UFO

Seven Deadly

2012 - SPV

A CURA DI
ALESSANDRO "ALLE" CROVATO
28/02/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Con oltre quarant'anni di storia alla spalle, dagli inizi space rock tanto amati dal loro fan numero uno, tale King Diamond, all'arrivo di Michael Schenker che ne cambiò i connotati stilistici determinandone il grande successo, gli Ufo sono pure riusciti ad attraversare con integrità artistica le pastoie degli anni ottanta e novanta, grazie alla determinazione ed al talento di Phil Mogg che ha saputo nel corso degli anni circondarsi del talento di musicisti sempre pronti a contribuire alla causa di una vera e propria istituzione dell'hard rock, una band che, non mi stancherò mai di dire, rappresenta la sublimazione di quanto di meglio l'evoluzione del rock abbia saputo offrire. In questo 2012 gli Ufo sono ancora tra noi, non se ne son mai andati, non hanno appeso le chitarre al chiodo in attesa di tempi migliori, sono sopravvissuti anche ad una turbolenta reunion con Schenker e si ripresentano puntuali con il nuovissimo "Seven deadly", quarto album con l'ormai consolidata presenza alla sei corde del virtuoso Vinnie Moore, confezionando un album di hard rock dalle fumiganti tinte bues che farà la gioia di vecchi e nuovi fans. L'opener "Fight night" ha la sigla di classico istantaneo marchiata a fuoco sulle cinghie delle chitarre di Vinnie Moore e Paul Raymond che, in accoppiata con il campanaccio di Andy Parker, servono sul tavolo un riff dal groove squadrato ed irresistibile con cui la voce di Phil Mogg, che sembra non conoscere lo scorrere del tempo, convola a nozze davanti all'altare del rock'n'roll, per un brano che odora di Free e Bad Company lontano un miglio, ma con quell'istinto melodico che ha sempre contraddistinto il combo britannico dai propri contemporanei. Più serrata, sin dal riff di chitarra a tutto rock, si presenta "Wonderland", in cui il timbro della voce di Mogg comincia a farsi più cupo e fumoso, per poi esplodere in tutto il suo dannato carisma all'altezza di un refrain vincente, nel più classico stile Ufo; l'inarrestabile solismo di Vinnie Moore azzanna l'ascoltatore alla giugulare prima di lanciarsi in un' armonizzazione finale che chiude uno dei brani più riusciti di un disco peraltro di altissimo livello. Sin dall' inequivocabile titolo, "Mojo town" è rock esplicitamente intriso di blues, in cui la voce, quella voce bagnata nel whiskey, rappresenta il vero valore aggiunto in una selva di chitarre che, malgrado la notevole perizia tecnica di Moore nei solismi, colpisce soprattutto per il tiro delle chitarre ritmiche che godono di una splendida produzione che ne esalta dinamica e potenza, rendendo il sound classico degli Ufo assolutamente attuale. "Angel station" è il genere di ballad che potrebbe comporre solo chi ha scritto le pagine fondamentali della storia del rock: tale è il pathos che trasuda dalle corde vocali di Phil Mogg, che il singer sembra esser venuto a patti con il diavolo per poter tradurre anni di abusi in una voce dal timbro ancora più caldo e ricco, mentre Moore ci regala un assolo da antologia che conferma quanto il suo ingresso nel gruppo sia stato il fattore determinante nel regalare una seconda giovinezza alla band, un pò com' era stato per i Deep Purple dopo l'arrivo di Steve Morse. "Year of the gun" è un mid tempo, ancora una volta in afrore di blues, che si concretizza in un refrain melodico dalla progressione armonica tipica dello stile più classico della band e ci guida a una delle perle del disco: "The last stone rider", un brano che non avrebbe sfigurato tra i solchi di "No heavy petting"; come confermato anche dai Van Halen nel loro recente come back, pare proprio che i grandi gruppi dell'era classica del rock siano finalmente venuti a patti con i loro fantasmi e tornati in armonia con le proprie radici, e abbiano capito che il modo per risultare il più attuali possibile non sia altro che quello di rimanere fedeli a se stessi, al proprio sound ed alla nobiltà del proprio stile.  Ancora classe da vendere in "Steal yourself", in cui si ha la chiara sensazione che basterebbe l'interpretazione di Mogg per rendere appetibile anche la più anonima delle composizioni, quando poi si ha a che fare pure con degli ottimi brani, allora capite che il quartetto ha gioco facile ad inanellare un altro episodio degno di nota. "Burn your house down" fonde hard blues a melodie malinconiche per esplodere in un assolo di chitarra dall'alto tasso tecnico-emozionale che eleva una delle tracce più belle dell'album allo status di piccolo classico della nuova era del gruppo. "The fear" è l'ulteriore conferma che in queste session di registrazione i nostri hanno masticato tabacco per sputare rock blues, tant'è che, oltre a chitarre dal timbro ruvido e caldo, troviamo anche un'armonica a far capolino tra le pieghe del pezzo; breve ma sublime il solo di Vinnie Moore che riesce ad evocare con poche note la magia della sei corde di Michael Schenker. Chiude i giochi la classica "Waving good bye": tra chitarre acustiche e splendide aperture melodiche si delinea forse il vertice assoluto di un disco che ci regala gli Ufo all'apice della forma, splendida dimostrazione di forza e determinazione per il tenace Phil Mogg che, perso per strada anche il fido fratello d'armi Pete Way, riesce comunque a guidare la sua truppa fino a conseguire questo ennesimo personale successo di qualità. Da segnalare infine che la versione digipack del disco contiene due bonus track che altro non fanno se non aggiungere carne al fuoco sacro del rock'n'roll.


1) Fight night
2) Wonderland        
3) Mojo town
4) Angel station
5) Year of the gun
6) The last stone rider        
7) Steal yourself    
8) Burn your house down  
9) The fear
10) Waving good bye

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