TYPE O NEGATIVE

World Coming Down

1999 - Roadrunner Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
12/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Non è assolutamente cosa comune tirar fuori un capolavoro dietro l'altro. Ma qualche artista riesce talvolta in questo miracolo deliziando di volta in volta le orecchie degli ascoltatori e non tradendo le aspettative di chi si aspetta una continua e costante crescita. E' questo il caso dei Type O Negative. Siamo nel 1999 e ben tre anni sono passati da quel capolavoro che risponde al nome di "October Rust", un album definito frettolosamente da qualcuno come "patinato", dunque maggiormente vellutato rispetto a quello che può essere considerato come l'iniziatore del nuovo corso, ossia "Bloody Kisses". Il giudizio, parzialmente falso e fuorviante, viene espresso in merito ad un sound più lineare e volendo "catchy" rispetto al suo blasonato predecessore. Ma non si tratta di un suono "facile", dotato di soluzioni "ruffiane". Il disco si presenta solo più scorrevole, e questa maggiore fruibilità gli costa un dito puntato da parte di una certa frangia di puristi. Il passo successivo è rappresentato da "World Coming Down", un disco ben più cupo nei toni, che lascia da parte la "maggior fruibilità" di October Rust per concentrarsi su sonorità ben più ossianiche, cupe, tetre, il cui leit motiv sembra essere innegabilmente quello della morte. Certo O.R. non è esente da tale tematica (basti vedere pezzi come "Red Water - Christmas Mourning", in cui Steele si perde in elucubrazioni sui cari estinti, che si manifestano nella sua mente come spettri. Esseri passati a miglior, o peggior vita ma pur sempre presenti come entità subliminali, infestazioni incapaci di andarsene) ma qui il sublime concetto del memento mori sembra essere ben più di un comprimario, di un elemento aggiuntivo. La morte, la riflessione sulla caducità degli esseri viventi diviene in qualche maniera la colonna portante di un disco lugubre e rassegnato. Un disco nato in un momento difficile (che costa a Peter una profonda depressione), conseguente alla morte della madre, e in cui la dipendenza dalla droga (cocaina nello specifico) raggiunge praticamente il suo acme. Ambedue i fattori che portano ad una indecifrabile sofferenza del mastermind sono ravvisabili in pezzi quali "White Slavery" ("Schiavitù Bianca", pezzo che parla per l'appunto della dipendenza dalla cocaina) e "Everyone I Love Is Dead" (Triste riflessione sulla morte, nello specifico sulle persone care ora estinte. Un chiaro riferimento ai genitori di Peter, passati a miglior vita). Vizi e morte riappaiono nei tre brevi intermezzi "Sinus", "Liver" e "Lung", nei quali si immagina il decesso di tre componenti dei T0N a causa dei loro eccessi: in Sinus per la cocaina, in Liver a causa dell'alcool e in Lung per via del fumo. Il tutto viene affrontato con una sottile componente ironica, mai abbandonata da Steele, ma in questo caso ampiamente ridimensionata per lasciare spazio a un sentimento di spleen esistenzialista, a un impalpabile senso di vuoto e di angoscia dati dal dolore. Un dolore che sa come manifestarsi tra le mortifere trame del disco, e ci riesce egregiamente rendendo l'ascolto leggermente più ostico rispetto ad un magnetico predecessore fatto per essere ascoltato a più e più riprese (tema portante in O.R. è la passione, unita spesso al dolore. In diversi frangenti non manca di affacciarsi la morte, ma come precedentemente specificato assumendo un ruolo di nera comprimaria). Stavolta il disco è fatto per essere un mattone ben più pesante, un cibo a tratti indigesto per quanto ghiotto, un monolite nero pesante, asfissiante che non cerca un approccio catchy ma tenta disperatamente di esprimere un palpabile senso di ansietà. Anche stavolta le highlights si sprecano: dalle stupende "White Slavery" ed "Everyone I Love Is Dead", passando per "Everything Dies" e la magistrale title track (tanto per citare qualche pezzo di una scaletta solida e come al solito priva di sbavature). Non manca un medley, a posto delle "normali cover" presenti nei precedenti album: il brano in questione, "Day Tripper" è un riuscito ripescaggio di tre brani dei Beatles (tra le principali fonti d'ispirazione di Steele and co) nel quale vediamo un gustoso pastiche di classici quali "Day Tripper" (per l'appunto), "If I Needed Someone" e "I Want You - She's So Heavy" (brano coverizzato anche dai thrashers svizzeri Coroner, e incluso nell'omonimo ultimo album). Riguardo a questo interessante medley le cronache ci suggeriscono che, a disco ultimato, la società di Michael Jackson, proprietaria dei diritti dei Fab Four, presenta il conto (salato) alla band per l'utilizzo dei tre brani. Un medley costato caro, ma che riesce a dare un ulteriore spaccato della creatività di una band che sino a questo momento sembra inarrestabile (artisticamente parlando) e che continua con questo nuovo capolavoro, a dare conferma di una crescente maturazione. Detto ciò non resta che calarci nei meandri di un disco tanto fascinoso quanto oppressivo, e tentare di fornire un analisi più esaustiva.



Si parte con "Skip It" (Saltala), strumentale di appena undici secondi, considerabile come l'ennesimo interludio-scherzo a cui i nostri ci hanno ormai abituati. Il titolo sembra riferirsi alla track rovinata ed illeggibile di un disco che non ne vuole sapere di "partire" (e per l'appunto abbiamo nel titolo questo "saltala" come a dire "è deteriorata, andiamo avanti..."). Esattamente quello che sentiamo in questa fase iniziale, ossia il "rumore" inceppato di una track impossibile da leggere, che bloccandosi e tentando di prendere il via emette un frastuono assolutamente fastidioso. A seguire la prima vera traccia, l'immensa "White Slavery" (Schiavitù Bianca): brano perlopiù lineare, si dipana attraverso i suoi quasi otto minuti e mezzo in sonorità ossianiche ed opprimenti, screziate come al solito da evocativi ricami di tastiere sapientemente dosati. Il brano, inaugurato da un plumbeo affresco tastieristico addizionato a pochi colpi di batteria si struttura egregiamente su riff macilenti, ronzanti e ribassati, che affrescano sin da subito uno scenario funereo ed incompromissorio. La voce di Steele alimenta tali funesti scenari attraverso tonalità basse e rassegnate che gradualmente iniziano ad aprirsi verso timbri più fieri e declamati, non tradendo comunque la disperata rassegnazione di fondo. Un break intorno ai quattro minuti e venti vede gli strumenti smorzarsi di colpo e lasciare Steele in solitudine, dando vigore al senso introspettivo e depressogeno di queste torbide trame. Analizzando nel dettaglio le lyrics evinciamo come queste siano incentrate sulla dipendenza di Peter dalla cocaina, che in questo specifico lasso temporale si è notevolmente acuita. Il periodo, per usare un eufemismo, non è dei più favorevoli, e Steele, complice la morte della madre e una depressione crescente, si lascia andare autoannichilendosi nella logorante morsa della polvere bianca, nascondendosi, riparandosi in immacolati paradisi artificiali, lontani da un mondo capace di fare solo male. Il testo è strutturato su sottili aforismi, che di volta in volta ci presentano la cocaina come "neve" pescando anche da un linguaggio slang e gergale ("La neve, la neve in estate,/ anche se non fa freddo/ una volta la provi/ subito divieni infetto.") e giocando sul termine "coca", nel suo doppio senso che richiama anche il modo abbreviato per definire la celebre bevanda ( "lasciatemi dire "generazione Pepsi"/ poche righe di disinformazione.../ Guardate il vostro denaro che se ne va così velocemente.../ per uccidere se stessi niente di meglio della Coca"). Con "Sinus" (Seno Paranasale) ci imbattiamo nel primo dei tre "intermezzi" caustici e screziati di humor nero, nel quale vengono messe in scena le varie dipendenze dei membri dell ensemble. Nel brano, della durata di appena cinquantatre secondi, sentiamo un battito cardiaco di sottofondo e il rumore, a più riprese, di sniffate di coca. Il battito si fa incostante, rallenta e accelera. Pone il sigillo sul pezzo un urlo "filtrato" da fa accapponare la pelle. Intuiamo che l'ultima sniffata è stata letale. La quarta traccia, "Everyone I Love Is Dead" (Tutti coloro che amavo sono Morti) rappresenta senza possibilità di smentite, non solo uno dei pezzi più belli e rappresentativi dell'album, ma dell'intera discografia dei T0N. Un brano magistrale, giostrato su una struttura screziata di epos capace di rendere magniloquente un testo che parla di morte e di dolore. In punta di piedi poche semplici note di chitarra acustica ci incanalano in una struttura dimessa, arricchita dalla voce greve di Peter. In meno di un minuto siamo trasportati di colpo in versanti ben più vigorosi, sorretti da un riff di chiara matrice doom: la chitarra, zanzarosa, ricama note sepolcrali intelaiando un nero tappeto su cui la song inizia gradualmente a strutturarsi, scortata da una batteria essenziale e dalla voce di Peter sicuramente più energica che nei frangenti iniziali. In prossimità del refrain si erge a protagonista la tastiera di Silver, che attraverso poche note alimenta la grandeur e il romanticismo del pezzo che raggiunge l'apice del climax nell'imponente chorus, stringato ma di assoluto impatto ("Everyone I Love Is Dead..."). A seguito di una seconda ripetizione del chorus un bellissimo assolo di chitarra ci delizia accompagnandoci gradualmente verso la fine del brano, in cui udiamo Steele declamare rassegnato "All dead, all dead, all dead..." per diverse volte. Tutti morti. Si, sono tutti morti. Tutte le persone che Steele amava, a cui ha voluto bene se ne sono andate. E' questo il senso di una delle song più disperate del lotto, una song incentrata su un desolante esistenzialismo che porta il singer a riflettere sulla transitorietà della vita umana in questa valle di lacrime.("Tutti coloro che amavo sono morti/ Tutti morti/ La vita è un gioco che non posso vincere,/ sia il bene sia il male/prima o poi finiranno..."). Steele si perde tra i ricordi, rievocando i momenti in cui i suoi cari passano a miglior vita. Tornano alla memoria i periodi in cui, per smorzare il dolore ricorre a massiccie dosi di alcool ("A quei tempi ero sinceramente spaventato/ la droga e l'alcool/ non mi aiutavano a nascondermi/ Servivano solo a mascherare/ il dolore di un debole/ era come dipingere sopra lo sporco"). Il pezzo, doveroso ripeterlo, è un capolavoro assoluto, fortemente introspettivo e dotato di un approccio melodico che pur nella sua essenza lugubre, ha il potere di fare presa immediatamente. Sparute note di tastiera prive di qualsivoglia emozionalità ci introducono la successiva "Who Will Save The Sane?" (Chi salverà chi è Sano?), brano che defluisce immediatamente in una struttura ancora una volta doomeggiante ma dalle tonalità meno plumbee. Il brano, molto lineare, si muove su coordinate medio/lente screziate magistralmente dalla voce di Steele stavolta meno funeraria e non più giocata su un registro basso e catacombale ma su toni più evocativi e trasognati. La struttura portante si trascina compatta per tutta la sua durata scortata da riff sporchi e ronzanti, abili nel tratteggiare scenari freddi e notturni. Notiamo comunque un reprise (prima del quinto minuto e a una decina di secondi dal sesto) del giro di tastiere introduttivo, funzionale per alimentare il forte senso spaesante emanato da quelle algide note di chitarra, e dalla voce un pizzico smarrita di uno Steele in stato ipnoide. Brano "criptico" a livello testuale, ci pone di fronte a una serie di riferimenti mutuati dal mondo della chimica, (intesa - ma siamo sul campo interpretativo - come "creatrice" di narcotici), della fisica, della matematica e della psichiatria. Tali riferimenti sono giustapposti in maniera disordinata e confusa donando al testo un senso "frammentario". ("La tavola periodica/ ma chi salverà chi è sano?/ [...] Chimica pseudogasmica/ Apatia necromorfa/ [...] Leggi fisiche inapplicabili intralciano la mia avventura/ un mondo non surreale di testi dell'HIV non falliti,/ il Superuomo ci mette in guardia/ dagli avanzi del Pi Techno/ 3,141592653..."). La successiva "Liver" (Fegato) è il "secondo intermezzo", stavolta incentrato sulla dipendenza dall'alcool. Il brano, lungo circa il doppio di Sinus, prende il via tra le ovazioni del pubblico, all'aperto, mentre un membro dei TON si appresta ad uscire da un veicolo ed entrare in un edificio. Voci di sottofondo, molto confuse, il musicista si versa da bere. Un rumore secco, tamponato, forse il musicista che crolla a terra. Poi la sirena di un ambulanza, un telefono che squilla incessantemente. Una voce femminile risponde. Parte un rumore disturbato, terribile, amalgamato con un urlo disumano. L'urlo di una persona che muore. Arriviamo così alla title track, "World Coming Down" (Il Mondo viene Giù), tra i capolavori assoluti dell'ensemble, brano che già da solo varrebbe l'acquisto del disco. Il pezzo in questione risulta magistrale nell'affrescare il crescente pessimismo di Steele, conseguente ad un crollo emotivo che lo porta a alimentare una visione "nera" e totalmente rassegnata della vita. Ad aprire le danze ci pensa un riff introduttivo zanzaroso e spento, dal carattere terribilmente sepolcrale. Un riff stordito ed esangue come uno zombie sotto l'effetto di torazina. Sembra di barcollare in stato narcolettico all'interno di una clinica psichiatrica, completamente allucinati. Subentra la voce di Steele, sofferente, che inizia a scivolare tra le trame fangose del pattern sonoro. La sensazione generale è di totale desolazione, di smarrimento. La batteria si limita ad essenziali rintocchi, funzionali per alimentare lo stato di narcotizzato spaesamento generato dal tappeto chitarristico e dalla voce lamentosa del singer. Ci incanaliamo quindi in una struttura lenta e priva di speranze, che si divincola macilenta nell'arco dei suoi undici minuti (il brano è il più lungo del disco), come un pachiderma che tenta di orientarsi un una impenetrabile cappa di nebbia. Aperture si iniziano a riscontrare in prossimità dell'evocativo refrain, che riesce ad ergersi maestoso nel lugubre tappeto sonoro. A partire dai quattro minuti  gli strumenti si placano a più riprese lasciando alla voce di Steele e a una scarna batteria il compito di affrescare scenari di palpabile rassegnazione. A sette minuti e venti un break che vede il singer e i musicisti fermarsi di colpo. Ma è solo un attimo. Gradualmente Steele torna in campo, dapprima con una voce languida, quindi nuovamente con toni declamati e sofferti. Finale affidato ad un riff estremamente deciso e tetro nel quale Steele con enfasi scandisce pochi versi onomatopeici. Il brano, come specificato in precedenza, è uno spaccato della visione pessimistica di Steele, che prende spunto da una storia d'amore finita molto male. Il testo, magnifico, mette in risalto tutta la fragilità di Peter un uomo che in molti credono un colosso d'acciaio. Un uomo vittima della sua stessa debolezza, che non riesce ad affrontare con indifferenza la durezza della vita, fatta anche di dolore, di morte. E di rapporti che si chiudono. ("Lei crede che io sia un uomo d'acciaio, che io non senta dolore/ Non capisco perchè la gioia debba essere così finita/ Sono ancora molto fortunato/ così carico di odio nei confronti di me stesso/ che lo specchio mi dipinge come un ingrato/ [...] Si, lo so/ il mio mondo viene giù/ sta crollando/ e so benissimo di avrelo fatto crollare io"). A seguire, "Creepy Green Light" (Tetra Luce Verde), brano molto lineare, altrettanto cupo nell'incedere. Un introduzione pacata, scandita dalla voce quasi sussurrata di Steele, lascia presto spazio a tessiture che pur alimentandosi di tetro romanticismo lasciano spazio a soluzioni più metalliche e magniloquenti. Steele assume una timbrica più decisa perfettamente in sintonia con le architetture sonore decise su cui C.G.L. inizia a strutturarsi. Il brano evolve gradualmente in maniera molto fluida sino all'apice drammatico rappresentato dal refrain, imponente ed altero. Un break strumentale si impone verso i tre minuti e venti, inaugurato da una porzione atmosferica gestita attraverso soffuse note di organo, quindi più violenta, con un deciso rifferama doomeggiante. Il break ci incanala in breve verso una ripetizione della pacata introduzione iniziale, che ci porta verso una ulteriore ripetizione del refrain. Si parla ancora di morte, in questi frangenti. Stavolta Peter esprime il suo dolore per una ragazza morta il giorno di Halloween ("Questo Halloween,/ a differenza di altri,/ le sue ultime parole sono state:/ 'non aver paura della luce verde'/ [...]  su un terreno fangoso/ giaccio ubriaco sulla sua tomba/ la dove aspettare/ il suo risveglio"). Brano di notevole caratura, si pone tra le gemme del disco in questione. Un giro distorto di chitarra ci introduce alla successiva "Everything Dies" (Tutto Muore), altro highlight di questo magnifico disco. Nell'arco di pochi secondi, a seguito della straniante intro, si impone un torbido riff sabbathiano accompagnato da vocals animalesche (che sembrano sbuffare qualcosa in maniera abbastanza onomatopeica) e da un coro di incitamento in sottofondo. Lentamente siamo condotti tra le plumbee trame di un brano decisamente cupo, strutturato su un sali-scendi emotivo, con repentini cambi di atmosfera. A parti decisamente riflessive si pongono come contraltare porzioni ben più vigorose (il refrain ne è un esempio). Eloquente il titolo, "Tutto Muore", di un brano che in quanto a tematiche si ricollega a doppio filo con quanto ascoltato su "Everyone I Love Is Dead". E' di nuovo la morte ad ergersi come protagonista, la morte di tutte le persone che Peter ha amato, dagli zii ai genitori ("Si... volevo bene a mia zia, / ma è morta/ e volevo bene a zio Lou/ ma è morto/ [...] sogno ancora mio padre/ anche se è morto/ ...mia madre è molto malata.../ morirà/ tutto muore..."). L'ultimo intermezzo è rappresentato da "Lung" (Polmone), brano incentrato sui danni provocati dal tabacco. Rumori di fondo rimandano a boccate di fumo, seguite da un urlo strozzato. Poi un respiro affannoso, un elettrocardiogramma che improvvisamente segna l'arresto cardiaco e un pianto femminile. La morte è sopraggiunta. Un riff decisamente sabbathiano apre la seguente "Pyretta Blaze" (Fiamma Focosa), brano caratterizzato da parti più doomeggianti alternate a frangenti più armonici e melodiosi. Mentre le coordinate principali si divincolano in putridi riff ronzanti e rallentati, giunti in prossimità del refrain godiamo di una parte ben più solare e meno giocata su opprimenti strutture catacombali. Il brano, che lascia da parte la linearità caratteristica di altri pezzi precedentemente ascoltati, si concentra su una struttura ben più cangiante che, oltre ad una evidente alternanza tra parti di scuola Iommi ad altre più "ariose", si apre verso i sei minuti a soluzioni decisamente più rockeggianti. Il titolo gioca sul termine Pyretta, che può equivalere a "Fiammetta", forse il nome della donna focosa, calda protagonista del brano. Una donna con cui Steele ha vissuto una "incandescente" (è proprio il caso di dirlo) relazione d'amore.  ("Bellissima ma pericolosa/ luminosità termogenica/ [...] E' come una scintilla, lo so/sarò attirato e consumato/ Lei è una pira inceneritrice/ è l'inferno incarnato"). Dunque un brano che lascia da parte la morte per concentrarsi di nuovo sulla passione, tematica comunque lasciata decisamente in sordina a favore di riflessioni introspettive ben più cupe. "All Hallows Eve" (La vigilia di Ognissanti) è un altro gioiello di incredibile bellezza; dapprima ci solletica nella parte introduttiva con un mood decisamente atmosferico, in seguito un evanescente organo tratteggia una vaporosa texture, subito adornata da scarni ricami acustici, e dalla voce di Peter, profonda ma impostata a mo'di sussurro. Dopo un minuto e venti siamo trasportati in binari più vigorosi. I ritmi si assestano su una struttura ancora una volta di retaggio doom che ci trascina in un mid tempo potente e di grande impatto. Steele usa la sua voce con grande duttilità, passando da registri più acidi ad altri decisamente più declamati e fieri. Verso i quattro minuti e venti un break maggiormente riflessivo si intrufola nelle tessiture del brano: i ritmi si fanno più impalpabili e Steele sfrutta modalità espressive decisamente più dimesse. In meno di un minuto si ritorna alle coordinate portanti, scortati da riff sporchi, fangosi. A sugellare la fine del brano un intensa parte strumentale, poderosa e di innegabile gusto. Il brano, ancora una volta sepolcrale, notturno, è tra quelli che non si dimenticano, complice una prestazione incredibile di Steele (molto espressivo nei suoi repentini cambi umorali) e un pattern di presa abbastanza immediata. In qualche maniera il brano può essere definito una sorta di proseguo di "Creepy Green Light", con un testo che si ricollega totalmente a quello della suddetta song. Qui Steele descrive macabri rituali attuati nella notte di Halloween. Mediante uno di questi cerca di resuscitare la sua amata, riuscendovi ("Deboli fuochi bruciano dietro intricati rami neri,/ sacrifici compiuti su di essi/ il fumo turbina, si addensano le nuvole/ [...] Su di un letto di foglie d'autunno,/ le sussurro, negli occhi, sorpreso:"non andare via"/ [...] profonda è la terra delle tombe appena scavate/ Sulla tua recito un incantesimo che conosco molto bene,/ il successo è garantito/ ti riporterò qui, lontana da dove te ne sei andata"). Finale affidato ad un omaggio beatlesiano intitolato "Day Tripper" ("Viaggiatrice della Giornata", dal titolo di un brano dei baronetti di Liverpool) che prende i connotati di un medley composto da tre song, ossia "Day Tripper", "If I Needed Someone" e "I Want You - She's So Heavy". Per una completezza di fondo scendiamo nel dettaglio, dimodo da fornire un'analisi completa anche di queste tre pietre miliari. Il primo brano, "Day Tripper", viene realizzato da John Lennon e Paul Mc Cartney nel 1965 e incluso su un 45 giri assieme a "Can Work It Out". Il testo apparentemente parla di una ragazza che vuole divenire una cantante. Lennon fornisce comunque un interpretazione differente affermando che "i Day Trippers sono le persone che viaggiano per un solo giorno, d'accordo? Solitamente su un ferryboat o qualcosa di simile. Ma la canzone voleva dire che...uno è hippie solo nei weekend." Mc Cartney fornisce a sua volta un ulteriore interpretazione nel 2005, asserendo che il testo parla della sua ritrosia ad usare l'LSD. "If I Needed Someone" è un brano composto da George Harrison e pubblicato nell'album "Rubber Soul" del 1965. L'ascendenza è di chiara derivazione Byrdsiana, come si evince dal solo guitar usato nel pezzo è simile (come evidenzia lo stesso Harrison) a quello presente nel brano "The Bells Of Rhymney", dei Byrds per l'appunto. Da sottolineare il fatto che la song, risulta essere l'unica composizione di Harrison presente in tutti i concerti dei Fab Four, e insieme a "Nowhere Man" è l'unica song di "Rubber Soul" suonata nei tour. Il brano fa riferimento a una ragazza che, se il protagonista avesse bisogno di attenzioni, cercherebbe senza riserve. Il testo recita testualmente "se avessi bisogno di qualcuno da amare/ saresti quella a cui penserei/ Se avessi più tempo da utilizzare/ allora peso che starei con te amica mia/ Incidi il tuo numero sulla parete/ e forse riceverai una telefonata da me...". "I Want You (She's so Heavy)" è un brano scritto da Lennon (ma accreditato come composto a quattro mani da Lennon e Mc Cartney) presente nell'album "Abbey Road" (1969). Il pezzo risulta molto lungo rispetto ai loro standard usuali, durando la bellezza di otto minuti, ed è composto da vari accordi di chitarra ripetuti della durata di tre minuti. Il testo, scarno, si riferisce ancora una volta a una ragazza che il protagonista brama. Una ragazza "forte", che lo fa impazzire ("Ti voglio/ Ti voglio fino a stare male piccola/ Mi fai impazzire/  Lei è così forte..."). Parti fortemente rappresentative vengono estrapolate dai tre brani e ricomposte in un corpus unico, dalle sonorità sicuramente distanti rispetto a quelle originali, più ruggenti, metalliche, per forgiare un medley di appena sette minuti che ha come leit motiv amore e tradimento, ossia caratteristiche fondanti di tanti brani presenti nella discografia di Steele e soci. Mentre "Day Tripper" si concentra sul secondo aspetto (il "tradimento", una ragazza che si burla dei sentimenti del protagonista per essere poi scoperta) gli altri due estratti si concentrano sull'amore: in maniera più meditata in "I Needed Someone" e più travolgente in "I Want You".



Arrivati così alla conclusione ci rendiamo conto, ancora una volta, di trovarci di fronte ad un indiscutibile capolavoro. Con "World Coming Down" i nostri chiudono un ideale "trittico" iniziato con "Bloody Kissess" e proseguito con "October Rust". Un trittico che se ben analizzato ci mostra differenze macroscopiche tra i tre album: dalle sonorità variegate del primo, forte di una certa varietà anche tematica (brani di denuncia, pieces nonsense, morte, passione), si passa alla maggiore compattezza del secondo, decisamente fruibile ed incentrato molto più sull'aspetto "passionale". Si arriva dunque all'ultimo della trilogia, ugualmente compatto ma molto meno catchy, monolitico, lugubre, ed incentrato perlopiù sulla morte. Un album, questo, che esattamente come i suoi fortunati predecessori giganteggia nella discografia dei TON assumendo un ruolo da assoluto protagonista. W.C.D. è un disco da avere, da custodire gelosamente, da imparare a memoria. Se cercate peli nell'uovo, qui non potete trovarne, la perla in questione non mostra il fianco neanche per mezzo attimo. Qualcuno potrebbe obiettare che la sua scarsa fruibilità è da imputarsi come uno dei punti deboli, ma critiche fuori luogo sono state espresse anche per il precedente. Dunque nessuna remora, acquistate il disco e preparatevi ad immergervi tra le plumbee trame di questo classico senza tempo!


1) Skip It
2) White Slavery
3) Sinus
4) Everyone I Love Is Dead
5) Who Will Save The Sane?
6) Liver
7) World Coming Down
8) Creepy Green Light
9) Everything Dies
10) Lung
11) Pyretta Blaze
12) All Hallows Eve
13) Day Tripper (medley)

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