani bambini o bambine). La foresta sono la casa, le sale del Re della Montagna, e gli alberi sono le braccia che avidamente accolgono questa ragazzina cristiana della quale sangue sono assetati. A questo punto intervengono le voci del Popolo Sotterraneo che recitano "Det naermer sig stille: Een sorgeklæst Pige / Sidder derinde med foldede Haender / Hun sender een Bon til det himmeldske Rige" ("Si avvicina silenziosa: una fanciulla addolorata / si siede laggiù con le mani giunte in preghiera / manda un'implorazione al Regno dei Cieli"), si immagina quindi questa ragazzina persa e spaventata che prega per la propria salvezza e sulla sua testa cadono delle gocce d'acqua come se fossero il sangue di Gesù Cristo. L'immaginario tutto romantico/gotico della fanciulla innocente persa nella foresta oscura è spettacolare, il testo si conclude con le esclamazioni disperate della fanciulla che capisce di essere persa e che nessuno penserà a lei. Questo testo dipinge l'inizio di una storia dai toni drammatici e pur sempre romantici, si accompagna benissimo alla musica, già descritta, che riesce a coniugare l'asprezza della foresta oscura con la dolce innocenza della fanciulla che vi vaga sperduta; l'innocenza indifesa proiettata in un mondo selvaggio e pericoloso.

Capitel II: Soelen gaaer bag Aase need

L'album prosegue con "Capitel II: Soelen gaaer bag Aase need" ("Capitolo II: Il sole scende dietro la Collina"), la fanciulla nota il tramonto e dunque la disperazione cresce con l'oscurità. Il brano inizia con un arpeggio classico di chitarra che accompagna il suono di due flauti che si rincorrono suonando a volte all'unisono ed altre separandosi pur restando intrecciati, l'atmosfera dipinta è idilliaca quando all'improvviso irrompono le chitarre ed un blast feroce di batteria riporta il sound nei canoni tipici del Black Metal. Infatti in questo secondo pezzo le chitarre hanno un suono più distorto, sono suonate in modo più veloce e non eseguono quelle melodie di cui parlavamo nel primo brano ma degli accordi tipici del Black Metal norvegese sui quali si scaglia uno scream vero e proprio, adesso il pezzo è puro Black Metal. La voce è uno scream classico, piuttosto acuto ed aspro, carico di odio e disperazione, sporco e glaciale, dal suono secco e diretto, senza molto riverbero. Ad un certo punto un coro, dal sapore folk, segue immediatamente lo scream; il coro in questione non è eseguito come descritto nel brano precedente ma ha tutte le caratteristiche che non possono non riportare alla mente i cori presenti in "Hammerheart", storico album dei Bathory (nello specifico il pazzesco coro di "Valhalla"), la creatura con la quale Quorthon ha plasmato un ben noto genere di Metal. Lo scream torna e si sovrappone al coro di bathoriana memoria e le stesse chitarre sembrano voler omaggiare il genio di Quorthon con un riff che vagamente ricorda lo stesso stile; su questo nuovo riff si inserisce il coro nello stile discusso in occasione del primo testo, l'atmosfera di distende e torna eterea, la batteria gioca molto sui piatti e c'è l'accenno di un assolo di chitarra prima della prossima sfuriata Black Metal. In questo secondo brano la melodia e la distorsione si alternano, così come la calma e la rabbia. Superata la metà del pezzo una tempesta di batteria fa culminare la violenza, successivamente lo scream si alterna ad un coro nello stile del primo pezzo, il brano continua ad evolversi e si ritorna ad una nuova parte corale e calma con chitarre melodiche e toni nuovamente distesi nonostante l'incedere cadenzato. A volte alcuni stacchi di batteria sui tom fanno presagire ad una nuova sfuriata che a volte arriva, altre no; il pezzo si conclude con un breve coro a cappella, molto evocativo. Nella parte iniziale del testo, che corrisponde allo scream, si dipingono scenari di terrore nei quali la fanciulla gira il volto accorgendosi del tramonto, sentendo frammenti di frasi in lontananza ed iniziando a sentire un male al cuore. Successivamente parla la fanciulla stessa che, spaventata, osserva "Sola gaar bak Aase ned / Skuggan' bli saa lange / Natte kjem snart atteved / Teke meg i Fange" ("Il sole va giù dietro la collina / le ombre diventano così lunghe / presto tornerà la notte / a prendermi come prigioniera"); in questo caso si rievoca questo immaginario della notte, addirittura nella foresta popolata di creature selvagge, che porta terrore e pericolo. Questo genere di "fiaba del focolare" veniva usata sia per terrorizzare i bambini sia, in un certo senso, per temprarli e metterli in guardia circa i pericoli: un po' come i draghi per l'immaginario britannico. A quel punto la fanciulla si fa prendere dalla nostalgia di casa, pensa a quanto le piacerebbe riabbracciare la propria famiglia e trovarsi lontano da quel posto, progressivamente la visibilità diminuisce sempre di più. I toni sono quelli di una tragedia romantica/gotica ormai, la strofa finale recita "Hun falder i Sofn paa Moseseng / Oc aldting tier / Saa daecker et Mulm / Hendes Drommers Stier" ("Cade addormentata su un letto di muschio / e tutto si zittisce / poi un velo copre / i cammini dei suoi sogni"). Ecco che in questa seconda fase della storia, cala il sipario della notte su questa fanciulla disperata che, stremata dalla stanchezza e dalla paura, si abbandona al letto di muschio del tutto inerme di fronte ai pericoli della natura selvaggia.

Capitel III: Graablick blev hun vaer

Si prosegue con "Capitel III: Graablick blev hun vaer" ("Capitolo III: Uno sguardo grigio la osserva"), mentre la fanciulla è indifesa, al buio, si sente osservata ed il terrore aumenta. Il brano inizia con un arpeggio di chitarra sul quale si sovrappongono due voci di cui una in falsetto, anche in questa parte vi sono delle reminiscenze di Bathory, ed anche questa parte è molto evocativa nel dipingere atmosfere notturne e sognanti. Il riff si ripete col coro che pronuncia solo una "A" scandendo una melodia ipnotica, quasi a voler rendere il senso di torpore del sonno; sembra una parte che starebbe benissimo come finale di un pezzo in fade-out. Ecco che irrompe, dopo circa quaranta secondi, la sfuriata Black Metal con chitarre impazzite e batteria a ritmi sostenuti; anche in questo caso il basso è importante ad "ingrossare" il suono e dargli più impatto in generale. La tipica plettrata alternata glaciale introduce uno scream tra il malefico ed il disperato, da com'è cantato si intuisce chiaramente la struttura in versi del testo: parti veloci e pause tra un rigo e l'altro, frasi che vengono scagliate come armi addosso all'ascoltatore. La metrica è variabile, alcune vocali vengono prolungate altre invece scorrono veloci: questo cantato a tratti imprevedibile, che si slaccia e riallaccia alla base, rende la voce un elemento quasi esterno al sound. Il risultato è che a volte si percepisce, anche col solo ascolto, che si tratta di una voce narrante mentre la musica descrive l'atmosfera. Tutto è malvagio e freddo, riff a plettrata alternata si susseguono implacabili mentre il basso in alcuni casi rallenta e scandisce una melodia inquietante. Al secondo minuto circa, il forte rumore di un fulmine squarcia il sound e fa rabbrividire perché arriva così all'improvviso; le chitarre sembrano l'ululato della pioggia attorno ai rami mentre una pioggia di batteria rovescia il freddo sull'ascoltatore. I giri di basso continuano, lenti e quasi maestosi nel creare melodie horror. Al terzo minuto una chitarra emerge ed inizia quello che appare come un vorticoso assolo veloce, quasi alla Immortal. Tutto quanto sfuma, durante questo accenno di assolo, in un'atmosfera diversa: una chitarra classica dal sapore folk scandisce arpeggi dalla velocità sostenuta, quasi una fuga a tutti gli effetti, anche questa scompare e lascia lo spazio al suono del rumore dei passi sulla terra inzuppata, il suono del canto dei grilli, passi che si fanno sempre più lenti, rami calpestati e spostati durante l'incerta marcia irregolare, a volte molto lenta altre frettolosa e spaventata. In questo contesto si inserisce, in crescendo, un arpeggio di pianoforte che accompagna il rumore dei passi con lo stesso andamento incerto e spaventato, un trillo dolce e fugace che diventa sempre più vibrante di vita. Atmosfere neoclassiche arricchiscono questo virtuosismo al pianoforte mentre ancora si sente il rumore dei passi incerti sulla neve, si inizia a sentire un piccolo respiro affannato che cresce assieme all'intensità della melodia che si evolve, cambia, muta, si trasforma imprevedibilmente, poi si ripete con rinnovato spirito; il pianoforte tace e si sentono solo i passi affannosi, questo è probabilmente il momento più poetico dell'intero album e da solo racchiude l'intero senso poetico del capolavoro che stiamo ascoltando. All'improvviso, durante questa marcia/fuga nella foresta oscura, un'altra sfuriata in cui le chitarre dominano l'atmosfera cupa e glaciale disegnando atmosfere tristi, lo scream feroce accompagnato da un sottofondo corale con quel coro di cui abbiamo già discusso che, quando è presente, cattura più attenzione dello scream stesso, per via della sua peculiarità. L'atmosfera ora è triste e disperata, mentre la batteria è incessante e le chitarre furiose solo il basso rende la tristezza e romanticismo, presto aiutato dal coro che canta triste; il brano quindi sfuma ripetendo l'ultimo riff. Il testo racconta di come la luna scivola silenziosa mentre da lontano, la ragazza è osservata da occhi grigi; a questo punto la fanciulla stessa descrive le sue sensazioni con queste frasi "Eg merkje kalde Oyne / Kva er eg vár - maa være snar / For Trolldomskraft med Makt meg tar" ("Percepisco freddi occhi / che sento essere vicini - devo affrettarmi / prima che il potere della stregoneria mi porti via con la forza"). Questi occhi ancora la fissano dalla distanza, dunque si descrive la gelida notte norvegese ed il fulmine irrompe nella scena mentre la paura brucia dentro. Ecco che emerge, prepotente, la natura macabra ed horror delle fiabe della tradizione sassone/germanica in generale, i classici racconti da focolare, non c'è quella violenza truculenta tipica della mitologia norrena, ma è un'atmosfera fiabesca che sta a meraviglia con la musica. Dunque in un mondo innevato la fanciulla prosegue, col sangue che le si gela nelle vene, respirando affannosamente mentre il cuore batte sempre più forte; questa è la scena rappresentata dal rumore dei passi col pianoforte. Nella seconda parte del pezzo è il Popolo Sotterraneo a dire "Sorrigens Kilde hviler / Paa de torneklædte Traer / Hun er saa vacker een Dyd / Hendes Drom Solspell indvier" ("La fonte del dolore giace / in mezzo ad alberi ricoperti di spine / lei è così fiera e virtuosa / i suoi sogni invitano l'alba"), in questo passaggio il Popolo Sotterraneo ammira questa fanciulla indifesa che mostra fierezza e virtù nonostante la situazione disperata; in questo caso è evidente il netto contrasto tra la fanciulla indifesa e la foresta buia piena di predatori spietati. Il Popolo Sotterraneo si atteggia come il coro delle opere, rappresenta il sentimento del popolo e guida le emozioni dello spettatore, sottolineando o enfatizzando il significato di alcuni passaggi, che spesso è portato a condividerne il sentimento. Il testo si conclude descrivendo le guance bianche sulle quali scorrono delle lacrime, mentre il mondo dorme.

Capitel IV: Een Stemme locker

Si passa al successivo "Capitel IV: Een Stemme locker("Capitolo IV: Una voce attrae"), in questo passaggio la fanciulla giunge nei pressi di una caverna, dalla quale proviene una voce suadente che la invita ad entrare. L'inizio è un malinconico arpeggio di chitarra, scandito la colpi ritmici, sul quale sopraggiunge una litania grave e clean con la voce di Garm, ricorda i classici canti vichinghi, un effetto riverbero e la voce doppiata su accordo armonico. La chitarra è struggente, malinconica, la litania si ripete e poi lascia spazio ad una seconda chitarra che duetta con la prima creando melodie tristi; un breve sussurro dolce e malinconico, una voce che invita in modo suadente, il pezzo è quasi romantico e la chitarra sembra accennare degli arabeschi quando poi si sente una lontana e sottile voce femminile (si tratta di Lill Katherine Stensrud), acuta e delicata. Continua la melodia struggente di chitarra, sulla quale si avvicendano diverse variazioni, sempre lente e suadenti; alcuni altri sussurri indefiniti, invitanti e rasserenanti. Il brano termina con un'altra parte con voce femminile che va sfumando fino alla fine. Brano della durata di circa quattro minuti, dura decisamente meno rispetto agli altri brano e sembra voler fungere quasi da pausa. Il testo racconta di come la fanciulla si sveglia e sente ancora la voce che aveva già sentito in precedenza, nei pressi di una camera scura fatta di un verde profondo, con tronchi ricoperti di rampicanti. D'un tratto la voce si fa chiara e chiama la fanciulla con queste parole "Kom, om du vil! Kom i Morcket! / Mit sorte Oie skald vinde dig! / Mit blode Haar skald binde dig!" ("Vieni, se vuoi! Vieni nell'oscurità! / Il mio occhio nero ti conquisterà / I miei capelli biondi ti legheranno!"), una sorta di sirena al maschile, questo richiamo suadente attrae e risucchia la volontà della fanciulla che risponde alla voce chiedendole perché abbia voluto risvegliare in lei segrete paure sopite in quel boschetto; dunque la voce la invita nuovamente, seducente, ad entrare per poter andare alla valle in modo da ricevere la benedizione, l'armonia. Ecco quello che potrebbe sembrare un monito da rivolgere alle bambine per metterle in guardia circa le lusinghe degni sconosciuti malintenzionati, o semplicemente per renderle edotte circa il fatto che nella vita esistono pericoli sia sotto la forma più bruta ed ovvia, sia sotto una forma più subdola e meno evidente: difatti la fanciulla del racconto teme le bestie selvagge (probabilmente il classico lupo cattivo?) ma non si guarda dagli altri pericoli in agguato e cede, ingenuamente alle lusinghe di questa voce suadente.  La ragazza dunque, confusa, risponde: "Eg forstaar ikkje - eg er saa rar... / ... Si maa eg - maa eg?" ("Non riesco a capire - mi sento così strana? / Parla per favore, devo? Devo?"); ancora una volta l'innocenza della fanciulla si contrappone alla natura spietata che, questa volta, non si presenta sotto forma di bestia famelica ma, al contrario, è una voce suadente, che incanta ed attrae, sembra vincere la reticenza della fanciulla e conquistarne la fiducia. Come tutte le storie ha una "morale".

Capitel V: Bergtatt - ind i Fjeldkamrene

L'ultimo brano è "Capitel V: Bergtatt - ind i Fjeldkamrene" ("Capitolo V: Prigioniera - nelle camere della Montagna"), cedendo alla tentazione la fanciulla fa il suo ingresso nella Montagna dove si completa la tragedia. Il brano inizia in pieno stile Black Metal, ritmi serrati ed poi un urlo spaventoso introduce la tragedia finale, adesso tutta la malvagità accumulata può trovare sfogo nella batteria e nelle plettrate alternate incessanti. La melodia rimane straziante anche se feroce, un toccante passaggio con le chitarre classiche si alterna alla furia descritta, si dilunga e sembra descrivere la disperazione, poi si torna al Black Metal con una batteria tonante ed un coro, abbastanza acuto anche rispetto agli altri, che dura brevemente prima che esploda di nuovo lo scream in mezzo alla batteria tonante, un'apertura per apprezzare meglio gli accordi di chitarra che si alternano con velocità e riescono ciononostante a rendere la melodia. La voce si fa malefica e straziante, a tratti emerge la ripetitiva ed ipnotica melodia di chitarra, il basso pulsa minaccioso sullo sfondo. Nella parte centrale le tastiere tracciano la melodia mentre il resto esplode, la melodia si arricchisce e diventa sempre più complessa, a tratti interviene la voce, ma per breve tempo per poi lasciare di nuovo lo spazio alla melodia che fa la padrona in questo album. E' un crescendo che sfocia in una parte, alla metà del quinto minuto, in cui la chitarra viene lasciata da sola per qualche secondo, per poi riprendere furiosamente con basso e batteria incalzante. Si sentono dei colpi furiosi, che piano piano cedono lo spazio ad una chitarra classica che fa arpeggi all'unisono con la parte di chitarra elettrica fino a sostituirla completamente, effetti sonori fanno sentire delle parti ripetute in modo strano, come se fosse un'eco: poi finalmente un arpeggio nel minuto finale sembra essere un saluto liberatorio dallo stile classicheggiante, una gioia dopo la fine della sofferenza, con la quale accomiatarsi dall'ascoltatore. Il testo racconta l'epilogo della vicenda descrivendo di come la fanciulla implorasse di essere liberata, senza che ciò servisse a niente, ed assieme a lei gridava anche un'altra fanciulla che questi avevano attirato con una strategia simile. Dopo averle usate a loro piacimento, in modi turpi, la portano alla sala delle ombre di un profondo e costante blu. Il riferimento è chiaro, anche se non esplicito, nell'indicare un abuso di tipo sessuale. A quel punto "Fjeldet tog hende ind / Til sit haarde Graabergkind / Igien herskede Natten dend sorte / Oc nu er hun borte..." ("La montagna la prende al proprio interno / verso la propria guancia grigio-pietra / di nuovo dominava la nera notte / e adesso lei è persa per sempre.."); mentre lei grida, con l'ultimo respiro, si tramuta in pietra e la luna e le stelle scompaiono, così come tutto il resto. Così si conclude questa triste vicenda che mostra una fanciulla indifesa nella foresta buia che, pur temendo le bestie selvatiche, viene uccisa da un qualcosa di più subdolo ed imprevedibile; l'ingenuità della ragazza e la malvagità della voce che la attrae la fanno arrivare nella caverna dove questo Re della Montagna tramuta le fanciulle in pietra. Un po' come tutte le "streghe" incarnano le paure più ancestrali, la bambina è indifesa perché la natura - capricciosa - le gioca un brutto scherzo e le fa smarrire la via di casa ed il primo fatale errore della bambina ingenua è proprio quello di non essere stata in grado di trovare la via di casa seguendo gli astri, requisito fondamentale per l'orientamento. Questa è un po' la versione antica della storia moderna secondo la quale il bambino che sfugge al controllo della mamma, si imbatte in uno sconosciuto che offre la fatidica caramella e poi viene rapito per sempre! Questo parallelismo non è del tutto azzardato se si pensa che molti antropologi e psicologi sostengono che molte fiabe della cultura popolare (specie quella cultura di cui ci occupiamo ora) siano in realtà rappresentazioni simboliche di sensazioni ricollegabili ai miti freudiani, e quindi abbiano sempre un sottofondo di natura sessuale; difatti in questo testo c'è un piccolo riferimento, e si potrebbe anche arrivare a pensare alla brama predatoria della foresta come una pulsione sessuale, ma personalmente ritengo che sia un po' troppo depravato arrivare a queste conclusioni! La strada della favola con la morale per mettere in guardia i bambini che si perdono è molto più plausibile a mio modesto parere.

Conclusioni

Così si chiude un album fenomenale, poetico, che mostra (complice l'ispirazione di Quorthon) che il Black Metal si può prestare ad innumerevoli influenze ed è capace di esaltare davvero qualsiasi cosa, quando usato con gusto. In questo album la mitologia nordica non viene proposta solo sotto forma di tematica, ma è rappresentata anche da un largo, sapiente ed originale uso di melodie nordiche con chitarra classica, cori armonici che ricordano molto lo stile islandese e voce bassa di stile tipicamente norvegese; il massimo livello si raggiunge quando, oltre al pianoforte vero e proprio e tastiere, si inserisce perfino il flauto nel sound, che riesce a dialogare benissimo con gli altri strumenti. La portata innovativa dell'album è notevole, così come anche la qualità esecutiva ed interpretativa, colpisce - come detto all'inizio - specialmente la cura dei suoni e come ogni strumento riesca a ritagliarsi uno spazio proprio senza invadere quello degli altri (invasione che si tradurrebbe in una cacofonia che spesso rende ostico l'ascolto del Black Metal più raw). La durata non è molta, si tratta di poco più di trenta minuti, ma ciò non deve sorprendere vista sia la data di rilascio sia la portata estrema ed innovativa dell'opera. L'ascolto di questo album rimane attuale e fresco ancora adesso, immaginare come potesse suonare ad un ascoltatore dell'epoca, quando questo tipo di sperimentazioni non solo non esistevano, ma erano anche impensabili, sarebbe impossibile! Un album d'esordio del genere merita di certo attenzione, la cura nei dettagli è considerevole, il fatto stesso di voler proporre un concept album con pezzi che rappresentano i capitoli di una storia è un altro elemento degno di nota, anche in questo caso bisogna citare Bathory, come fonte di ispirazione, però senza ingannarsi: gli Ulver sin dal primo album hanno dimostrato una spiccata personalità, specie grazie a quei cori che ne hanno fatto il trademark, e se si sono ispirati l'hanno fatto per poter andare oltre. Questo oltre rappresenta l'embrione dell'Avant-Garde, che ancora stenta ad emergere sovrastato dalla forte componente folk eppure (col senno di poi) si riesce a cogliere tra le righe. Un ascolto importante, un album diventato presto culto per il fascino che riesce ad evocare, un'opera che mostra quante altre strade ci potrebbero essere da percorrere. Un ascolto del genere può essere molto interessante e gradito a tutti gli estimatori del Black Metal che non disdegnano le intrusioni Folk e/o Viking, ma è particolarmente indicato (se non addirittura obbligatorio!) per tutti quelli che apprezzano le proposte più sperimentali, anche in campo estremo, perché fa piacere notare come, già nel 1995, c'era il germe della sperimentazione che apprezziamo (e qualche volta diamo per scontata) ai giorni d'oggi. Un viaggio nella storia musicale quando ancora la si stava plasmando. L'album presenta anche diversi spunti Ambient, più che altro come approccio e specie nella parte della camminata sulla neve, capaci di farci sognare ad occhi aperti; un ascolto che, se fatto con uno spirito storico e contestualizzato nei suoi tempi, può regalare grandi soddisfazioni.

1) Capitel I: I Troldskog faren vild
2) Capitel II: Soelen gaaer bag Aase need
3) Capitel III: Graablick blev hun vaer
4) Capitel IV: Een Stemme locker
5) Capitel V: Bergtatt - ind i Fjeldkamrene
correlati