U2

Pop

1997 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

I ruggenti anni 90, magici, tecnologici e turbolenti. Un breve lasso di tempo e milioni di idee da sperimentare, di attitudini da modellare e di sogni da regalare. Il tramonto del secolo, del millennio, è un crogiolo di ricette di vari sapori e profumi, un crocevia di influenze culturali, lontane anche anni luce l'una dell'altra. È qui che i miti si disfano, si reinventano e si ricostruiscono passo dopo passo. L'evoluzione che ha accompagnato la musica degli U2 è un qualcosa che ha dell'incredibile: dai primi vagiti punk e post-punk al rock spirituale, dal country blues all'alternative, dal soul all'elettro-rock industriale che sciocca i vecchi fans e che si concretizza nella trilogia novantiana. Gli U2 sono la band camaleontica per eccellenza, tra i pochi capaci di autodistruggersi per poi rinascere di continuo, di album in album, lungo un percorso rivoluzionario che non ha eguali. Saliti sul treno della stazione Zoo di Berlino, "Achtung Baby" è il primo passo verso le sonorità ultramoderne degli anni 90, e ha il sapore di un ritorno a casa, in Europa, dopo la parentesi americana dai paesaggi desertici e afosi; "Zooropa" ne è la naturale prosecuzione, un suono gelido che conferma la grande ispirazione e l'atavico coraggio che i nostri hanno sempre dimostrato al mondo intero, fregandosene di rimanere paralizzati sullo stesso concetto, magari rassicurante e nostalgico, per decenni. E invece l'aria di trasformazione che travolge il pianeta, compresa la band irlandese, come un'onda impetuosa, non accenna a placarsi, raggiungendo il culmine proprio nella seconda metà del decennio. La pausa avuta dopo il rilascio dell'ottavo sigillo in carriera e la chiusura del lungo e sfiancante ZooTv Tour, serve alla band per riprendersi dalle fatiche accumulate, per riordinare le idee che si affollano nella mente dei quattro ragazzi dublinesi e, soprattutto, per lavorare sul nuovo materiale. Nel frattempo, tanto per placare una sete artistica insaziabile, gli U2 prendono parte al progetto Passengers, insieme al loro produttore Brian Eno, seguendo le orme filosofiche di quest'ultimo e concependo un interessante album dal titolo "Original Soundtracks 1", lavoro dai soffici toni ambient ideato come fosse una colonna sonora per immaginari film di fantascienza. Ma non solo, poiché nello stesso periodo esce il bellissimo singolo "Hold Me, Thrill Me, Kill Me", inserito nella soundtrack del deludente "Batman Forever". Ma i cambiamenti non arrivano mai per caso e allora, nel 1996, gli storici produttori Brian Eno e Daniel Lanois decidono di allontanarsi per un breve periodo, facendosi rimpiazzare da Flood e Howie B, due personaggi dalla mentalità decisamente diversa, due professionisti legati al mondo dell'elettronica, del trip hop e della dance music. I nuovi produttori lavorano instancabilmente per rimodellare i brani concepiti da Bono e The Edge durante la pausa che è servita loro per ricaricare le batterie, dando alla musica un impatto decisamente inedito, fresco e ultramoderno. Dalla pacatezza al trambusto, tutto si rovescia nel giro di poche settimane, e così gli U2 si rimettono a lavoro, sollecitati dal manager Paul McGuinness che ha già organizzato il tour più imponente della storia, per un'esperienza live che mai nessun'altra band ha mai osato prima d'ora. Le sessioni di registrazione sono infinite e costringono i musicisti a moltiplicare le ore in studio, affrettando i risultati, ma mentre Larry Mullen è alle prese con problemi fisici legati alla schiena che lo costringono a prendere parte saltuariamente alle prove, il nuovo materiale tarda ad arrivare. L'uscita programmata per la fine del 1996 viene rimandata alla primavera dell'anno seguente, ma il senso di incompletezza, così come era stato per "Zooropa", aleggia nelle sale dei Windmill Lane Studios di Dublino come uno spettro, tanto che Bono, più volte, si dice seccato per il mixing finale e teme il peggio. Dopo un tira e molla col manager e con l'etichetta, nel marzo 1997 i nostri sono costretti a tornare sul mercato prima che inizi il tour, a lavori ancora non del tutto ultimati: il risultato di tali irrequieti mesi, sessioni sterminate e litigi interni si chiama "Pop". Figlio di un'epoca transitoria, altamente sfuggevole, confusa e sperimentale, "Pop" estremizza i concetti già espressi in "Achtung Baby" e in "Zooropa", portandoli fin dove i fans non si sarebbero mai aspettati. Rock elettronico e blues, contaminati dalla dance, dalla techno e dal trip hop, suoni distorti che corrono liberi affianco a cavalcate bibliche, sezioni psichedeliche che si trascinano su amare e nebulose melodie. In "Pop" gli U2 si autodistruggono e per l'ennesima volta si ricostruiscono, criticando la società moderna, superficiale e kitsch, scagliandosi contro religione, politica, giganti industriali, mondo cibernetico e consumistico, e lo fanno giocando sullo stesso piano, eccedendo in tutto, estremizzando il proprio look, diventato cyberpunk, colorato ed eccentrico, esibendosi in performances stravaganti, animalesche, contornate da mille laser fluorescenti, schermi megagalattici, immagini psichedeliche che rimandano all'abuso di droghe, di trip mentali, e scenografie imponenti, robotiche, costate milioni di dollari. Insomma, "Pop" segna uno spartiacque nella carriera della band, non solo perché chiude la trilogia sperimentale degli anni 90, ma termina persino un ciclo evolutivo durato venti anni e giunto alla fine del secolo a un punto di non ritorno, per un'esasperazione che non ha più trovato sbocchi, infondendo all'interno della band la concezione, forse errata, di un allontanamento forzato da ciò che era in origine. Da qui, la conseguente inversione di marcia alla riscoperta delle proprie radici, una riscoperta che non ha più saputo produrre lo stesso incanto o avere lo stesso coraggio dei primi due decenni di storia.

Discothèque

Suoni elettronici e distorsioni di chitarra sorvolano sul mondo, facendo una panoramica sugli ambienti dei rave e delle discoteche, dove acidi e ogni tipo di droga sono all'ordine del giorno. Come falene impazzite, accecate da luci stroboscopiche, gli strumenti stordiscono sin dai primi secondi. Discothèque (Discoteca) è un'analisi perfetta di questo mondo superficiale, alla continua ricerca di sballo, di fuga da una realtà che, apparentemente, non permette più divertimento e leggerezza. Mentre aumenta inesorabile il volume, interviene Bono in tono lamentoso sfidando il potente riff fabbricato da The Edge: "Puoi raggiungerla ma non afferrarla, puoi controllarla ma mai farla tua. Puoi spingerla ma non dirigerla, ha movimenti circolari, regolari, che non puoi collegare". Si sta parlando di acidi, di pasticche per annebbiare la mente e caricare il corpo, in un moto ondulatorio irrefrenabile che dura tutta la serata. Clayton e Mullen raggiungono i colleghi unendo rock e disco music per un effetto allucinogeno, da party sfrenato. Il pre-chorus evidenzia l'effetto fugace ma devastante della pasticca appena presa: "Stai masticando una gomma, sai cos'è ma ne vuoi ancora, non ne hai mai abbastanza di quella cara droga". Il tono di Bono si abbassa, diventa quasi grave, come se la sua voce provenisse dalle regioni più remote dell'animo, quasi a porsi come voce della coscienza che intima al soggetto di fermarsi finché è in tempo. Ma niente, la dipendenza è troppa, la serata è ancora lunga, e allora ecco che la droga fa effetto, così come la base elettronica impostata da Howie B a fare da contorno al sanguinolento rock della band. The Edge si erge sulla massa e scuote la sua ascia attraverso dei riff muscolosi che trasmettono brividi sulla pelle, dunque Bono torna contornato da strani effetti che ne modificano il timbro, ed è puro delirio sonoro. "Sei confuso ma cosciente, soffri per avere un'altra dose, anche se non lo mostri". È tempo di scatenarsi in pista, la gente affolla il locale e inizia lo show: "Lasciami andare in discoteca, andiamo in discoteca. Stai cercando qualcuno ma sai di essere altrove. Tu vuoi essere la canzone, la canzone che senti nella testa". Una colata di acidi che sfalda menti e corpo invade le casse dello stereo, il basso è liquido, così come la batteria, dai colpi elettronici astratti, ma la chitarra resta impavida a ricordarci che questo è rock fumoso, sulfureo come acido. La melodia è trascinante, il testo è metafora di vita, dal ritmo assordante, frammentata, faticosa, delirante, dove tutti noi siamo schiavi in cerca di altro, di una via di fuga. Il ritmo si infrange sugli specchi della discoteca che riflettono la nostra immagine, giriamo intorno col sorriso stampato in volto, la testa comincia a girare, restano i lamenti di Bono, distesi su un tappeto di tastiere, poi riecco la chitarra, dal sound modificato e drogato. "Non è un trucco, puoi impararlo, è il modo in cui non paghi perché non te lo puoi guadagnare". Così è la vita, fatichiamo a trovarne un senso, abbiamo difficoltà ad andare avanti senza l'utilizzo di stupefacenti che possano darci una spinta, e intanto il nostro cervello se ne va a puttane, massacrato da allucinazioni continue. Le voci della gente che affolla la discoteca si accavallano rimbambendoci, riflettendo le immagini di una realtà distorta che evitiamo a tutti i costi. Ormai la superficialità la fa da padrone, non vogliamo più sentimenti o profondità intellettuale, vogliamo solo divertimento e spensieratezza. Il bridge è una colata di liquido cancerogeno, eroina iniettata nelle vene o fumo di canne che si espande nella sala da ballo: "Prendi quello che puoi, è tutto ciò che riesci a trovare. Tu sai che esiste qualcosa in più, tranne stanotte". I ragazzi sanno bene che esiste una vita al di fuori della festa, ma per il momento la dimenticano, lasciandosi tutto alle spalle, cullandosi in un sabato sera da brividi.


Do You Feel Loved

Il blues diventa cibernetico, decorato con fili di rame computerizzati, tanto che la chitarra e il basso, di stampo tradizionale, vengono sommersi da ripetuti battiti elettronici, futuristici. Adam Clayton esegue un gustoso giro di basso, grasso e colante olio, introducendo la perla agrodolce Do You Feel Loved (Ti Senti Amato), disamina sulla condizione attuale di una società che basa tutto sull'apparenza e sull'attrazione fisica, dimenticando le emozioni. Tra riff nebbiosi e suoni programmati alla drum machine, ecco che si snocciola un pezzo dalla melodia nera e dal testo cinico: "Prendi queste mani che non suono buone a nulla, sai che hanno lavorato tutto il giorno. Prendi questi stivali che non vanno da nessuna parte, ma sai, questi stivali non vogliono camminare. Hai la testa piena di canzoni, strappami la camicia e legami". L'assenza di sentimenti che pervade la coppia è palese sin dalle prime battute, dove Bono incita la sua amante a strappargli le vesti di dosso, senza chiedergli se ha lavorato o meno durante il giorno. Ciò non conta, quello che conta è solo il sesso, lo sfogo carnale. Il refrain è delicato ma allo stesso tempo gelido: "Ti senti amata?", adesso che si sta facendo sesso, c'è qualcuno che si sente amato? I piatti rintoccano, Mullen è dietro alla consolle a sistemare i suoni, a programmarli, intervenendo con la batteria elettronica in più punti, il blues è diventato cyber-punk. The Edge emette un suono ferroso con la sua sei-corde, un rumore che entra nel cervello e fa sudare a freddo. Le linee melodiche sono strepitose, avvolte nell'oscurità nonostante una certa pacatezza di fondo: "Prendi i colori della mia immaginazione, prendi l'odore che c'è nell'aria, prendi questo scambio dialettico e tramutalo in preghiera. So che vuoi le mie dita, vuoi le unghie sotto la pelle, i denti sulla schiena e la lingua per dirti dolci bugie". Alla donna non importa nulla del suo uomo, ha solo voglia di essere soddisfatta carnalmente. Lei è puro istinto, puro spirito selvaggio, simbolo di un'epoca che ha perduto profondità. La vita si riduce a un mix di colori sbiaditi, tendenti al bianco, al nero e al grigio, il resto appartiene a un'immaginazione che non esiste più. "Ti senti amata? E sembra ci sia il sole ma in realtà si sente come la pioggia", è l'amara constatazione di Bono Vox ai danni dell'amata, una che pensa di essere felice e solare, ricca di emozioni, e invece è soltanto cupa e superficiale, gelida come ghiaccio. Sole e pioggia, luci e ombre, sfumature di una vita intera. La sezione ritmica incalza, basso e chitarra legati in un vincolo sacro che sprofonda sotto un mare di effetti, drum-bit a profusione per lanciare l'ascoltatore in un luogo oscuro e desertico, in balia di effetti sonori e frizzanti rintocchi. "L'amore è una carica nel ventre della donna, un ritmo pesante per incollare insieme uomo e donna" recita Bono quasi sospirando, "C'è ancora il calore del sole per aiutarci a superare la pioggia", ecco la conclusione ottimistica, laddove ogni problema può essere superato parlandone. Uomo e donna legati da un amore profondo che genera vita.

Mofo

Uno dei brani più strani e morbosi partoriti dagli U2 è Mofo (Figlio Di Puttana), che in slang americano è un insulto, una nenia techno divorata da milioni di effetti sonori, uno strato continuo di contorni elettronici danzerecci che rivelano un cuore melodico inaspettato, soprattutto nella parte centrale. La psichedelia domina la scena, la chitarra si scontra ripetutamente con una base ritmica pazza e scatenata tipica della scena dance anni 90. I colpi inferti da Mullen sembrano rintocchi ai danni di campane di plastica che si deformano, dando la sensazione di una mente sbriciolata, sotto l'effetto di ecstasy. Bono parla di se stesso, della sua vita e dell'agonia che ancora prova dalla perdita della mamma Iris quando era ragazzino. Un testo affilato e profondo, intimo, costruito su suoni allucinogeni che rappresentano i dolori che, nonostante gli anni, affliggono ancora oggi il cantante. "Cercando di salvarmi l'anima, cercando nel luogo dove non crescono fiori, cercando di riempire quel buco a forma di Dio", qui ci sono molti spunti interessanti che posso far capire la vita di Bono e il vuoto che si porta dentro sin da quando aveva quattordici anni. Il buco a forma d Dio è ripreso dal guru indiano Salman Rushdie, che aveva definito il vuoto che ognuno di noi si porta dentro come un buco a forma di Dio, purtroppo incolmabile. Il ritornello suona vago, astratto, nel quale si invoca l'aiuto di una madre che non c'è più: "Madre, madre? rock 'n' roll". Il vuoto lasciato dalla mamma è stato colmato dal rock 'n' roll, dalla musica, vista come ancora di salvezza. Così come il buco, il vuoto che ci divora interiormente, si allarga a dismisura o si restringe, a seconda dei casi, la musica prodotta dalla band è un susseguirsi folle e disperato di suoni accavallati l'uno sull'altro, distorsioni di chitarra, giri impastati di basso, grovigli di colpi che creano una confusione assurda che punta dritta al cervello. Allucinazione, ossessione, echi psichedelici, qui dentro c'è tutto, per un pezzo tanto strano quanto strepitoso, con un Bono narratore sofferente che mette anima e cuore nelle liriche. "Spazzatura cosmica che entra nel porto, fumi bianchi che accecano come flash, cercando il bambin Gesù sotto la spazzatura". La religione è lontana, non è un sollievo dalla sofferenza dovuta alla morte del genitore. La fede è sommersa dalla spazzatura accumulata in anni e anni di oblio emotivo, e tutto diventa fumo bianco che acceca e intossica la purezza d'infanzia. Le voci robotiche si distendono nel secondo refrain, contaminando un passaggio già fin troppo malato di suo, poi ecco la paradisiaca visione centrale: "Madre, sono ancora tuo figlio? Ho aspettato tanto per sentirtelo dire. Madre, mi hai lasciato e hai fatto di me qualcuno, ma sono ancora un bambino e nessuno mi dice di no", dice il clamoroso bridge, dall'estasi divina, dove Bono invoca sua madre per sentirsi amato e nel quale afferma di essere diventato qualcuno grazie al dolore che lo ha spinto a combattere. L'elettronica calpesta ogni cosa e riempie ogni spazio, si riprende a spingere, indagando ancora su questo atroce vuoto interiore: "Cercando un suono che possa soffocare il mondo, cercando il padre delle mie due ragazzine. Ho il ritmo e la cannuccia nella mia limonata. Cercando la faccia che avevo prima che il mondo fosse creato". Bono cita le sue due figlie, almeno all'epoca delle registrazioni dell'album (poi diventati quattro bambini), e si dice in continua ricerca di se stesso. Il compito di un artista è infatti quello di indagare sui propri mali, sulle proprie emozioni, e di metterli in versi. Invece, l'ultima emblematica frase è ripresa da una poesia di uno dei poeti più amati dal vocalist, William Yeats.

If God Will Send His Angels

La follia elettronica e danzereccia si stempera con la delicata If God Will Send His Angels (Se Dio Mandasse I Suoi Angeli), ballata vellutata che rappresenta un mondo superficiale e corrotto, privo di vero amore, tanto che si sente la necessità dell'intervento di Dio a ripristinare le cose con ordine. I toni malinconici e fumosi sono sottolineati dalla chitarra di The Edge, che raggiunge le nostre orecchie in maniera soffusa, timida, lasciando spazio alla voce di Bono, che con calma declama: "Nessun altro qui, bambina, nessuna altro da biasimare, nessuno su cui puntare il dito. Siamo solo io te e la pioggia. Nessuno ti ha messo le parole in bocca, qui nessuno prende ordini. L'amore ha preso un treno diretto a sud". I toni sono di disillusione e di amarezza, intonati sul ricamo di una chitarra appena accennata. Il ritornello si ravviva leggiadro come fuoco, contornato da cori angelici e dotato di una melodia che conquista nell'immediato: "È il cieco che guida la bionda. Se Dio mandasse i suoi angeli sarebbe tutto apposto?". Ci si interroga con convinzione, anche se l'intervento divino sembra essere una chimera. Il cieco che guida la bionda probabilmente è l'incarnazione della società moderna, che non sa dove andare e brancola nel buio, come se fosse priva di vista, e guida tutti noi, incarnati dalla bionda, al seguito di un sistema privo di appigli ideologici. Mullen interviene e rafforza la sezione ritmica, The Edge prosegue con riff sempre più voluminosi, e allora il brano prende quota: "Dio ha il telefono staccato, pensi che potrebbe prendere in cielo? È passato un bel po' di tempo da quando si è visto quel bambino sacro. Vedi sua madre appesa sull'ingresso di una dimora, Babbo Natale nel piattino di un'elemosina, gli occhi della sorella di Cristo hanno le piaghe e la strada principale è così meschina". Bono non ha pietà, si scaglia scontro i potenti della terra e soprattutto contro i poteri religiosi che predicano bene e razzolano male, si contornano di effigi, di immagini sacre, ma che in realtà non servono a sfamare i popoli. Che fine ha fatto quel bambino nato sulla terra e diventato profeta? Se si potesse telefonare a Dio ci faremmo dare spiegazioni. Il secondo ritornello si allunga a dismisura, diventando doppio e protraendo la sublime linea melodica: "I poliziotti riscuotono i soldi delle truffe, dove c'è speranza c'è fede, ma l'amore? L'amore dovrebbe accendere il mio albero di Natale? Ma se scoppiasse un fusibile il Natale si tramuterebbe in tragedia da tg". Insomma, Babbo Natale è rappresentato da un mendicante che chiede l'elemosina, la sorella di Gesù da una prostituta picchiata, i poliziotti sono corrotti, i politici proclamano belle parole ma si dimenticano dell'amore, un amore che non ha lo spirito di un albero di Natale e che anzi, sembra così artificioso che rischia di tramutarsi in dramma. Le parabole religiose ormai non funzionano più. "Prima Gesù mi infondeva fiducia, poi lo hanno coinvolto nello show business ed ora è difficile parlare con lui". Questa volta non ci sono toni ottimistici, si chiude in amarezza, come sottolineato da una placida e cupa batteria che assomiglia tanto a una veglia funebre.

Staring At The Sun

Le chitarre svettano nel cosmo e danno inizio alla cavalcata elettro-rock Staring At The Sun (Fissando Il Sole), splendida e molto sottovalutata perla, secondo singolo dell'album, forse quello più famoso. Sulle note della chitarra acustica, Bono prende in mano il microfono e lo fa suo: "L'estate si distende sull'erba, dei vestiti estivi passano sotto l'ombra di un salice. Qualcosa striscia verso di me, verso di me e di te, uniti con il tocco di Dio. È stata una lunga estate calda, ripariamoci adesso e non sforzarti di pensare". "Uniti col tocco di Dio" è il titolo ripreso da un album del 1990 dei Something Happens, una rock band di Dublino. I toni sono amari, nonostante una melodia pazzesca, il vocalist è grintoso nel descrivere liriche criptiche, dai diversi significati, e intanto, in sottofondo, c'è il rintocco elettronico che assomiglia a gocce d'acqua e che rende tutto più liquido, cosmico. Attacca il famoso ritornello, una vera goduria, dove la chitarra di The Edge sperimenta un suono fantastico, sdoppiandosi in elettrica e acustica: "Non sono l'unico che sta fissando il sole, spaventato di ciò che potresti trovare se ci guardassi dentro. Non solo sordo e stordito, fissando il sole sono felice di accecarmi". Il sole è forse la sacra divinità, la fede che tutto purifica, che fa diventare sordi e ciechi, lontani dalle tentazioni terresti. Si alza un leggiadro sentore malinconico non appena termina il refrain, condotto da basso e chitarra, mentre la voce di Bono è corrosa dalla nostalgia, quasi tremolante. "C'è un insetto nel tuo orecchio, se ti gratti non se ne va, ti pungerà e ti brucerà. Le onde mi trascinano al largo, schiacciandomi sulla tua schiena divenuta spiaggia, vivremo mai in pace? Quelli che non agiscono devono predicare". L'insetto è la voce della coscienza che gratta e brucia, cercando di consigliare su come vivere la vita, ma è difficile darle retta in questo sistema. Le tentazioni sono come onde che si propagano forti trascinando corpi, il mondo è una spiaggia sulla quale sbattono le maree. Se non si può agire allora meglio predicare. Le tematiche sacre, sempre care agli U2, sono qui sommerse da una produzione ultramoderna che ha poco di cerimonioso. La sensazione che emerge nell'ascoltare questo brano è quella di trovarsi alla deriva nel cosmo, fluttuando nell'universo, tra le stelle. I fraseggi composti da The Edge sono come stelle comete che illuminano il buio con la loro energia lucente. Si avverte una sorta di elettricità, soprattutto quando parte il ritornello. L'ultimo verso mantiene la stessa melodia dei precedenti, ma viene lasciato solo, condotto dalla soffice voce di Bono e dagli effetti sonori di contorno che lo rendono ancora più straniante. "Intransigenza intorno, i militari sono in città. Giacche cravatte e corazzate. Dio è buono, ma ci darà mai ascolto? Qualcosa ci mancherà sempre". Il dilemma è chiaro: non saremo mai completi, gli umani non sono esseri perfetti, mancherà loro sempre qualcosa per sentirsi pieni e finiti. Dio è tanto buono quanto assente e non cede alle nostre richieste, siamo noi quelli che dobbiamo predicare, fissando il sole per scrutare le nostre paure, le problematiche che affliggono il mondo, sondare l'ignoto che ci divora. Ma in città si aggirano burocrati, politici e militari, il pianeta è controllato a vista. L'ancestrale sicurezza nella fede, tipica della band irlandese, in questo album latita, e infatti vengono sollevati molti questi ai quali non v'è riposta, né speranza. L'amarezza, la nostalgia e la confusione avvolgono tutto.

Last Night On Earth

Il tema del suicidio viene affrontato nella stupenda Last Night On Earth (L'Ultima Notte Sulla Terra), rockeggiante scia cosmica dal sapore funky che riporta la band su toni più tradizionali, sia dal punto di vista lirico che musicale. Un tappeto tastieristico si apre assieme a un nebuloso riff di chitarra, il zanzaroso basso di Clayton è imperioso e aleggia nell'aria come un insetto che tutto osserva, in particolare gli ultimi scampoli di vita di una giovane donna. I tratti sono quelli di un mid-tempo pronto ad esplodere non appena giunge il ritornello. "Lei sente che il suolo sta sprofondando, ma pensa che sia meglio stare fuori da quella strada. Più lo prendi meno lo senti, più ne sai meno ci credi. Più ne hai e più ce ne vuole". La vita non accontenta mai, l'energia che abbiamo dentro brucia costantemente fino a ridursi a un lumicino che una volta spento ci getta nel buio eterno. Le emozioni sono aride, non regalano più gioie, la terra si ritira su se stessa e presto lascerà il vuoto. Il refrain esplode con le chitarre che svettano e la batteria che accelera in una corsa forsennata: "Gettala via, la vita. Devi gettarla via. Non ha più valore. Lei sta vivendo come se fosse la sua ultima notte sulla terra". Mai, prima d'ora, gli U2 erano stati così cinici e spietati nei confronti dei sentimenti, tanto da accettare il desiderio di suicidio di una giovane anima che ha perso tutto e che non ha più niente per cui combattere. "Lei non sta aspettando che arrivi un salvatore, lei è alla fermata del bus con le notizie dal mondo. Il sole arriva, ma lei non sta aspettando nessuno". Il sole, simbolo di luce e di vita, come sottolineato in diverse canzoni della band, questa volta non risplende sul cuore della protagonista, tanto che lei non lo sta aspettando, è sprofondata in una notte eterna in balia dei suoi demoni. Le notizie provenienti dal mondo non la rassicurano, tutto è andato distrutto, niente più illusioni. I toni sfumano nel break centrale, dove si emana una sensazione incantata di pace e di armonia, dopo l'accettazione di una morte veloce. "Il mondo gira e vengono le vertigini? ci sfugge via", declama Bono delicatamente, l'orologio rintocca i secondi che se ne vanno, il tempo che vola via. La vita fa male, il futuro è imprevedibile ma tenebroso, niente di luminoso all'orizzonte, mentre il passato è spiacevole da ricordare. Oramai l'esistenza è archiviata, non resta che chiudere gli occhi e abbandonarsi all'oblio. La struttura del brano è molto classica e piuttosto semplice, costruita su un Sali-scendi da capogiro che rievoca le onde cerebrali e gli impulsi motori propri della donna che ha deciso di farla finita. Un vero gioiello dalla natura oscura, sprezzante e amara.

Gone

Gone (Andato) è ancora un accorato appello intimista, un percorso rock introspettivo dalle forme nere come la pece, nel quale si riflette sui dilemmi derivati dal successo, sui compromessi fatti per raggiungerlo, e sui problemi che questo causa. È ancora il basso di Adam a dettare legge, dunque entra in scena Larry Mullen con colpi sicuri e ben calibrati e infine arriva Bono che canta senza l'ausilio della chitarra di The Edge, la quale fa capolino solo a tratti, se non nella deriva strumentale che anticipa strofe e che si scatena nel ritornello. "Ti senti così colpevole, hai avuto così tanto per così poco. Poi scopri che questa sensazione non andrò mai via, ti aggrappi ad ogni minima cosa finché non resta niente di te". È bastato poco per ottenere un successo incredibile, ci si sente in colpa, è una strana sensazione che si appiccica addosso al vocalist e che lo stritola come un serpente a sonagli. Non c'è una via di fuga, bisogna accettare il compromesso, fortuna, certo, ma anche disillusioni e critiche. Il chorus è da capogiro, adrenalinico, che si alza in volo come un razzo spaziale e che si consuma in aria in breve tempo: "Addio, puoi tenerti questo vestito di luci, mi alzerò con il sole ma non mi schianterò giù". È un monito, bisogna fare attenzione, perché più in alto si va e più è rocambolesco lo schianto. La sezione strumentale è spietata e violenta, poi si stempera per la seconda fase, che vede l'ingresso delle tastiere che addolciscono il tutto, rendendo più romantico il verdetto. "Desideravi arrivare da qualche parte così in fretta che hai dovuto perdere te stesso lungo la strada. Hai dovuto persino cambiare nome, va bene, ma quello che ti sei lasciato alle spalle non ti manca". Bono sta parlando della sua vita, del suo soprannome, del successo che ha ottenuto ma che lo ha fatto uscire di strada, rinnegando quasi il suo passato. Il successo è un'arma a doppio taglio, più se ne ha e più ci si dimentica di come si era. Arriva l'incanto sonoro, i toni si annebbiano, il tutto diventa astratto, emergono le tastiere dal rintocco funebre: "Sono già andato via, mi sono sentito così per tutto il tempo, ogni giorno più vicino a te che non lo volevi nemmeno". Non si sa di chi si sta parlando, forse della mamma deceduta, donna schiva e discreta, che non voleva per il figlio una carriera da rockstar. Lo spettro della chitarra elettrica aleggia misteriosamente in sottofondo, la batteria acquista potenza per una coda finale da brividi. "A ogni passo vengono le vertigini, ma questa sensazione alla fine ti piace, ti fai del male, lo fai anche a chi ami, poi scopri che la libertà che volevi è solo avidità. Addio, nessuna buonanotte commovente". Alla fine, Bono accetta il suo status e ci fa il callo, il successo gli procura piacere e lo rende schiavo e dipendente come una droga, tanto che non è deciso a scendere dalla cima, crogiolandosi negli allori. Sa bene che la libertà di cui si vanta in realtà è avidità, e ciò lo ferisce, gli fa male davvero, ma è troppo ambizioso per scendere.

Miami

Una base campionata e i colpi della batteria elettronica slittano vaporosi su un pavimento liquido, estendendosi a macchia d'olio su toni psichedelici che entrano sottopelle. "Il clima qui cambia veloce, chirurgia all'aria aperta, capelli cotonati, sigari e accenti del sud. La benzina è economica, ci siamo stati solo una settimana, col sole e la sabbia, tutto ripreso alla telecamera", e così viene presentata Miami, città solare e calda, famosa per le lunghe e deliziose spiagge e per la chirurgia estetica che va di moda tra i frequentatori del posto. Il tono della voce di Bono è come disilluso, quasi sbalordito, e ci racconta una fugace avventura sessuale, magari accaduta realmente, quando la band era in tour da quelle parti. La base si avvicina ai campionamenti hip hop, scelta inedita ma d'effetto, che aumenta il sentore di straniamento della canzone. Un suono metallico si apre lasciando una scia inquietante, intesa forse come presagio di cattiva sorte. La melodia è scarna, apatica, trasmette stanchezza, paura, alienazione. Il tasso psichedelico è alto: "I suoi occhi blu come una piscina, un trampolino pericolante, la ragazza è attratta dalle cose pericolose. Una ragazza grassa golosa di dolci osserva un'altra magra che fa un servizio fotografico. Lei sa di cloro". Se la musica è stramba, anche il testo è surreale: attorno a questa piscina dell'hotel dove alloggia il gruppo ci sono tre donne, tutte diverse tra loro, la grassa che si ingozza di dolci, la magra pelle e ossa che posa per un servizio fotografico e lei, la ragazza che ha fatto perdere la testa a un membro della band, dal corpo sinuoso e dagli occhi blu. "Amo i film, mi piace camminare in questi set. Camminiamo e fumiamo, leggiamo il copione. Andiamo in un negozio di video per noleggiare un film d'azione. Cosa c'è nella valigia? Voglio un primo piano su quel viso". Bono si immedesima nel turista perfetto per questa città, intento a spizzare i vari film girati, leggere copioni e guardare video nei negozi. A Miami tutto è possibile, tutto ha un ritmo blando, sigari, passeggiate, relax. E sesso, magari con qualche attrice. "Miami, mia mamma", il ritornello è subdolo, dalla melodia un po' troppo piatta e poco convincente, ma che riecheggia nelle casse in maniera ipnotica. The Edge arriva arrogantemente con un riff metallico, potente e invadente, a spezzare la pacatezza, poi il tutto si quieta. "Ho preso due nuovi vestiti, uno rosa e uno blu. Ti ho fatto una foto mentre eri nella cabina delle fototessere, ho detto che sembravi una madonna e tu hai detto che volevi un bambino da me. lo potremmo anche fare, sarebbe stupendo, non c'è problema, almeno a Miami". A Miami tutto è possibile, ogni peccato, ogni sciocchezza. Qui tutto è superficiale e plasticoso, tutto basato sull'apparire, sui soldi, sul potere. Ritorna il riff possente di chitarra e Bono urla il refrain per chiudere con grinta un pezzo acido, come una pasticca di ecstasy che si scioglie al sole.

The Playboy Mansion

Il ritmo seduttivo e pacato torna con la morbida The Playboy Mansion (La Dimora Del Seduttore), metafora di paradiso e canzone che induce a meditare su ciò che conta realmente nella vita. Si tratta di una ballata pop dalla dolce melodia adagiata tutta sul basso di Clayton e sulla base hip hop mandata in loop da Mullen. Forse non pienamente riuscita, tanto che si tratta del brano meno interessante del disco, seppur discreto. Se "Achtung Baby" aveva "Tryin' Through Your Arms Around The Word" e "Zooropa" aveva "Some Days Are Better Than Others", "Pop" ha questa traccia come punto debole. Sul ritmo ondulatorio e dolciastro della chitarra, il cantante si espone introducendo una domanda: "Se la coca cola è un mistero e Michael Jackson HIStory/storia. Se la bellezza è verità e la chirurgia è la fontana della giovinezza, cosa devo fare?". La ricetta della coca è infatti segretissima, resta ancora oggi un mistero, o almeno così sembra, mentre l'ultimo album di Michael Jackson, all'epoca della realizzazione di "Pop", è appunto "HIStory", titolo imponente basato su un gioco di parole che indica sia lui come rappresentate della Storia della musica e sia come prodotto contenente la storia dell'artista, sottolineato dalle maiuscole HIS e le minuscole Story (HIS-story), visto che si tratta di un doppio disco contenente un nuovo album e un best-of, facendo in questo modo un excursus su tutta la carriera solista di MJ. Il ritornello non incide a dovere, rimanendo piatto, seppur dotato di un leggero sentore seducente: "Ho il dono che mi permette di accedere ai cancelli di quella villa?", ci si chiede, dove per villa si intende la dimora del playboy, forse la reggia dello stesso fondatore della rivista Playboy, Hugh Hefner, dove magnifiche conigliette si aggirano in tutta libertà. Dopo la seconda strofa il ritmo cambia, si velocizza, pur rimanendo molto morbido, concentrandosi in una doppia strofa centrale che da questo momento in poi darà lo slancio all'intero pezzo, facendolo continuamente evolvere. "Le banche sono le nuove cattedrali, i casinò hanno preso il posto delle chiese, dove la sorte è una specie di religione. Non ho mai visto quel film o letto quel libro, non ho mai comprato un biglietto della lotteria, ma spero nella fortuna". I moti ondulatori si protraggono a lungo, adagiandosi sui grassi giri di basso, mentre in sottofondo la batteria di Mullen stenta a decollare, preferendo restare nell'ombra. Si alzano i toni per intonare il bridge: "Non so se potrò resistere, non sono così forte, non posso attendere a lungo, fino a quando i colori non inizieranno a lampeggiare e le luci si accenderanno". La vita è come una partita alle slot machine, è tutta questione di fortuna, dei colori che escono, delle figure che si allineano, delle luci che si accendono. Il voto della società contemporanea è questo qui: niente più preghiere, niente fede né talento, niente sacrifici o dedizioni, solo fortuna al gioco, solo vacuità e apparenza. In un bel falsetto Bono trasforma l'ultimo verso in una specie di cantilena blues, sempre dal ritmo soporifero e morbido, che termina in un crescendo quasi gospel. "Non ci sarà tempo per il dolore, e nemmeno per la vergogna. Sebbene non possa dire il perché, so che devo crederci. So che nuoteremo in quella piscina, oltrepassando i cancelli della villa". Il paradiso è quella villa, la meta è quella vita lì, dove sesso e divertimento la faranno da padroni assoluti.

If You Wear That Velvet Dress

La notte si stende davanti ai nostri occhi, la luna lucente risplende alta in cielo, un vestito di velluto blu si palesa nel buio, dall'aspetto romantico e dal fascino erotico che fa tremare il cuore. If You Wear That Velvet Dress (Se Indossi Quel Vestito Di Velluto) è la nenia oscura e geniale partorita dalla band, ricamata su un tappeto notturno di tastiere e sul dolce sciabordio della chitarra acustica. La meravigliosa "Exit" di "The Joshua Tree" si fa romantica e si trasforma in questa perla ambient. Bono recita sussurrando, a tratti declamando, sovrastando i leggiadri suoni delle tastiere che in questo caso assomigliano a stelle luccicanti che si accendono e spengono a intermittenza. "La luna fa ancora gli scherzi stanotte, fa sentire il mal di mare. L'intero mondo potrebbe sciogliersi in un bicchiere d'acqua. La luce di luna mi attraversa, mi fa sentire triste come te, ma io voglio stare bene". La dimensione intima si palesa davanti a noi, la melodia inizia a crescere e con essa tutti gli strumenti a riposo riprendono il loro cammino. L'oscura melodia sinfonica si concretizza quando prende forma un ritornello nebbioso, che si stende alto come la falce della luna: "Siamo già stati qui, l'ultima volta tu grattavi la porta, la luna era nuda e fredda ed io ero come un bimbo che ne voleva ancora. Se indossi quel vestito di velluto". L'aspetto ambient è sottolineato dalle tastiere suonate dall'ospite Marius De Vries, le quali ci cullano dolcemente in questa meravigliosa cantilena d'amore, dove a innescare la voglia di erotismo e di romanticismo è un magico vestito di velluto. "Stanotte la luna ha tirato le tende, è uno spettacolo privato e nessun altro lo saprà. La luce del sole riempie la mia stanza, ha una forma pulita e chiara, ma non ha niente di piacevole come la luna". È l'alba, la luna è quasi sparita e nella stanza filtrano i raggi di sole. La luce non ha lo stesso fascino delle tenebre. Nel buio c'è maggiore privacy, un senso si sicurezza che svanisce durante il giorno. C'è meno intimità. La chitarra esegue un fraseggio ipnotico e sensuale, quasi bisbigliato per non spezzare l'idillio. "Lotto per non dire certe cose, non ti ho mai ascoltato, con le mani prego, ma se indossi quel vestito di velluto". La preghiera è rivolta alla notte, alla dea luna, sperando che torni presto. Il giorno riaccende il diverbio all'interno della coppia, la notte lo estingue lasciando spazio al romanticismo. "La luna è una palla di specchi che riempie di riflessi la stanza. Afferreremo quella stella quando cadrà, basta che indossi quel vestito di velluto", implora Bono alla sua amata. La canzone sfuma con leggiadria, come quando la notte svanisce alle prime luci dell'alba. Un momento magico, introspettivo, prezioso, che lascia un sapore dolce sulla lingua.

Please

L'ennesimo capolavoro arriva con Please (Per Favore), un brano che ci riporta ai tempi di "Sunday Bloody Sunday", se non per sonorità almeno per la tematica affrontata: il terrorismo in Irlanda del Nord. Non è un caso se gli U2, durante il PopMart Tour, eseguono lo stacchetto di batteria della canzone del 1983 proprio a metà di "Please", quasi a fondere le due gemme. Nonostante l'aspetto robotico e futuristico, la band irlandese è sempre la stessa, non ha dimenticato le proprie origini e i propri drammi, vissuti in primo piano. Il groove del basso di Clayton si scontra con una batteria marziale di Mullen, generando un suono corposo che rimanda ai vecchi album, seppur filtrato dall'elettronica impressa dal produttore. A parlare è proprio un terrorista dell'Ira che pensa di agire per il bene del proprio popolo ma che, in realtà, non fa altro che alimentare questo delirio di morte: "Non hai mai conosciuto l'amore, finché non hai superato il limite. Non ti sei mai sentito desiderato finché qualcuno non ti ha dato uno schiaffo. Non ti sei mai sentito vivo fino a quando non hai gettato la vita". Bono è implorante e la sua voce, per rievocare la tragedia di quei giorni, è delicata. "Devi vincere, non potresti passare se non prendi il diploma da primo della classe, se non accetti il tuo albero genealogico o se non segui tutte le lezioni di storia" dice il pre-chorus, dalla melodia inaudita, tanto struggente quanto magnetica. Sugli accordi di chitarra e l'insistenza delle tastiere, si staglia l'amaro ritornello: "Per favore, non restare in ginocchio. Per favore, lasciatemi fuori da tutto questo" implora il terrorista, credendo di fare del bene. Gli echi elettronici fagocitano chitarra e basso, poi si riprende, le tinte smorte ribattono nella seconda strofa, quando l'attentatore sta preparando la strage. "Non hai mai saputo quanta vergogna avresti provato per quella telefonata. Non hai mai saputo cosa c'era interra fin quando non hanno fatto strisciare. Non hai mai saputo che il paradiso che professavi lo stavi rubando". Prima di suicidarsi, l'uomo telefona a qualcuno, forse alla stampa, per rivendicare il gesto, ma il paradiso tanto cercato non è altro che inferno, l'inferno che troverà una volta esploso. Attraverso l'appartenenza culturale, la religione, la politica, un uomo si immola per i propri ideali, credendo di donare amore al suo popolo. Bono, dopo il ritornello, lo ammonisce, gridando: "L'amore è forte e potente, ma l'amore non quello a cui stai pensando". No, l'amore non c'entra nulla con le stragi, le morti innocenti, i massacri, la violenza. Torna la chitarra cibernetica, dal gusto futuristico, ed ecco l'ultima parte del corpo di questa magnifica canzone, dove la melodia viene accentuata ed entra dritta nel cuore dell'ascoltatore. "Settembre, le strade sono piene di gente che si rovescia nella fogna. Pezzi di vetro che schizzano come pioggia, ma tu puoi sentire solo il tuo dolore. Ottobre, i tuoi discorsi non portano a nulla, novembre, dicembre, ricorda. Sta ricominciando tutto davvero?". La strage è stata compiuta in settembre (va ricordato che nel settembre 1994, in Irlanda del Nord, si erano riaperte le trattative per la pace), il terrorista si è lasciato esplodere, portando con sé nell'altro mondo tanta gente innocente, ma la scia di morte non è ancora terminata. Ottobre, novembre, dicembre, quante altre stragi ci saranno? "L'amore è grande, più grande di noi, ma l'amore non è ciò a cui stai pensando. L'amore è quello degli amanti, è quello che gli amanti rubano, l'amore è quello fiero che ho ricevuto. Ma a te, io non ho mai creduto". Una bellissima disamina sul senso dell'amore, che è quello degli amanti, di una coppia che si ama, o quello di una famiglia unita. Questo è l'amore forte e grande, non quello che sbandierano gli uccisori appartenenti a un credo o a una setta.

Wake Up Dead Man

Wake Up Dead Man (Svegliati Uomo Morto) è una composizione oscura bagnata di country e sostenuta da un testo religioso, inizialmente concepita durante le sessioni di "Achtung Baby" e lasciata per molti anni in disparte. Qui Bono si rivolge direttamente a Cristo, implorandolo di tornare sulla terra per salvare l'umanità. L'uomo morto che si deve risvegliare è lui e Bono lo attacca bruscamente con toni ironici. Il passo è cupo, la cantilena sembra una veglia funebre: "Gesù, aiutami, sono solo in questo mondo incasinato. Dimmi, raccontami la storia su com'è l'eternità e il modo in cui andrà tutto". Le parole sono ciniche e sprezzanti, Bono è in collera con Dio, con la fede e con il mondo intero, che trova incasinato e degradato. La sua voce è effettata, contornata da una sorta di aura mistica. "Svegliati uomo morto", lo sprona a fare qualcosa mentre la chitarra elettrica si diletta in distorsioni apocalittiche. "Gesù, sto aspettando qui. So che ci stai osservando ma forse le tue mani non sono libere. Tuo Padre, lui ha fatto il mondo in sette giorni e comanda in paradiso. Puoi mettere una buona parola per me?", e mentre il vocalist invoca Cristo, la band, alle sue spalle, emerge lentamente spingendosi in un ritmo sempre più pressante. Non si fa in tempo a lanciare la cavalcata rock che i toni si stemperano nel corpo centrale, dalle delicate atmosfere e dall'andamento ballabile: "Ascolta le tue parole che ti diranno cosa fare. Ascolta oltre il ritmo che ti sta confondendo. Ascolta il ronzio della radio, i suoni delle ventole, il traffico fuori. Ascolta le speranze e la pace". Bono si rivolge a noi, consigliandoci di riflettere, di ascoltare oltre i rumori terreni, di ascoltare le nostre anime, i suoni dell'armonia, della natura e della pace. Ecco l'ultimo blocco, della stessa intensità dei precedenti, anche se destinato a lasciare una lunga scia rock che ci conduce al termine di questo viaggio. "Gesù, eri proprio dietro l'angolo. Cosa pensi di fare? stai lavorando a qualcosa di nuovo? C'è un ordine in tutto questo disastro? Il mondo è come un registratore a nastro, possiamo riavvolgerlo un'altra volta?". L'insicurezza sul futuro è qualcosa di tangibile, forse Cristo è impegnato a fare altro, le parole sono pregne di acredine, di disillusione. Il nastro della storia dell'universo sarà mai riavvolto? Ricominceremo mai tutto daccapo? The Edge si presta a suoni selvaggi, metallici, che fanno immaginare un cowboy solitario perduto in una landa deserta, in un mondo post-apocalittico, mentre il basso di Adam cola sudore, facendosi largo in mezzo ai suoni elettronici di questo folk cibernetico. "Pop" si chiude così, con il pezzo più amaro del lotto, con un vero gioiello burrascoso che non fa presagire nulla di buono per il genere umano.

Conclusioni

Se in "Zooropa" le immagini plagiavano popoli, controllando la loro psiche come fossero automi osservati dai satelliti dello spazio, in "Pop" le stesse immagini vengono smontate e rimischiate, incollate a caso tra loro, per una sensazione di disordine e di caos contemporaneo che è sinonimo di un'era degradata e superficiale, dove tutto ha un prezzo, dove basta apparire per sentirsi arrivati, dove si ha bisogno di eccedere ed essere trash per uniformarsi alla massa. "Pop" è un disco irriverente ed estremo, costruito meccanicamente su una montagna di suoni accorpati tra loro dal produttore Howie B, modificando il tradizionale metodo di registrazione della band, i cui strumenti, stavolta, vengono curati individualmente e poi assemblati. Un prodotto sperimentale dall'anima eccentrica ed eterogenea, probabilmente non capito da tutti alla sua uscita, tanto che i cinque singoli estratti fanno fatica a farsi largo in classifica e il piano commerciale pregustato dalla Island non riesce pienamente, non all'inizio almeno, tanto che il lavoro vende circa sette milioni di copie, non poco, ma molto meno delle aspettative, e sia produzione che band sono costretti a recuperare i soldi con un tour faraonico, costato milioni e milioni, che alla fine ha raccolto, attorno a sé, milioni di fans sparsi nel mondo infrangendo qualsiasi record, persino quello di raggiungere Sarajevo, in piena guerra, per una serata magica sotto il vigile occhio dei cecchini. Bono e The Edge non sono soddisfatti del mix finale, che per la fretta non è stato calibrato come avrebbero voluto, Clayton e Mullen invece sono scontenti del suono adottato, secondo loro fin troppo esasperato e moderno, tanto che avrebbero voluto una chiara inversione di marcia. Nevrosi generale, dibattiti, ipotesi, delusioni sono gli ingredienti che hanno accompagnato gli U2 nella composizione e nella realizzazione di "Pop", un album diverso, sottovalutato certamente, che chiude un cerchio sperimentale iniziato con "Achtung Baby" e proseguito con "Zooropa". Gli U2 si spingono oltre, non solo dal punto di vista musicale ma anche scenico, sul palco del PopMart Tour ogni cosa è fantasiosa e delirante: la band cala dallo spazio, da Marte appunto, vestita con abiti improbabili, le scenografie sono mastodontiche, c'è uno schermo gigantesco che proietta fasci di luce e immagini accecanti a ripetizione, il palco è sormontato da un ragno di acciaio le cui zampe avvolgono la folla, dietro vi è una corona di luci dorate alta trenta metri che lancia segnali luminosi, al centro dell'arena, sospesa, c'è un'astronave gialla di acciaio a forma di limone infilzato su uno stecchino e che aleggia sulle teste del pubblico. I costumi di scena sono decine, di ogni materiale e colore, e suggellano un tour che ha dell'incredibile, per un'esperienza visiva e uditiva senza precedenti che, anche un po' arrogantemente, mette in chiaro su chi sia la rock band più grande e popolare del pianeta. E non è un caso se il tour parte da Las Vegas, città simbolo dell'artificioso e del modernamente kitsch, ma gli U2 del 1997 non intendono passare inosservati e fanno di tutto per stare al centro dell'attenzione. Certo è che un album come "Pop", che di pop (musicalmente parlando) non ha assolutamente nulla se non l'iconografia e una copertina che richiama la pop-art di Andy Warhol, non ha mai avuto giustizia, restando sempre in penombra, quasi scansato dalla gente e perfino dagli stessi autori. Già il primo singolo sciocca non poco, "Discothèque" è un dance rock elettronico di grande impatto dove, nel relativo videoclip, la band veste con i costumi dei Village People e danza avvolta da una cascata di luci stroboscopiche che creano un vortice schizofrenico e alienante. Ovvio che la gente sia turbata dalla piega presa, tanto che la band non sembra più la stessa rispetto a quella più sobria che faceva svolazzare la bandiera bianca in segno di pace o a quella che intonava inni sacri nelle aride lande americane. Segue "Staring At The Sun", un grandissimo pezzo di rock cosmico, dotato di una melodia meravigliosa e di un ritornello spaccacuore a confermare la virata intrapresa, ma le gemme nascoste di questo lavoro sono molteplici, tutte che brillano di luce propria: l'elettronica sulfurea e stordente di "Mofo", il blues robotizzato di "Do You Feel Loved", la delicatezza maliziosa di "If God Will Send His Angels" e di "If You Wear That Velvet Dress", ballate morbide come il velluto, il rock aggressivo di "Last Night On Earth" e "Gone", le imploranti esortazioni di "Wake Up Dead Man" e di "Please", così regali e sontuose, e la psichedelia ipnotica della torrenziale "Miami". C'è stato un tempo in cui non capivo bene il messaggio di un album del genere, forse influenzato dalle critiche e dai giudizi negativi. Bè, sapete che vi dico, tutte stronzate, "Pop" è il culmine dell'esperienza visiva e sonora degli U2, all'interno di questo lavoro rivivono i rumori dell'Europa e dell'America, il lato spirituale e quello sperimentale, abbracciati in un eterno confronto che fa da contorno a testi che sono forse i migliori mai concepiti da Bono. Per anni ho considerato questo disco come un fallimento, una mera esasperazione concettuale che ha condotto gli irlandesi un po' troppo oltre il confine, ma forse ero troppo giovane per apprezzarlo. Dopo anni e anni di musica accumulata sulle spalle, di sonorità diverse assaporate e di decine di sottogeneri ascoltati, mi sono approcciato a "Pop" con uno spirito diverso, scoprendo una magia che prima non riuscivo a cogliere. Oggi il verdetto è totalmente diverso: "Pop" è un terreno inedito che va scoperto, sul quale indagare, tra lampi di rock ruggente e acide soluzioni elettroniche che aumentano le divagazioni e le distorsioni degli strumenti. In "Pop" c'è un processo creativo che ha dell'incredibile, questo è il capolavoro nascosto degli U2, probabilmente l'ultimo vero grande, grandissimo album della band.

1) Discothèque
2) Do You Feel Loved
3) Mofo
4) If God Will Send His Angels
5) Staring At The Sun
6) Last Night On Earth
7) Gone
8) Miami
9) The Playboy Mansion
10) If You Wear That Velvet Dress
11) Please
12) Wake Up Dead Man
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