TYPHUS

Mass Produced Perfection

2020 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
18/06/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione

Bentrovati. Dopo una pausa di qualche mese, necessaria per ricaricare le energie, ma soprattutto per sondare nuove realtà in ambito musicale, sono di nuovo tra voi per presentarvi un disco abbastanza recente, primo parto di un gruppo greco che francamente mi ha stupito per freschezza e ispirazione. Loro sono gli speed/thrasher Typhus (nome non esattamente originalissimo dato che si contano almeno altre tre band con lo stesso monicker: una polacca e due statunitensi. Comunque, almeno due su tre sembrano aver concluso la loro attività), ateniesi, e il loro disco - da me recensito in questa sede - è "Mass Produced Perfection", del 2020. Ho parlato di primo parto e fondamentalmente è vero, per quanto i nostri nascano, in realtà, nel 2009 come Nuclear Terror, dando quindi alle stampe un solo EP (Contaminated Salvation) di stampo thrash. La loro avventura dura sino al 2019, quando cambiano nome, per l'appunto, in Typhus. L'organico è composto da Kostas Korg (voce e basso), Kostas Foukarakis e Socrates Alexiou (chitarre e voci aggiuntive) e Dimitris Ginis (batteria). I membri citati sono quasi tutti ex Nuclear Terror, salvo Socrates Alexiou, il cui ruolo era precedentemente occupato da Chris Koutalelis. Il genere proposto è uno speed metal arrembante, veloce, aggressivo, per nulla estraneo a quanto proposto dai padri del genere (Exciter, Agent Steel etc.), con chiare venature thrash (per fare un paragone, per quanto non del tutto appropriato, è come se ci fosse un ideale miscela tra le band citate in precedenza e qualche gruppo tipo i Forbidden. Prendete comunque questa considerazione prettamente soggettiva con le pinze). Il risultato finale, in questo primo disco, è un lotto di tracce decisamente potenti, forti di un notevole dinamismo e, nel possibile, di una certa componente catchy: i brani infatti non faticano a fare presa sull'ascoltatore portandolo in breve ad un headbanging sfrenato. Complici delle strutture mai troppo "barocche" o elaborate (sì, sono ben strutturate, ma prive di una eccessiva elaborazione o di strutturazioni cervellotiche. Insomma niente "technical thrash", "prog trash" o roba simile), tenute ben alla larga per far spazio a pezzi diretti e volendo abbastanza lineari. Una manna per chi cerca materiale per un immediato coinvolgimento, senza dover riascoltare trenta volte ogni singola traccia per entrare appieno nel mood delle varie tessiture musicali. Quindi un disco da spararsi tutto d'un fiato, in cui, secondo il modest(issim)o parere di chi scrive, non vi è da ricercare una traccia capolavoro, capace di spiccare nettamente sulle altre (una "hit", mettiamola così), dato che il disco andrebbe preso nel suo insieme come un rovente mattone di incandescente metallo, capace di colpire duro e fare male. Siete convinti? Spero di sì. Certo, le mie parole sono al massimo un surplus: per farvi un'idea è chiaro che il disco lo dovreste ascoltare. Ancora qualche dubbio? Avete bisogno di approfondire prima di fare vostro il platter? Benone, passiamo direttamente alla nostra consueta track-by-track.

Serpents of an Aberrant Reality

"Serpents of an Aberrant Reality" (Serpenti di una aberrante realtà) si fregia di un testo nel quale il protagonista sembra minacciato dal concetto di realtà, inteso quasi come una sorta di bestia pericolosa, definita senza mezzi termini come una specie di vipera. Inizialmente il protagonista (voce narrante), nella sua discesa verso quelli che vengono definiti "abissi della criticità", sembra minacciato da un qualcosa, una sorta di oscura entità, che solo successivamente identifichiamo come il concetto stesso di realtà. Scoprire dunque come determinate cose che ci circondano sono menzogne (non a caso viene citata la fede) può essere per taluni fatale: si vive facendo affidamento (e qui la fede) a determinate realtà precostituite, impacchettate, servite come piatti pronti all'uso. Realtà elettrodomestiche fatte su misura per chi non vuole la verità ma si accontenta di un blando surrogato. Fare i conti con quello che si nasconde dietro a queste "realtà surrogate" (la verità) può essere nocivo per menti non preparate. Il mostro è la verità. E plauso ai Typhus per aver messo in campo uno dei peggiori mostri, raramente citato da altri (troppo presi a snocciolare esseri lovecraftiani, inferni fiammeggianti e mostri "classici"). L'orrore è immanente, non trascendente, non sovrannaturale o metafisico. Passando al piano più strettamente musicale il brano inizia con dei rumori soffusi, abbastanza sinistri, per poi scatenarsi, prima del minuto, con un'introduzione smaccatamente thrash. Il brano prende così il via, con un urlazzo del singer, trascinato su ritmi sostenuti. Il riffing è serratissimo, ben coadiuvato da una batteria frenetica, irrequieta. Ci si mantiene così entro un pattern abbastanza lineare, tagliente come la lama di una katana, in cui non subentrano particolari cambi ritmici e/o umorali. Tutto sembra giocato sull'ipercinetismo e non vengono offerte particolari sorprese spiazzanti. Un piccolo monolite di puro, incandescente speed thrash.

Dyatlov Pass

"Dyatlov Pass" (Il passo di Djatlov) sembra rievocare un fatto storico, ossia l'incidente del passo di Djatlov: il fatto, avvenuto la notte del 2 febbraio 1959, riguarda la morte per cause sconosciute di nove escursionisti. Assolutamente incomprensibile lo stato in cui furono trovati i cadaveri, gran parte dei traumi che provocarono la morte erano esclusivamente interni (come se fossero stati schiacciati da una forza di notevole entità) e ad una donna mancava addirittura la lingua, parte della mascella e gli occhi. Un fatto inspiegabile che ancora oggi non cessa di sollevare forti interrogativi. E il brano, come suggerito dal titolo, si rifà in qualche maniera proprio a questo accadimento. La narrazione è in prima persona, come se uno degli escursionisti stesse narrando. Il punto di vista è comunque di una persona morta (la voce narrante specifica subito che sono un gruppo di ersone congelate). Si arriva dunque a una serie di affermazioni, sulla responsabilità sovietica, sull'uso del nucleare etc. E a questo si aggiunge una sorta di invettiva per l'insabbiamento di quanto accaduto da parte delle autorità. Un tetro epitaffio di nove persone morte che ancora reclamano silenziosamente una giustizia che mai verrà. A livello musicale, stavolta notiamo come non venga usata alcuna introduzione: il brano parte immediatamente in quarta su ritmi indiavolati, ancora una volta trascinato da un lavoro di chitarra e di batteria capace di creare una struttura rovente, pane per i denti di qualsiasi speed/trasher che si rispetti. Quasi al cinquantesimo secondo fa capolino anche la voce astiosa del singer, foriera di una tempesta che si sta scatenando ad un'intensità sempre maggiore. Un piccolo stop and go verso il minuto e quindici lascia spazio ad una tessitura strumentale ancora una volta da ABC del manuale del perfetto thrasher (echi slayeriani si fanno prepotentemente sentire), che in breve si rincanala nella partitura principale, coadiuvata dalla voce belluina di Kostas Korg, e come sempre velocissima, dilaniante.

Terrorzone

"Terrorzone" (Zona di terrore) si fregia di un testo decisamente meno impegnativo, più semplice, fracassone e spensierato, ben lontano dalle elucubrazioni sulla realtà del primo brano e dalle rievocazioni storiche del secondo. Infatti, come è possibile notare, cardine del brano è il caos scatenatosi ad un concerto metal (il loro, senza dubbio). Una istantanea di un concerto in cui le teste sbattono e l'adrenalina sale. Un contesto decisamente reale, condito comunque con qualche vezzo orrorifico ("mostrate le budella") o comunque pesantemente caricato a sugellare il senso di frenesia che si può respirare in un simile contesto. Stavolta l'inizio è ansiogeno, affidato a un cesello strumentale che rimanda - ancora una volta - al perfetto bignami del thrash metal. Una introduzione non aggressiva ma carica di ansia repressa, che esplode ben presto nell'ennesima bordata speed/thrash come da manuale. Le ritmiche iniziano a susseguirsi furibonde, trainate come sempre da un connubio chitarra/batteria praticamente perfetto. La voce subentra oltrepassato il trentesimo secondo, e non fa altro che aliomentare il clima incandescente già stabilito dal lavoro strumentale. Si prosegue dunque in velocità, trainati da riff serrati che lasciano poco spazio all'immaginazione. Il pezzo si mantiene di base abbastanza lineare, non distaccandosi dal modus operandi già adottato in precedenza. Una pacchia sonora per chiunque viva di pane ed estremismi sonori.

Krieg-sanity

"Krieg-sanity" (Sanità battagliera) ci introduce in un testo imperniato (e il titolo risulta perfettamente esplicativo) su scenari di guerra. Certo, attraverso una loro personale modalità di scrittura (molti sono i bozzetti immaginifici e le frasi usate per "dare colore"), ma sempre di guerra si parla. E per quanto nelle primissime battute si faccia riferimento ad una lotta terminata, in realtà, proseguendo nell'ascolto del brano, viene il dubbio se sia effettivamente così (si pone particolarmente l'accento su carri armati che hanno portato morte, trincee, il fatto che il Vaso di Pandora sia stato aperto e la guerra si sia sparsa, ma poco su quelle che dovrebbero essere le conseguenze di un conflitto, a parte qualche cenno su demoralizzazioni varie e sullo shock mentale, che non fatichiamo a identificare come Shell Shock e Post Traumatic Stress Disorder). Stavolta ci si affida ad un'introduzione inizialmente più arcigna (il breve cesello strumentale che fa capolino nei primissimi secondi), quindi notevolmente serrata (si parte subito in quarta con l'ennesima bordata speed/thrash) che confluisce ben presto nel brano vero e proprio, veloce - come sempre - aggressivo, dotato di un innegabile appeal. La violenza sonora si spreca (il lavoro strumentale è come sempre dilaniante, nella sua carica "in your face", e la voce isterica quanto basta). Si prosegue quindi con una autentica mazzata sonora tra capo e collo, lineare come una baionetta e tremendamente catchy. Da menzionare assolutamente il frangente strumentale posto oltre i due minuti e quaranta, indiavolato, furente, capace di far sbattere il capo anche ad un morto.

In Our Image, After Our Likeness

Il quinto brano, "In Our Image, After Our Likeness" (Nella nostra immagine, dopo la nostra somiglianza), ha come fulcro l'argomentazione del controllo degli esseri umani. Sottomessi, destinati ad obbedire, gli uomini sono sottoposti ad una schiavitù mentale (in primis) e fisica che snatura completamente la loro essenza, li deumanizza sino a renderli solo servi di una forza più grande di loro. L'uomo, in tal senso, si comprende che non è libero, ma sempre e comunque legato a delle catene virtuali che gli impediscono di esercitare il libero arbitrio. Il pezzo parte in quarta con un'introduzione fragorosa, frastornante, nella quale la batteria, percossa in maniera incessante, si erge a grande protagonista (coadiuvata, certo, dalla chitarra, che esibisce quasi da "sfondo" un riff arcigno). Questa confluisce in breve in una sezione velocissima che ci introduce effettivamente nel brano. Un brano, ancora una volta, pregno di un invidiabile dinamismo, ipercinetico, aggressivo, capace di non fare prigionieri. La linearità regna sovrana, e funge da enorme punto a favore per un brano che, data la sua efficacia, non ha bisogno di nessuna menata particolare e nessun volo pindarico (leggasi particolari cambi umorali tra una sezione e l'altra). In definitiva il brano è niente di più e niente di meno che una gragnola di colpi di mitraglietta, ben assestati contro il povero ascoltatore (che tanto povero non è, data la sua fame implacabile di violenza assassina), destinati a lasciare cicatrici. Ottimo, come del resto tutti gli altri sentiti sino ad ora.

Assimilate

La sesta track, "Assimilate" (Assimilare), è una strumentale molto breve (una trentina di secondi abbondanti), e incredibilmente priva della componente caustica presente in tutti gli altri brani. Va presa come un'intermezzo, piazzato (sapientemente) a metà disco per lasciar respirare l'ascoltatore dopo la dilaniante pioggia di sassi a cui è stato sottoposto sino ad ora.

Asylum of Deviants

"Asylum of Deviants" (Manicomio di devianti) è un brano da testo carico di rimandi oscuri, possibilmente più espressionisti ed immaginifici rispetto ad altri pezzi precedenti di immediata fruibilità, ma in realtà neanche troppo ermetico. Di base sembra si parli di un oscuro santuario dove sono stipati esseri che inizialmente fatichiamo ad identificare, ma che nel prosieguo danno l'idea di essere personaggi capaci di intendere, di ragionare, stipati in un luogo lontano dal resto dell'umanità, composto fondamentalmente da schiavi e decerebrati. Gli esseri attendono in silenzio di uscire dal loro "oscuro santuario" per accanirsi contro il resto dell'umanità deviata. Passando alle musiche, notiamo come ancora una volta siamo assaliti sin da subito da ritmi fragorosi e incompromissori: l'inferno sembra scatenarsi in maniera immediata, evitando preamboli deleteri. Si parte dunque in quarta trascinati letteralmente da ritmi bellicosi, e anche la voce fa capolino immediatamente (intorno al decimo secondo) fomentando il senso di acredine già imposto dagli strumenti. La velocità, come al solito, si impone troneggiante, e anche nei brevi intramezzi strumentali (tipo quello intorno al trentacinquesino secondo) non accenna minimamente a scemare. I nostri vogliono colpire duro, in rapidità, assestando colpi su colpi per fare quanto più male possibile. Ancora una volta si gioca la carta della linearità, cosa che ai Nostri riesce sin troppo bene: il brano - come tutti gli altri - non necessita di stravaganti variazioni per incrementare la propria carica assassina. Tutto quello di cui si ha bisogno è contenuto in questo furente masso infuocato scagliato alla velocità della luce.

Pride Breaker

Si prosegue egregiamente con "Pride Breaker"(Demoralizzatore), che ci pone dinanzi ad un testo incentrato stavolta su scene apocalittiche, in cui l'umanità sembra essere piagata da una guerra tremenda e sanguinosa, con morti e macerie disseminate ovunque. Non vi è una vera e propria "storia", non ci sono eventi da narrare: solo flash scomposti che danno l'idea della distruttività di una guerra senza senso, in cui è l'odio e la morte a prevalere. Il brano ancora una volta inizia in velocità, riuscendo a far male sin da subito: i ritmi sono terremotanti, capaci di destabilizzare immediatamente l'ascoltatore. Dopo una primissima parte introduttiva, ipercinetica, ci si affida ad una breve sezione strumentale dalla velocità meno parossistica, che comunque si incanala in breve in una nuova sezione - ugualmente strumentale - veloce e dilaniante. La voce subentra poco sotto il minuto e venti, lasciandosi trascinare da ritmiche furibonde e agitatissime. La batteria pesta come un martello pneumatico e il riffing si mantiere particolarmente serrato. Di nuovo il brano si mantiene abbastanza lineare, serrato e diretto come un pugno sferrato in pieno volto, e dalla uguale capacità offensiva. Inutile dire, ragazzi, che ancora una volta siamo al cospetto di una stilettata fantastica di purissimo speed/thrash, violenta e accattivante al tempo stesso.

Faith Machinery

Concludiamo in bellezza con "Faith Machinery" (Macchinario di fede), brano il cui testo risulta essere una chiara invettiva antireligiosa. Da quanto si può udire, si uccide nel "Suo nome", ma la colpa risulta essere innegabilmente umana. Un uomo che ha abusato della figura divina per perpetrare le sue malefatte, seminare odio e morti per pure ragioni politiche e strategiche. E l'uso - anzi, l'abuso - della religione non è destinato a scemare, dato che i bigotti intolleranti, che usufruiscono della religione come fosse un'arma, continueranno imperterriti ad utilizzarla per fini nefasti. Quest'ultimo brano non fa eccezione in quanto a violenza propinata sin dai primissimi secondi: a un preambolo semi-slayeriano fa eco una intro strumentale veloce, furibonda che ci porta in breve al brano vero e proprio (1 minuto e 10), che continua imperterrito a macinare BPM, rapido come una gragnola di mitragliate e altrettanto nocivo. Il brano prosegue senza sosta, forte della sua tagliente linearità, trainato da un drum work tritaossa e un riffing serrato. E nuovamente, a noi fanatici del genere, brillano gli occhi, data la purezza incompromissoria di un prodotto così riuscito. E, arrivati alla fine, ci sentiamo assolutamente paghi, dato che in queste otto perle (più intermezzo strumentale) non è stato scovato neanche mezzo filler.

Conclusioni

E così arriviamo alla fine di questo Mass Produced Perfection e, come evidenziato alla fine dell'analisi del precedente brano, non possiamo che applaudire i Typhus sino a farci sanguinare le mani. Ragazzi, questo è vero speed/thrash, potente ed aggressivo ma al contempo forte di una ispirazione non comune. Non vi sono particolari invenzioni e/o innovazioni: solo un prodotto classicissimo forgiato indistintamente per le orecchie dei vecchi dinosauri fanatici del genere (io compreso) e dei nuovi fan, magari più avvezzi a prodotti non privi di una certa modernità. Il disco è infatti "classico" nel suo genere, ma dal retrogusto moderno (senza essere "modernista": insomma, non vi è nulla di certo metal "contemporaneo"), insomma, come i migliori dischi del rinnovato settore "revival thrash". E in questo senso mi sento di usare il termine "revival speed/thrash" dato che le due componenti sono ugualmente presenti in dosi pressochè simili. Due componenti sapientemente miscelate per un prodotto che, oltre ad essere ben suonato e accompagnato da un canto isterico e furibondo (ottimo Kostas Korg), è anche dotato di una componente "ispirazione" che non è appannaggio di tutti e che, come continuo a ripetere (sono un disco rotto, me ne rendo conto) è indispensabile per la buona riuscita di un album. Perché se è vero che la preparazione tecnica dei singoli artisti coinvolti garantisce in parte la bontà di un platter, il resto lo fa indubbiamente l'ispirazione che si mette nella composizione di un parto discografico. Che o c'è o non c'è. Non è una componente che si può studiare, che esce fuori da anni di preparazione (come invece la tecnica) ma piuttosto deve fare parte degli elementi coinvolti. Ci deve essere la volontà di dare alla luce un qualcosa di autentico, genuino, verace. Come in questo caso. I nostri infatti, hanno dato prova di avere ben chiaro il loro percorso, di essere "veri" sino al midollo, autentici vassalli dello speed/thrash senza compromessi. E in questo caso sono riusciti a coronare il tutto con un lotto di testi davvero di ottima fattura: certo, alcuni più riusciti, altri meno (ma tutti tra il buono e l'ottimo), in cui spiccano, per intensità e significato, i primi due, ossia i testi di "Serpents of an Aberrant Reality" (sulla "verità" come mostro più spaventoso) e "Dyatlov Pass", incentrato sull'incidente del passo di Djatlov. Davvero notevoli. Quindi, quello che mi resta da fare - nel caso non abbiate già provveduto - è consigliarvi caldamente l'acquisto del suddetto disco. Se siete amanti dello speed/thrash più genuino e puro, se siete anche solo amanti del miglior metal (a prescindere da quale sia il vostro genere prediletto), non potete non includere un simile gioiellino nella vostra collezione. Au revoir, e alla prossima ragazzi.

1) Introduzione
2) Serpents of an Aberrant Reality
3) Dyatlov Pass
4) Terrorzone
5) Krieg-sanity
6) In Our Image, After Our Likeness
7) Assimilate
8) Asylum of Deviants
9) Pride Breaker
10) Faith Machinery